L’arpa celtica e il percorso all’interno dell’animo umano

Arpa celtica del Sidhe - Viaggio attraverso realtà, leggenda e mistero dello strumento del sogno di Andrea SekiQuesto è un post abbastanza particolare, composto dalle “voci” che, per posta elettronica, sono arrivate ad Andrea Seki, autore del libro L’arpa celtica del Sidhe - Viaggio attraverso realtà, leggenda e mistero dello strumento del “sogno”. Si tratta di testimonianze dei lettori, di emozioni, riflessioni, ragionamenti che sono stati sollevati da un argomento che sembra di nicchia e che invece va a scavare a fondo dell’anima e dell’istinto artistico di ogni uomo. Eccole di seguito.

Scrive Louis Siciliano:

Sono un compositore e vivo al momento a Roma. Volevo farti i complimenti per la grande sensibilità, il tocco e la poesia che infondi in tutto quello che fai. La tua Musica è un viaggio dell’anima che mi incanta e mi porta lontano. Ho divorato in un giorno il tuo libro, ho riso, pianto, gioito e viaggiato insieme a te in questa meravigliosa e avvincente avventura che è la ricerca musicale e non solo… Grazie di cuore ed in bocca al lupo per tutte le tue cose. È un’esperienza che mi ha segnato profondamente la lettura del tuo testo!

Quest’altro messaggio è firmato semplicemente “Manu” ed è stato scritto da un ventottenne che abita in provincia di Ravenna:

Sai leggendo il tuo libro… Ho sentito un percorso in comune, un cammino che è lo stesso che mi sto accorgendo di fare, forse non l’ho deciso io, forse è lo stesso cammino che ha deciso per me… Il libro è stupendo, e forse perché sono un musicista, forse perché adoro la musica celtica, ma non solo, direi popolare e mistica, insomma mi pare di avvertire le emozioni che vuoi trasmettere. Avresti anche potuto tenerle per te, del resto di cose come queste si può essere gelosi a volte, invece le hai scritte.

Io vengo, in origine, da una musica molto diversa. In primis primis primis quando ero “piu’ piccolo” dal punk rock, poi attraverso musiche popolari sto continuando un cammino, che alla fine è un cammino a ritroso, tornare alla ricerca delle nostre radici, arrivare sul punto di incrociare “gli antenati” nel momento in cui quello che tu chiami “il sogno” si è interrotto, credo… E come puoi vedere dal profilo da cui ti scrivo, mi interesso a mescolanze di suoni, in ogni ambito. Nei Rumori Molesti, che sono partiti in origini come gruppo ska/reggae, stiamo miscelando un po’ tutte le nostre influenze, e non siamo che al 5%.

[…] Ottimo anche il cd allegato! E non mi aspettavo una introspezione così profonda […]. Mi aspettavo un viaggio “dentro” l’arpa, ovviamente, storicamente, misticamente e religiosamente. Ma dentro al tuo libro c’è molto di più, c’è la sensazione di fondo che suona ininterrotta da millenni e che è il motivo per cui ci ispirano e ci accomunano questi… suoni.

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Non ho l’arma che uccide il leone

Non ho l'arma che uccide il leone di Peppe Dell'AcquaÈ sempre stato un luogo comune che non è una buona cosa mettersi nelle mani di uno psichiatra. Questo luogo comune sembra essere la vera storia della psichiatria e dello psichiatra. Visti i risultati ottenuti dalle istituzioni psichiatriche, fuori dai luoghi comuni, non è proprio il caso di mettersi nelle mani dello psichiatra.

Diceva il grande scrittore tedesco Ernst Toller che essere nelle mani di uno psichiatra è come essere in balia di un uomo che ha gli orecchi sordi e gli occhi ciechi. Penso avesse proprio ragione.

Lo psichiarta è sempre stato un uomo che non riusciva a cogliere la voce del paziente e non riusciva a vederlo perché non era capace. Forse sapeva cogliere la voce di un amico o di qualche altro, ma quella del “suo pazzo” non la poteva cogliere perché per definizione l’irrazionalità della follia è la razionalità della malattia. Perciò il suo malato è una persona inesistente, invisibile; o visibile come un oggetto tra i tanti che popolano il manicomio. Che adesso per legge è abolito, ma per ora soltanto per legge.

