Un percorso verso la libertà di cultura

Bernardo Parrella è stato il primo che ha portato all’interno di Stampa Alternativa il discorso di “liberare i libri” prima attraverso il copyleft al posto del “tutti i diritti riservati” e successivamente con le licenze Creative Commons. In queste ore, mentre a Ravenna si sta svolgendo la tre giorni di Strati della Cultura, si siglerà anche un’intesa con l’Arci basata proprio sulla libertà di cultura, a partire dalle licenze Creative Commons. Intesa che comprenderà collaborazioni per nuovi volumi, cicli di incontri e divulgazione. Per l’occasione, dunque, Bernardo ha preparato un breve intervento video in cui ripercorre la storia della nostra casa editrice in questo percorso per la più ampia diffusione dei libri. Libri che continuerete a trovare su Libera Cultura, dove abbiamo appena inserito in integrale Il pornografo del regime.

Cocco Bill: Jac come Picasso

Coccobill - Mezzo secolo di risate westernSono un devoto di Cocco Bill, di Trottalemme e di tutti quei momenti in cui beve camomilla nel saloon. Sono un devoto di Jacovitti, della sua immensa creatività, del suo segno che era in noi fin da prima che nascessimo, che ha sicuramente migliorato la parte umoristica del nostro DNA.

Non posso immaginare la mia vita senza Cocco Bill, che poi è come dire senza le storie di Jacovitti, che poi è come dire senza le storie di Walt Disney o di Tex Avery. Cocco Bill era il paradosso che si faceva cowboy per illuminare la nostra vita, per renderla più comprensibile e digeribile, meno complicata e più sostenibile. Ho sposato la causa del camillino, biscotto gelato dalle molteplici virtù, solo perché sopra c’era Cocco Bill, son scelte che pesano nella vita di un ragazzo e modificano la taglia in larghezza sulla via dello sviluppo.

Tutte le facce e tutti i corpi che disegnava Jacovitti ci appertenevano, ci permettevano di entrare in un buffonesco western, provvidenziale perché ci metteva subito in sintonia con una risata. Cocco Bill è forse il personaggio più filosofico immaginato da Jac-lisca di pesce, il suo modo di intendere il senso della vita era perfino socratico, ma anche neoplatonico, aristotelico quanto bastava a prendere in giro e a sbugiardare tutti quelli che con la puzza sotto il naso consideravano e considerano il fumetto arte di serie B. I critici d’arte si vergognano di dire che Jacovitti era un genio, che ha operato una grande rivoluzione con il suo modo surreale di disegnare il vero, che questo maestro di fumetti va studiato esattamente come va studiato Picasso.

Comunque faremo a meno dei loro pareri, delle loro critiche fumose. Tanto prima o poi, anche le loro menti buie verranno illuminate dalla luce e dai colori di Cocco Bill. Ancora, in quel preciso momento, quando la storia ufficiale dell’arte scoprirà Jacovitti e ce lo spiegherà come se fossimo dei somari, noi risponderemo con una pernacchia, uno sberleffo, uno di quelli che ci ha insegnato Jac nelle sue storie anarchiche.
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Esperimenti in corso per l’affermazione della libertà

Freedom TrailUn esperimento globale per l’affermazione della libertà. Questo il titolo della mia breve introduzione al volume Software Libero, Pensiero Libero, il primo tomo dei saggi scelti di Richard Stallman apparso nella Collana Eretica, primavera 2003. Dove, nel colophon, compariva l’annotazione: “Si consente la copia letterale e la distribuzione di uno o di tutti gli articoli di questo libro, nella loro integrità, a condizione che su ogni copia sia mantenuta la citazione del copyright e questa nota”. Dicitura tutt’altro che nota al mercato editoriale nostrano e finanche un po’ stramba, inserita in un volume a stampa normalmente in commercio, pur nel montare delle ‘licenze libere’ e del ‘no copyright’ anche in Italia. Follia pura? No, accoppiata perfetta: il meglio dello Stallman-pensiero sulla libertà di software e di cultura, e la “licenza verbatim” per la massima diffusione a uso personale, con immediato rilancio online. Un esperimento di successo, sia in termini di copie vendute che di riscontri complessivi - pur sempre nel nostro piccolo. E proseguito con decisione, con una serie di titoli rilasciati poi sotto Creative Commons e raccolti nello spazio denominato, non certo a caso, Libera Cultura: oggi raccoglie 18 titoli delle varie collane di Stampa Alternativa liberamente scaricabili e ridistribuibili (per usi non commerciali), oltre all’archivo storico dei Millelire in continuo aggiornamento (30 testi), alcuni titoli “liberi” di altri editori e e-book inediti. (Fresco di bit, ora trovate tutte le tavole e i testi de Il pornografo del regime). Come segnalava Lele Rozza nell’intervento precedente, si tratta di scelte operate da un editore «né primo né unico né ultimo ma coerente» - oltre che ben deciso a rielaborare un forte passato storico onde creare nuovi ponti per superare l’imperante consumismo culturale, inclusi business model innovativi e sostenibili. E quest’accordo con l’Arci non fa che rafforzare questo percorso, nella convinzione che le Creative Commons e altre licenze alternative all’attuale regime proprietario siano lo sbocco naturale per l’affermazione della massima partecipazione alla cultura, dal basso e condivisa. Ne siamo più che certi.

