I racconti di Creative Commons in Noir: “La marmellata di more” di Euro Carello

Creative Commons in NoirLa luce che viene dalla scala è poca, però gli occhi adesso si sono abituati e riesco a vedere abbastanza. Mentre scorro col dito sui barattoli, mammina grida forte e dice anche le parole brutte che se le dico io mi lava la bocca col sapone. Anche mia sorella, grida, con i versi strani che fa lei.

Per fortuna, sui barattoli insieme a quei segni neri che io non so c’è anche il disegno, così non mi sbaglio e capisco subito qual è quello della marmellata di more, non posso confonderlo con quella di fragole o di fichi. È questo qui grande con il coperchio d’oro, vicino alla passata, ma quella si distingue bene perché è tutta rossa. Perché a me mi piace solo quella di more, di marmellata. Mi piace perché è dolce ma non tanto, ha anche un po’ di acido. Poi mi piacciono i granellini che restano sulla lingua e la fanno diventare tutta nera, che nello specchio sembro uno di quei mostri della tv che li guardo con un occhio solo da sotto la coperta.

Mammina intanto continua a gridare ahi ahi che male aiutami aiutami , ma forte forte, così tanto che mi fa male alle orecchie. Dalla porta della cantina adesso viene un pochino di luce che si muove di qua e di là, si vede che mammina è riuscita a trovare di nuovo la pila.

Adesso però non mi devo distrarre, per andare su dalla scala devo fare attenzione a non inciampare.

Vado avanti con il barattolo stretto sulla pancia e striscio i piedi, che anche se le pantofole si sporcano tutte non importa, tanto io lo so dov’è che è la spazzola, così poi le pulisco.
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Cinque minuti di violenza

Pit bull - Cani che combattono di Giuseppe CasaAvere uno scopo nella vita è un fatto importante. Quale che sia questo scopo per ognuno di noi è difficile capirlo. Forse c’è qualcosa di vero nella teoria secondo cui la vera soddisfazione si basa sulla lotta. Lottare per un scopo. Billy, il protagonista di Pit Bull, uno scopo ce l’ha: allevare un cane imbattibile con cui vincere abbastanza da cambiare vita. Lui non è certamente un buono. Come potrebbe esserlo con il mestiere che fa? Ma poi notiamo, di buoni veramente ce ne sono?

Il suo è un caso patologico di passione. Ma chi è che oggi non ha una passione? Ci si appassiona a tutto oggi: c’è gente a cui piace andare nei parchi a fare bird watching, altri che a casa amano fare body eating col partner di passaggio o a chi piace andare al cinema a vedere i film di Moccia o Muccino; il fatto è noto. Quando Billy decide di comprare un pit bull, l’atto in sé non è molto diverso di quello di decidere di acquistare una .45 Magnum. Fin qui niente di male, se ci si limita solo a coltivare la passione. Ma se si comincia a far combattere il proprio cane per fare scommesse o usare la pistola da collezione per sparare addosso alla gente, le cose cambiano.

Slavoj Zizek, un filosofo contemporaneo, parla in un suo saggio di passage à l’acte. Vale a dire, la consapovolezza segreta che siamo tutti impotentemente sballottati da forze fuori dal nostro controllo. La violenza irrazionale esplode. E la cosa più difficile da accettare è proprio l’assoluta mancanza di senso. Se mi prendono i cinque minuti non so cosa sarei capace di fare… è un modo di dire, ma più spesso di quanto si creda viene applicato. I famosi cinque minuti sono il passage à l’acte di cui parla Zizek.
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Mal’aria: colerosi, affamati e ribelli di fine ‘800