È quasi una farsa questa storia. Perché di manicomi, in realtà, ce ne sono tanti, tanti e poi tanti e di malati di mente non se ne parla. Si sa per certo, ne abbiamo parlato di una recente riunione dell’OMS a Parigi, che in Europa sono internati, o pardon, ricoverati più di un milione di matti, o pardon, malati di mente. Il fare ironia su tutto questo per noi, qui da Trieste, è oggi molto facile. È molto facile perché abbiamo capito il gioco che sta sotto la pazzia dove ognuno è costretto a giocare una parte che è la sua parte. In manicomio non c’è mai stata una sera in cui si recita a soggetto. Tutti gli attori di questo strano teatro hanno un canovaccio fisso, “i quadri viventi” della follia, dove le parti e il copione sono sempre gli stessi. Non mutano mai le battute; anche le parole e i toni sono sempre uguali. Il mio amico Goffman mi diceva che uno psichiatra può recarsi senza alcun disagio, anche senza conoscere la lingua, in qualunque manicomio del mondo perché la scena e le quinte non cambiano mai. Si troverà sempre col suo schizofrenico, col suo infermiere, col suo assistente o col suo direttore.
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Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi

Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi di Flora Annie SteelMolte delle storie della raccolta Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi sono pubblicate su Indian Antiquary, Calcutta Review e in Legends of the Punjab. All’epoca della pubblicazione esse avevano la forma di traduzioni letterali, in alcuni casi rozze, addirittura imprensentabili a un orecchio fine e tutto considerato scarsamente comprensibili a un lettore inglese che non avesse viaggiato; va ricordato infatti che, fatta eccezione per le Avventure di Raja Rasalu, tutte queste storie sono rigorosamente narrazioni popolari assai attuali in un popolo che non conosce la lettura e la scrittura, il cui stile è pieno di espressioni della lingua parlata e, se vogliamo usare questo termine, di espressioni volgari.

Sarebbe un’evidente ingiustizia paragonare il livello letterario di queste fiabe con quello, ad esempio, delle Mille e una notte, delle Storie di Pappagallo [1] o simili. Basta osservare anche solo il modo in cui sono state raccolte queste storie per capire quanto sarebbe sviante se, al fine di dare al testo il profumo d’oriente convenzionale, lo si manipolasse per dargli dignità con una lingua tutta infiorata; e siccome la descrizione del procedimento realizza il doppio scopo di presentare credenziali e scuse, gli autori ve la offrono e premettono che tutte le fiabe, tranne tre, sono state raccolte dalla signora Flora Annie Steel nei suoi viaggi invernali attraverso i vari territori di cui suo marito è stato giudice capo.

Si stende il tappeto sotto un albero, in prossimità del luogo che il magistrato ha scelto per il suo darbar; ma sufficientemente lontano dalla burocrazia da permettere agli sfaccendati del villaggio di avvicinarsi se dovessero averne voglia. Dopo pochi minuti, di solito, essi cominciano piano a darsi colpi di gomito, a bisbigliare e ridacchiare. L’immaginario arrivo di un chuprasi, il “littore corrotto” dell’India, che è presente a ogni darbar, tuttavia, causerà una fuga precipitosa dal branco; dopo un po’ però queste fughe diventano sempre meno frequenti, come se le bestie feroci si ammansissero.
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Libri non scontabili aiutano librerie ed editori indipendenti

BuchMesse FrankfurtA margine della recente Fiera del libro di Francoforte, l’altro giorno il New York Times pubblicava un interessante articolo sulle ricadute del prezzo fisso imposto per legge ai libri tedeschi. O meglio: una volta che l’editore stabilisce il prezzo di un volume (in base a certe linee-guida), scatta l’impossibilità duratura di scontarli, sia che vengano venduti nelle grandi librerie, online o su qualche bancarella. Con l’ovvia eccezione di libri fuori catalogo, usati, o danneggiati. Pratica vecchia di secoli e per dei versi anacronistica nell’era del free market e di Amazon über alles, ma con conseguenze assai positive per il mercato tedesco, nonché per la diversità di cultura ad ogni livello. Continua

Mongolia: bilanci e progetti di cooperazione

Shankh Khiid, Gobi Desert - Foto di Pablo PecoraCome al solito, al ritorno dalla mia spedizione umanitaria di settembre in Mongolia, la terra di Gengis Khan, è difficile raccontare in sintesi i dettagli di 3 settimane di soggiorno e di spostamenti, in questa terra cosi estesa, ma così poco abitata, per cui selezionero gli avvenimenti più importanti di questa esperienza (era l’undicesima: sono arrivato la prima volta nel 1997).

