La casta dei giornali. I contributi alla stampa

La casta dei giornali di Beppe LopezIl libro fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. La Casta dei giornali, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. L’autore, in questa intervista, ci racconta i punti più scandalosi dell’inchiesta.

Un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa. Si tratta proprio di un fiume di denaro, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.

Ma, al di là della ufficialità e delle buone intenzioni del governo in carica, resta il dato storico: lo Stato italiano finanzia generosamente i giornali italiani – grandi e piccoli, quotati in borsa e di partito, di cooperative e di “movimenti” fantasma, di finte cooperative e di imprese truffaldine – insieme a periodici, agenzie di stampa e radio e televisioni locali. Un fiume di contributi, provvidenze e agevolazioni tariffarie con una portata fra i 700 e i 1.000 milioni di euro in un anno. 700 è la cifra che in un solo anno ha effettivamente richiesto l’applicazione della legge per l’editoria. Di circa 1.000 (di meno? di più? Non si sa) si può parlare se si tiene conto delle convenzioni e dei contributi elargiti dai singoli ministeri, regioni, ecc.

Come avviene questo finanziamento?

La parte più cospicua delle provvidenze se ne va in “contributi indiretti”: agevolazioni postali (228 milioni nel 2004), rimborsi per l’acquisto della carta (per fortuna aboliti nel 2005), agevolazioni telefoniche, elettriche, ecc. Contributi che premiano in particolare i grandi gruppi editoriali con molte testate, alte tirature e ampi organici. Così la Rcs è arrivata in un anno a prendere 23 milioni, la Mondadori 19 per le poste e 10 per la carta, Il Sole-24 Ore 19, la Repubblica-Espresso 16, l’Avvenire 10…

È vero che Libero, un giornale molto attento sugli sprechi di denaro pubblico, ha incassato cinque milioni di euro come organo del “Movimento monarchico italiano”?

Sono molti i giornali liberisti o comunque molto severi sui “costi della politica” e sull’assistenzialismo pubblico – dal Corriere della Sera a ItaliaOggi, dal Sole-24 Ore al Riformista, dal Foglio a Libero – che incamerano le provvidenze statali per l’editoria. Il giornale di Vittorio Feltri incassava 5 milioni di euro già sul 2003 quale organo di quel sedicente movimento. Come peraltro la testata di Giuliano Ferrara si portava a casa 3,4 milioni come organo della “Convenzione per la giustizia”. Così come altre testate minori: l’Opinione della Libertà, organo del “Movimento della Libertà per le garanzie e i diritti civili” (1,7 milioni); il Roma del “Movimento mediterraneo”, Il Giornale d’Italia del “Movimento pensionati”, ecc.

Dal 2004, però, questo trucco è stato neutralizzato. A parole. Nei fatti, Libero e i suoi confratelli organi di movimento hanno continuato a prendere quattrini in quanto trasformatisi in “cooperativa”. Cooperativa editoriale nella quale non è ovviamente richiesto una maggioranza di cooperatori giornalisti (requisito finalmente introdotto nel disegno di legge approvato nei giorni scorsi dal governo-Prodi e che ora sarà discusso in Parlamento). Nel 2004 il contributo a Libero – che nel frattempo dovrebbe essersi trasformato in “Fondazione” (presumibilmente per neutralizzare gli effetti della preannunciata stretta sulle cooperative “editoriali” e con l’intenzione di continuare ad accedere ai contributi con le stesse modalità dell’Avvenire, proprietà della Conferenza Episcopale Italiana) – risulta di poco meno di 6 milioni.

Ha un nome e un numero la legge che consente questo genere di finanziamenti?

Le provvidenze per l’editoria sono elargite sulla base di una serie di leggi, provvedimenti, finanziarie, circolari e decreti sovrappostisi nel tempo senza alcuna logica e coerenza, nemmeno giuridica. Una stratificazione normativa di complicata applicazione e di difficile lettura. Un autentico ginepraio. Solo nel testo degli ultimi contributi ufficializzati, sono citate ben dodici fonti legislative.

Questi contributi pubblici sono compatibili con la normativa europea, che vieta gli aiuti di Stato?

Non sono un esperto di diritto europeo. Credo che effettivamente il sistema delle provvidenze per l’editoria presenti profili di illegittimità per quello che riguarda l’intervento dello Stato nel mercato e, in particolare, per le regole e i principi della libera concorrenza. L’intervento pubblico nel campo dell’informazione – nelle proporzioni e con le modalità acquisite in Italia – costituisce un caso clamoroso di dilapidazione delle risorse pubbliche, di distorsione del mercato e di manipolazione della circolazione delle idee e della vita politica e democratica. Confesso che mi chiedo ancora come, dall’Europa, non sia mai arrivato alcun richiamo o sanzione al nostro paese.

Il modello dell’intervento pubblico all’editoria ha avuto origine nel ventennio fascista ed è sopravissuto in epoca repubblica. Perché?

In effetti, il modello si è evoluto – praticamente senza soluzione di continuità – più sul piano quantitativo che su quello qualitativo. In origine, si trattava di corrompere e di reclutare, in via del tutto riservata, singoli giornalisti e testate. Poi si è cominciato con il contributo ufficiale e “a pioggia” per la carta.

Infine, diciamo negli ultimi venticinque anni, si è dato vita ad un accumulo progressivo di norme mirate su aspettative e favori specifici (riservati agli “amici degli amici”), ma diventate inevitabilmente per tutti, a pioggia. E più norme ad personam si confezionavano, più la platea dei profittatori – anche non previsti – si ampliava. Sino a raggiungere le attuali, mostruose dimensioni, per tacere delle modalità per molti aspetti addirittura truffaldine.

