È ancora Nebbia Gialla in Val Padana

NebbiaGialla - Suzzara Noir FestivalNebbia Gialla - Suzzara Noir Festival, manifestazione ideata dallo scrittore Paolo Roversi (che per Stampa Alternativa ha pubblicato Bukowski - Scrivo racconti poi ci metto il sesso per vendere e Blue Tango - Noir metropolitano), giunge alla sua seconda edizione e si terrà il prossimo week end, dal primo al 3 febbraio, nella cittadina lombarda in provincia di Mantova.

Come lo scorso anno, anche la nostra casa editrice sarà rappresentata. Per sabato, infatti, sono previsti due interventi di autori che pubblicano con noi. Il primo è Enrico Baraldi che interverrà alla colazione-dibattito Mantova Nera per parlare anche del suo Psicofarmaci agli psichiatri (h. 9.30, Gran Caffè, via Montecchi 3/A); con Enrico saranno presenti Giancarlo Oliani e Giampaolo Chighine. Nel pomeriggio, a partire dalle 17, invece, all’interno del dibattito Misteri italiani Antonella Beccaria racconterà la storia contenuta nel suo Uno bianca e trame nere - Cronaca di un periodo di terrore e si confronterà con Daniele Biacchessi e Simona Mammano (Teatro Politeama, via Mazzini 7).

Paperino, “precario kronico” che non è di sinistra

Camerata Topolino – L'ideologia di Walt Disney di Alessandro BarberaFa tanto male leggere l’intervista concessa da Paperino a Beppe Severgnini sul numero di sabato scorso del Corriere della Sera per presentare la serie a fumetti dal titolo La dinastia dei paperi. In questo colloquio con il popolarissimo giornalista, Paperino si descrive come “un precario kronico” che ha cambiato almeno “60 mestieri”. Al personaggio creato da Walt Disney viene attribuita quindi l’immagine del disoccupato in cerca di lavoro: “Uno che deve alzarsi al mattino, mettersi la mascherina e cominciare a correre”. La figura descritta da Severgnini non è la stessa di cui ci parla Luca Raffaelli su Repubblica del 7 giugno 2004:

Paperino nasce come eroe negativo, un fannullone sciocco punito dalla propria indole. Ma, come accade spesso nei cartoni Disney, i personaggi buoni non sanno di nulla e gli altri emergono. E la follia autolesionista di Donald Duck era così sfavillante da promettere la nascita di una star.

Nel 1994 il semiologo Omar Calabrese lo aveva definito come un leghista:

In fondo lui è uno che protesta sempre in nome di valori piccolo borghesi. È un generoso, ma anche infingardo, disposto a mentire (…) Si accontenta di piccole cose: il prestito, per esempio.

Certo, leggere Paperino nella versione disegnata da Severgnini, costretto da zio Paperone a “fare degli stage” non è un omaggio alla realtà del mondo di Donald Duck.

Come rileva Alessandro Barbera nel suo saggio Camerata Topolino – L’ideologia di Walt Disney (Stampa alternativa),
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La Casta dei giornali / Feltri è una ONLUS

La casta dei giornaliFeltri è un giornalista geneticamente modificato. Nel suo DNA sono stati introdotti i contributi pubblici. È una malattia grave per un padano che ha lottato (si fa per dire) contro Roma Ladrona. Per ogni giù c’è sempre un su, per ogni men c’è sempre un più di 5,5 milioni all’anno per Libero. Feltri fa del bene ai suoi giornalisti, alla sua pipa e al suo stipendio. Per questo può essere promosso a ONLUS.

“LIBERO: DA COOP A FONDAZIONE.

La casta dei giornali di Beppe LopezGià titolare di contributi come organo del Movimento Monarchico Italiano, poi confermato beneficiario delle stesse regalìe mediante trasformazione in cooperativa, Libero a fine dicembre 2006 diventava “s.r.l.”. «E i contributi assicurati dalla legge per l’editoria a tutte le testate edite da cooperative di giornalisti?», si chiedeva retoricamente Italia Oggi (anch’essa cooperativa, si fa per dire, di giornalisti). «Niente paura, gli amministratori di Libero hanno pensato a ogni eventualità e, ispirandosi alla formula di Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale che mai come questa volta ha fatto scuola, hanno creato una Fondazione ONLUS che controllerà la s.r.l. e quindi, a cascata, il giornale».