Equipe

Mi hanno accompagnato i colleghi italiani Giorgia Bardelle, medico di medicina generale, di Venezia; la pediatra comasca Roberta Marzorati, la fisioterapista comasca Franca Benaglio, tutti partecipanti come me a titolo puramente individuale, senza alcuna sponsorizzazione circa le spese di viaggio e soggiorno. È stato molto bello tuttavia trovare sul posto la collaborazione di tre interpreti della Mongolia (Zulaa, Enkhee, Pudghee) e l’aiuto volontario di Masaru, uno studente giapponese dell’universita di Osaka, e dell’australiana Isabel Cane.

Quindi ancora una volta la nostra equipe è stata multiculturale e ci ha permesso di confrontare e conoscere meglio alcuni usi e costumi dei nostri paesi di origine. Per regolarizzare la nostra attivita medica (avevamo il visto turistico), abbiamo agito come membri onorari della ONG di Ulaan Baatar Gender Center for Sustainable Development, ufficialmente riconosciuta in Mongolia.

Aree operative

Villaggio di Dashbalbar, nel Dornod, a nord est, quasi al confine tra Mongolia, Russia e Cina. È un villaggio nella steppa, a sud della Siberia, con clima continentale che tocca punte estreme (molto caldo d’estate, ma estremamente freddo d’inverno, con temperature che arrivano a meno 30 gradi). Il villaggio ha un migliaio di abitanti, ma attorno risiedono in modo nomade circa 5000 esseri viventi, tra pastori e allevatori di cavalli, cammelli, montoni e bestiame. Esiste un piccolo ospedale, vecchio e quasi privo di apparecchiature mediche e chirurgiche (per fortuna ne stanno costruendo uno nuovo) dove siamo stati ospitati e abbiamo potuto offrire il nostro servizio medico, non solo di cura, ma anche di prevenzione.
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Conservare per rispettare

Le eco-conserve di GeltrudeCome si conserva senza conservanti? O meglio, come essere delle sapienti formichine in grado di stivare gli alimenti e preservarli da muffe e malanni in maniera naturale e senza impoverirli delle loro proprietà nutrizionali e del loro gusto? La risposta è semplice e ricorre nelle pagine del libro: come facevano le nostre nonne, mettendo al bando il mortale botulino e le pericolosissime micotossine, ma anche - ovviamente - la chimica.

Le eco-conserve di Geltrude aiuta a ritrovare la memoria delle cose semplici e sane, contribuisce a ridurre gli inutili consumi di energia, gli sprechi di alimenti, i viaggi transoceanici dei cibi. Sprechi, esattamente. Mentre i Paesi ricchi si gettano, letteralmente nella spazzatura, tonnellate di cibo, nel sud del mondo vi sono ancora milioni di persone e di bambini che muoiono di fame o vittime della malnutrizione.

Qualche dato dal sud del mondo

Il rapporto annuale della FAO, l’Organismo dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, riporta, di edizione in edizione, la macabra contabilità: 5 milioni di bambini morti per fame ogni anno, venti milioni di neonati nascono sottopeso e su 852 milioni di persone sottoalimentate 815 vivono nei paesi del sud del mondo.

I venti milioni di neonati che nascono sottopeso ogni anno, se hanno la fortuna di sopravvivere, diventano adulti con ridotte capacità lavorative e di sostentamento. Le morti e gli invalidi per colpa della fame costano ai paesi sottosviluppati 500 milioni di dollari l’anno.

Qualche dato dal nord del mondo

L’industria agroalimentare spreca ogni anno 8,5 milioni di euro mentre la grande distribuzione manda al macero 280 mila tonnellate l’anno di cibo: con queste quantità e risorse si potrebbero distribuire ogni anno 476 milioni di pasti completi. La ragione di tanto spreco è nelle falle dell’organizzazione industriale e della distribuzione, ma anche negli acquisti compulsivi ed inutili di cibo da parte dei consumatori.
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Romanzo che parla della vita e della morte

Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo di Francesca de CarolisUna prima considerazione riguarda la collocazione di questo romanzo. Noi sappiamo che si tratta della storia di Luca Flores, un pianista jazz di grande valore, morto suicida nel 1995. A raccontare è Francesca De Carolis, alla sua quarta opera, che svolge l’attività, professionalmente primaria, di giornalista al TG1, e che ha raccolto le testimonianze, le memorie, della cantante jazz Michelle Bobko, la donna che ha amato Luca Flores.

