Che cosa è la mafia - 1

Che cosa è la mafia di Gaetano MoscaIniziamo la pubblicazione a puntate del libro di Gaetano Mosca (Palermo 1858 - Roma 1941) intitolato Che cosa è la mafia. Stampato per la prima volta nel 1994 e inserito nella Collana Millelire, attualmente è fuori catalogo, ma è scaricabile da Libera Cultura, il progetto di Stampa Alternativa che riunisce tutte le pubblicazioni rilasciate con licenza Creative Commons. Dunque, buona lettura con questo testo per questa e per le prossime settimane.

A proposito del recente ed ormai celebre processo, che si è svolto a Milano,1 molto si è parlato e si è scritto della mafia, argomento vecchio che di tanto in tanto acquista in Italia un interesse nuovo ed un’attualità nuova. È strano intanto che si debba notare come coloro che discorrono e scrivono di mafia, in tutta l’Italia, ma specialmente in quella settentrionale, ancora oggi raramente abbiano un concetto preciso ed esatto della cosa, o delle cose, che colla parola mafia vogliono indicare. Veramente sarebbe toccato ai Siciliani stessi di togliere gli equivoci e di stabilire il vero valore del nuovo vocabolo da essi introdotto nel dizionario nazionale. Ma per i Siciliani quel complesso di fenomeni sociali, di anomalie della loro regione, che essi esprimono sinteticamente quando dicono la mafia, riesce così familiare, che quasi non immaginano che altri possa sentire il bisogno di una dettagliata spiegazione, di un commento che fissi e chiarisca i vari significati dell’espressione che i nativi dell’isola, mercé la lunga consuetudine, facilmente distinguono.

Or dunque, dovendosi anzitutto eliminare questa poca precisione del nostro linguaggio parlato, occorre rilevare che i Siciliani col vocabolo mafia intendono e vogliono significare due fatti, due fenomeni sociali che, quantunque abbiano fra di loro stretti rapporti, pure sono suscettibili di venire separatamente analizzati. La mafia, o meglio lo spirito di mafia, è una maniera di sentire che, come la superbia, come l’orgoglio, come la prepotenza, rende necessaria una certa linea di condotta in un dato ordine di rapporti sociali.
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Creative Commons in Noir: primissimo bilancio

Creative Commons in NoirOk, abbiamo tirato le fila per quanto riguarda il concorso Creative Commons in Noir, lanciato l’estate scorsa per autori che volessero cimentarsi nella stesura di racconti di genere rilasciandoli con licenza Creative Commons. I racconti che ci sono pervenuti fino al 31 ottobre, data in cui scadeva il bando, sono stati sessantotto. Di questi, solo uno non è stato ritenuto valido a causa della lunghezza del testo: a fronte delle diecimila battute richieste nel regolamento, il racconto superava le 87 mila.

Gli altri, invece, sono stati inseriti nella lista dei concorrenti perché, oltre al numero di battute, hanno rispettato gli altri canoni richiesti, in primis l’apposizione della clausola di rilascio. E i giurati (Maurizio Matrone, Juan Carlos De Martin, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Antonella Beccaria, Erika Mattea Vida, Edi Pernici, Luciano Comida e Carla Melli) hanno ricevuto copia dei racconti e le griglie di valutazione. A questo punto, il prossimo appuntamento è per la fine di gennaio quando saranno annunciati i vincitori. Di seguito, inoltre, forniremo le informazioni circa la cerimonia di premiazione e l’antologia che scaturirà dalla selezione partita proprio in questi giorni.

Cocco Bill: il dinamismo figurativo

Coccobill - Mezzo secolo di risate westernUno dei limiti espressivi del fumetto è che le sue raffigurazioni sono vignette statiche, per cui c’è il problema di dare l’idea del movimento. Ma è un limite del quale non soffrono quasi i racconti di Jacovitti, che ricorre in maniera sempre efficace e funzionale a quegli artifici grafici che caratterizzano il fumetto e vengono chiamati “segni dinamici”, già evidenti fin dalla copertina di Coccobill - Mezzo secolo di risate western.

