Il limite della cura psichiatrica
Alla libreria Modoinfoshop di Bologna i redattori (veri redattori capaci di sviscerare il libro in oggetto) di Psicoradio hanno presentato Psicofarmaci agli psichiatri e ne hanno discusso con l’autore Enrico Baraldi. Psicoradio è una testata radiofonica con una redazione formata da pazienti psichiatrici e dunque di esperti in prima persona rispetto alle vicende che il romanzo di Baraldi affronta.
Psicofarmaci agli psichiatri si sta arricchendo di rimandi che ne continuano e ne completano la trama in un tour promozionale che ha privilegiato le esperienze di comunicazione strettamente legate al mondo della psichiatria: da Rete 180 di Mantova a Radioshok di Piacenza fino alla nascente Rete 180 Sud di Lecce. Gli argomenti trattati nella storia del libro hanno costituito gli spunti per un confronto diretto, sulla pelle di chi li vive da protagonista senza intermediazioni di sorta. E non sono mancate le provocazioni e le contestazioni vivaci, polemiche, ma in tutti i casi, intelligenti e stimolanti:
Ma uno psichiatra può innamorarsi di una sua paziente?
Ma la storia che avviene sull’isola di Itamaracà è solo confinata nelle pagine di un romanzo o può trasferirsi nella realtà della vita?
Insomma qual è il limite tra questo libro e le possibilità di una psichiatria nuova e diversa?
Ed esiste davvero una cura psichiatrica che possa prescindere dagli psicofarmaci?
Che cosa è la mafia - 5
Dicono alcuni che è necessario togliere il Parlamentarismo, levare ogni autorità agli elementi rappresentativi, perché in Sicilia sia sradicata la mafia; e scrivono e dicono altri che è il governo che in Sicilia coltiva e mantiene la mafia, perché senza di essa non potrebbe avere quella maggioranza di pretoriani reclutati fra i deputati del mezzogiorno colla quale schiaccia la rappresentanza delle regioni più civili e colte del nord.1 Credo esagerazione l’una, esagerazione l’altra.
La Sicilia non è così corrotta che la mafia sia l’unica forza elettorale viva. I governi che vollero poterono, come accadde durante le prefetture di Gerra e Malusardi, combattere senza quartiere i mafiosi; e pochissimi voti della deputazione siciliana perciò si spostarono e da ministeriali divennero oppositori. E non mi pare dubbio che un governo, che strenuamente, sistematicamente, accortamente, avversasse le cosche ed i facinorosi d’ogni genere finirebbe coll’avere nella deputazione dell’isola la stessa maggioranza che si può raccogliere accordando una semitolleranza a tutti gli elementi impuri.
L’opinione pubblica siciliana ha secondato sempre le autorità che hanno voluto compiere un’opera seria di epurazione sociale ed ha neutralizzato parecchie volte le mene degli interessati ad ostacolare l’azione risanatrice dei funzionari governativi, come si vide specialmente all’epoca della prefettura Malusardi. La giuria, che è il corpo che fornisce l’indice migliore dei sentimenti medii per dir così di una popolazione, negli ultimi decennii ha funzionato in Sicilia abbastanza bene. Forse fra i giurati siciliani ce ne è una parte leggermente intinta di mafiosità, ma il complesso è tale che i loro verdetti, quando si tratta di reati gravi come la grassazione, il furto, l’assassinio, non sono quasi mai influenzati dalla omertà o dalla paura. Intere bande di briganti famosi, come i briganti maurini, cosche mafiose pericolosissime e sanguinarie, come quella che prese il nome dai fratelli Amoroso, sono state condannate alle pene più gravi che loro era possibile di infliggere dai giurati di Palermo.
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La caccia al tesoro ovvero analisi di un manoscritto
I modelli contemporanei di calligrafia sono i discendenti delle scritture librarie, commerciali, cancellaresce, notarili, quotidiane e religiose di ieri. Per ricreare un modello, proponiamo di studiare un manoscritto storico antico. Questo testo - che riguarda la scelta di un manoscritto, i materiali da portare con sé e il procedimento per analizzare la scrittura - è diretto non solo alle persone con poca esperienza calligrafica che desiderano iniziare senza insegnare, ma anche ai calligrafi esperti che vogliano approfondire le loro conoscenze. Studiare una scrittura formale a fondo invece di diversi stili superficialmente dà la base per studiare future scritture antiche e moderne a fondo e più rapidamente. Per semplificare, scegliamo un manoscritto del periodo rinascimentale.