La miscela terribile dell’emarginazione fatale

Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo di Francesca de CarolisMichelle Bobko sarà presente lunedì prossimo a Roma, presso il PapyrusCafé (via dei Lucchesi 28), per parlare di un libro che la riguarda molto da vicino, Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo - Romanzo con pianoforte jazz di Francesca De Carolis. Insieme a lei e all’autrice, Marcello Baraghini e Luigi Galella, scrittore e insegnante, mentre le letture saranno affidate ad Anna Carabe.

Qui vogliamo presentare alcune parole che Michelle ha scritto per Luca Flores, musicista geniale e protagonista di questo libro, oltre che del film di Riccardo Milani Piano, solo:

Con Luca ho trascorso gli ultimi anni della sua vita. Quelli che nel racconto del film, non ci sono. Eppure per Luca è stato un periodo ricco di scoperte, slanci personali e artistici. Sono gli anni che seguivano le prime violente manifestazioni della malattia.

Gli ultimi anni della sua vita anche artisticamente, sono segnati da una disperata ricerca di se stesso, nel tentativo di uscire dal vicolo, che ormai forse sentiva cieco, foriero di tormenti e sofferenze. È stato un periodo anche di isolamento, e per noi due molto drammatico. Da un lato la prospettiva di orizzonti e speranze per le nuove cure che prescrivevano i medici, dall’altro la diffidenza di molti, anche di quelli che gli erano stati amici e colleghi, di fronte alla malattia, ma ancora tabù per molti, troppi. Una miscela terribile che si è tradotta in una pesante emarginazione.

Ma voglio ricordare che proprio in questi anni, nel periodo in cui abbiamo vissuto insieme, ha inciso due bellissimi dischi Love For Sale e For Those I Never Knew, che sono la testimonianza di un percorso artistico e personale, che lui ha continuato a seguire fino alla fine con grande rigore. Senza mai fermarsi, né mai tornare indietro.

Suggerisco a chi voglia conoscere meglio Luca di leggere il libro di Francesca De Carolis, dove il suo percorso artistico non viene mai trascurato, così come i suoi veri tormenti psichici e personali. E nel CD allegato c’è la sua musica, eseguita seguendo fedelmente i suoi arrangiamenti.

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Le scelte coraggiose e le promesse mantenute

Str@ti della culturaSempre più spesso ormai si sente parlare di libertà della conoscenza, di software libero, di interoperabilità, di libertà della cultura e qualche volta persino di Creative Commons. Sembrano storie di piccole realtà, che testimoniano che un altro modo di fare cultura è possibile, ma senza particolari modelli alle spalle senza alcuna opportunità di sviluppo. Poi succede che un editore coraggioso - né primo né unico né ultimo ma coerente - decide di metterci un po’ di cuore e di rischiare un modello di business perché la cultura non ha padroni, non ha frontiere e gli alfabeti non si possono brevettare. Ecco così che improvvisamente le chiacchiere dei talebani della cultura diventano una possibilità concreta, si scopre che i talebani non ci sono e che chi fa cultura si limita a essere nano sulle spalle dei giganti, e grazie ai giganti e alla circolazione di idee e di concetti che il genere umano cresce, si sviluppa e diventa grande.

Bene, questa è la storia di una casa editrice che non rappresenta un segmento di mercato, ma che ha rappresentato e rappresenta un costante luogo di elaborazione, dove il pensiero sviluppa le proprie potenzialità, dove il laboratorio tracima dalla semplice interpretazione del mercato costruendone nuove prospettive. La casa editrice, naturalmente, è Stampa Alternativa che ha saputo costruire a partire da una esperienza storica la sostenibilità di una prospettiva che vede nella cooperativa Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri una delle strade possibili per il panorama culturale italiano. Finito il panegirico, che se fosse fine a sé stesso sarebbe stucchevole, veniamo al fatto, che giustifica le parole precedenti.