È il caso di quei tratti di penna che, nella raffigurazione del disegno, non corrispondono a qualche cosa di esistente, bensì suggeriscono appunto un’idea di movimento. In ciò, Jacovitti è maestro: i suoi protagonisti sono così dinamici che sembrano quasi saltar fuori dalle vignette. Se si considera, per esempio - una su mille, a caso - la dodicesima tavola del racconto “Cocco Bill fa sette più”, si riscontrerà sia nella quinta sia soprattutto nell’ultima, con quale evidenza si riceva l’impressione della velocità con cui vengono estratte dalle fondine le pistole e soprattutto con che micidiale velocità Cocco Bill sia capace di usarle.

E ugualmente, nell’ultima vignetta della sedicesima tavola, si rimane stupefatti nel constatare come gli spari dei revolver e le movenze dei corpi diano una straordinaria impressione di movimento. E se si andasse a esaminare la sequenza delle tavole dalla ventisettesima alla trentesima, si potrebbe avere addirittura l’impressione di trovarsi piuttosto di fronte a un vivace “cartone animato” che a una “povera” successione di disegni “immobili”. In ciascuno dei quali, fra le mille tavole di Jacovitti, si possono gustare insoliti movimenti dei corpi, bizzarre e mobilissime posture degli uomini, degli animali e perfino delle “cose”, e comunque un generale senso di movimentatissimo dinamismo.
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Calligrafia: i vasti orizzonti della scrittura

Calligrafia 1991-1995 a cura di Lucia CesaroneForzando un poco le proporzioni, si potrebbe dire che quella che viene riproposta con questo libro, Calligrafia 1991-1995 curato da Lucia Cesarone, è una rivista storica. Lo è sicuramente nel campo particolare a cui fa riferimento - se preso alla lettera - il nome di cui si fregiava, avendo avuto esigui precedenti e una piccola ma significativa presentza in libreria. Ma lo è anche nel ben più ampio campo a cui ha rivolto il proprio interesse e che potremmo sommariamente definire “della comunicazione”. Non semplicemente il campo di coloro che in modo specialistico esercitano l’attività del comunicare, ma di tutti quelli che sul comunicare fondano buona parte della propria vita, lavorativa e non.

Si spiega così la convivenza in queste pagine di temi che interessano archeologi, insegnanti, storici, sociologi, ingegneri dei trasporti, type designer, illustratori, artisti e, last but not least, calligrafi. Da questo punto di vista la rivista “Calligrafia” ha rappresentato, nel suo piccolo, un raro ponte tra discipline apparentemente molto lontane. Un elemento di contatto - un link si direbbe oggi - per condividere le più diverse riflessioni sulla scrittura, intesa nella sua accesione più ampia, profonda e suggestiva.

Ma storica lo è anche nel senso che, in qualche modo, si è trovata al centro di un periodo particolare del mondo - in questo caso, invece, specialistico - della comunicazione e ha dato indirettamente un contributo alla sua direzione verso nuovi orizzonti di ricerca. Paradossalmente, una rivista dal nome retro proponeva una nozione innovativa di scrittura, in un ambito dove imperava ancora il mito, acritico e superficiale, dell’immagine, adottato spesso per occultare la scarsa efficienza delle soluzioni progettuali. Basta sfogliare questo libro per annullare la presunta opposizione tra scrittura e immagine.
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Copyleft e libertà di cultura

