Che cosa è la mafia - 5
Dicono alcuni che è necessario togliere il Parlamentarismo, levare ogni autorità agli elementi rappresentativi, perché in Sicilia sia sradicata la mafia; e scrivono e dicono altri che è il governo che in Sicilia coltiva e mantiene la mafia, perché senza di essa non potrebbe avere quella maggioranza di pretoriani reclutati fra i deputati del mezzogiorno colla quale schiaccia la rappresentanza delle regioni più civili e colte del nord.1 Credo esagerazione l’una, esagerazione l’altra.
La Sicilia non è così corrotta che la mafia sia l’unica forza elettorale viva. I governi che vollero poterono, come accadde durante le prefetture di Gerra e Malusardi, combattere senza quartiere i mafiosi; e pochissimi voti della deputazione siciliana perciò si spostarono e da ministeriali divennero oppositori. E non mi pare dubbio che un governo, che strenuamente, sistematicamente, accortamente, avversasse le cosche ed i facinorosi d’ogni genere finirebbe coll’avere nella deputazione dell’isola la stessa maggioranza che si può raccogliere accordando una semitolleranza a tutti gli elementi impuri.
L’opinione pubblica siciliana ha secondato sempre le autorità che hanno voluto compiere un’opera seria di epurazione sociale ed ha neutralizzato parecchie volte le mene degli interessati ad ostacolare l’azione risanatrice dei funzionari governativi, come si vide specialmente all’epoca della prefettura Malusardi. La giuria, che è il corpo che fornisce l’indice migliore dei sentimenti medii per dir così di una popolazione, negli ultimi decennii ha funzionato in Sicilia abbastanza bene. Forse fra i giurati siciliani ce ne è una parte leggermente intinta di mafiosità, ma il complesso è tale che i loro verdetti, quando si tratta di reati gravi come la grassazione, il furto, l’assassinio, non sono quasi mai influenzati dalla omertà o dalla paura. Intere bande di briganti famosi, come i briganti maurini, cosche mafiose pericolosissime e sanguinarie, come quella che prese il nome dai fratelli Amoroso, sono state condannate alle pene più gravi che loro era possibile di infliggere dai giurati di Palermo.
Ma disgraziatamente perché il male continui basta la fiaccona, il lasciar andare, il far come tutti hanno fatto; mentre per guarirlo occorre energia, solerzia, accorgimento ed una cura lunga e perseverante che richiede molto tempo, quel tempo che manca così spesso ai nostri ministri ed anche ai funzionari mandati a reggere le cose dell’isola.
I prefetti ed i questori sono in Sicilia di passaggio ed, in generale, aspirano sopratutto a non aver troppi fastidii nel periodo, possibilmente breve, che vi debbono passare. Essi devono e vogliono contentare i loro superiori diretti, cioè il Ministro ed il sottosegretario di stato per l’interno. Questi non mancano certo di impartire loro ordini, di dare istruzioni, di fare raccomandazioni; in base alle quali il funzionario locale dovrebbe curare che le leggi fossero osservate, le amministrazioni comunali e delle opere pie epurate, i facinorosi tenuti a posto, l’ordine e la sicurezza pubblica tutelati, i deputati amici sostenuti, gli avversari del Ministero ostacolati nella rielezione.
Fare tutte queste cose in una volta, in pochi mesi e senza suscitare clamori ed attriti è difficile. Il funzionario presto comprende che, se vuole rompere i compromessi coi facinorosi per quel che riguarda il mantenimento dell’ordine pubblico, il risultato immediato sarà un aumento momentaneo dei reati comuni; che se vuole combattere i soliti onorevoli usi a trescare colle cosche mafiose, portando contro di loro candidati che si appoggiano esclusivamente sugli elementi onesti, dovrà intanto essere esposto alle trame e alle calunnie che si ordiranno contro di lui a Roma, e che, se non riesce, sarà addossata a lui la responsabilità dell’insuccesso. In questa condizione di cose, per poco che sia di coscienza elastica, prende subito il suo partito: esegue una parte sola del programma assegnatogli, quella che egli giudica più indispensabile dal punto di vista del suo bene stare e della sua carriera, e mette da canto i sermoni morali.