Infatti, dopo il 1500 e l’introduzione della stampa e dei cambiamenti che la stampa ha provocato sui materiali e sui modelli, si usa la penna appuntita che richiede dieci regole. I codici anteriori al Rinascimento sono più antichi, dunque più rari e preziosi, spesso più difficili all’accesso. Si sceglie un codice perché si trovano le scritture librarie (usate per copiare i libri) più semplici e chiare delle scritture notarili nei documenti o delle scritture personali nella corrispondenza. Più avanti possiamo proporre le scritture anteriori al Rinascimento, le scritture post-stampa (quelle fatte con la penna a punta) e quelle introdotte dall’inizio dell’era di calligrafia moderna.
Materiali
I libri che studiamo si trovano nelle biblioteche con fondi antichi. Dobbiamo seguire i procedimenti e rispettare la preziosità di questi codici. Una delle regole è di non portare nella Sala Riserva né bottiglie né penne ad inchiostro. Come si può, domandiamo, ricreare una scrittura antica senza gli stessi strumenti? Senza pergamena, penna ed inchiostro? Neanche una biro? No, perché la biro potrebbe danneggiare il codice. Consiglio di portare:
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Quello che va ricordato di Basaglia trent’anni dopo Basaglia
«È una cosa seria la follia: è vita, tragedia, tensione. La malattia mentale invece è il vuoto, il ridicolo». Inizia con una presentazione inedita di Franco Basaglia il libro Non ho l’arma che uccide il leone, appena ripubblicato da Stampa Alternativa e scritto da Peppe Dell’Acqua, che di Basaglia fu discepolo, amico, compagno di viaggio di quell’avventura straordinaria che alla fine degli anni ‘70 a Trieste portò all’abbattimento del manicomio e all’approvazione della legge 180.
Trent’anni sono ormai quasi passati da quando Basaglia, nelle sue parole sulla follia e sulla malattia mentale, forniva non solo la cifra significativa del suo pensiero, ma una lucida chiave di lettura per le vicende del manicomio triestino riproposte, in versione ampliata e aggiornata, da Dell’Acqua. In tutto questo periodo c’è da chiedersi quanto, di quella storia, sia sopravvissuto nelle pratiche e nell’immaginazione degli operatori della salute mentale odierna. A detta dello stesso Dell’Acqua, poco. Molto di più si è affermata, nelle esperienza di medici, infermieri e psicologi attuali la logica «di una psichiatria che continua ad anteporre malattie, farmacologie, negazioni, sottrazioni e porte chiuse, alle persone, alla cura, alle relazioni». O che costringe i giovani a mortificarsi nel vuoto organizzativo e nell’ottusità burocratica.
Ecco perché Dell’Acqua ha sentito il bisogno di ritornare a narrare, a comunicare quello che è successo dal 1971 al 1979 a Trieste. E lo ha fatto ridando voce ai principali protagonisti di quella stagione di cambiamenti. A Ondina, a Giovanni Doz, a Rosina, a Enzo. Nelle storie di Non ho l’arma che uccide il leone, gli schizofrenici, i sudici, gli agitati ritornano insperabilmente ad avere un nome, un indirizzo, una professione. Le cartelle cliniche si trasformano in persone. L’operazione di Dell’Acqua è tutto tranne che un’apologia buonista di una stagione mitica e irripetibile.
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Che cosa è la mafia - 4
La polizia conosce uno per uno non dirò tutti gli affiliati delle cosche, ma certo tutti i personaggi che in questi sodalizi hanno qualche importanza e si atteggiano a capi. E li conosce non già per i rapporti delle spie di mestiere, che quasi sempre sono poco attendibili, ma mercé le confidenze delle persone oneste di vario ceto che è facilissimo di procurarsi.