Sarebbero salvi, dunque, «i circa 5,5 milioni di euro di contributi che Libero incassava ogni anno come prodotto edito da cooperativa, e che continuerà a percepire in quanto edito da fondazione».
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“Il mio Silvio, buono e altruista, vi giuro che merita il Paradiso”

Vola la papalina di Benedetto XVI - Foto di Santino di RenzoCittadella, 8 febbraio 2006

Santità,

è dal dicembre del 2004 che nel mio animo ho il desiderio di scrivere al Sommo Pontefice, dopo la lettura dell’articolo di Antonello Caporale che allego alla presente, apparso su “La Repubblica” del 24 di quel mese. Ma allora il Suo venerato Predecessore era non in buone condizioni di salute e giustamente mi astenni dal vergare una lettera.

Ora, trascorsi alcuni mesi dalla Sua elezione a “Vescovo di Roma e successore di San Pietro” mi permetto umilmente di scriverLe questa mia con la certezza che avrò una risposta, essendo Lei “il vicario di Cristo, capo del collegio dei Vescovi e pastore di tutta la Chiesa, sulla quale ha, per divina istituzione, potestà piena, suprema, immediata e universale.” (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 182). E la lettura della Sua prima Enciclica mi ha ulteriormente confermato nel fatto che avrò una Sua illuminante parola, dato che già dalle prime righe ricorda il secondo comandamento di Cristo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso.” (Mc 12, 31).

Nell’intervista sopra citata, don Antonio Zuliani parlando del Presidente Berlusconi a questa domanda del giornalista: “Quando si confessa lei lo assolve” così risponde: “Sempre: ego te absolvo”. E’ noto a tutti che il Presidente Berlusconi è un divorziato risposato: allora come è possibile che un sacerdote amministri questo Sacramento quando nel Compendio rispetto a coloro che si trovano nelle medesime condizioni della persona citata è scritto: “Ma essi non possono ricevere l’Assoluzione sacramentale, né accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali, finché perdura tale situazione, che oggettivamente contrasta con la legge di Dio.” (349)?
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La taverna del diavolo: giustizia

La taverna del diavolo - I sette omicidi dell'anarchico Simone Pianetti di Roberto TrussardiAi primi di luglio il piano era pronto. Non aveva senso attendere ancora, ma volli aspettare il 14, la data della presa della Bastiglia, che segna l’inizio della rivoluzione più importante della storia dell’umanità. Che magnifica ricorrenza: in Francia si balla e si canta nelle piazze e anch’io, se tutto andava bene, avrei festeggiato, sul monte. Non mi importava se, magari, il giorno dopo mi avrebbero ucciso o mi fossi sfracellato in un burrone durante un inseguimento.

Segnai la data, in grande, sul taccuino gualcito e pieno di appunti. Era un giovedì.

Domenica 10 luglio 1914 mi recai dalla mia famiglia. Desideravo ci fossero tutti, compreso Nino. Carla però era al lavoro, a San Pellegrino: d’estate i turni in cucina si facevano stringenti. Chiesi ai miei suoceri, che non mi vedevano di buon occhio, di poter entrare in casa e parlare con i miei figli. Li abbracciai tutti, in particolare Luciano e la bambina più piccola, Piera, e condussi Nino in strada, dove potei parlare liberamente.

“Nino, tu sei il figlio più grande, e sono fiero di te; contribuisci alla famiglia come io non sono in grado di fare. Ti voglio dire che stanno per accadere grandi cambiamenti. Il tempo della disperazione e delle ubriacature è finito per sempre”.

“Ma papà, che vuoi fare, non vorrai arruolarti per andare in guerra!”.

La sua ingenuità mi fece sorridere.