Mal'aria - Colerosi, affamati e ribelli di fine '800 di Rosario ZanniI negozi venivano chiusi, le strade erano deserte, la contrada Ospizio completamente abbandonata, infelicissime condizioni igieniche della parete inferiore del quartiere Castello e del quartiere Teatro, non da meno i quartieri del Largo a mare e dei vichi Torre, bisognosi di una portentosa basalatura e di lavori di condutture in ferro per la canalizzazione. I bambini scalzi e nudi, alcuni più grandi coperti di piccoli cenci che fungevano da mutande, rotolavano lungo le strade ricoperte di acque immonde di latrina e di rifiuti domestici con aria meno baldanzosa del consueto. Solitamente ridevano in modo sprezzante e cinico, si inorgoglivano per aver ammazzato un gatto cieco o per aver scuoiato una lucertola. Amavano la violenza e sbeffeggiavano cenciosi e vagabondi. Le gare di tuffi nel quartiere Largo a mare, di là dello specchietto del Galeone, le corse rionali nei sacchi e le mangiate di maccheroni presi con la bocca dalla madia senza far uso delle mani legate, non erano più così frequenti. Gli spintoni e le risse perdevano la loro carica liberatoria e l’energia era più contenuta.

L’aria era diversa e greve. Un alone cupo di paura inibiva la solita irruenza e la naturalezza dei giochi di strada che accompagnava i mocciosi come alici annaspanti in poca acqua. La contrada vinifera puteolana era panico di tufo e carne. Una repentina aggressione di epidemia colerica stava colpendo moltissime famiglie. Nel circondario puteolano il 1887 fu anno di lutti e cambiamenti che i puteolani non avrebbero più dimenticato. Nemmeno Luigina, che a nove anni assisteva a scene comprese a stento. Sperduta, tutto le passava davanti, il mondo entrava nel soma scolorito di bimba e spirava malsano e violento.
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A proposito di Israele, Ramadam e boicottaggi

Menashe Kadishman - Foto di Angel TOHo letto sul vostro sito la Lettera 22 di Marcello Baraghini, Boicotto Ramadam che boicotta Torino, e mi trovo pienamente d’accordo con lui. Scrive Marcello:

Tariq Ramadan è un intellettuale islamico che solo per la definizione di cui si fregia, mi mette i brividi, perché mi fa subito pensare al più noto e invadente intellettuale di casa nostra, ossessivamente presente in televisione e sui giornali e al nulla del suo pensiero, così ben mostrato nel nostro Millelire Il giovane Cacciari, leggibile e scaricabile dal sito Libera Cultura.

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Compagna Marilyn: comunista, spia, cospiratrice / 2

Compagna Marilyn - Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell'Fbi Mario La FerlaMarilyn ci metteva la sua personalità controversa, afflitta da depressioni improvvise e da felicità ingiustificate. Gli altri, facevano il resto. Il mito è nato così. Tutti ne parlavano, ne scrivevano. Giornalisti, cronisti di tabloid, columnist, reporter di riviste-spazzatura, scrittori apprezzati, produttori, registi, sceneggiatori, attori e attrici, uomini politici, poliziotti, psichiatri e psicanalisti, governanti, segretarie, cameriere, portieri d’albergo, ex mariti (escluso il fedelissimo e innamoratissimo Joe Di Maggio), ex fidanzati, amanti e compagni di merende. Il mondo di Marilyn attrice famosa assomiglia a una corte dei miracoli, dove accanto a qualche amico sincero, si agitavano sbirri corrotti, artisti del ricatto, ruffiani, medici disposti per un onorario ricco a prescrivere medicine da ammazzare un bue, ricattatori con qualche foto imbarazzante da smerciare in cambio di un pugno di dollari o di un quarto d’ora di sesso. Poi erano arrivati i boss di cosa nostra, gangster vestiti come nei film ma veri banditi spietati e sanguinari, assassini su commissione, e uomini politici destinati alla guida del paese implicati in sordide combine con mafiosi.

Era facile scrivere storie lacrimevoli e squallide su Marilyn: alla ricerca del padre perduto, l’infanzia desolata, l’adolescenza violata, la giovinezza compromessa, un corpo in vendita, una ragazza perduta dietro al sogno della celebrità. Bambola parlante, capricciosa e instabile, senza coraggio e senza iniziativa, non era riuscita nemmeno ad avere una casa tutta sua, ne aveva cambiate a decine, come una zingara. La sua morte era stata seguita da un’ondata di rivelazioni squallide e oscene di chi, sulla scia dell’emozione e del clamore, psicanalisti e chirurghi addetti alle autopsie, cameriere pagate dai servizi segreti, sciacalli della stampa, aveva messo in piazza turpi racconti e storie ignobili. Però la fine tragica e misteriosa aveva aperto uno spiraglio nella diga di menzogne. Per merito dei pochissimi veri amici, di qualche poliziotto con la coscienza a posto, non venduto a nessuno né alla Cia né alla cricche mafiose della West Coast, qualche giudice resistente alle minacce delle famiglie potenti, non quelle di Cosa Nostra, ma quelle più rispettabili che guidavano allora l’America.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Scultura” di Davide Bacchilega

Creative Commons in NoirQuando mi chiedono cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa».

