Benin: bilancio di una missione cercando Babbo Natale

Shack Shop 02 - Foto di Brian KelleyAldo Lo Curto, “medico volontario itinerante”, come lui si definisce, è anche scrittore. Un suo libro, Se fossi indio, è tra quelli che hanno lasciato il segno prima in Millelire e poi in Margini. Ha fatto conoscere diversamente dai conformisti imperanti popoli e persone. Adesso ci manda il report - che pubblicheremo a puntate da oggi per le prossime settimane - delle sue spedizioni del 2007. Leggetelo, ascoltatelo, partecipate, fatevi vivi con lui (lo potete contattare all’indirizzo aldolocurto[at]tiscali.it) perché non faccio retorica se dico che “un altro mondo è possibile”, soprattutto grazie a persone come Aldo. Le pubblichiamo così, come se fossero lettere a un amico (e tali in effetti sono), perché trasmettano l’autenticità e l’immediatezza del suo racconto. (Marcello Baraghini)

Cari amici,

eccomi di nuovo di ritorno dalla prima spedizione del nuovo anno… Come sapete, dopo aver prestato servizio come medico volontario itinerante in oltre 40 paesi, ormai da tempo mi reco periodicamente in Benin (Africa), Brasile (America Latina), Mongolia (Asia) e Isole Salomone (Oceania). La scelta di questi luoghi e dei loro popoli indigeni è difficile da spiegare, nel senso che ho l’impressione che, in realtà, siano stati loro a scegliere me… Si tratta di spedizioni brevi, ma molto intense, all’insegna dell’essenziale, a mie spese, con spostamenti rapidi, abbinando una estrema razionalità operativa al sogno piu’ irrealizzabile. Anche se i paesi dove opero sono molto diversi tra loro, gli obiettivi sono sempre gli stessi: prevenzione ed educazione sanitaria; medicina curativa; donazione di materiale medico e chirurgico, educativo, sportivo e ludico; controllo sul buon uso di precedenti donazioni.

In Benin, quest’anno, è andata così. L’equipe era composta tutta da italiani: il dentista Andrea Degani, l’infermiere Sandro Tangredi e il reporter Giulio Castellani. Ci ha affiancato il medico beninese Gabriel Gbogbo, proveniente dalla capitale Cotonou. Il nostro soggiorno è durato due settimane. L’area operativa è stata come in passato la città lagunare di Ganvier, soprannominata la “Venezia africana” perché i suoi abitanti vivono sull’acqua da oltre 300 anni: si erano rifugiati in una regione paludosa per sfuggire alla schiavitù, ed oggi sono 30 mila persone senza alcuna assistenza medica. Vi racconto in poche parole com’è andata.