“No, no, non preoccuparti, non alla guerra degli Stati, ma alla mia guerra personale, individuale. Nino, qualsiasi cosa accada, stai vicino alla mamma, a Luciano e alle bambine. Spero che un giorno tu sia fiero di tuo padre”.
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Stampa Alternativa 1968 – 2008: Quarant’anni di storia editoriale

Stampa AlternativaStampa Alternativa 1968 – 2008: Quarant’anni di storia editoriale in tre giorni di eventi. Dai primi documenti ciclostilati nella sede romana del partito Radicale alle novità di quest’anno. Dai 1000 lire alle tavole di Jacovitti, da Tolstoj ad Artaud, da Jaco Pastorius a Oscar Wilde. Un viaggio lungo la storia contemporanea raccontato sempre controcorrente. Ma anche la politica del Levante, i 40 anni dal ‘68, laici e cattolici, le carriere amministrative. L’editoria indipendente quale specchio di una società in continua evoluzione. Parteciperà alla tre giorni Marcello Baraghini, direttore editoriale di Stampa Alternativa.

Per il primo anniversario del quotidiano online Il Menabò, dall’1 al 3 febbraio prossimi, presso la Fondazione Mediaterraneo di Sestri Levante (via Portobello, 14), sarà di scena una rassegna che vedrà avvicendarsi diversi nostri autori. Di seguito il programma completo:

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Il Compagno Veltroni - 3

Il compagno Veltroni - Dossier sul più abile agente della CIA di Ilya KuriakhinAgente segreto Veltroni: file n. 2, gli Anni Ottanta

Mentre nel 1980 Massimo D’Alema viene spedito da Enrico Berlinguer in Puglia, a farsi le ossa tra le mille difficoltà del partito al sud, Veltroni nella tranquillità del suo ufficio alle Botteghe Oscure può dedicare il tempo libero alla scrittura.

Infatti, ad appena venticinque anni è stato nominato viceresponsabile nazionale della “Stampa e propaganda”. Il salto è compiuto: dalla federazione romana alla sede nazionale del partito.

Da allora abbandona per qualche tempo il generico presenzialismo politico e veleggia verso l’impegno soprattutto nel campo dell’industria culturale e delle comunicazioni di massa. È in questo settore che maturerà un approccio alla politica in cui i contenuti non sono più importanti, ma vale solo la ricerca di consenso da parte delle industrie culturali e del “pubblico” di massa.

Dal suo osservatorio massmediologico, Veltroni ha percepito che si sta delineando un revival degli anni ’60, e allora eccolo pubblicare un libro scritto con il suo collaboratore di allora Gregorio Paolini (oggi dirigente televisivo). Il sogno degli anni ’60 raccoglie i ricordi di svariati personaggi, da Gianni Morandi che rievoca il Cantagiro, a Giuliano Zincone e Giuliano Ferrara, fino ad Alessandro Curzi e Renato Nicolini. Una ghiotta occasione per intrecciare ulteriori legami con personalità della politica e dello spettacolo, oltre che per avere risalto sui media.
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La Casta dei giornali / I politici-editori

castagiornali1.jpgI contributi pubblici per l’editoria dovevano sostenere i giornali di partito, ma sono andati, per la maggior parte, agli editori privati. In fondo non c’è differenza, perchè i veri giornali di partito sono Il Corriere, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Messaggero, Il Foglio, Il Riformista, eccetera, eccetera. Dietro a questi giornali ci sono gli interessi economici di persone e di gruppi privati. Il salotto buono del Corriere con Ligresti, Passera, Della Valle e Elkann, tra gli altri. La Confindustria, De Benedetti, Berlusconi, Cordero di Montezemolo, Caltagirone… Gli editori sono loro, i soldi sono sempre i nostri.

La casta dei giornali di Beppe Lopez“Era Italia Oggi a pubblicare, insieme a Libero, il 12 maggio 2007, una propria «elaborazione sui dati della Presidenza del Consiglio dei ministri» che riclassificava la tabella sui finanziamenti all’editoria. Se ne ricavava un fondato e inequivocabile documento intitolato: «I grandi giornali battono quelli politici. Sono Corriere, Repubblica e Sole i re del contributo pubblico».