La gente non lo trova molto artistico, non lo trova molto chic. Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri dicono: «Un igloo con oblò».

Dicono: «L’auto da corsa di Fangio».

Dicono: «La mongolfiera di Montgolfier».

Dicono: «La Sacra Famiglia».

Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri ti raccontano di sogni da discount: una casa da fiaba, un’auto veloce, la sfida del volo, l’illusione della fede. È l’immaginazione a portata di mano, quella rassicurante, che non si spinge mai troppo in là.

Ma quando lo chiedono a me, cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa». E la gente che si becca la mia risposta, poi mi guarda strano. Pensano che io sia un vecchio sciroccato, e tutto sommato hanno ragione.

Anche in carcere dicevano che lo ero. Sciroccato, non vecchio. Per quella mania di scolpire i mattoni. Statuette facevo, soldatini, guardie e ladri. Là dentro lo devi trovare per forza un modo per occupare la mente, uno qualsiasi. Altrimenti il pavimento t’ingoia, e ci rimani.
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Adios Fidel: la rinuncia vista con gli occhi di un cubano

Fidel Castro - Foto di JikamajojaMio padre porta in casa il Granma come ogni mattina, non so perché lo compri, forse un’abitudine, forse è amico di quel mulatto all’angolo della panetteria di Toyo che lo vende, forse pensa a mia madre che di tanto in tanto ci rincarta roba. Non lo so. Fatto sta che lo compra. Oggi lo sventola a mo’ di bandiera, rosso in volto, emozionato come un ragazzino che racconta una prodezza, sputa fuori una notizia bomba, una cosa sensazionale che farà il giro del mondo.

“Fidel si è dimesso” dice.

“Dimesso da cosa?” domando.

“Non vuol più fare il Presidente del Consiglio di Stato e neppure il Comandante in Capo. Dice che non è attaccato al potere.”

In fin dei conti ha governato soltanto per quarantanove anni, penso.

“E adesso cosa succederà?” chiedo.

“Il Granma riporta una lettera di Fidel a Randy Alonso. Pare che stasera alla Mesa Redonda spiegheranno meglio”.

Sì, alla Mesa Retonta spiegheranno tutto. Non c’è alcun dubbio.
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Cuba: la rivoluzione imperdonabile. Intrepidi navigatori

Cuba: la rivoluzione imperdonabile di Alessandro Hellmann e Nicola PannelliQuesta è la storia di una piccola isola, in apparenza insignificante, che da oltre un secolo è assediata nel suo mare dalla più grande potenza economica e militare del pianeta. L’isola si chiama Cuba. C’è chi sostiene che l’inizio dei problemi per l’isola (e anche per buona parte del globo terrestre) risalga a diversi secoli fa, al giorno in cui un intrepido navigatore, dovendo decidere tra la via più breve e quella più lunga per arrivare in un certo posto, sceglie la più lunga, giungendo per di più nel posto sbagliato. Cuba è una delle prime isole che l’intrepido navigatore incontra sulla sua rotta, il 27 ottobre 1492. In realtà è indelicato chiamarla isola, in quanto l’intrepido navigatore è assolutamente certo di essere approdato a un continente. Gli indigeni continuano a dirglielo che no, che sono sicuri che quella è un’isola. È la loro terra e la conoscono: stanno lì da diecimila anni.