Lo snodo della reteGli amici di Girodivite - Segnali dalle città invisibili, quotidiano telematico e cartaceo con base a Catania e online dal 1994, hanno raccolto in un e-book (3,3MB, 160 pagine) un’inchiesta sul campo sui temi del copyleft. Basato sulla tesi di laurea di Gaetano Rizza (Università di Catania, 2006), il testo è edito da Zerobook e rilasciato sotto Creative Commons, ora disponibile in PDF su Libera Cultura - oltre che su Lulu.com per chi volesse versare un più che utile contributo economico (10 euro il download, 17,70 euro il paperback cartaceo). Lo snodo della rete raccoglie interviste di realtà italiane e altri testi da cui emerge come le opere rilasciate in regime di copyleft abbraccino tutti i campi del sapere: la narrativa, il giornalismo, le opere letterarie, la didattica, la musica, la documentazione, fino ad arrivare alle enciclopedie libere. Una filosofia e una pratica, quella del copyleft, “entrata nella vita di tutti i giorni, spesso senza far rumore, e senza far quasi accorgere all’utente finale che quella determinata opera che sta consultando, utilizzando, riproducendo, è un’opera copyleft”.
Su temi analoghi, il gruppo Scarichiamoli ha lanciato una petizione online “perché la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali finalmente diffondano una campagna pubblicitaria per la promozione della cultura libera”. È una risposta precisa alle campagne di informazione contro la pirateria multimediale avviate dalle istituzioni italiane, dove si specifica che:
“l’atto in sé del masterizzare un cd musicale non significa commettere un reato; l’atto in sé del fotocopiare un libro non significa commettere un reato; l’atto in sé dello scaricare opere dell’ingegno da Internet non significa commettere un reato. Occorre vedere COSA masterizzi, COSA fotocopi, COSA scarichi. … Se ciò che masterizzi, fotocopi o scarichi è LIBERO, allora tu non stai commettendo alcun illecito, né civile, né penale. La libera circolazione della cultura cresce nella condivisione”. Tutti possono firmare la petizione.

Giornali, denari e politica: se la casta ormai è una sola…

La casta dei giornali di Beppe LopezDi casta hanno scritto Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, illustrando privilegi e prepotenze della classe politica italiana, descrivendo così un sistema di potere trasversale agli schieramenti in grado di dominare tutti gli aspetti della vita pubblica e istituzionale. Ma non dobbiamo pensare che quella casta sia un’eccezione rispetto alla realtà del nostro Paese…

Tutt’altro. E se qualcuno ci parla di altre caste, non dobbiamo considerarle come entità a sé stanti ma come un vero e proprio apparato eretto a prassi quotidiana di spartizione di poteri e denari (pubblici, possibilmente) che regola buona parte della vita pubblica italiana.

Nelle pagine de La casta dei giornali di Beppe Lopez (Stampa Alternativa) è lo stesso autore a sottolineare la contiguità di diversi sistemi di potere e pressione all’interno del contesto italiano.

La riflessione di Lopez, che elenca dati, cifre e nomi in quantità, stringe il fuoco sul giornalismo e sulle provvidenze all’editoria, per presentare un’anomalia tutta nostrana: se 700 milioni di euro all’anno (2006) se ne vanno in finanziamenti diretti o indiretti a favore delle testate giornalistiche, qualcosa che non va in questo Paese ci deve essere. Ma non è solo sulle maglie larghe delle leggi e sui tanti, troppi sotterfugi che per volontà politica o per inadempienza (magari consapevole) del legislatore restano aperti a chi voglia abusare di questo sistema di provvidenze, è importante capire anche qualcosa in più sul giornalismo italiano, sulla sua missione, sul suo senso.
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E se arriva il copyleft?

L'alternativa del copyleftVoglio essere volutamente breve ed elementare. Mi rendo conto quando un post o una mail è troppo lungo la lettura diventa difficoltosa. C’è un problema, che dura da anni: chi è iscritto in Siae non ha la libertà di far circolare liberamente la propria opera. “Liberamente” richiama un altro concetto: “senza nessun costo d’accesso per l’utilizzatore”. L’utilizzatore, per fruire un’opera ed accedere al messaggio contenuto, deve pagare, sempre e comunque. Succede così che alcuni autori, chi si discosta dal “mainstream”, rimangono di nicchia, poco conosciuti perché poco pubblicizzati e, cosa peggiore, il messaggio che cercano di diffondere rimane sconosciuto.

Ci sono altri autori che, per diffondere il proprio messaggio, hanno deliberatamente permesso agli utilizzatori di accedere alla propria opera liberamente e senza nessun costo. Questi autori hanno scelto di utilizzare delle licenze apposite generate, in via informatica, da soggetti diversi. Questi hanno aiutato gli autori a scegliere gli strumenti comunicativi e giuridici per dire semplicemente: “puoi utilizzare questa opera a patto che…”.