Senza conteggiare gli importi di mutui e vecchi contributi per l’acquisto della carta erogati in base alla legge del 1981 e ancora attivi nello stato patrimoniale di molti giornali, la tabella si riferiva ai fondi della Presidenza del Consiglio del 2006 e al credito agevolato relativo al 2004. E assommava sei tipologie di benefici: agevolazioni dirette per stampa di partito, di movimenti e di cooperative; crediti d’imposta (2004), contributi per l’acquisto della carta, riduzione delle tariffe postali per le spedizioni in abbonamento di quotidiani e allegati, costi pubblici della ristrutturazione (legge 416) e provvidenze per la teletrasmissione all’estero. In tutto venivano considerate 54 testate, finanziate per un importo complessivo sui 200 milioni di euro.
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La lotta dei 35 giorni e le sue attuali conseguenze / 3

A casa non ci torno di Ines ArciuoloL’8 di ottobre, il giorno del mio compleanno, facevo il primo turno e durante una pausa, seduta in una delle panchine poste lungo le linee, guardavo una vecchia operaia piemontese che, sigaretta senza filtro in bocca, con le mani occupate a compiere l’operazione cui era addetta, si affannava per portarsi avanti di qualche vettura e guadagnare così qualche minuto per andare a prendere un caffè alla macchinetta. La guardavo come se la vedessi per la prima volta: due rughe verticali partivano dalle sue sopracciglia allungandosi sulla fronte, e ai lati della bocca la rassegnazione le aveva scavato due pieghe profonde che le davano l’espressione tipica di chi non si aspetta più niente di buono dalla vita. Non sorrideva mai, non aderiva mai agli scioperi, non parlava quasi mai con nessuno; solo di tanto in tanto scambiava con dei compagni di lavoro qualche battuta fugace, che terminava immancabilmente con uno sprezzante: «Vai via, napuli!». Compivo 32 anni. “Non voglio diventare come lei!” pensai.

Il giorno dopo, all’una e quarantacinque, un quarto d’ora prima della fine del turno, il caporeparto, un po’ imbarazzato, mi consegna una lettera: «Un comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non rispondenti ai principi della diligenza, correttezza e buona fede e nell’aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi della civile convivenza nei luoghi di lavoro…», leggo incredula. Non capisco il significato vero di quelle parole, e cerco un delegato per andare dal capofficina a chiedere chiarimenti. In officina c’è la consueta concitazione di fine turno, gli operai si dirigono a passo veloce verso le scale che portano agli spogliatoi. Qualcuno si ferma, legge la lettera, storce la bocca e inveendo contro la Fiat si allontana. Quelli del secondo turno si posizionano in linea, alle rispettive postazioni. Echeggiano saluti, risate, urla. Finalmente trovo un delegato; anche lui fa fatica a decifrare il senso di quell’enigmatica lettera. «Comunque, non è una bella cosa» dice con fare preoccupato. Andiamo dal capofficina. Neanche lui sa: «Però se ne può parlare domani» dice evasivo. Come un fulmine la parola temuta mi attraversa la mente: licenziamento, è il licenziamento! Il sangue mi affluisce tutto al viso, batte contro le tempie; le mani mi tremano un po’, le nascondo nelle tasche della tuta. Il pensiero corre veloce, fa una rapida escursione in senso inverso, cercando di mettere a fuoco gli avvenimenti degli ultimi giorni, nel tentativo di individuare la ragione di quell’incomprensibile lettera: non ci sono stati scioperi, non è successo assolutamente nulla che giustifichi provvedimenti disciplinari di alcun tipo.
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Discorsi sufi e l’altro cuore dell’Islam

Discorsi Sufi - L'altro cuore dell'Islam a cura di Fabio ZanelloÈ consuetudine tradurre con il termine Sufismo la parola araba Tasuwwuf, il cui significato proprio è “iniziazione” o “esoterismo”: ovvero trasmissione di un’influenza spirituale che, per colui che l’ha ricevuta, diventa inizio di un percorso di realizzazione interiore, da perseguire con metodo e autodisciplina.

Questo percorso, impalpabile e diverso da quello della ordinaria esperienza corporea, caratterizzerà, d’ora in avanti, la “vita nuova” di questo individuo. Che arriverà, nel suo cammino spirituale, fino a trascendere l’individualità in quanto tale, e a passare agli stati superiori del suo essere, fino a quelli non individuali e non condizionati, che preludono alla rivelazione dell’Assoluto. È in questo senso che il Sufismo, al di là delle varie etimologie supposte, sta a significare una autentica Via tradizionale, di reintegrazione a una condizione primordiale di perfezione, punto centrale, diviso e unico di ogni essere.