Numerosi editori utilizzano il cosiddetto “panino”, ovvero paghi un giornale per acquistarne due. È un’iniziativa promozionale oppure c’è qualche altro motivo?

Se è per questo, è sempre più diffusa anche la “promozione” attraverso la distribuzione gratuita dei giornali. Li trovi sempre più spesso: in aereo, negli alberghi, nelle sale d’aspetto, nelle banche, persino per strada. Si tratta di iniziative molto sfaccettate alle quali concorrono, a seconda dei casi e in diversa misura, vari fattori. Ragioni autenticamente promozionali e la ricerca di un aumento, anche fittizio, di diffusione da far valere sul mercato pubblicitario valgono soprattutto per i grandi giornali. Ma una delle ricadute più sciagurate delle provvidenze per l’editoria, specie a livello di piccole testate (e di testate-fantasma), è proprio questa: più stampi e più contributi prendi. Un caso ormai proverbiale è quello di Europa, organo della Margherita: vende sotto le cinquemila copie ma per conquistare i suoi 3,7 milioni di euro è costretta a stamparne trentamila.

Una stampa, un’editoria, tenute al cappio, attraverso i soldi pubblici, dal potere politico quanto possono essere indipendenti e liberi?

Questo è il cuore del problema: una stampa finanziata è inevitabilmente una stampa non indipendente. Comunque una stampa che ha relazioni opache col potere politico, che quei finanziamenti decide. Un problema dalle conseguenze solo attenuate nel caso di grandi giornali che, in florido attivo, del contributo statale potrebbero fare a meno. E che, ormai, sono diventati in qualche caso un potere talmente forte che può imporre a una classe politica in crisi e a istituzioni indebolite di non intaccare quella rendita economica. Nel caso dei piccoli giornali, è indiscutibile: dipendono da quei contributi e quindi dai rapporti che riescono a mantenere con questo o quel pezzo del potere politico.

Come un cittadino può sapere a chi sono erogati i contributi all’editoria?

Basta collegarsi, su Internet, al sito www.governo.it e andare a vedere nel settore riservato al dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.

Nei paesi maggiormente industrializzati esiste un sistema analogo?

Mi risulta che esistano pratiche analoghe, ma non con le nostre modalità (accentuatamente assistenziali, clientelari e truffaldine) e non nelle nostre dimensioni economiche. Inevitabilmente, anche su questo terreno – come complessivamente per i “costi della politica” – l’Italia è un paese, diciamo così, anomalo.

L’aiuto statale non è una garanzia alla libertà di stampa, nel senso di consentire a tutti di poter esprimere le proprie idee?

Indubbiamente, la libertà di mercato è una strana libertà che va tutelata con interventi animati da interessi pubblici. Questo vale anche e soprattutto nell’informazione e nella comunicazione – settori produttivi democraticamente molto sensibili – investiti negli ultimi decenni da una forte tendenza alla concentrazione (anche pubblicitaria) e all’omologazione, Perciò vanno incoraggiate e incentivate le nuove iniziative, l’innovazione, la concorrenza, le cooperative, l’informazione locale e indipendente. In questi settori promuovere al massimo il ventaglio dell’offerta merceologica significa promuovere il pluralismo e quindi la democrazia.

Ma, come peraltro negli altri settori produttivi e merceologici, non bisogna esagerare e seguire alcune modalità anziché altre. Si dovrebbe, ad esempio, favorire (con contributi e agevolazioni) la nascita di nuovi giornali e poi, dopo un certo periodo, consentire che vadano avanti con le proprie gambe. Le attuali provvidenze, al contrario, arrivano solo a giornali pubblicati da almeno cinque anni e poi, di fatto, non vengono più tolte. E agevolano la potenza e prepotenza dei grandi gruppi editoriali, che stanno letteralmente desertificando l’area dell’editoria regionale, minore e indipendente.

Gli editori italiani non sono quasi mai editori puri, ma hanno interessi in altre attività. Come fanno i giornalisti a difendere l’informazione da questi interessi?

Bella domanda! La tutela dell’indipendenza dell’informazione può essere perseguita, in teoria, a tre livelli: le condizioni materiali di indipendenza e autonomia della professione (e delle aziende); una forte e non corporativa organizzazione sindacale; l’onestà intellettuale, il coraggio e le capacità professionali del singolo giornalista. Il fatto che, salvo pochi esempi che si contano sulla punta delle dita di una sola mano, in Italia non esistano editori puri di giornali – o meglio, che non siano mai esistiti – ha avuto e ha conseguenze strutturali devastanti su tutti e tre i livelli.

In Italia non esiste un vero e proprio mercato dell’informazione: perciò non esistono editori puri e non esiste una cultura professionale “di mercato”. Bisogna chiedersi, prima ancora di come possano fare i giornalisti a difendersi dagli interessi extra-editoriali degli editori, cosa si debba fare per avviare da qualche parte un meccanismo virtuoso che introduca pur progressivamente una vera logica di mercato e di pluralismo nel nostro settore. E qui l’intervista potrebbe ricominciare.

(Questa intervista è stata pubblicata su Virgilio Notizie il 15 ottobre scorso.)

La casta dei giornali – Così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici di Beppe Lopez
Collana Eretica
208 pagine
ISBN 978-88-6222-001-9
Il libro viene pubblicato in collaborazione con Eri-Rai

Commenti

2 commenti to “La casta dei giornali. I contributi alla stampa”

  1. Sonia Lombardo on ottobre 22nd, 2007 09:17

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