Le licenze sono diverse, come sono diversi i soggetti che le hanno create. Ma un elemento che spesso le accomuna è il permesso di utilizzare l’opera “a patto che non se ne faccia un uso commerciale”. In sintesi: “se io, autore, non guadagno nulla, non voglio comunque che qualcuno guadagni del mio lavoro”. Che questo ragionamento sia giusto o sbagliato è un’altra cosa. La cosa che interessa è invece, per chi non lo sapesse, dire che chi è iscritto alla Siae non può far circolare la propria opera liberamente, mentre chi fa circolare la propria opera liberamente non può iscriversi alla Siae. In tutti e due i casi, all’autore viene negata una libertà.
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Ancora una volta su fili e caste

Don Quijote - Foto di Gisela GiardinoLo scenario è bello ricco e provoca goduria, almeno a me. Riassumo in poche battute. Una casa editrice a pagamento pubblica costosissimi annunci sulla prima pagina di Repubblica omettendo di dire agli scrittori emergenti a cui si rivolge che li pubblicherà sì, ma a pagamento. Punzecchio Il Filo e il direttore editoriale, Giuseppe Trattino (il trattino è suo) Lastaria, minaccia querela. A questo punto mi scrive Boris e racconta una bella e istruttiva storia sul Filo, tale da cominciare a far luce dietro gli sgarruppati annunci su Repubblica. Punto.

Sempre Boris, nella sua straordinaria lettera, parla del suo docente di “tecniche della comunicazione Pier Luigi Panza”, che altri non è che il giornalista che sul Corriere della Sera stronca il libro La casta dei giornali, edito da noi in coedizione con ERI-RAI sostenendo che il libro è pagato coi soldi dei contribuenti. Niente di più falso. Alla ERI-RAI noi diamo il 2% su ogni copia venduta in cambio del loro impegno a promuovere il volume sulle reti pubbliche. Un impegno straordinario, alla luce dei risultati.

Panza risponde ad una mia richiesta di rettifica sostenendo ancora che non ho capito una mazza. Però l’articolo è leggibile da tutti cosicché ognuno può farsi una ragione: se sono io, oppure se è lui a non saper leggere. Per farla breve, tu, caro Boris, mi suggerisci di far da tramite con Panza, il tuo professore. E allora ti invito a chiedergli non di invitare me, che non so leggere, ma l’autore del libro, Beppe Lopez, dinnanzi a voi tutti, all’università, a confrontarsi sui contenuti. Stai certo che se ne sentirebbero, di considerazioni utili, per te, per tutti voi studenti.

Fammi sapere, Boris, come reagirà.

Uno bianca e trame nere: cronaca di un periodo di terrore

Uno bianca e trame nere - Cronaca di un periodo di terrore di Antonella BeccariaIniziamo dalla fine. Di Uno bianca a lungo non si è più parlato. O quasi. E invece ora, nel giro di pochi mesi, si infittiscono le notizie relative alla banda che dall’ottobre del 1987, vent’anni fa esatti, imperversò tra Bologna e le Marche fino al novembre 1994. Alla fine del marzo 2007, la Procura della Repubblica di Bologna aveva presentato ricorso contro la decisione del tribunale di sorveglianza che aveva concesso cinque giorni di permesso a Pietro Gugliotta, uno dei criminali condannati in questa vicenda, per consentirgli di lavorare presso una comunità religiosa. La motivazione: una relazione della divisione anticrimine della questura di Bologna circa possibili relazioni tra l’ex bandito e la criminalità organizzata.

Se non si erano fatte attendere le ovvie proteste dell’avvocato difensore, la famiglia di Gugliotta – come già in passato – aveva manifestato il proprio dissenso verso una scarcerazione dell’uomo, e il comitato dei parenti delle vittime era insorto. E in proposito ha detto Rosanna Zecchi, presidentessa dell’associazione che riunisce i familiari delle vittime dalla banda, in un’intervista al quotidiano Il Bologna del 23 marzo:

La richiesta di Savi [e si riferisce ad Alberto Savi e all’invocazione di perdono lanciata alla vigilia delle commemorazioni della strage del Pilastro, nel gennaio 2006, N.d.A.] ha generato perplessità nel nostro comitato. Dubbi, per esempio, su aspetti ancora ambigui come il raid nel campo nomadi o il duplice assassinio nell’armeria di via Volturno: eventi non collegati alle finalità della banda, quelle di sparare per profitto, per portare a termine le rapine. Cosa c’è dietro la Uno bianca? chiesero a Fabio Savi. Rispose: la targa. Una targa, evidentemente, di cui ancora oggi le vittime non leggono bene i numeri.