Basta infatti che un delegato di pubblica sicurezza, un maresciallo od un brigadiere dei carabinieri sappiano in una data località procacciarsi delle relazioni personali, che sappiano attirarsi la fiducia del pubblico, mostrandosi persone riserbate che non compromettono gli amici, perché trovino subito chi fa loro la biografia veritiera dei mafiosi più in vista, dettagliando minutamente quale sia la vera origine dei loro guadagni. In queste indagini sono molto aiutati dai casellari giudiziari, perché i capi delle cosche, nell’inizio della loro carriera, hanno sempre subito qualche condanna o parecchie assoluzioni per insufficienza d’indizii. Naturalmente le indagini riescono sempre più facili per i funzionari siciliani, che riconoscono il vario grado di mafiosità e l’esistenza di una cosca si può dire dall’odorato, anziché per quelli nativi dell’alta Italia, che, qualche volta, scelgono i loro mentori proprio fra i capi della cosca stessa.
Però ho conosciuto anche funzionari dell’alta Italia che, dopo una lunga dimora in Sicilia, avevano acquistato quell’olfatto speciale al quale ho accennato.
I prefetti ed i sotto-prefetti poi, se sono persone serie e discrete, ottengono facilmente dai signori tutte le informazioni che vogliono, purché queste siano richieste, come là si dice, da gentiluomo a gentiluomo e non nella qualità di pubblici funzionari.
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Meno poste e più liberi
Su e giù per l’Italia, di passaggio da Roma, getto gli occhi su uno dei tanti orrendi oltre che inutili giornali gratuiti e noto che tutta la prima pagina è occupata dalla pubblicità: un’immagine ben pagata delle Poste Italiane che promuove - usando tre facce che ridono beatamente - l’invio di una raccomandata. Poi apro il giornale a pagamento e trovo un box dove appare un’altra faccia, quella di Massimo Sarni, vengo a sapere che è amministratore delle Poste Italiane e si cucca quasi un milione e trecentomila euro all’anno di stipendio.
I due flash mi fanno venire in mente che alla fiera di Roma Più Libri Più Liberi c’era a fianco del nostro spazio espositivo il mega stand delle Poste Italiane. Volete sapere com’era? Molto grande, tipo dieci volte il nostro loculo, presidiato da tre merluzzi alla Sarni e, credetemi, sempre deserto. E quando dico deserto, intendo proprio che non c’era anima viva mentre davanti ai tre merluzzi scorrevano migliaia di visitatori. Non uno che fosse incuriosito, che ponesse domande, che chiedesse informazioni. Considerazioni:
- se fosse per i cittadini, Massimo Sarti da un pezzo sarebbe a spasso;
- quelli della fiera potrebbero essere più oculati ad assegnare i posti che, tra gli spazi assegnati agli editori a pagamento (stampatori piuttosto, a volerli ben considerare) e alle Poste Italiane, ad altri enti (o para-enti) parassitari e predatori, metà spazio espositivo se ne va in malora.
Daniele Boccardi: contro il silenzio
La provincia doveva essere un po’ tutta così,
fosse America, Russia o la nostra città.
I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove
sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili,
qui li hai sottomani, compatti, vicini, esatti, reali.
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale
Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: e non solo perché qui è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine.
È d’obbligo citare le parole dello scrittore maremmano Luciano Bianciardi, affine a Daniele Boccardi non solo per le “radici” geografiche, ma soprattutto per il gusto del piccolo, dell’intimo, per quello sguardo sempre volto a storie semplici, minime, a luoghi remoti del mondo e dell’anima. La provincia è il teatro dei racconti di Boccardi. Niente esce dall’ordinario: i personaggi, i luoghi e le vie sono tanto vicini da risultare familiari a prima vista. Questo è uno degli aspetti più geniali della sua opera: la fedele e stupefacente cronaca di ciò che ci succede intorno, senza pedanteria. Sotto la patina di normalità c’è però qualcosa che stride: la letteratura non può essere autobiografia e sotto le mentite spoglie di una prostituta, di un impiegato comunale o dello studente liceale, si legge la disarmante meditazione sul senso della scrittura e sulla vacuità che incombe sui personaggi e sulla loro vita.
