Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi
Molte delle storie della raccolta Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi sono pubblicate su Indian Antiquary, Calcutta Review e in Legends of the Punjab. All’epoca della pubblicazione esse avevano la forma di traduzioni letterali, in alcuni casi rozze, addirittura imprensentabili a un orecchio fine e tutto considerato scarsamente comprensibili a un lettore inglese che non avesse viaggiato; va ricordato infatti che, fatta eccezione per le Avventure di Raja Rasalu, tutte queste storie sono rigorosamente narrazioni popolari assai attuali in un popolo che non conosce la lettura e la scrittura, il cui stile è pieno di espressioni della lingua parlata e, se vogliamo usare questo termine, di espressioni volgari.
Sarebbe un’evidente ingiustizia paragonare il livello letterario di queste fiabe con quello, ad esempio, delle Mille e una notte, delle Storie di Pappagallo [1] o simili. Basta osservare anche solo il modo in cui sono state raccolte queste storie per capire quanto sarebbe sviante se, al fine di dare al testo il profumo d’oriente convenzionale, lo si manipolasse per dargli dignità con una lingua tutta infiorata; e siccome la descrizione del procedimento realizza il doppio scopo di presentare credenziali e scuse, gli autori ve la offrono e premettono che tutte le fiabe, tranne tre, sono state raccolte dalla signora Flora Annie Steel nei suoi viaggi invernali attraverso i vari territori di cui suo marito è stato giudice capo.
Si stende il tappeto sotto un albero, in prossimità del luogo che il magistrato ha scelto per il suo darbar; ma sufficientemente lontano dalla burocrazia da permettere agli sfaccendati del villaggio di avvicinarsi se dovessero averne voglia. Dopo pochi minuti, di solito, essi cominciano piano a darsi colpi di gomito, a bisbigliare e ridacchiare. L’immaginario arrivo di un chuprasi, il “littore corrotto” dell’India, che è presente a ogni darbar, tuttavia, causerà una fuga precipitosa dal branco; dopo un po’ però queste fughe diventano sempre meno frequenti, come se le bestie feroci si ammansissero.
Poco dopo si ferma a guardare un gruppo di donne e a quel punto la domanda “Cosa volete” suscita invariabilmente la risposta: “Vedere Vostro Onore” (ep ke darshan ae). Una volta rotto il ghiaccio ci sono solo due difficoltà: una, capire i visitatori e due, riuscire a mandarli via. Quando la conversazione generale è ben avviata si interroga per febbre e per malocchio, eccetera. Dapprima rispondono con un diniego espresso in termini convenzionali, ma in genere proseguendo la conversazione con pazienza si arriva a qualche osservazione che fa volgere la mente delle persone del villaggio nella direzione giusta, finché finalmente, dopo molta insistenza, qualche bambino incomincia una storia. altri correggono particolari, l’emulazione ha la meglio sulla timidezza e alla fine per acclamazione viene fatto emergere il narratore: perché c’è sempre in ogni villaggio un narratore par excellence, in genere un ragazzo.
Lì c’è bisogno di pazienza perché, con tutta probabilità, la prima è una storia che hai sentito cento volte oppure un guazzabuglio senza trucco e senza costrutto. In ambedue i casi, tuttavia, dopo la conclusione bisogna profondersi in complimenti al narratore, nella speranza di fargli tirar fuori qualcosa di maggior valore. Ma può capitare di sprecare molte ore per trovarsi alla fine senza niente in mano se non una variante debole di una nota leggenda o, peggio ancora, una compilazione di scampoli narrativi che una memoria difettosa ha trattenuto da una mezza dozzina di storie diverse. Dopo un po’, comunque, il raccoglitore attento è premiato perché scopre che nella sua mente sta crescendo un insieme coerente dominato dai pezzi e frammenti sentiti un po’ di qua e un po’ di là, ed è una vera delizia quando viene confermato il suo sottile sospetto che questa tale parte del puzzle combaci con quell’altra, dato che i due episodi rimangono l’uno accanto all’altro nella bocca del testimone del tutto ignato. Alcune delle fiabe di questo libro sono quindi state in cantiere più di un anno prima di essere ascoltate un numero di volte sufficiente per poter chiamare definitiva la loro forma.
E questo dà ragione di quella che si può definire la maggior sostanza narrativa di queste fiabe rispetto a quelle che si possono trovare in raccolte simili. Sono state scelte con cura così da poter garantire storie buone in quella che è reputata essere la loro forma migliore; tuttavia non sono state alterate in alcun modo, nemmeno nella lingua. Questa non è né una traslitterazione - che avrebbe richiesto un intero dizionario per essere intelleggibile - né una versione orientalizzata al fine di adattarla al gusto inglese. È il tentativo di tradurre un’espressione colloquiale con un’altra preservando così l’aroma del vivo ingegno allo stato selvaggio, che coesiste con quel profumo di poesia pura che a volte è in tale strano contrasto con il primo. Non ci sarebbe voluto niente per alterare lo stile, ma, secondo noi raccoglitori, avremmo in quel modo derubato le storie sottraendo loro tutto il valore umano.
È immediatamente chiaro che si è scelto di operare così deliberatamente quando si guarda l’unica storia che ha origine diversa. Le avventure di Raja Rasalu è tradotta dal manoscritto di un contabile di villaggio e, essendo diffusa in forma più o meno classica, si avvicina al massimo al modello convenzionale di fiaba indiana.
(Questo testo è la prefazione del libro Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi di Flora Annie Steel.)
Note:
[1] Shika Saptati (Settanta racconti del pappagallo) è un testo sanscrito risalente, si pensa, al XII secolo, anche se il manoscritto più antico conservatosi risale al XV secolo. Un pappagallo intrattiene una signora il cui marito è lontano raccontandole ogni sera una storia. Le storie parlano di varie situazioni amorose in modo molto franco e disinibito.
Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi di Flora Annie Steel
Collana Fiabesca
320 pagine
ISBN 978-88-7226-997-8
Commenti
Lascia un commento