Il 12 ottobre prossimo, a Ravenna, in occasione dell’importante iniziativa Str@ti della cultura, Stampa Alternativa concluderà la fase costitutiva di un percorso di larghissimo respiro che vede due soggetti importanti della cultura italiana suggellare un sodalizio di ampio spessore per chi ha a cuore la libertà della conoscenza e lo sviluppo della cultura.
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Benin: bilancio di una missione cercando Babbo Natale

Shack Shop 02 - Foto di Brian KelleyAldo Lo Curto, “medico volontario itinerante”, come lui si definisce, è anche scrittore. Un suo libro, Se fossi indio, è tra quelli che hanno lasciato il segno prima in Millelire e poi in Margini. Ha fatto conoscere diversamente dai conformisti imperanti popoli e persone. Adesso ci manda il report - che pubblicheremo a puntate da oggi per le prossime settimane - delle sue spedizioni del 2007. Leggetelo, ascoltatelo, partecipate, fatevi vivi con lui (lo potete contattare all’indirizzo aldolocurto[at]tiscali.it) perché non faccio retorica se dico che “un altro mondo è possibile”, soprattutto grazie a persone come Aldo. Le pubblichiamo così, come se fossero lettere a un amico (e tali in effetti sono), perché trasmettano l’autenticità e l’immediatezza del suo racconto. (Marcello Baraghini)

Cari amici,

eccomi di nuovo di ritorno dalla prima spedizione del nuovo anno… Come sapete, dopo aver prestato servizio come medico volontario itinerante in oltre 40 paesi, ormai da tempo mi reco periodicamente in Benin (Africa), Brasile (America Latina), Mongolia (Asia) e Isole Salomone (Oceania). La scelta di questi luoghi e dei loro popoli indigeni è difficile da spiegare, nel senso che ho l’impressione che, in realtà, siano stati loro a scegliere me… Si tratta di spedizioni brevi, ma molto intense, all’insegna dell’essenziale, a mie spese, con spostamenti rapidi, abbinando una estrema razionalità operativa al sogno piu’ irrealizzabile. Anche se i paesi dove opero sono molto diversi tra loro, gli obiettivi sono sempre gli stessi: prevenzione ed educazione sanitaria; medicina curativa; donazione di materiale medico e chirurgico, educativo, sportivo e ludico; controllo sul buon uso di precedenti donazioni.

In Benin, quest’anno, è andata così. L’equipe era composta tutta da italiani: il dentista Andrea Degani, l’infermiere Sandro Tangredi e il reporter Giulio Castellani. Ci ha affiancato il medico beninese Gabriel Gbogbo, proveniente dalla capitale Cotonou. Il nostro soggiorno è durato due settimane. L’area operativa è stata come in passato la città lagunare di Ganvier, soprannominata la “Venezia africana” perché i suoi abitanti vivono sull’acqua da oltre 300 anni: si erano rifugiati in una regione paludosa per sfuggire alla schiavitù, ed oggi sono 30 mila persone senza alcuna assistenza medica. Vi racconto in poche parole com’è andata.
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A tutti i garibaldini di ieri e di oggi

Ai miei cari compagni di Luciano BianciardiUna cosa è certa: Luciano Bianciardi, oltre che scriverne spesso e molto, aveva il Risorgimento italiano fisso nei suoi pensieri; era come se ci vivesse dentro. E questo per una ragione particolare: Luciano Bianciardi vedeva il Risorgimento italiano, o almeno una parte importante di esso, come un movimento spontaneo e rivoluzionario di popolo. In particolare le Cinque Giornate di Milano e la Spedizione dei Mille erano per lui una emblematica dimostrazione che quando la rivoluzione prende corpo, allora succedono cose altrimenti impossibili: eserciti forti e ben armati soccombono e arretrano, la popolazione intera insorge compatta ed unita, una nuova forma di vita sociale si afferma, problemi considerati endemici ed irrimediabili scompaiono come d’incanto. E, a riprova di ciò, allorché la rivoluzione cessa di esistere e viene sostituita da una nuova forma di governo e da un nuovo ordine, tutto ritorna come prima.