Alla desolazione che fa da sfondo alle Scene della vita di provincia (per citare Landolfi, altro scrittore vicino per più di un verso a Daniele) va aggiunto che la provincia di Daniele Boccardi non è più quella di Bianciardi: il fervore intellettuale e i buoni propositi del dopoguerra si sono assopiti e Daniele non ha mai pensato che della cultura se ne potesse fare un mestiere. Lo scrittore massetano, senza sottovalutare l’importanza della provenienza geografica, vive nel tempo e nel luogo dellla disillusione letteraria, laddove il disagio più grande sta nella sua solitudine interiore, nella sua incapacità di farsi capire.
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Quell’intervista a Sergio Endrigo…
Riproponiamo una delle ultime interviste concesse dal cantautore Sergio Endrigo. Fu realizzata per il portale Librialice alcuni mesi prima della sua scomparsa il 7 settembre del 2005. Con lui avevamo piacevolmente parlato della sua vita, della sua passione per la letteratura, e anche del suo pappagallo. Noto era il grande amore di Sergio Endrigo per gli animali. Sergio Endrigo era nato a Pola, in Istria, il 5 giugno del 1933. Negli anni Sessanta si afferma come cantautore, con la sua eleganza interpretativa, sempre un signore dietro al microfono. Nel 1962, con Io che amo solo te raggiunge il successo popolare. Nel 1968, vince il Festival di Sanremo con Canzone per te, eseguita insieme al brasiliano Roberto Carlos. Tra i suoi evergreen come non ricordare Lontano dagli occhi, L’arca di Noè e la celeberrima Ci vuole un fiore, scritta in collaborazione con Gianni Rodari. Era diventato anche un romanziere, con Quanto Mi Dai Se Mi Sparo? edito da Stampa Alternativa e nell’intervista ci confidò di avere un nuovo romanzo in preparazione.
La sua produzione musicale è stata molto influenzata dalla letteratura. C’è sempre stata quasi un osmosi naturale…
Nella mia vita ho letto moltissimo… mi scusi ma c’è un pappagallo che sta con me da 37 anni (urla e risate, ndr). Mi ricordo che quando avevo 14 anni ero in vacanza, anzi più che in vacanza ero ospite di un mio zio benestante a Grado. La mia famiglia era invece poverissima, noi venivamo da Pola dopo l’esodo, quando quelle terre vennero assegnate alla Jugoslavia. A 14 anni divoravo Le novelle di Moupassant, il Teatro di Ibsen, I promessi sposi… Quand’ero militare, alla Scuola Truppe Corazzate di Caserta, dove facevo il corso da sottufficiale, mentre il capitano spiegava logistica io sotto il banco avevo i Fleurs du Mal di Baudelaire… Io ho musicato molte poesie ma quasi sempre per caso. Il direttore della RCA era innamorato di Via Broletto, la mia ballata del ‘62, e voleva che Pasolini scrivesse per me delle ballate e che io le musicassi. Incontrai quindi Pasolini che però in quel momento stava per partire per l’Africa. Mi disse di guardare nel suo libro di poesie La meglio gioventù, in friulano, la storia di una famiglia, Colussi, dal periodo napoleonico alla Resistenza. Io presi il primo pezzo, Il Soldato di Napoleone, c’era già la traduzione sotto in italiano e la musica.
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Piccola e media editoria: questione di qualità, non di dimensioni
Ho partecipato alla prima edizione di Più Libri Più Liberi con un happening di contestazione al termine del quale me ne sono andato. Contestavo la denominazione piccola e media editoria, rivendicando invece la “grandezza” di chi lavora con progetto e qualità (come tanti miei colleghi editori); contestavo anche la presenza di editori a pagamento. Sono tornato quest’anno come espositore e direttore editoriale di Stampa Alternativa. Ho presidiato, ho dialogato, ho osservato. E a fronte di questo mi viene da dire che:
- l’idea vincente di gran lunga è quella dell’esclusione degli invasivi e arroganti grossi editori (un tempo “grandi”). Questo dà spazio agli editori che hanno progetto e qualità e per questo secondo me sono grandi;
- l’idea perdente, che rischia di ridurre la fiera a una mucillagine, è la presenza invasiva e petulante di editori a pagamento che editori non sono bensì stampatori, spesso orribili e soprattutto negatori di progetto e qualità, oltre che torbidi (e dico poco) nei rapporti con gli scrittori.
