Non ho l’arma che uccide il leone

Non ho l'arma che uccide il leone di Peppe Dell'AcquaÈ sempre stato un luogo comune che non è una buona cosa mettersi nelle mani di uno psichiatra. Questo luogo comune sembra essere la vera storia della psichiatria e dello psichiatra. Visti i risultati ottenuti dalle istituzioni psichiatriche, fuori dai luoghi comuni, non è proprio il caso di mettersi nelle mani dello psichiatra.

Diceva il grande scrittore tedesco Ernst Toller che essere nelle mani di uno psichiatra è come essere in balia di un uomo che ha gli orecchi sordi e gli occhi ciechi. Penso avesse proprio ragione.

Lo psichiarta è sempre stato un uomo che non riusciva a cogliere la voce del paziente e non riusciva a vederlo perché non era capace. Forse sapeva cogliere la voce di un amico o di qualche altro, ma quella del “suo pazzo” non la poteva cogliere perché per definizione l’irrazionalità della follia è la razionalità della malattia. Perciò il suo malato è una persona inesistente, invisibile; o visibile come un oggetto tra i tanti che popolano il manicomio. Che adesso per legge è abolito, ma per ora soltanto per legge.

È quasi una farsa questa storia. Perché di manicomi, in realtà, ce ne sono tanti, tanti e poi tanti e di malati di mente non se ne parla. Si sa per certo, ne abbiamo parlato di una recente riunione dell’OMS a Parigi, che in Europa sono internati, o pardon, ricoverati più di un milione di matti, o pardon, malati di mente. Il fare ironia su tutto questo per noi, qui da Trieste, è oggi molto facile. È molto facile perché abbiamo capito il gioco che sta sotto la pazzia dove ognuno è costretto a giocare una parte che è la sua parte. In manicomio non c’è mai stata una sera in cui si recita a soggetto. Tutti gli attori di questo strano teatro hanno un canovaccio fisso, “i quadri viventi” della follia, dove le parti e il copione sono sempre gli stessi. Non mutano mai le battute; anche le parole e i toni sono sempre uguali. Il mio amico Goffman mi diceva che uno psichiatra può recarsi senza alcun disagio, anche senza conoscere la lingua, in qualunque manicomio del mondo perché la scena e le quinte non cambiano mai. Si troverà sempre col suo schizofrenico, col suo infermiere, col suo assistente o col suo direttore.

I quadri viventi sono paradossalmente connotati da una immobilità mortale; sono delle sacre rappresentazioni che di sacro hanno soltanto la falsa profezia. Ebbene, proprio questo teatro della follia, di una falsa follia, la follia della malattia mentale, è stato il campo della nostra lotta. Dico che è stato, per dire che è ancora, perché fin quando ci sarà un manicomio, uno solo, ci sarà sempre questo teatro dove l’animazione, la rappresentazione può ridursi a tragica follia istituzionalizzata. Ripetendo, oggi, in una presunta modernità gli stereotipi riciclati dei meccanismi manicomiali. Una disperazione, dunque.

Quello che voglio dire è che per noi la follia è vita, tragedia, tensione. È una cosa seria. La malattia mentale invece è il vuoto, il ridicolo, la mistificazione di una cosa che non c’è, la costruzione a posteriosi per tenere celata, nascosta l’irrazionalità. Chi può parlare è solo la Ragione, la ragione del più forte, la ragione dello Stato e mai quella del diseredato, dell’emarginato, di chi non ha.

Forse il libro di Beppe è bello per questo, ma se invece da tutto questo sta fuori, allora è molto brutto e va ad aggiungersi a tutta la cartaccia che in questi ultimi anni è apparsa nell’editoria nazionale e internazionale sotto la voce nuova psichiatria, antipsichica, non psichiatria, psichiatria critica e così avanti. Beppe non ha voluto fare un libro di psichiatria, né nuovo, né critico. Almeno a suo dire non ha voluto fare niente di tutto questo, e lo credo sincero. Ha voluto raccontarci delle storie come le ha vissute, da psichiatra che fortunatamente non capiva cosa volesse dire essere psichiatra, e probabilmente l’internato che gliele raccontava non capiva cosa volesse dire essere internato. Questo livello tendenzialmente paritetico ha permesso ai due di fare finalmente un discorso. Allora Beppe ha capito che Giovanni Doz non era uno di Trieste, ma uno che era venuto dall’Istria negli anni del dopo la guerra. Questo lo aveva già letto nella cartella clinica. Ma leggerlo o non leggerlo era lo stesso. Doz restava uno schizofrenico, semmai sarebbe diventato uno schizofrenico istriano.

Il fatto poi che Doz fosse andato con Beppe in Jugoslavia significava che Doz aveva accompagnato Beppe nella sua casa e così erano cadute le mura di Gerico del manicomio della città di Trieste.

“Come vedete – direbbe il capocomico a questo punto della rappresentazione – la cosa è molto facile, fatelo da voi!”

Trieste, ottobre 1979

(Questo testo è la prefazione inedita al libro Non ho l’arma che uccide il leone: trent’anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni.)

Non ho l’arma che uccide il leone – Trent’anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni” di Peppe Dell’Acqua
Collana Eretica Speciale
336 pagine
ISBN 978-88-7226-986-2

3 thoughts on “Non ho l’arma che uccide il leone

  1. Credo ci tocchino, dico “ci” perchè è una questione che riguarda tutti in quanto cittadini, alcuni ringraziamenti. Il primo al Prof. Dell’Acqua che recuperando queste storie e recuperando l’esperienza in diretta di Franco Basaglia ha compiuto un servizio civile necessario. E, per come la penso io, riproporre questo argomento storico attraverso le vicende di vita dei protagonisti è il modo più giusto perchè la psichiatria, quella vera e quella non-repressiva, è sempre e comunque fatta di storie. E non può essere che così. Ma c’è un secondo ringraziamento che il Prof. Dell’Acqua stesso sono certo condividerà: a Marcello Baraghini che nel giro di poche settimane ha dato alle stampe due veri libri di Psichiatria, questo di cui stiamo parlando e Psicofarmaci agli psichiatri. Non è facile investire su queste tematiche quando media e sponsorizzazioni spingono alla psichiatria biologica, alle prescrizioni senza limiti di età, a quella che Marcello stesso chiama “psichiatria di regime”. Per questo in veste di psichiatra, in veste di cittadino e in veste di chi all’epoca ancora non era presente, mi sento davvero di dire grazie.

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