Daniele Boccardi: contro il silenzio

Vite minime - Racconti diseducativi di Daniele BoccardiLa provincia doveva essere un po’ tutta così,
fosse America, Russia o la nostra città.
I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove
sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili,
qui li hai sottomani, compatti, vicini, esatti, reali.

Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale

Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: e non solo perché qui è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine.

È d’obbligo citare le parole dello scrittore maremmano Luciano Bianciardi, affine a Daniele Boccardi non solo per le “radici” geografiche, ma soprattutto per il gusto del piccolo, dell’intimo, per quello sguardo sempre volto a storie semplici, minime, a luoghi remoti del mondo e dell’anima. La provincia è il teatro dei racconti di Boccardi. Niente esce dall’ordinario: i personaggi, i luoghi e le vie sono tanto vicini da risultare familiari a prima vista. Questo è uno degli aspetti più geniali della sua opera: la fedele e stupefacente cronaca di ciò che ci succede intorno, senza pedanteria. Sotto la patina di normalità c’è però qualcosa che stride: la letteratura non può essere autobiografia e sotto le mentite spoglie di una prostituta, di un impiegato comunale o dello studente liceale, si legge la disarmante meditazione sul senso della scrittura e sulla vacuità che incombe sui personaggi e sulla loro vita.

Alla desolazione che fa da sfondo alle Scene della vita di provincia (per citare Landolfi, altro scrittore vicino per più di un verso a Daniele) va aggiunto che la provincia di Daniele Boccardi non è più quella di Bianciardi: il fervore intellettuale e i buoni propositi del dopoguerra si sono assopiti e Daniele non ha mai pensato che della cultura se ne potesse fare un mestiere. Lo scrittore massetano, senza sottovalutare l’importanza della provenienza geografica, vive nel tempo e nel luogo dellla disillusione letteraria, laddove il disagio più grande sta nella sua solitudine interiore, nella sua incapacità di farsi capire.

Massa Marittima è un insieme perfetto di colori e di odori. L’armonia degli edifici di piazza Garibaldi e l’intimità dei vicoletti che da qui si diramano, incantano il visitatore il quale, dopo aver esplorato ogni angolo, si siede spossato sulla scalinata del Duomo a respirare l’aria pungente anche in agosto. Massa, un po’ come sua “sorella maggiore” Siena, pare essere in sé compiuta, immobile, perfetta, impenetrabile ai più. Leggendo le parole di Daniele si ha subito la sensazione che si sentisse soffocare dalla compiaciuta chiusura della cittadina e dei suoi abitanti. Giancarlo, suo padre, racconta dei tempi dell’università e di come nell’arco di quegli anni di studio a Pisa lo vedesse felice e realizzato. Poi la laurea in filosofia e il ritorno a Massa Marittima.

Da allora la lunga e mai risolta ricerca del lavoro, il tentativo di omologarsi a un luogo e a una mentalità a lui estranea. La provincia, per Daniele, contrariamente a Bianciardi, è tutt’altro che il luogo della calma e dell’appartamento, gli procura piuttosto un senso di claustrofobia, di inadeguatezza, di frustrazione. Se le vicende si consumano in uno spazio microscopico dove i personaggi sembrano miniature, la meditazione, sottesa a ogni scritto, va invece in una direzione lontanissima, sterminata, eterna, ricchissima di immagini suggestive e intrise di richiamo letterari (la fonte leopardiana è uno dei tanti aspetti che meriterebbe di essere studiato).

Che cosa abbia portato Daniele a togliersi la vita è una cosa sulla quale non vale argomentare. La sfida di Daniele, chiaramente persa, consisteva forse nel farsi accettare dalla “sua” gente e dai “suoi” posti, sposandone modi, ritmi e chiacchiere, all’inseguimento di una presunta normalità. Dalla voglia di riscattare Daniele, nei limiti delle nostre capacità, dalla sua sofferenza e dalla sua opera, nasce l’idea di pubblicare una scelta dei suoi scritti (racconti, fiabe, poesie e aforismi) che è anch’essa una sfida. Ci incoraggiano a questa “impresa” i commenti entusiasti di chiunque abbia letto anche poche pagine di Daniele. La speranza è che i lettori, troppo spesso abituati a libri “garantiti”, abbiano la curiosità e l’entusiasmo di misurarsi con il pensiero di un giovane e ancora sconosciuto talento letterario.

Sono passati quasi quindici anni da quel febbraio 1993 in cui Daniele decise di sottrarsi agli affetti delle persone care e alla scrittura, che fin da piccolo era stata il suo balsamo contro i grovigli dell’esistenza. È stato il caso a far sì che Giancarlo, un giorno non troppo lontano, raccomandasse la lettura delle pagine scritte dal figlio a questo nostro editore. Poi alla fatalità si è sostituito l’impegno dei “compagni di vita” di Daniele e dei suoi amici virtuali, che non hanno avuto l’occasione di conoscerlo ma che lo amano attraverso le parole. È nato il Fondo Boccardi, sono iniziate le serate letterarie, divertenti e malinconiche, all’osteria di Mucini e Marcello Baraghini, l’editore sensibile, ha realizzato questo volume. Un ringraziamento va a Giancarlo Boccardi, degno padre di tanto figlio.

Elena Brachini per l’Associazione Fondo Daniele Boccardi

(Questo testo è la prefazione del libro Vite minime - Racconti diseducativi di Daniele Boccardi. Sul blog Riaprire il fuoco si è tornati recentemente a parlare di Daniele con due post, La seconda morte di Daniele Boccardi - Prima parte e La seconda morte di Daniele Boccardi - Seconda parte. Post che lasciano subodorare la possibilità che in futuro possa nascere un nuovo caso Bianciardi.)

Vite minime - Racconti diseducativi di Daniele Boccardi
Collana Eretica
160 pagine
ISBN 88-7226-736-6

Commenti

2 commenti to “Daniele Boccardi: contro il silenzio”

  1. Boris on Dicembre 19th, 2007 15:48

    questa non è pubblicità ma informazione.
    Spero possiate diffondere questo:

    http://controeditoriapagamento.splinder.com/

    Con affetto Boris

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