Il pubblico ci ha premiati, assediando il microscopico stand (mi chiedo se i sei metri quadrati che l’organizzazione ci ha “concesso” siano conseguenza della mia contestazione, per punirmi quindi) e facendoci esaurire tutte le scorte, mentre nella saletta messa a disposizione (grazie, organizzatori) denominata “Sala Sanpietrino” è stato possibile per me un gran lavoro di redazione, foriero di nuovi libri nei quali scorrano sangue letterario, passione e criticità.
Che cosa è la mafia - 3
La conseguenza più brutta dello spirito di mafia sta nel fatto che mercé di esso acquistano una vitalità straordinaria un gran numero di piccole associazioni di malfattori, il cui insieme costituisce quell’altra specialità siciliana alla quale ho accennato in principio della conferenza e che i Siciliani indicano collettivamente pure col nome assai largo e comprensivo di mafia.
Però nel ricchissimo dialetto dell’isola non manca una espressione speciale per denominare le dette associazioni. Ciascuna di esse chiamasi infatti una cosca di mafia, oppure senz’altro una cosca. E quando si dice che un tale è della cosca ciò significa che fa parte di uno di questi poco onorevoli sodalizi.
E qui mi sia permesso di rilevare che una pallida immagine del fenomeno siciliano ritrovasi anche in altre regioni d’Italia. Lo stesso vocabolo cosca, per indicare un’associazione di gente dedita alla mala vita ed al mal fare, con una leggerissima variante, non è ignoto all’alta Italia. In Torino infatti alle volte i barabba si sono organizzati in gruppi o società che si son chiamate coche, e ci è stata la coca di Porta Palazzo, la coca di Vanchiglia, come purtroppo in Sicilia ci è ancora la cosca di Altavilla e quella di Villabate. Ma la cosca mafiosa ha una saldezza di compagine, una forza d’azione e sopratutto una vitalità infinitamente superiori a quelle della coca barabesca.
Questa vitalità maggiore, lo stesso continuo nascere e rinascere delle cosche è dovuto anzitutto, come ho già testé accennato, allo spirito di mafia, vero brodo di cultura nel quale tutti i vibrioni malefici, tutti i sodalizi di delinquenti possono vivere e prosperare. Difatti, dove è molto sparsa l’opinione che il denunciare gli autori di certi reati alla giustizia sia cosa da uomo debole e dappoco, è naturale che i rei professionali, la feccia dei bassifondi sociali, si associno per profittare della soggezione e del terrore che una minoranza organizzata, che sa agire con calcolo ed insieme, ispira agli individui della maggioranza disorganizzata, i quali non osano invocare la protezione della forza legale.
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Piazza Fontana, la trama ed il sangue
Forse l’unico modo per comprendere davvero la “strage di Piazza Fontana” - comprendere nel senso letterale del prendere con sé, non consentendo la rimozione che l’espelle dalla memoria, dunque dalla storia civile del Paese, oppure la deforma e la riduce a data, a tappa nella cronologia italiana, a lacrimuccia di commozione che non afferra nulla e lascia scivolare tutto - è di considerarla come fosse la trama di una spy story, il plot narrativo elaborato da uno scrittore di genere (noir, political thriller). Oppure una di quelle simulazioni con cui gli Stati Maggiori pensano di dribblare il futuro interrogandolo in tutte le sue possibili concatenazioni e dunque elaborando mosse e contromosse, rigorosamente realistiche, per governare ciò che sarà.
Per procedere in questo modo bisognerà ovviamente pagare scotto, compiere un piccolo sacrificio. Occorrerà ridurre ciò che è accaduto - i morti e il sangue, il dolore dei feriti e la pena senza fine delle famiglie colpite – a piccola cosa, a quella decina di righe con cui la strage viene riassunta nei manuali e nelle cronologie della storia recente del Paese. Lì si legge come il 12 dicembre 1969 “Alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, una bomba provoca la morte di 17 persone e il ferimento di 88. A Roma scoppiano bombe alla Banca Nazionale del Lavoro in via Veneto dove rimangono ferite 16 persone e alla tomba del Milite Ignoto”.
