Che cosa è la mafia - 4
La polizia conosce uno per uno non dirò tutti gli affiliati delle cosche, ma certo tutti i personaggi che in questi sodalizi hanno qualche importanza e si atteggiano a capi. E li conosce non già per i rapporti delle spie di mestiere, che quasi sempre sono poco attendibili, ma mercé le confidenze delle persone oneste di vario ceto che è facilissimo di procurarsi.
Basta infatti che un delegato di pubblica sicurezza, un maresciallo od un brigadiere dei carabinieri sappiano in una data località procacciarsi delle relazioni personali, che sappiano attirarsi la fiducia del pubblico, mostrandosi persone riserbate che non compromettono gli amici, perché trovino subito chi fa loro la biografia veritiera dei mafiosi più in vista, dettagliando minutamente quale sia la vera origine dei loro guadagni. In queste indagini sono molto aiutati dai casellari giudiziari, perché i capi delle cosche, nell’inizio della loro carriera, hanno sempre subito qualche condanna o parecchie assoluzioni per insufficienza d’indizii. Naturalmente le indagini riescono sempre più facili per i funzionari siciliani, che riconoscono il vario grado di mafiosità e l’esistenza di una cosca si può dire dall’odorato, anziché per quelli nativi dell’alta Italia, che, qualche volta, scelgono i loro mentori proprio fra i capi della cosca stessa.
Però ho conosciuto anche funzionari dell’alta Italia che, dopo una lunga dimora in Sicilia, avevano acquistato quell’olfatto speciale al quale ho accennato.
I prefetti ed i sotto-prefetti poi, se sono persone serie e discrete, ottengono facilmente dai signori tutte le informazioni che vogliono, purché queste siano richieste, come là si dice, da gentiluomo a gentiluomo e non nella qualità di pubblici funzionari.
Ma in verità la conoscenza individuale delle persone capaci a delinquere, o meglio solite a comandare e dirigere gli strumenti materiali della delinquenza, giova poco in Sicilia per l’accertamento dei responsabili di un singolo reato. Se succede infatti un furto di bestiame, un taglio di viti, un assassinio per agguato, il danneggiato e la sua famiglia ed anche la polizia possono indovinare subito con precisione, o presso a poco, quale sia stata la mano che ha inspirato ed organizzato il delitto; ma più difficile è il trovare gli esecutori materiali di esso, i quali spesso son malfattori novizi, che non hanno raggiunto ancora alcuna notorietà perché i capi delle cosche li lasciano sempre nell’ombra, e difficilissimo poi riesce di trovare gli anelli che riuniscono gli esecutori materiali cogli inspiratori del delitto stesso.
Infatti in tutti i reati commessi per mandato il fondamento principale della prova giuridica contro il mandante sta nella confessione del mandatario. Or questa confessione i giovani che eseguiscono le decisioni criminose degli anziani delle cosche non fanno quasi mai; e non la fanno per educazione mafiosa, per la paura materiale della vendetta e perché confessando la loro carriera nella delinquenza sarebbe completamente rovinata senza potere sperare in ricambio l’impunità immediata e neppure una notevole diminuzione della pena comminata al reato commesso.
Lo spirito di mafia poi induce spesso i danneggiati ed i testimoni a tacere su tutto ciò che possono avere visto ed udito, e se pur si lascieranno indurre a fornire qualche lume alla giustizia durante il periodo istruttorio, quando sono a testa a testa col magistrato inquirente, si ritratterranno al momento che sarà necessario di deporre pubblicamente e solennemente davanti la Corte d’Assise.
Le autorità avrebbero certo le mani più libere nell’applicazione delle misure di polizia, che possono venire inflitte ex informata conscientia. E certamente il diniego dei permessi d’arme, l’ammonizione ed il domicilio coatto, se opportunamente e coscienziosamente applicati, sarebbero strumenti assai efficaci per combattere le cosche mafiose. Disgraziatamente il loro uso in pratica spesso riesce incerto, parziale, saltuario e quindi inefficace, per le intromissioni di alcuni potenti che coprono colla loro protezione i sodalizi dei malfattori, e anche per i rapporti a base di compromessi e di transazioni, che qualche volta esistono fra la polizia ed i detti sodalizi.
E qui cade in taglio di parlare della così detta mafia in guanti gialli, della protezione che individui delle classi superiori, qualche volta investiti del mandato politico, e che le stesse autorità governative accordano alle cosche di mafia.
