La taverna del diavolo: giustizia
Ai primi di luglio il piano era pronto. Non aveva senso attendere ancora, ma volli aspettare il 14, la data della presa della Bastiglia, che segna l’inizio della rivoluzione più importante della storia dell’umanità. Che magnifica ricorrenza: in Francia si balla e si canta nelle piazze e anch’io, se tutto andava bene, avrei festeggiato, sul monte. Non mi importava se, magari, il giorno dopo mi avrebbero ucciso o mi fossi sfracellato in un burrone durante un inseguimento.
Segnai la data, in grande, sul taccuino gualcito e pieno di appunti. Era un giovedì.
Domenica 10 luglio 1914 mi recai dalla mia famiglia. Desideravo ci fossero tutti, compreso Nino. Carla però era al lavoro, a San Pellegrino: d’estate i turni in cucina si facevano stringenti. Chiesi ai miei suoceri, che non mi vedevano di buon occhio, di poter entrare in casa e parlare con i miei figli. Li abbracciai tutti, in particolare Luciano e la bambina più piccola, Piera, e condussi Nino in strada, dove potei parlare liberamente.
“Nino, tu sei il figlio più grande, e sono fiero di te; contribuisci alla famiglia come io non sono in grado di fare. Ti voglio dire che stanno per accadere grandi cambiamenti. Il tempo della disperazione e delle ubriacature è finito per sempre”.
“Ma papà, che vuoi fare, non vorrai arruolarti per andare in guerra!”.
La sua ingenuità mi fece sorridere.
“No, no, non preoccuparti, non alla guerra degli Stati, ma alla mia guerra personale, individuale. Nino, qualsiasi cosa accada, stai vicino alla mamma, a Luciano e alle bambine. Spero che un giorno tu sia fiero di tuo padre”.
Così, trattenendo le lacrime, pentito d’aver detto troppo e troppo poco insieme, andai via, separandomi fisicamente da loro. Non li avrei rivisti più.
Il 13 luglio, nel pomeriggio, un forte temporale si abbatté su tutta la zona. Dalla finestra vidi i lampi delle saette che si schiantavano sulle rocce del monte Cancervo. Se tutto filava per il verso giusto il giorno dopo sarei stato lassù, tra i fulmini, in piedi su una roccia, tra vento e scrosci di pioggia, il fucile tra le braccia e lo sguardo rivolto a sud, a scrutare i paesi sottostanti. Mi immaginavo come un eroe mitologico, un semidio vendicatore, che nessuno poteva catturare. Un brivido di freddo mi riportò alla realtà: altro che semidio, lassù avrei patito il freddo e la fame, se ci arrivavo. Ma non avevo sofferto, per anni, umiliazioni e sconfitte? E allora perché non buttarsi, togliere qualche verme dalla faccia della terra e poi fuggire, o morire. Non ero già civilmente morto?
Allineai sul tavolo le cartucce: parevano soldatini, tutti uguali, di un esercito immaginario, pronto al combattimento.
Presi carta e penna e lasciai una lettera molto affettuosa a Carla e un’altra ai ragazzi, cercando di spiegare sommariamente quali erano le mie motivazioni.
Tutto era pronto. A mezzanotte mi coricai e, contrariamente a quanto mi aspettassi, dormii come un sasso fino alle quattro del mattino di quel fatidico 14 luglio 1914.
Mi destò il trillo della sveglia, come fosse una mattina qualsiasi, quella di un operaio che si deve alzare per una giornata di lavoro. Mangiai tre uova sode preparate la sera precedente, del pane e bevvi un caffè con grappa. Mi vestii pesante, come fosse una giornata di tardo autunno, e nello zaino misi le cartucce, salvo una ventina che riposi in tasca, suddividendole tra colpi singoli e pallettoni. Con tre cartucce caricai il fucile. Portai con me pane, gallette, cioccolato, una borraccia d’acqua e l’indispensabile binocolo. Sistemai le lettere sul tavolo, in bella vista.
Ero pronto a compiere la mia missione.
Guardai il monte dalla finestra. Potevo ancora retrocedere dal mio proposito, farci sopra una risata, ributtarmi sul letto, stracciare le lettere, prendere un treno e scomparire per sempre, ma che alternative erano? Lasciarli tutti in vita, a ridere di me e a imbastire qualche altra soperchieria? Fuggire lontano, procurandomi il disprezzo dei miei figli? No, non erano alternative serie. Mi decisi: uscii e lasciai la porta aperta.
La giornata, dopo il violento temporale della sera precedente, era fresca e tersa. Gli abiti autunnali per ora non provocavano alcun fastidio. Mi incamminai per Sentino, tenendomi discosto dalla strada, ma ugualmente incontrai due contadini che scendevano a valle, i quali, sapendomi mezzo matto e vedendomi col fucile a tracolla, mi salutarono con un cenno e con sollievo passarono oltre.
Man mano che salivo l’ossigeno del mattino mi riportava a quella sensazione di benessere, anzi di euforia, provata in montagna, al tramonto, quando assunsi il proposito di uccidere gli otto infami. Il sangue affluiva copioso al cervello e sentii sulla pelle brividi di eccitazione, come quelli del cacciatore quando va a stanare la preda.