Uomini bestiali, i quali pensano che il mondo intero è un’isola.
(Cristoforo Colombo)

Bestiali quegli uomini che portano doni e offrono oro per un pezzo di vetro, «paghi d’ogni piccola cosa e anche di niente»…

Sono senza lettere e senza memorie del passato, e non trovano altro piacere che nel mangiare e nello star con le donne.
(Cristoforo Colombo)

Al di là del legittimo domandarsi in cosa trovi piacere Colombo, a una mente acuta non può non imporsi il problema di capire quale sia la relazione tra l’amore per le donne e per il cibo - peraltro condivisibile - e la comprensione del fatto che Cuba sia o no un’isola [1]. Colombo però non ne vuole sapere proprio e un giorno, per sgomberare il campo da ogni dubbio, obbliga tutti i suoi uomini a scendere a terra e a giurare…
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Psicofarmaci agli psichiatri: forse non bastano. La bruttura dell’elettroshock

Shock Corridor - Foto di Mueredecine

Non possono esistere persone autorizzate a occuparsi delle sofferenze dello spirito altrui solo perché laureate in medicina. Un conto è una malattia del corpo, un conto quello che c’è di normale o no nell’anima delle persone…

In questi mesi in cui ho portato Psicofarmaci agli psichiatri in giro per l’Italia molte persone mi hanno letto questa frase del romanzo, molte persone mi hanno evidenziato quanto sia tutt’ora vero che “gli psichiatri sono uomini che hanno gli orecchi sordi e gli occhi ciechi” (frase dello scrittore tedesco Ernst Toller spesso ricordata nei suoi scritti da Franco Basaglia). E molte persone si sono stupite di trovare uno psichiatra disposto ad ascoltarle.

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiMolti poi hanno scritto al mio indirizzo di posta elettronica raccontandomi delle loro tristi esperienze con una psichiatria che ancora reprime e terrorizza più che curare e accogliere. Di storie ne ho raccolte tante e una di esse diventerà un prossimo libro di Stampa Alternativa tratto dai diari di Gianna, la paziente che vanta il triste primato del maggior numero di Trattamenti Sanitari Obbligatori subiti e che ha ispirato la figura di Ketti, una delle protagoniste di Psicofarmaci agli psichiatri.
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Compagna Marilyn: comunista, spia, cospiratrice / 1

Compagna Marilyn - Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell'Fbi Mario La FerlaIl 1962 è stato un anno straordinario. Gli avvenimenti di quell’anno parlano di un’epoca irripetibile. Il mondo fece in tempo, quasi per miracolo, a non precipitare in una nuova guerra mondiale. La crisi dei missili a Cuba stava per diventare la causa di uno scontro frontale fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Fu anche un anno di grandi speranze e di seducenti attese. Cinque giorni dopo l’inaugurazione della nuova cattedrale di Coventry, in Inghilterra, sotto il tetto e le quattro mura dell’edificio ricostruito da Sir Basil Spencer, aveva avuto luogo, il 30 maggio, la prima mondiale del più alto canto di pace del XX° secolo: il War Requiem di Benjamin Britten. L’Algeria aveva proclamato la sua indipendenza.

A Roma, nella basilica di san Pietro, il Concilio Vaticano II aveva annunciato il cambiamento del mondo cattolico. Sean Connery era apparso per la prima volta negli abiti impeccabili di James Bond in 007 licenza di uccidere, mentre faceva scandalo la Lolita cinematografica di Stanely Kubrick. A Londra, il 12 luglio, avevano esordito i Rolling Stones, al Marquee, il tempio del rock. Il 5 ottobre usciva il primo disco dei Beatles. Aleksander Solzcenicyn, reduce dai gulag di Stalin e autorizzato da Nikita Krusciov, aveva pubblicato il racconto Una giornata di Ivan Denisovic, destinato a diventare il manifesto letterario del nuovo corso dopo la destalinizzazione dell’Urss.