Questa protezione anzitutto ha tradizioni antiche; in Sicilia certe condizioni della società, che dovevano essere generali in tutta l’Italia ed anche fuori d’Italia fino a due secoli fa, si prolungarono, poco attenuandosi, per tutto il secolo decimottavo ed oltre alla metà del decimonono. Sino al 1860 i signori siciliani, i nobili, non disdegnavano di intercedere presso le autorità affinché fossero risparmiati i rigori polizieschi a quei facinorosi che abitavano presso le loro proprietà rurali. Naturalmente garentivano che i presunti rei non avrebbero più fallato, e veramente questi o se ne stavano davvero quieti o usavano maggior cautela nel delinquere.
In ricambio di questa specie di garenzia morale che il signore prestava a pro dei facinorosi egli veniva sempre rispettato, e la cosca del luogo non solo non l’offendeva, ma impediva che altri lo offendesse ed esercitava a suo pro una specie di polizia preventiva forse più efficace di quella legale. Un po’ per comodità, un po’ per vanità, un po’ per un avanzo di spirito di mafia, i nobili siciliani si compiacevano di venire così rispettati, anzi coi loro intimi se ne vantavano.
Ma questa tradizione si sarebbe dileguata nei quarant’anni di vita italiana che la Sicilia ha vissuto, se le autorità italiane preposte alla pubblica sicurezza dell’isola non avessero, almeno saltuariamente, mantenuto un’altra tradizione che pure rimonta all’epoca borbonica; cioè il sistema delle transazioni e dei compromessi che le autorità facevano direttamente coi facinorosi. Inoltre alla protezione del signore a pro del plebeo di malaffare si è ora aggiunta e sostituita quella assai più efficace del deputato, del sindaco, dell’assessore a pro del grande elettore mafioso o addirittura membro influente di una cosca.
La polizia borbonica soleva con poca fatica mantenere una sicurezza pubblica molto relativa, promettendo l’oblio del passato alle associazioni dei pregiudicati, accordando anche una certa tolleranza per il presente, purché nel territorio dove si svolgeva la loro attività non accadessero reati gravi di quelli che commuovono la pubblica opinione. Qualche volta si arrivava a concedere ad un certo numero di malfattori apparentemente convertiti una specie di autorità legale, che essi avrebbero dovuto usare a custodia della vita e delle sostanze degli onesti.
Ora questi e simili espedienti, coi quali si manteneva l’ordine per mezzo del disordine, sono stati e sono di quando in quando imitati dalla polizia e dai prefetti italiani; e non occorre di dimostrare che sono rimedi, che procacciano al malato qualche momento di precario ed incompleto ristoro prolungando d’altra parte indefinitamente la malattia.
Pochi anni dopo che fu introdotto in Sicilia il regime rappresentativo le cosche mafiose compresero subito il gran partito che potevano trarre dalla loro partecipazione alle elezioni politiche ed amministrative. Questa partecipazione diventò più efficace ed attiva dopo le leggi che allargarono il suffragio e che diedero il diritto di voto ai membri stessi delle cosche ed alle classi nelle quali questi possono avere più influenza e godono maggior prestigio.
Già il sistema rappresentativo, benemerito per altri rapporti, sotto colore di attuare un governo di maggioranza, dappertutto dà una prevalenza alle minoranze organizzate.1 Or si comprende agevolmente che nei paesi dove erano già organizzate le minoranze composte da coloro che usano rasentare il delitto, e qualche volta delinquono addirittura, questi abbiano acquistato una importanza elettorale assai superiore alla loro forza numerica.
E, poiché i candidati badano più generalmente alla forza elettorale anziché alla moralità dei loro aderenti, gli aspiranti alle cariche amministrative locali ed anche alla deputazione politica, e qualche volta anche quelli che si presentano con programma di opposizione al governo, si son resi spesso intermediari fra la polizia ed i malfattori. Sollecitando a pro di questi la concessione del porto d’armi, il proscioglimento dall’ammonizione, il ritorno dal domicilio coatto, spendendo qualche volta una buona parola coi magistrati durante il periodo istruttorio dei processi penali e perfino brigando presso i giurati, 2 che, valga a loro lode, si sono mostrati abbastanza restii a lasciarsi corrompere.
Le autorità governative, visto fare il gioco dai candidati che sostenevano o combattevano, lo hanno fatto per conto loro ed hanno trattato direttamente colle cosche e coi facinorosi in genere perché dessero i voti di cui disponevano al tale anziché al tal altro. Ed è così che si è creato, continuato, rinforzato quel sistema di compromessi fra cattivi soggetti, persone autorevoli e funzionari governativi, che è ora la fonte principale del malessere morale che attrista ed aduggia la Sicilia.
Puntate precedenti
Che cosa è la mafia di di Gaetano Mosca (Palermo 1858 - Roma 1941)
Collana Millelire (fuori catalogo)
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