La lezione della rivoluzione permanente allora la si può trarre dal nostro Risorgimento, senza dover ricorrere a modelli stranieri ed eroi lontani:

Carlo Pisacane è un illustre precursore del dottor Guevara.

Questa lezione è valita ancora oggi, dopo quarant’anni dalla morte di Luciano e dopo un secolo e mezzo da quegli avvenimenti, ed i giovani d’oggi potranno, ripercorrendoli, provare la stessa emozione che provò lui nella sua breve vita, sempre che sappiano, e non sarà facile, rimuovere quella spessa e densa patina celebrativa che l’Italia unita dei Piemontesi prima e del Fascismo poi hanno su di essi versato a piene mani, e che la pavida e accidiosa storiografia contemporanea tarda colpevolmente a cancellare.
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Racconti raccontati: il recupero della memoria

Racconti raccontati di Luciana BelliniBasta poco per aprire il ventaglio della memoria. Un ritratto antico in cornice, un vecchio portagioie sul comò, la cartolina di nonno soldato… E la mente si affolla di sensazioni, di personaggi e delle loro storie.

Racconti Raccontati, il primo libro di Luciana Bellini, fa suo questo patrimonio di parole e persone e lo trasmette, con l’essenzialità del dialetto, facendone lo specchio di un’epoca, di un paese come tanti. È come sedersi davanti al focolare per partecipare a quelle veglie antiche che fanno parte del nostro immaginario e viverla da protagonisti che sanno ascoltare e regalare emozioni, quando è il loro turno.

Ognuno racconta e si racconta, con toccante semplicità. Prende corpo, in ogni pagina la poesia della vita. Aneddoti salaci, della migliore tradizione ficiniana, spezzano la drammaticità, sempre velata di ironia, di altri episodi, che ricordano la malinconica dolcezza del romanzo toscano di Mario Pratesi. E comunque si sottrae a ogni confronto, per originalità e immediatezza, lo stile inconfondibile di Luciana Bellini, dotata di un generoso talento naturale affinato dalla ricerca linguistica e dalla sete di sapere. La sua scuola è stata il vicolo, il borgo, la gente, la campagna. Dalla terra ha appreso la lezione del coraggio e della fatica. Del paese, o meglio del quartiere, dove è nata e ha vissuto un’infanzia bella e popolata di presenze indimenticabili, ha assorbito suoni, voci, l’onestà delle povere cose, come il rintocco dell’orologio di piazza, l’odore del cucinato, il chiacchiericcio delle vecchine sedute ai “chiassetti”, le bestiemmie degli uomini.
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A casa non ci torno: storia di una donna e di una classe

A casa non ci torno di Ines ArciuoloPochi giorni fa, a Napoli, durante la quattro giorni di “Adunanza Sediziosa”, c’è stata la presentazione del libro A casa non ci torno di Ines Arciuolo. La compagna Manila mi ha invitato all’evento e vi ho partecipato prendendo la parola. Cosa dire di questa autobiografia che ho letto nel maggio scorso tutta d’un fiato?

È la storia di una donna, di una generazione, di una classe. La fortuna di un individuo (l’autrice) che ha vissuto fatti, relazioni, sogni, lotte, stati d’animo, come riflesso di un processo collettivo di liberazione, come riflesso di un movimento storico di una classe in lotta per la sua emancipazione e per la liberazione dalle catene della schiavitù del lavoro salariato. Non una testimonianza di una sopravvissuta, ma di una donna che ha ricomposto in abilità narrativa il suo vissuto, con uno stile asciutto e passionale insieme, senza autocompiacenze sentimentali e lessicali, con la semplicità e la decenza di chi nella sua vita non ha mai superato con le parole i fatti.

Si è parlato dei 61 licenziati alla Fiat; di quella generazione, dell’entusiasmo e della felicità con cui donne meridionali divenute operaie mettevano a soqquadro la fabbrica dei padroni, incitando i propri compagni di vita alla lotta in ogni reparto. Si è parlato di chi non ce l’ha fatta: di chi è rimasto solo ed isolato, di chi si è tolto la vita, di chi si è venduto e ha fatto dei successivi 23.000 licenziamenti e della propria fuoriuscita dalla fabbrica, una brillante carriera sindacale e politica (non da ultimo l’attuale Ministro Damiano). Si è parlato di lotta di classe, partito, plusvalore e al dibattito sono intervenuti altri, tra i quali Oreste Scalzone.
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La casta dei giornali: così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici

La casta dei giornali di Beppe LopezAnche le più recenti inchieste sulla “casta” e sui “costi della politica” glissano o ignorano uno dei più grossi scandali degli ultimi decenni: il finanziamento statale dei giornali. Non si tratta solo di un intricato caso di rapina delle risorse pubbliche, ma anche di una micidiale distorsione del mercato editoriale (che penalizza, marginalizza ed elimina l’editoria indipendente, minore e locale) e di una sistematica manipolazione della circolazione delle idee e della vita democratica.