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Fili di carta: caste, nodi e ingarbugliamenti

Dialoghi sul treno - Foto di Mela QBoris, la tua lettera “aperta” è da manuale, esemplare per come poni problemi, per come, soprattutto, semini dubbi e per quanto ci fornisci di notizie sul Filo di Giuseppe Trattino Lastaria. Cominciamo quindi ad avere le prime cifre che Trattino Lastaria ci nega per spendersi invece in minacce di querela e a costruire un monumento al suo Filo.

Mi piacerebbe approfondire, in primo luogo, la storia dello sforzo economico del Filo che, per quello che ci riferisci, ammonta a 2.000 euri. Duemila ce li metti tu, sull’unghia e duemila ce li mettono lor signori che poi, bontà loro, ti riconoscono il 15-20 per cento sulle copie vendute. A me lo “sforzo” economico del Filo mi pare molto ma molto discutibile, tanto discutibile da approfondirlo con un bell’esame merceologico del “prodotto” così da capire quanto costa davvero il tuo libro e poi con bel monitoraggio per capire in quante altre librerie non ci siano i libri del Filo, oltre che alla Feltrinelli.

Scommetto che ci troveremo di fronte a tante belle sorprese. Approfondiremo quindi. Approfondiremo. A partire dalla tua preziosa lettera tra l’altro ben scritta a differenza di quella del direttore editoriale Trattino Lastaria.

E veniamo a Panza al caso del nostro “La casta dei giornali”, anche dopo una mia lettera al direttore del suo giornale e alla sua risposta che riporto qui di seguito:
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Anarchici, garibaldini, visionari. Storie dal secolo breve

Ai miei cari compagni di Luciano BianciardiDario Oliviero pubblica su Repubblica l’articolo Anarchici, garibaldini, visionari. Storie dal secolo breve per parlare (anche) del libro Ai miei cari compagni di Luciano Bianciardi.

È un miracolo che non sia finito dimenticato un uomo come Luciano Bianciardi che pure aveva tutte le caratteristiche per l’oblio. Non allineato, anzi anarchico. Amante e profondo studioso di quella parte del Risorgimento più scomoda, quella garibaldina, repubblicana, rivoluzionaria. Traduttore di autori come Henry Miller. Insomma, uno di quelli che è più comodo non ripubblicare. Invece è commovente come resista, grazie a piccole case editrici come Isbn o, in questo caso, Stampa Alternativa che manda in libreria un gioiellino: Ai miei cari compagni. Diario inedito di un neo-garibaldino (10 euro). Due racconti lunghi che danno il senso della forza corrosiva di uno scrittore come Bianciardi. Il primo racconta delle cinque giornate di Milano, il secondo della spedizione degli straccioni di Garibaldi. Due vittorie dove nessuno se le sarebbe aspettate, due bagliori nella storia. Bianciardi mischia a quelle storie anche fughe in avanti, inquadrature nell’Italia del suo tempo, improvvisamente ricca ma ancora povera e ancora così piena di ingiustizia. E nel ripercorrere la storia che più ama, fa quello che il potere non gli ha mai perdonato, descrive il presente e non lo accetta: “In questi cinque giorni di disordine ha regnato in città un ordine nuovo, spontaneo, entusiastico. Basti pensare che non è stato segnalato un solo caso di furto. Milano stava vivendo un clima morale del tutto nuovo. I ladri han ricominciato a rubare non appena è stato ristabilito il rispetto della proprietà”.