Quindi, usando dei mezzi consueti, che sono sempre i più spicci e più facili, regola la sua attività in maniera che dalle urne vengano fuori i nomi dei soliti onorevoli e che non accada intanto una serie di quei grossi reati che allarmano la gente e fanno parlare i giornali. E, per raggiungere questi scopi, mantiene, quando non li crea, i soliti rapporti fra autorità e facinorosi; sapendo benissimo che per un risultato momentaneo inciprignisce2 la piaga che travaglia la provincia, ma sapendo pure che toccherà presto al suo successore la bega di curarla.
Che se poi il funzionario è un uomo di coscienza elevata, di quelli che credono che, oltre ai doveri verso sé stesso e verso il gabinetto che è al potere, ci sia per lui anche un dovere verso la società, se sente un po’ di compassione per la regione dove egli è chiamato a reggere il suo ufficio, allora concentra i suoi sforzi nel combattere uno solo dei deputati protettori dei disonesti e dei facinorosi, nel distruggere una singola cosca di mafiosi, che egli giudica più pericolosa delle altre. Cerca in una parola di lasciare una benefica traccia del suo passaggio strappando qualcuna delle spine che affliggono la provincia. Tanto sa benissimo che, se si provasse a svellerle tutte, altro risultato non conseguirebbe che quello di insanguinarsi inutilmente le mani, e, nel caso difficilissimo che riuscisse, altro premio non avrebbe che quello di lasciare ai prefetti, ai questori dell’avvenire le rose da cogliere.
Sono arrivato quasi alla fine del mio dire senza fare alcun accenno ad una organizzazione qualsiasi che riunisca in un solo fascio e disciplini tutte le forze della mafia o meglio delle cosche mafiose. Non ne ho parlato per la semplice ragione che una tale organizzazione non esiste. Ogni cosca agisce per conto suo, né riconosce ordinariamente la superiorità di alcun capo che stia al di fuori e al di sopra di essa. Fra le cosche che operano in siti vicini ci possono essere, e ci sono, rapporti di amicizia o d’inimicizia, come ho già accennato, esse si rispettano o si combattono e qualche volta si sterminano a vicenda. Ma questa libertà che hanno è appunto una conseguenza della mancanza di un legame federale che ordinariamente le unisca e possa imporre loro una norma comune.
I membri di due cosche lontana l’una dall’altra, per esempio di due provincie diverse, spessissimo neppur si conoscono di nome e di persona e raramente hanno dei rapporti fra di loro.
È superfluo dopo di ciò dire che in Sicilia non esiste alcun consiglio generale, alcun duce supremo di tutta la mafia. Quindi l’espressione spesso usata: «il tale è un capo della mafia», significa soltanto che egli è in buoni rapporti con parecchie cosche di mafia, le quali protegge assiduamente per averne l’appoggio nelle elezioni o anche per altri fini meno confessabili.
E neanche esistono fra i mafiosi parole d’ordine o segni misteriosi di riconoscimento ed aggiungo che essi non ne sentono il bisogno.
Le persone fortemente imbevute di spirito di mafia, e molto più quelle che appartengono alle varie cosche, si riconoscono facilmente fra di loro per quello stampo, quel non so che di comune, che la medesimezza delle abitudini e dell’educazione morale ed intellettuale imprimono nei diversi ceti e nelle diverse professioni. Come l’ufficiale che viaggia in borghese, il commesso viaggiatore, l’impiegato, l’elegante viveur, in un vagone ferroviario o in un battello a vapore, ravvisa subito il suo congenere, così fa il mafioso che va fuori del suo comune natio. Naturalmente, trattandosi di mafiosi, questo riconoscimento ha per conseguenza che, se capita l’occasione, essi sanno perfettamente, senza bisogno di alcuna intesa speciale, parlare ed agire in identico modo.
Puntate precedenti
Che cosa è la mafia di di Gaetano Mosca (Palermo 1858 - Roma 1941)
Collana Millelire (fuori catalogo)
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