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Calligrafia: cronaca di un amore
Nella vita professionale di un grafico l’incontro con la calligrafia è inevitabile; può capitare durante la realizzazione di un esecutivo, per un marchio, per la testata di una rivista o in quasiasi altro caso in cui la rielaborazione o l’interpretazione di un carattere tipografico si renda necessaria: si entra così nel territorio della calligrafia. Territorio dai confini indefinibili, al cui centro si potrebbe collocare l’atto di raccogliere prima l’inchiostro nell’incavo di un pennino per poi lasciarlo fluire in una traccia sulla carta secondo un criterio preciso che - a differenza della libera creazione di linee - persegue una configurazione associata al suono articolato e dunque al senso verbale: la scrittura.
A tale atto di base si sommano le stratificazioni culturali, l’invenzione formale (seppure limitata dalle regole di leggibilità), l’evoluzione dei materiali, l’apporto della personalità creativa dello scrivente, la formulazione dei canoni estetici e quanto altro concorre alla trasformazione della scrittura in calligrafia. La danza bidimensionale del pennino nello spazio piatto del foglio, il suo scorrere senza ripensamenti, è certo l’espressione più pura dell’atto calligrafico tradizionale. Ma la calligrafia è anche un’azione più meditata, il lavoro di costruzione del carattere secondo aggiustamenti progressivi fino al massimo grado della sua espressione formale, operazione che sconfina necessariamente nei territori contigui della percezione visiva, della creazione artistica, della decorazione, della geometria descrittiva, dell’elettronica, eccetera.
Con la nostra rivista di calligrafia intendiamo proporre un contenitore per tutta questa produzione che scaturisce da arti e scienze e che si occupano di forme da scrivere e insieme da leggere; il nostro campo d’indagine si può articolare in diverse sezioni che comprendono la descrizione degli strumenti (carta, inchiostro, penne, pennelli, pennini, eccetera), la storia, la teoria e la pratica (i modelli con le regole di base), le culture non europee, la callgrafia senza carta e penna (lapidi, graffiti, sculture, ceramiche), la grafologia, la calligrafia come lavoro (il mestiere degli artigiani; la professione dei pubblicitari), l’agenda dei principali avvenimenti e le novità editoriali.
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Psichiatria, storie e libri
Stampa Alternativa, nella figura di Marcello Baraghini, si è trovata nei giorni scorsi al Palazzo della Ragione di Mantova al centro degli sviluppi della psichiatria attuale grazie ai suoi libri che vi sono stati presentati. Non ho l’arma che uccide il leone e Psicofarmaci agli psichiatri di Peppe Dell’Acqua e di Enrico Baraldi iniziano un percorso che Stampa Alternativa ancor più approfondirà nel 2008, l’anno che segna il trentennale della Legge Basaglia.
I due psichiatri Dell’Acqua e Baraldi hanno in due modi diversi sottolineato coi loro libri come la psichiatria che riesce a curare e a svincolarsi dalle logiche repressive debba inevitabilmente partire dalle storie dei pazienti. Non ho l’arma che uccide il leone racconta infatti le vicende che hanno fatto la storia di Trieste quando Franco Basaglia chiuse il manicomio di San Giovanni e iniziò la rivoluzione psichiatrica dopo la quale “niente fu più come prima”. Psicofarmaci agli psichiatri racconta sotto forma di romanzo la crisi professionale e personale di uno psichiatra dei giorni nostri che solo col contatto diretto con due sue pazienti riesce a trovare i motivi per un cambiamento e per svincolarsi dalle logiche di mercato delle multinazionali dei farmaci.
Nella serata mantovana autori ed editore si sono sottoposti alle domande di intervistatori straordinari, i redattori e l’editore di Rete 180, l’emittente radiofonica che è la voce di chi sente le voci e la cui redazione è composta dai pazienti psichiatrici stessi. Così dalla prima domanda - “Abbiamo mescolato i due titoli dei vostri libri e ne sono usciti due nuovi titoli: Non ho l’arma che uccide gli psichiatri e Psicofarmaci ai leoni… cosa ne pensate?” all’ultima “Cosa pensate di avere in comune coi vostri pazienti?” - si è ripercorsa una storia e una riflessione sulla malattia mentale e sulla sua cura sociale che è davvero difficile trovare in altri contesti.