Insieme a Tasuwwuf, la cui traduzione propria sarebbe quindi “La scienza dell’Islam interiore”, i termini al-Haqq, “il Vero”, tariqa, “via”, e ma’arifa, “gnosi”, costituiscono le altre espressioni di un cammino che, pur nelle apparenti distinzioni dovute a luoghi e popoli specifici, ha tutte le caratteristiche universali della gnosi, inquadrata, più o meno in modo lecito, nella rivelazione islamica della sua ortodossia religiosa. I Sufi, in questo senso, non di distinguono dai più famosi yogi indiani, dagli eccentrici monaci zen, dagli asceti cristiani dei primi secoli, come neppure da quei bizzarri ricercatori, fra tutti il celebre Dionigi, capaci, in nome del loro desiderio di verità, di possedere nient’altro che una botte come riparo.
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La taverna del diavolo: Angostura, 16 maggio 1919

La taverna del diavolo - I sette omicidi dell'anarchico Simone Pianetti di Roberto TrussardiEra il 14 luglio 1914 quando Simone Pianetti uccise sette compaesani che gli avevano rovinato l’esistenza bollandolo come anarchico, libertino, anticlericale. Il romanzo La taverna del diavolo ricostruisce la vicenda e va alla ricerca delle ragioni, nascoste dietro pregiudizi politici ed emarginazione.

Mentre il treno, lento, oltrepassava campi di ananas e umide foreste tropicali, Simone Pianetti si chiese, ancora una volta, se fosse stata una cosa sensata mettersi in viaggio dal Nord America al Venezuela. Forse avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato inviando delle lettere. Il caldo lo esasperava non poco, appiccicandogli gli abiti al corpo e solo il finestrino aperto, con l’aria che lo colpiva in volto, rendeva sopportabile quella canicola umidiccia; quando il treno sostava in una delle innumerevoli stazioni l’afa lo faceva diventare impaziente e irritabile. Finalmente, dopo dieci ore di tormento, apparve una stazione più grande di quelle, modestissime, passate in precedenza. Un cartello stinto recava in grande la scritta ‘Angostura’, l’antico nome della città che ora si chiama Ciudad Bolivar. Scese dalla carrozza ferroviaria e fu avvolto da una vampata di caldo soffocante, tanto che il supplizio della graticola subìto in viaggio gli parve un’inezia.

Davanti a sé aveva il fascio dei binari che i passeggeri appena scesi dal treno attraversavano trascinando faticosamente valigie e fagotti. Anche Simone li superò e uscì dalla stazione con l’aria spaesata e incerta, avviandosi verso quello che sembrava il centro della città. Alla sua destra scorreva il grande fiume Orinoco, scuro, lento e limaccioso, mentre l’abitato giaceva parte in piano e parte su un modesto colle. Si avviò lentamente, come se fosse poco convinto di quello che stava facendo. Dal panama bianco calcato in testa scendevano rivoli di sudore e la camicia manifestava imbarazzanti chiazze sulla schiena e sotto le ascelle.
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Il Compagno Veltroni - 2

Il compagno Veltroni - Dossier sul più abile agente della CIA di Ilya KuriakhinAgente Segreto Veltroni: file n. 1, gli Anni Settanta

Walter Veltroni nasce a Roma il 3 luglio 1955. Il padre è Vittorio Veltroni, «pioniere delle radiocronache in RAI», secondo la sintetica definizione di Giuseppe Fiori, e direttore dei primi telegiornali; la madre è Ivanka, a sua volta funzionaria della RAI e scrittrice di romanzi rosa. Walter abita in un buon quartiere della borghesia romana, in via Savoia. Seguendo le orme di famiglia, compie gli studi medi all’Istituto Cine-Tv, a due passi da viale Marconi, nella periferia di Roma.

Nel 1970 si iscrive alla FGCI, l’organizzazione giovanile del Partito Comunista Italiano. Cosa spinse quel ragazzo a entrare precocemente in un’organizzazione che, secondo le dichiarazioni dello stesso Veltroni del 1999, era pericolosa per la libertà, in quanto figlia di un partito, il PCI, legato al comunismo, «tragedia del Novecento»?