Nella notte tra il 4 e il 5 agosto era morta Marilyn Monroe. Nella memoria collettiva universale, è questo l’avvenimento più emozionante di quell’anno. Sola e disperata, l’attrice più famosa del mondo aveva lasciato il suo universo, i suoi ex mariti e i suoi amanti; i casinò di Las Vegas, le sue amicizie eccellenti che l’avevano portato fin dentro la Casa Bianca, le sue conoscenze pericolose con i boss di cosa nostra, i registi e gli attori famosi, Frank Sinatra e il suo clan, il suo psichiatra e i suoi dottori di fiducia. Il mito era nato subito, appena il suo corpo era stato trasferito in gran segreto alla morgue.
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Aborto: la pacata violenza di Ferrara

Bologna, manifestazione a favore della legge 194Solo una breve riflessione. A proposito di toni e di parole. Di garbi formali e di sostanziali violenze. Ascoltando l’intervento di Giuliano Ferrara in apertura della puntata dell’Infedele di mercoledì 13 febbraio. A proposito del suo manifesto “pro-life” con il quale mette l’aborto fra i temi della campagna elettorale. Un tono molto pacato quello di Ferrara. Introduce, spiega, argomenta, con voce piana e calma, inanella frasi e parole modulando con garbo, sembra, finanche i respiri. Senza mai uscire dai binari di una condotta di gentilezza estrema. Anche quando gli tocca, come è normale che accada, di dover sovrastare il tentativo di qualcuno degli ospiti di intervenire. Tono pacato, certo, se per pacatezza si intende che l’accoratezza non si è trasformata in fervore, che poi non è trasceso in urla, crocefissi branditi, o intemperanze del genere…

Eppure. La pacatezza a volte sa essere agghiacciante. Se è linguaggio formale che riveste una sostanziale violenza. E accanto alla violenza di irrompere nella campagna elettorale con una questione così dolorosa e delicata, ho avvertito, nelle parole di Ferrara, i termini di un infierire privato, per il mio sentire inaccettabile. Come era ovvio, il discorso è andato allo sciagurato episodio del blitz nell’ospedale Federico II di Napoli. Ho trovato di grande violenza il sentire descrivere con lucida dolcezza “il bambino che quel feto sarebbe stato”. Come questo non fosse già il pensiero dolente di una donna che si trova di fronte alla terribile scelta di abortire. Che è pensiero e dolore intimo, che non andrebbe straziato da altri davanti a una telecamera. Con l’aggravante, nel caso, che si parlava di una persona precisa, del destino particolare del suo bambino che non è stato.
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La Casta dei giornali / La politica delle lobby

La casta dei giornaliIl Corriere della Sera e la Repubblica sono giornali politici. Fanno la politica dei loro editori. Mieli e Mauro sono solo portaordini del potere economico finanziario. Veltroni è stato scelto dalla Casta, non dai cittadini con le Primarie. L’informazione della Confindustria e di De Benedetti è il nostro pane quotidiano. Il padrone ci informa tutti i giorni e noi, per questo, lo paghiamo.

La casta dei giornali di Beppe Lopez“Il mercato dei quotidiani italiani – angusto, in calo e dominato da editori che fanno editoria come attività collaterale o strumentale – è in fase avanzata di massiccia e progressiva riduzione al controllo da parte di pochissime centrali di potere. E oggi “i giornali italiani fanno ben più che informare e commentare i fatti”, rilevava polemicamente il 27 luglio 2007, sulla Repubblica, il segretario dei DS Piero Fassino: “Promuovono campagne, sostengono tesi politiche, influiscono sulle scelte di partiti e governo, condizionano la formazione della leadership”. Insomma, l’informazione “è parte integrante del sistema politico e partecipa direttamente a tutte le dinamiche che lo investono”. Parte integrante, cioè – anche se Fassino non lo può dire – della Casta.

Ma Fassino non ce l’aveva evidentemente solo con il giornale proprietà di De Benedetti, sponsor l’uno e l’altro da sempre di Walter Veltroni – al posto dello stesso aspirante Fassino – alla guida del nascente PD (l’editore anche con pubbliche dichiarazioni, il giornale con centinaia di paginate, interviste, “retroscena”, copertine di supplementi, servizi di cronaca romana, ecc.).
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Pit bull: cani che combattono

Pit bull - Cani che combattono di Giuseppe CasaOgni anno in Italia si disputano 20 mila combattimenti di cani. Le persone coinvolte sono 20 mila. Il giro d’affari è di 800 milioni di euro netti. Diecimila cani muoiono durante i combattimenti o per le ferite riportare. Venti le cosche coinvolte e le scommesse partono da quote minime di 200 euro. Il costo di un campione va dai 50 mila ai 100 mila euro.