Le tracce oscure della “Uno bianca”
Il libro Uno bianca e trame nere. Cronaca di un periodo di terrore di Antonella Beccaria (Stampa Alternativa, 2007) dà una lettura di una carriera criminale lunga e complessa come quella dei fratelli Savi e dei loro complici senza prescindere dal contesto storico e politico all’interno del quale si inquadra.
Cosa aggiunge di nuovo questo libro? Per quanto mi riguarda riapre una ferita, mai marginata e mi tornano alla mente le sensazioni e la frustrazione provata nel novembre 1994, quando venni a sapere che i banditi della “Uno bianca” erano dei miei colleghi. Per anni continuai a prendere servizio su quelle stesse volanti con la consapevolezza di dovere dimostrare ai miei concittadini la versione possibile di una polizia seria e professionale.
Il libro di Antonella Beccarla segue, attraverso le oltre cento azioni della banda, l’evoluzione di un paese che stava per entrare in una crisi che avrebbe spazzato via l’establishment politico dei decenni precedenti per vederne insediato un altro, nuovo solo per facciata ma non per trasparenza verso i cittadini.
Innanzitutto una considerazione di base, dopo oltre sette anni di buio si arriva alla fine di novembre 1994 all’individuazione dei responsabili di una impressionante scia di violenza che totalizza ventiquattro morti e 102 feriti. Di questa violenza sono responsabili sei persone, cinque delle quali vestono una divisa da agente di polizia. E finalmente gli inquirenti possono processare dei pluriomicidi arrivando a comminare l’ergastolo a quasi tutti.
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Che cosa è la mafia - 2
È difficile di determinare precisamente quanto lo spirito di mafia sia diffuso in Sicilia. Bisognerebbe prima fissare il punto dove la verità mafiosa comincia e dove finisce. Certo, esaminando uno ad uno i Siciliani con criteri molto rigorosi, battezzando per mafiosi tutti coloro che in qualche caso speciale credono preferibile di mettere a dovere colle proprie mani un tracotante od un offensore anziché ricorrere alla giustizia, si potrebbe asserire che la mafia comprende la maggioranza degli abitanti dell’isola. Ma se invece ricorriamo a criteri più larghi e più giusti, se consideriamo per mafioso solo colui che per spirito di mafia ha commesso un reato, od è almeno capace di commetterlo, allora i Siciliani che, come dicono gl’Italiani del nord, sono affiliati alla mafia, diventano una scarsa minoranza.
Volendo fare delle distinzioni, a seconda delle varie classi sociali e delle varie regioni dell’isola, dirò che lo spirito mafioso, in generale, è più forte e diffuso nei piccoli paesi e meno assai nelle grandi città. Sebbene poi i contadini più poveri dell’interno dell’isola ne siano meno affetti di quelli più agiati ed intelligenti dei comuni vicino a Palermo e delle borgate rurali annesse a questa città. È naturale pure che lo spirito mafioso sia in generale più forte, checché si dica e si scriva in contrario, nelle classi povere e rozze anziché in quelle ricche sopratutto e in quelle istruite. Bisogna però riconoscere che vi è qualche grossa frazione delle classi più povere, formata da coloro che esercitano certi determinati mestieri, che ne è quasi completamente immune; ciò avviene segnatamente nei marinai e pescatori numerosissimi nell’isola. Ed è pure vero che alcune frazioni delle classi dirigenti, certe famiglie ricche e perfino blasonate sono fortemente intinte di mafiosità; si tratta però spesso di famiglie di gabellotti, o grossi affittuari di fondi rustici, recentemente arricchite, nelle quali l’educazione e la cultura sono rimaste indietro alla ricchezza di una o due generazioni; oppure, se son famiglie antiche e blasonate, sono di quelle che al blasone accoppiano una buona dose d’ignoranza e di rusticità, male larvata da una specie di gentilomeria sui generis, e che, abitando per lo più in borghi appartati, dove le idee ed i sentimenti moderni hanno avuto finora poca presa, hanno assunto, mi si passi la metafora, il colore morale dell’ambiente che le circonda.
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