Il nostro dossier, come vedremo, svela che già allora Veltroni era stato arruolato dai servizi segreti americani, e questo spiega tutto. E spiega anche perché la sua passione politica si trasformi subito in scalata di potere: in pochi mesi diventa segretario della cellula della sua scuola, e appena diplomato (nel 1973) è funzionario a tempo pieno della FGCI romana.

Nel suo nuovo ruolo di miniburocrate federale, il giovanissimo Veltroni prima dirige gli studenti comunisti della città, poi è eletto segretario della FGCI romana. Un incarico importante, nella capitale, in anni in cui l’organizzazione giovanile comunista cittadina contava ben cinquemila iscritti. Non era certo un consesso di liberali critici verso la tragedia del comunismo, quella FGCI di cui Veltroni è dirigente fin da ragazzo. Lo Statuto della Federazione Giovanile Comunista Italiana (confermato ancora al XXI Congresso del 1978), infatti, esordisce con un preambolo in cui si afferma: «Gli iscritti e i militanti della FGCI lottano per costruire una società socialista che crei le condizioni e favorisca il processo di liberazione dell’uomo verso il comunismo». E all’articolo 1 si aggiunge: «La FGCI si riconosce nella strategia del Partito Comunista Italiano, contribuisce ad arricchirla, ed educa i suoi iscritti alla conoscenza del marxismo e del leninismo, nello spirito dell’antifascismo e dell’internazionalismo proletario».
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Giù le mani da don Milani

Don Milani - Ideario: 230 voci - Star sui coglioni a tutti, come sono stati i profeti a cura di Maria Laura Ognibene e Carlo GaleottiNel principio era la Parola e la Parola era con Dio,
e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio.
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei.
E senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.

Giovanni 1 1,3 [1]

Parola. Parola. E ancora Parola. Don Lorenzo Milano è la Parola. È la forza prammatica e profetica della Parola. È la violenza della Parola. E don Milani deve aver avuto in mente, a ogni pié sospinto, del formidabile incipit del Vangelo di Giovanni. E nulla meglio di quella frase sembra descrivere il priore. Oggi, che tutti sembrano attingere al verbo milaniano, che lo si vorrebbe tirare per la giacchetta a destra e, soprattutto, a manca, forse è giusto andare all’essenza della pastorale milaniana. Andare al nocciolo duro di quello che è stato il dirompente pensiero milaniano: la Parola, che è Parola profetica. E allora non si può, quando si sentono le melense citazioni milaniane fatte da Veltroni, o peggio ancora dal ministro Fioroni, non tornare al rigore della parola del priore di Barbiana. Che è come dire tornare, sic et simpliciter, al vangelo. Alla Parola di Dio.

Ecco, di fronte alle pappette di Veltroni o di Fioroni che si genuflettono a ogni sospiro, a ogni colpo di tosse, del papa, per sentire qualcosa di autentico dobbiamo tornare a quello strambo prete di campagna. Ogni volta che vediamo un Fioroni o un Veltroni scalare le montagne per andare in pellegrinaggio a Barbiana viene voglia di gridare: «scribi e farisei!» E sì perché questi maestri della genuflessione continua danno l’idea che anche al tempo di don Milani si sarebbero strappati le vesti e si sarebbero accodati ai pregiudizi delle rispettive chiese. Bianche o rosse che fossero. Che dire: giù le mani da don Milani!
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La lotta dei 35 giorni e le sue attuali conseguenze / 2

A casa non ci torno di Ines ArciuoloDurante l’assenza per ferie della maggioranza degli operai la Fiat realizzò, come previsto da un accordo stilato nel ’77, parte della ristrutturazione della Verniciatura di Mirafiori per il superamento delle lavorazioni più nocive. Al rientro, gli operai addetti verificarono che le innovazioni tecnologiche richieste e realizzate in quel modo, invece di contribuire alla riduzione della nocività, creavano nuovi disagi: era previsto infatti un maggior numero di operai per cabina, con le pause drasticamente ridotte e il rumore più forte di prima. Non solo, ma gli impianti appena approntati non funzionavano: seimila scocche finirono in fonderia.