Ai miei cari compagni di Luciano Bianciardi
Collana Eretica
168 pagine
ISBN 978-88-6222-000-2

La violenza e il macabro di Cocco Bill

Coccobill - Mezzo secolo di risate westernAnche nelle storie di Cocco Bill si riscontra una specie di beffarda contraddizione interna: nel senso che esse, indirizzate ai ragazzi, tuttavia si caratterizzano per una notevole violenza, contro la quale moralisti, benpensanti, educatori, pedagogisti e via discorrendo hanno sempre sollevato obiezioni, una vera levata di scudi. Una violenza che non solo risulta qui, in Coccobill - Mezzo secolo di risate western, evidente, ma che è anche caratteristica tipica di tutta l’arte narrativa di Jacovitti. Il quale non la lesina nel comportamento di nessuno dei suoi personaggi, perché anche il più mite di essi non si tirerà indietro, all’occasione, nel tirare una tremenda bottigliata in testa a qualcuno o dallo spaccargli uno sgabello sulla schiena.

È sufficiente aprire a caso una sola di queste stesse pagine, e sarà difficile non riscontrare questo elemento costitutivo di ogni racconto. Per esempio, già nella prima pagina della tavola della storia, Cocco Bill spara sui denti di un avversario; nella seconda, con gratuito dispetto, fa scoppiare a pistolettate una palla; per cui nella terza tavola succede il finimondo: pugni, capaci di demolire una statua, dinamici salti per aggressioni reciproche, revolverate a gogò e chi più ne ha più ne metta, addirittura l’uccisione finale del contendente contro Cocco Bill. Dopo di che, basta girare le pagine e la musica non cambia: crudeltà brutalità, prepotenze, maltrattamenti, soprusi, furori che non concedono respiro. Senza contare il frequente viraggio ad aspetti decisamente macabri. Uno per tutti: il cowboy della tavola 5, “con emicrania” per via di una scure piantata in capo; oppure la tavola 29, tanto per concludere, dove Callagan, cattivo di turno, si volatilizza di una immane esplosione.
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Editore a perdere e fili scoperti

Editori a perdere di Miriam BendiaBene bene bene, come diceva un mio vecchio amico per esprimere soddisfazione, adesso posso ripartire con una bella campagna nazionale, dopo quella degli Anni Novanta scaturita dal libro Editori a perdere - Viaggio di una giovane scrittrice tra editori a pagamento e non di Miriam Bendia e raggiunta da due querele da parte di editori a pagamento ma coronata da due stupefacenti sentenze a nostro favore (che presto pubblicherò).

Questa volta la campagna nazionale la chiamerò Il Filo scoperto e prenderà spunto da annunci costosissimi apparsi sulla prima pagina de La Repubblica da un po’ di tempo in qua e che mi hanno parecchio inquietato per il loro contenuto. I numerosi e, ripeto, costosissimi annunci, erano di una misteriosa casa editrice viterbese, Il Filo appunto che, sebbene con una forma alle soglie della leggibilità, proponevano le stesse cose che avevo già letto e contestato negli annunci di Libro Italiano, di Andrea Oppure, di Le Lettere e di tanti altri editori a pagamento.

Leggetelo, uno di questi annunci, nemmeno il più sgarrupato, tanto per intenderci. Qualche puntura di spillo ed ecco il “miracolo”: la lettera inviata per e-mail dal direttore editoriale de Il Filo, Giuseppe Trattino Lastaria, (il Trattino è suo) qui appresso riportata. Una lettera soltanto? No, un biglietto da visita, un manifesto, una introspezione che non ha certo bisogno di chiose da parte mia. Salvo che la lettera di Giuseppe Trattino Lastaria, la visibilità da lui ottenuta tramite i costosissimi annunci e il “credito” che gli dà la testata scelta, mi spingono a rimboccarmi le maniche (si fa per dire) per costringere Il Filo, Oppure, Libro Italiano, Le Lettere e tutto il variegato mondo degli editori a pagamento, a dichiarare nei loro annunci pubblici che pubblicheranno sì, ma a pagamento.
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Io, ultras: padrone del pallone