Dentro di me ripetevo ossessivamente: ‘Io vi ucciderò, vi sterminerò, nessuno mi può resistere, vi farò a pezzi…’.
Mi immisi sulla via principale pochi metri prima del bivio che, con uno stretto sentiero, conduceva a un fitto boschetto dove il dottor Mazzoleni aveva il suo roccolo. Appostato dietro un grosso faggio, a circa duecento metri dal capanno di caccia e a soli dieci-dodici metri dal sentiero, attesi la prima preda. Verso le sei e mezza il mio bersaglio arrivò, in ritardo rispetto al solito orario, più volte controllato nei giorni precedenti. Mi passò davanti senza nutrire il minimo sospetto. Potevo sparargli immediatamente, ma era meglio attendere: le altre prede non erano ancora disponibili. Potevo anche affrontarlo con il coltello, ucciderlo senza far rumore, aspettando poi il momento designato per le altre vittime, ma se avessi fallito col primo tutto sarebbe precipitato. Inoltre Mazzoleni era grande e grosso: anche se colpito, avrebbe lottato e urlato. Ci vogliono tempo e tenacia per uccidere un uomo col coltello, oppure, se si ha fretta, è necessario sgozzarlo, ma con uno in movimento l’operazione è assai complicata. Meglio aspettare.
Il medico tirò una rete tra due piante opportunamente sfrondate e posizionò le gabbiette degli uccellini da richiamo.
Con crudeltà inaudita i cacciatori accecavano gli uccellini nella convinzione che abituati al buio, una volta esposti al calore del sole cantassero di più. I meno barbari si limitavano a tenerli nella semioscurità e a esporli alla luce solo al momento della caccia.
Ero rannicchiato dietro l’albero da un’ora e mezza, quando il canto degli uccellini da richiamo cessò improvvisamente; segno che la caccia era finita e le gabbiette riposte nel capanno. I risultati furono scarsi: tre o quattro tra merli e tordi impigliati nella rete. Mazzoleni si avvicinò, prese gli uccellini a uno a uno e tenendoli per le zampette gli sbatté il capo contro una pietra. Poi, come da tradizione, li inanellò passandogli un filo di ferro tra gli occhi, in modo da poterli trasportare comodamente, senza necessità di un carniere. Staccò la rete e la ripiegò accuratamente, poi si avviò per il sentiero del ritorno tenendo gli uccellini nella mano sinistra e la borsa da medico nella destra. Stava arrivando. Il cuore cominciò a battere all’impazzata, e la bocca mi si seccò per l’emozione: quanto avrei voluto bere un sorso dalla borraccia dentro lo zaino! No, non c’era tempo: ‘Ora o mai più, ora o mai più, ora o mai più, ora!’.
Mi precipitai fuori dal nascondiglio con il fucile spianato e con pochi balzi fui sul sentiero, davanti a Mazzoleni. Quello capì subito che ero lì per uccidere e che non aveva scampo. Lasciò cadere gli uccelli e la borsa e rimase davanti a me ammutolito, con le braccia lontane dai fianchi.
“è giunta l’ora della giustizia, vecchio porco, io ti condanno a morte”.
Non ebbe la forza di dire nulla. Mi guardava con la bocca aperta e gli occhi sbarrati. Gli sparai a mitraglia, diritto al torace. La rosa dei pallettoni, esplosi a distanza ravvicinata, gli sfigurò il volto e sul petto comparvero grandi chiazze di sangue. Il colpo lo aveva sollevato di peso, nonostante i novanta chili, e lo aveva scaraventato all’indietro di almeno due metri. Mi avvicinai per osservare la morte, che non è mai immediata, come si potrebbe credere. Mazzoleni si dibatteva, muovendo in modo disarticolato braccia e gambe. Gli occhi erano stati orribilmente sfigurati dai pallettoni e penzolavano fuori dalle orbite. Dopo circa trenta secondi non mosse più il tronco e le braccia, mentre le gambe avevano ancora dei fremiti. Pensai che era imprudente finirlo con un altro colpo, perché uno sparo inatteso non si localizza facilmente, ma se dopo il primo ne segue un secondo è molto semplice individuare l’area in cui è stata esplosa la cartuccia. In ogni caso stavo perdendo tempo: erano passate le otto, e restare in quel luogo poneva a rischio il mio piano. Spostai il corpo a lato del sentiero, affinché fosse meno agevole scoprirlo, ma senza nasconderlo, e mi diressi verso Camerata, che dal luogo del primo agguato dista solo tre chilometri. Fatti un paio di centinaia di metri mi trovai davanti al capanno di Mazzoleni. Sfondai la porta con un calcio e liberai gli uccellini dalle minuscole gabbiette. Li sentivo troppo simili a me per lasciarli in quelle condizioni.
E poi giù, tra boschi e prati, fino a raggiungere una ripida stradina acciottolata che sbuca nei pressi del piccolo cimitero, a sua volta vicino alla chiesa, da cui è separato solo da una piazzetta. Il tragitto dei cortei funebri, a Camerata, è di pochi metri.
La taverna del diavolo - I sette omicidi dell’anarchico Simone Pianetti di Roberto Trussardi
Collana Eretica Speciale
272 pagine
ISBN 978-88-6222-011-8
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