Alla direzione Fiat non importava affatto di migliorare l’ambiente di lavoro; mirava piuttosto, attraverso la ristrutturazione, a ridurre la conflittualità nei reparti ad alto livello di nocività e garantirsi l’aumento della produttività. E gli operai si ritrovarono costretti ad affrontare di nuovo gli annosi problemi di ritmi, fumi, gas, ripetitività, monotonia. Secondo la Fiat i miglioramenti ambientali apportati legittimavano la riduzione delle pause, sia per i cabinisti che per gli operai addetti alle lavorazioni collaterali, anche se per questi ultimi non si era realizzata alcuna modifica. Così, ancora una volta la rigidità della Fiat rese la fabbrica “ingovernabile”: in verniciatura ricominciò la lotta contro la nocività; agli operai non restava che riprendersi le pause di cui godevano prima dell’innovazione. E così fecero.

La risposta della Fiat fu violenta; per due settimane di seguito si susseguirono le messe in “libertà” per le migliaia di addetti alle tecnologie a monte della verniciatura. (La messa in “libertà” per gli operai significa che, dopo essersi alzarsi alle 4,30 del mattino per arrivare puntuali al lavoro, quando in un reparto in lotta vengono fermate le linee, il capo annuncia che possono tornare a casa e che quelle ore non saranno retribuite. L’intento manifesto è quello di mettere gli operai non impegnati in una vertenza contro quelli di un’officina in lotta.) Gli operai risposero con l’unica arma che avevano a disposizione: i cortei interni “spazzolavano” le officine dai “conigli” (crumiri) e dai capi, bloccando tutta Mirafiori-Carrozzeria. La Fiat, per tutta risposta, spedì 90 lettere di «contestazione di addebito», in 15 delle quali si ravvisava la minaccia del licenziamento; tra queste, sebbene lavorassi al montaggio, c’era anche la mia. Sapevo che ci sarei rimasta poco in quella fabbrica, ma non credevo così poco; era passato poco più di un anno.
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Bill Evans: ritratto d’artista con piano

Bill Evans - Ritratto di artista con pianoforte di Enrico PieranunziLa recente alluvione di ristampe di etichette storiche del jazz come la Universal, sta riportando a galla - a prezzi da ultra saldo, è bene precisarlo - una serie di capolavori del passato che andrebbero assolutamente (ri)scoperti. I nomi stanno tutti nell’Olimpo, a partire dal divino Miles Davis, presente con lavori della prima parte della carriera, per arrivare a Monk, Rollins, Coltrane, e molti altri numi tutelari del genere. Sono incisioni degli anni cinquanta e sessanta, adeguatamente rimasterizzate e con aggiunta di alternate takes. C’è da aggiungere di più per invogliare jazzofili grandi e piccini, neofiti e completisti?

Allora, parliamo di Bill Evans, uno dei più influenti pianisti jazz del Novecento, la cui opera, articolata in decine di incisioni e concerti fra la fine degli anni cinquanta ed il 1980, è stata e continua ad essere vero punto di riferimento per intere generazioni di pianisti, come è avvenuto per Keith Jarret, Herbie Hancock, Chick Corea, per finire con Brad Meldhau. Consigliare non dico alcuni titoli, ma anche solo un percorso attraveros la sua opera, è impresa assai ardua. Meglio segnalare un librino edito anni fa da Stampa Alternativa e compilato da un vero cultore di Evans, il pianista romano Enrico Pieranunzi, a sua volta titolare di una prestigiosa carriera jazzistica, che mi ha fatto da viatico in questa affascinante scoperta. Si intitola Ritratto di artista con pianoforte e passa in rassegna vita ed opere del pianista americano mettendo insieme l’affetto del fan e la competenza del musicista esperto. Se, seguendo i consigli di Pieranunzi, vorrete partire dalle prime incisioni Riverside, magari con i due live al Village Vanguard in testa, sarà facile venire poi catturati da un mondo di suoni ed emozioni che vi verrà voglia di indagare sempre più a fondo. Vi troverete allora dischi di pianoforte solo, di piano duplicato e triplicato (Conversation with myself) trii, duetti piano/contrabbasso e piano/chitarra (come i due Undercorrent e Intermodulation con Jim Hall) quintetti con fiati, incisioni con l’orchestra, un disco old fashion molto attuale con il grande crooner Tony Bennet, oltre a decine di concerti dal vivo. Cioè tutta la musica, e la vita, di Bill Evans.
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