Io, ultras di Andrea ArenaHo letto quasi tutti i libri di Stampa Alternativa. Quelli più caldi li leggo prima che vengano pubblicati, quando mi chiedono un parere per sapere se ci possono essere problemi legali. Sono il loro avvocato e loro sono stati i miei primi clienti. Ci conosciamo da più di dieci anni e siamo affezionati. Qualche volta scrivo loro sul perché pubblicare o non pubblicare un libro. Ma non avrei mai pensato di trovarmi a scrivere perché leggerlo. È successo invece per questo libro, Io, ultras - Padrone del pallone. È stato più forte di me. Invece di scrivere una lettera con eventuale “imprimatur”, magari consigliando qualche cambiamento, mi sono trovato a parlare di quanto questo libro è importante. Non so perché. Sarà che anche io, come Sandrino (l’Io narrante del romanzo), ho trentacinque anni e sono della Lazio, molto della Lazio. Sarà perché anche io ho visto la prima partita molti anni fa, ancora bambino, l’anno del primo scudetto, e anzi da quella volta le ho viste tutte. Ma non può essere solo per quello. Credo che ci siano ragioni più oggettive.

Direi che quello di Andrea Arena, che a scanso di equivoci con Sandro non c’entra niente ed è invece autore di una impeccabile monografia degli slogan dei derby Lazio-Roma (Botte e risposte, Stampa Alternativa, 2000), è il libro più serio sul calcio e sulla società del calcio tra quelli che ho letto. È un libro informato e anzi colto. Che in rapida sequenza e senza pendateria coglie e riassume i fatti più importanti della storia del calcio in generale e della Capitale in particolare. I fatti maggiori e minori sono tutti veri. Nulla è inventato se non la storia personale di Sandro, che però è assolutamente verosimile. Qualunque laziale potrà confermarvelo. Perché il calcio è anche la storia di furti, violenze, aggressioni ed è una storia non sempre scritta nel modo giusto. Anzi, raramente scritta come ha fatto Arena, ma solo tramandata oralmente.
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E la doppia morale del Corriere della Sera?

La casta dei giornali di Beppe LopezLa “Terza pagina” del Corriere della Sera, sabato scorso ha deciso di trattare il libro La casta dei giornali di Beppe Lopez, edito da Stampa Alternativa e Rai Eri, che in un paio di settimane è stato ristampato quattro volte e ha venduto 50 mila copie. Un successo, nonostante lo spinoso tema: “come l’editoria italiana è stata finanziata e assimilata dalla casta politica”. Passaparola, grande accoglienza dal mondo di Internet e dei blog, della televisione pubblica e privata, da radio e giornali regionali.

I grandi giornali nazionali, infatti, hanno sinora ignorato o trattato il libro marginalmente, con reticenza o sotto titoletti incomprensibili. E il motivo è comprensibile: La casta dei giornali racconta e documenta il portentoso flusso di danaro pubblico, circa 700 milioni di euro all’anno, che finisce nelle casse dei grossi gruppi editoriali, rimpolpaldo di conseguenza anche gli utili degli azionisti. Andando più nel dettaglio, si parla di 29 milioni a Mondadori, 23 milioni a Rcs, 19 milioni al Sole 24 Ore, 16 milioni a Repubblica Espresso, eccetra. Con ovvia distorsione del mercato e annientamento dell’editoria regionale e indipendente, e conseguente manipolazione della circolazione delle idee e della democrazia.

Ora, il “Corriere della Sera” recensisce, meritoriamente controccorrente, l’inchiesta di Lopez. Ma seguendo un metodo trasversale e liquidando con poche battute il cuore del libro. Pierluigi Panza che ha scritto il pezzo ha puntato a delegittimarlo, semplicemente parlando d’altro. Sin dal titolo: “La doppia morale della Rai”. Si attacca la Rai, che poi è come sparare sulla Croce Rossa. Panza si dichiara deluso, si sarebbe aspettato di “trovarci svelate le segrete trame, i legami lobbistici, il sistema delle raccomandazioni diffuso nei giornali con tanto di nomi e cognomi”. Si sarebbe aspettato cioè tutto un altro libro. Magari “sul modello della Casta di Stella e Rizzo”, dove si parla meritoriamente di tutti e di tutto, meno che dei finanziamenti pubblici all’editoria.
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