La casta dei giornali di Beppe Lopez, in libreria il 15 ottobre in una coedizione Stampa AlternativaEri Rai, riempie questo vuoto.

L’inchiesta di Lopez fa luce sul portentoso flusso di danaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro all’anno, che finisce per mille rivoli, sotto forma di contributi diretti o indiretti – attraverso una stratificazione di norme clientelari, codicilli, trucchi e vere e proprie truffe – nelle casse di grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali e giornaletti, agenzie, radio e Tv locali, ma anche di finti giornali di partito, periodici di “movimenti” inesistenti e di cooperative fasulle. Rimpolpando gli utili degli azionisti di grandi testate in attivo. Alimentando sottogoverno e clientele. E consentendo illecite rendite e privilegi mediatici a un esercito di “amici degli amici”. Di destra, di sinistra e di centro.

Ne La casta dei giornali si ripercorre la storia ultra-venticinquennale di questa vicenda: dalla legge 416 del 5 agosto 1981 (“Disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l’editoria”) e dalle prime ragionevoli motivazioni dell’intervento economico pubblico diretto all’editoria, alla stratificazione progressiva di privilegi, norme clientelari, codicilli, trucchi, mediazioni, trattative di corridoio, accordi trasversali, inciucii e vere e proprie truffe attraverso le quali quell’iniziale intervento si è via via degradato e gonfiato a dismisura. Sino all’attuale, disperato tentativo – già fallito dall’ultimo governo Berlusconi e ora ripreso, fra mille, potenti resistenze trasversali dal governo Prodi – di risanare e ridurre quell’esborso pubblico.
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Guitar Army: rock e rivoluzione - 2

Guitar Army - Il '68 americano tra gioia, rock e rivoluzione di John Sinclair(Prima parte) Fa sorridere la convinzione di questi rivoluzionari rockettari di trovarsi dalla stessa parte della barricata di Fidel Castro o Mao Tse Tung, di sentire affinità con la rivoluzione culturale cinese o con i palestinesi. La dirigenza cubana aveva espulso dall’isola uno dei campioni di controcultura, Allen Ginsberg, per aver espresso apprezzamenti di natura non propriamente politica nei confronti di Che Guevara, e teneva sotto chiave i dissidenti (non solo sessuali). I funzionari della Repubblica Popolare Cinese avrebbero volentieri spedito nei campi di rieducazione quei degenerati capelloni, drogati, decadenti parassiti borghesi, forse anche cultori di una di quelle perniciose filosofie orientali che stavano cercando di sradicare dalla loro società, picconando i templi e torturando i monaci (vedi Tibet). Gli estremisti palestinesi, più antisemiti che antisionisti, non sarebbero stati contenti di sapere che la controcultura americana era indissolubilmente legata alla cultura ebraica. Hoffman, Rubin e Krassner (fondatori degli Yippies!), Peter Coyote (membro dei Diggers) per non parlare di Dylan e Ginsberg, di gran parte della leadership del movimento studentesco SDS (Gitlin, Spiegel), o dell’attivismo omosessuale e femminista (Friedan, Komisar).

La radicalizzazione di alcuni settori del movimento controculturale statunitense, partito essenzialmente da posizioni di carattere artistico/esistenziale, trovò espressione, oltre che nelle Pantere Bianche, in altri due famosi gruppi, i Weather Underground e gli Yippies!. I primi nati da una costola dello storico SDS (studenti per una società democratica) avevano tratto il nome da un verso di Bob Dylan - “non hai bisogno di un meteorologo per sapere che tempo fa” - e dopo aver vanamente cercato di infiammare le masse nelle piazze, avevano optato per la clandestinità e l’uso delle armi contro i simboli del potere, ma non contro i suoi rappresentanti, facendo saltare in aria vari edifici di istituzioni coinvolte nello sforzo bellico contro il Vietnam. Gli Yippies! - Youth International Party, Partito della Gioventù internazionale - era una banda di ex-hippie che si ispirava al teatro dell’assurdo dei Provos olandesi e che i media adoravano per l’inesauribile serie di gag offerte, tipo presentare come candidato alle elezioni presidenziali un maiale (Pigasus) e bloccare le trattazioni della borsa di New York gettando una pioggia di biglietti da un dollaro sugli impiegati.
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“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”

Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti - Foto di DemonaCome popolo, come cittadini, ci siamo sempre domandati, quando accadeva qualcosa di plateale nell’ambito dei reati sessuali, come fosse possibile che nessuno ne avesse mai parlato, prima, che nessuno avesse denunciato. Siamo un paese in cui solo uno stupro su cinque viene effettivamente segnalato e un abuso su minori corre sempre il rischio di rimanere impunito.

