L’editoria risucchia i contribuenti
Oltre alla casta dei politici, ne esiste una parallela, che tutti i giorni troviamo in edicola. Risulta tutto molto più chiaro dopo avere letto la Casta dei giornali, il libro di Beppe Lopez (Stampa Alternativa), che mette nero su bianco quello che una puntata di Report denunciò l’anno scorso: gli sprechi dell’editoria, dove una tiratura destinata al macero assicura i contributi statali.
Abbiamo incontrato l’autore e per parlare dei finanziamenti all’editoria in Italia e in Europa, della stampa regionale penalizzata dalle politiche vigenti e dello sviluppo dei blog nel mondo dell’informazione.
In Italia ogni anno si stanziano milioni di euro per l’editoria. Siamo i più scandalosi in Europa o siamo al contrario in buona compagnia?
In Italia, anche in questo caso, non si fanno cose molto diverse da quelle che si fanno in altri Paesi. Il problema è che qui, al solito, si esagera e si fanno cose normali in maniera, un po’ anomala. Che lo Stato possa e debba a fare qualcosa per salvaguardare la libertà di mercato, altrimenti negata da se stessa, è un principio praticato in tutte le società, anche le più liberali e liberiste. E difatti anche negli altri Paesi europei lo Stato interviene per aiutare, in campo editoriale, per incentivare nuove iniziative, promuovere l’innovazione, aiutare i piccoli a crescere, insomma per aumentare il pluralismo e il ventaglio delle offerte, favorendo così l’allargamento del mercato e la stessa occupazione di settore.
La situazione italiana è oggettivamente la più scandalosa in Europa perché contributi, provvidenze e incentivi assommano a 700-1.000 milioni di euro l’anno, in presenza di una situazione dei conti pubblici disastrosa. E perché le modalità di assegnazione di questi danari fanno esattamente l’opposto di ciò che dovrebbero fare.
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Biga rapita: Rutelli e D’Alema denunciati alla Procura della Repubblica
Mercoledì 5 dicembre 2007, il sindaco di Monteleone di Spoleto, Nando Durastanti, ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Spoleto, per denunciare le eventuali violazioni penali, con particolare riferimento ai comportamenti omissivi dei ministri dei beni culturali e dei ministri degli Esteri, a partire dal 2004. Per quanto riguarda i beni culturali, sono chiamati in causa i ministri Giuliano Urbani e Rocco Buttiglione, che facevano parte del precedente governo di Silvio Berlusconi, e Francesco Rutelli, ministro in carica con il governo di Romano Prodi. Per gli esteri, sono coinvolti Franco Frattini, ministro del precedente governo e il ministro in carica, Massimo D’Alema. I ministri citati nell’esposto alla Procura della Repubblica entrano a pieno diritto nella storia della Biga rapita, perché sono accusati dalle autorità amministrative di Monteleone, della provincia di Perugia e dalla Regione Umbria, di essersi rifiutati di tentare ogni operazione, legale e diplomatica, per rientrare in possesso del carro etrusco che il Metropolitan Museum di New York detiene illegalmente dal 1903.
Il ricorso alla Procura della Repubblica è stato preparato e scritto dagli avvocati Iolanda Caponecchi e Tito Mazzetta. L’esposto del sindaco di Monteleone parte dalla diffida inviata al Metropolitan Museum dall’avvocato Tito Mazzetta, con studio legale ad Atlanta, Georgia,Usa, il 18 ottobre 2004, nell’interesse del Comune, con la quale veniva richiesta la restituzione delle “Biga rapita”. In seguito, il sindaco aveva interessato lo Stato, scrivendo direttamente al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e al titolare del dicastero dei Beni culturali, Giuliano Urbani. L’istanza del sindaco Durastanti era sostenuta dalla Regione Umbria e da tutti i comuni umbri. Successivamente, la Regione, di propria iniziativa, si rivolgeva ai due ministri con una istanza firmata dalla presidente, Maria Rita Lorenzetti. I due ministri, Frattini e Urbani, pur riconoscendo l’originaria appartenenza del bene al patrimonio culturale di Monteleone, negavano l’intervento dello Stato sulla scorta di due specifiche argomentazioni: regolare alienazione della biga al Met e impossibilità di applicazione al caso concreto dell’accordo Italia-Stati Uniti del 2001 in materia di beni archeologici.