Tutti i cani che avrebbero combattuto quella sera erano già stati pesati e fatti camminare un po’. Adesso riposavano nelle loro gabbie, sul retro di fuoristrada parcheggiati attorno all’autorimessa. I padroni seduti sulle gradinate, che erano state approntate dentro il garage, fumavano e bevevano birra. Il giudice chiamò i proprietari dei cani del primo incontro a portare gli animali all’interno dell’arena. C’erano mastini dei Pirenei, american bulldog, dogo argentini, pit bull “red nose”, schnauzer, dobermann, rottweiler.

Due pit bull, quasi dello stesso peso, uno marrone e l’altro pezzato bianco e nero, avevano un muso così largo da farli assomigliare a grosse rane. I loro muscoli mascellari erano capaci di esercitare una pressione di novecento chili. Si agitavano e si contorcevano sbavando e ringhiando come ossessi. Un fascio di nervi e muscoli tesi allo spasimo. Bulbi sbarrati. Pupille dilatate, anche per effetto delle droghe assunte qualche minuto prima. Tiravano il guinzaglio. Digrignavano i denti. Si guardavano con le code ritte per intimorirsi a vicenda, mentre con furiosi colpi di zampa lanciavano sabbia dappertutto.
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La fata verde: c’è chi vide il male in un bicchiere

La fata Verde - Storia dell'assenzio di Alex PanigadaL’assenzio è stato l’icona del vivere bohémien, compagno preferito di artisti e scrittori come Vincent Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Ernest Hemingway, solo per citarne alcuni. Oscar Wilde, riferendosi ai bicchieri bevuti con acqua e zucchero, scriveva:

Un bicchiere d’assenzio, non c’è niente di più poetico al mondo… Che differenza c’è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto? Il primo stadio è quello del bevitore normale, il secondo quello in cui cominciate a vedere cose mostruose e crudeli ma, se perseverate, arriverete al terzo livello, quello in cui vedete le cose che volete, cose strane, meravigliose.

Verso la fine del XIX secolo già si vociferava che l’assenzio avesse proprietà tossiche, addirittura letali. Gustave Flaubert, nel suo Dictionnaire des idées reçues [Dizionario dei luoghi comuni], lo definisce così:

Assenzio veleno ultraviolento: un bicchiere e siete morti. I giornalisti lo bevono mentre scrivono i loro articoli. Ha ucciso più francesi degli stessi beduini.

Dall’inizio del XX secolo il suo abuso e l’assuefazione che provoca cominciarono a far sospettare che fosse una sorta di droga allucinogena, tanto che ancora oggi qualcuno lo crede un liquore contenente oppio. In realtà i suoi effetti sono del tutto particolari: mentre il moderato bevitore di vino tende all’allegria e alla socializzazione, il bevitore di assenzio è perso nelle sue fantasticherie. Si dice che aumenti la creatività e per questo motivo la “fata” fu considerata ispiratrice di moltissimi artisti. Così scriveva Alfred Delvau, giornalista e scrittore francese:
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Creative Commons in Noir: i dieci racconti selezionati

Creative Commons in NoirAggiornamento del 15 febbraio: congratulandoci con l’autore del racconto che si è classificato in settima posizione per aver vinto nel frattempo un altro concorso letterario, comunichiamo che la classifica finale di Creative Commons in Noir subisce una piccola variazione e nella rosa degli autori che verranno pubblicato nell’antologia di Stampa Alternativa si inserisce questo testo:

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Eccoci con il risultato finale del concorso Creative Commons in Noir che abbiamo proposto la scorsa estate e che si è chiuso il 31 ottobre 2007. La rosa dei dieci racconti individuati dalla giuria sono i seguenti:

A cominciare dai prossimi giorni, inizieremo a pubblicarli su Fronte della Comunicazione e nelle prossime settimane si partirà a lavorare all’antologia formato Millelire che raccoglierà i dieci racconti selezionati. Non appena avremo poi tutte le informazioni per l’evento dedicato all’argomento Creative Commons, evento che comprenderà la premiazione, pubblicheremo qui tutte le coordinate. Un grazie per intanto dalla redazione di Stampa Alternativa ai partecipanti - tutti e 68 - e alla giuria.

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