La telefonata di Fiorenza (nome di comodo che al momento mi sento ancora vincolato ad adoperare) mi giunse inaspettata circa venti giorni fa, quando ormai la storia di Don Gelmini, il prete accusato di pedofilia ed abusi sessuali, era per me quasi gettata alle spalle. Troppa politica bigotta, troppe falsità, la difesa di una destra che si arrampicava sugli specchi, adducendo motivazioni spesso vergognose. Ne avevo abbastanza, avevo anche dato la mia deposizione di cittadino agli inquirenti e amen. In più, anni prima, come scrittore, avevo anche scritto un romanzo in cui raccontavo esattamente come accadevano certe cose, le dinamiche, i fatti nudi e crudi, perfino indicando dove.

Il mio compito civile era più che finito. Credevo. Se volevano tenersi il porco, contenti loro, gli affidassero pure i loro figli, io li avevo avvertiti. Come spesso accade però, la nostra volontà, le nostre intenzioni, non coincidono con quelle di chi davvero governa questo universo di cause ed effetti, dunque la telefonata di questa madre impaurita mi scosse energicamente e per un attimo ebbi di nuovo la speranza che, attraverso Fiorenza (giovane donna che solo pochi giorni prima aveva perfino rilasciato violente dichiarazioni a favore del prete indagato e che aveva sposato completamente le posizioni della destra più becera), si potesse davvero “illuminare” anche quella parte di società che ancora “non crede e non può credere” ai fatti narrati ormai sempre uguali da molti testimoni.
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Contributi a pioggia: c’è pure una casta di carta

La casta dei giornali di Beppe LopezDistorsione del mercato e della vita democratica. Quotidiani poco venduti e omologati. Ma la Casta non molla. Il teatrino degli inganni e delle imposture. Solo alcuni titoli dei capitoli di La casta dei giornali (Stampa Alternativa, uscita in libreria ai primi di ottobre). A firmare il duro pamphlet sull’informazione e sui contributi che lo Stato elargisce all’editoria italiana è Beppe Lopez. Scrittore e cronista (ha partecipato alla nascita della Repubblica), consulente Rai di Sandro Curzi, Lopez, che ha diretto e fondato quotidiani, condiviso la direzione del Mensile Lettera ai compagni con Norberto Bobbio, si dichiara un giornalista sconfitto che assiste impotente ai vecchi e nuovi vizi dell’informazione.

Nel suo libro inchiesta, che esce proprio quando Beppe Grillo ha dichiarato che il prossimo Vday sarà dedicato alla casta dei giornalisti, Lopez attacca la torta di elargizioni statali ai giornali di partito, alle cooperative, ai grandi gruppi, citandoli uno per uno, provvidenza per provvidenza. Non per cavalcare posizioni qualunquiste, non è contro la politica, contro i partiti o contro la carta stampata. Ma lamentando un deficit di mercato frutto, secondo lui, di un assistenzialismo che blocca l’innovazione, dà il via libera ai furbetti dei giornali quasi clandestini per diffusione di copie e inibisce il sistema culturale e informativo del Paese.

Una rete e una rendita di posizione in cui sono coinvolti tutti. Che fomenta l’autoreferenzialità e l’elitarismo dei giornali e il cartello di silenzio sulla questione dei contributi. A chi gli contrappone l’oggettiva difficoltà della carta stampata non solo in Italia (anche negli Usa le copie vendute dei quotidiani diminuiscono) rispetto alla concorrenza rappresentata dall’esplosione di informazione su televisioni, su internet, su satellite, e anche sui telefoni cellulari, Lopez chiarisce però di non essere contrario per principio ai sostegni per l’editoria. Ma che devono essere più mirati, magari a tempo, per sostenere nuove pubblicazioni, aprire il mercato a nuove voci, e non costituire un intreccio intoccabile di un’altra casta del potere.
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