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Librerie fiduciarie: arriva “Parole Ribelli” a Orvieto
Dopo Napoli e Libridò, si alimenta di una nuova realtà il panorama che ruota intorno a Stampa Alternativa, che così rinforza la sua presenza nel territorio. Stiamo parlando della città di Orvieto e della libreria Parole Ribelli. Questo infatti il nome del locale, che è uno spazio in cui trovare tanta buona musica, i migliori CD, tutti i libri di Stampa Alternativa e un’ampia scelta di pubblicazioni di altri editori che hanno aderito al progetto delle librerie affiliate, con un settore particolare dedicato alla musica e al fumetto. Al suo interno si potrà trovare una scelta di piccole e medie case editrici, nel tentativo di mostrare un panorama di un editoria Grande, diversa e non accessoria all’editoria dei grandi gruppi editoriali.
Il progetto prevede il coinvolgimento diretto di tutte le case editrice presenti. Vale a dire che ogni editore fornisce direttamente i propri materiali e si incaricherà anche di costruire nel tempo eventi legati alle proprie iniziative editoriali. Parole Ribelli nasce anche come punto affiliato al marchio Stampa Alternativa, casa editrice che da anni è attiva sul territorio nazionale alla ricerca di un modo nuovo per fare cultura.
Le librerie affiliate, dunque, sono luoghi. Luoghi dove si libera la cultura; luoghi che, senza la patente delle grandi superfici possono rappresentare riferimento per il lettore attento, curioso ed esigente; luoghi dove poter trovare testi di pregio anche fuori dai grandi circuiti; luoghi dove poter attivare iniziativa; luoghi che rappresentano gangli di una rete sottile e diffusa che caratterizza la provincia italiana fatta di ambienti straordinari, di grande interesse storico e artistico, fatta di persone attente e curiose, fatta di imprenditori che non credono nel mercato mordi e fuggi ma vogliono costruire.
La ricerca dell’arma che uccide il leone
Prima di lasciare spazio alle considerazioni di Franco Rotelli, annunciamo che Peppe Dell’Acqua, autore del libro Non ho l’arma che uccide il leone, sarò ospite domani, 4 novembre, a partire dalle 15 della trasmissione di Radio3 Fahrenheit.
In fondo il problema è tanto semplice quanto apparentemente insolubile. Nel New Hawen (USA), per un’area di trecentomila abitanti ci sono 200 psichiatri e centinaia di assistenti sociali. I preti praticano la psicoanalisi. Ci sono poi naturalmente molti infermieri psichiatri e moltissimi operatori dell’assistenza. Il “Rapporto al Presidente degli Stati Uniti” redatto da esperti della sanità e dell’assistenza di tutti gli Stati americani afferma che il 15% dei cittadini ricorre durante l’anno alle cure dello psichiatra.
La scienza moltiplica l’area dei suoi interventi, la tecnica si avvale dell’uso dei calcolatori per studiare il fenomeno, migliaia di miliardi vengono spesi per la ricerca nel settore. Ma “c’è chi ci mangia il cuore”. Scienza e tecnica applicate all’uomo si rivelano soluzioni di un problema che sta altrove e che scienza e tecnica non fanno che inutilmente surrogare in una corsa impazzita che non raggiunge mai il suo obiettivo e che anzi allontana sempre di più la realtà della sua rappresentazione.
Le storie di Dell’Acqua sono fantasie e realtà, un suo mondo in cui reinscrive delle “cartelle cliniche” tutte sue e che ormai ha ben poco da spartire con il mondo della rappresentazione ufficiale, politica, scientifica, razionale, intellettuale delle cose e delle persone. Sono storie in realtà senza speranza perché nessuno fa più storia così e, dietro gli incartamenti, ciascuno crede di sapere che esistano altrettanti imbrogli. Non c’è niente di più assurdo che parlare in “positivo” mentre tutti pensiamo che l’arma della critica debba essere il motore per cambiare il mondo.
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