Ma Francesca De Carolis, tuttavia, sceglie di parlarne in prima persona. L’autrice racconta la vicenda di Luca Flores dal di dentro, come se a parlare cioè fosse Michelle. Io ho riflettuto molto su questa scelta, sul perché non abbia usato la terza persona, considerato che qui si racconta della vita di un uomo vista attraverso gli occhi della donna che lo ha amato. L’ho chiesto a Francesca e la risposta ha un po’ confermato la mia ipotesi e quindi parto da questa.

Francesca ha conosciuto Michelle alcuni anni fa, è quindi una sua amica. Le testimonianze che lei ha raccolto in qualche maniera si sono fuse con le esperienze. Lei ha ascoltato e ha anche vissuto Michelle… Lei in qualche modo è stata Michelle. Questo rapporto di fusione tra autrice e narratrice è interessante ed è una delle chiavi interpretative dell’opera. Molto spesso in letteratura accade esattamente il contrario.

Il narratore prende le distanze dall’autore, pur essendo la stessa persona. C’è in questo un esercizio di mistificazione, che simula la distanza critica sul reale e costruisce l’illusione dell’oggettività. Qui l’autore invece finisce per coincidere con il narratore, si mimetizza in esso. E sono invece due persone distinte. E c’è in questo un inconscio denudarsi e un rivestirsi del corpo e della vita dell’altro. Un superamento della mistificazione attraverso l’offerta di sé. Ripeto: un procedimento esattamente opposto a quello consueto. Da questo punto di vista è in gioco il rapporto tra vita e arte, che attraversa la storia della letteratura da almeno due secoli.
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Psicofarmaci agli psichiatri: incontriamoci sui marciapiedi

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiLa pensata è venuta durante una telefonata con Marcello Baraghini. Dove presentare alla gente Psicofarmaci agli psichiatri? Per chi naviga su internet tutto è più facile: semplice infatti l’accesso al sito di Stampa Alternativa, a quello letterario Paradiso degli orchi o al Cosmotaxi del 17 ottobre di Nybramedia.it, ma il paese reale?

Gli incontri reali in cui discutere, decostruire e ricostruire insieme idee e romanzo? Ecco per Psicofarmaci agli psichiatri abbiamo pensato che il topos giusto siano i marciapiedi, quelli davanti ai Centri Sociali o appena dentro ai Centri Psichiatrici dimenticati, le sale da pranzo delle Comunità per psicotici e disabili che nessuno vuole frequentare, i geriatrici popolari dove si trovano vecchietti con storie preziose e operatori con energie straordinarie.

E ancora: le associazioni non allineate che non sono profit né no-profit, le associazioni di familiari di malati psichici e ancora di più i gruppi di malati psichici che, sempre di più, stanno nascendo e organizzandosi. Per questi luoghi la mia disponibilità è totale, non c’è un costo né una lista d’attesa, non ci sono sponsor né manifesti patinati. Stabiliamo un contatto e troviamo insieme i posti giusti dove parlare di cure psichiatriche e soprattutto di abusi psichiatrici, di posti dove davvero gli psicofarmaci dovrebbero essere somministrati agli psichiatri e di posti in cui invece ci sono operatori che hanno saputo inventarsi interventi geniali.

Il mio indirizzo è enricobaraldi[at]virgilio.it.
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All’inseguimento di Lisca di Pesce

Coccobill - Mezzo secolo di risate westernNell’ormai lontanissimo 1940, non avevo ancora raggiunto l’età che mi incoraggiasse ad affrontare la leggendaria Collana Romantica Sonzogno, composta da decine di volumi rilegati in rosso, con cui mio padre Gianluigi Bonelli appagava la sua sete di storie avventurose. Soltanto qualche anno più tardi avrei dovuto ringraziarlo per avermi rivelato il fantastico, appassionante universo di Zane Grey, di Jack London, di Edgar Wallace e di tanti altri “assi” della letteratura popolare anglosassone.

Tre anni di scuola elementare e la quotidiana convivenza con un maestro del fumetto come mio padre mi permettevano, però, di apprezzare pienamente la magica alchimia tra parola e immagine riprodotta nelle pagine delle pubblicazioni che si accatastavano in ogni angolo della nostra casa: Jumbo, Rin-Tin-Tin, L’Avventuroso e così via. Anche se leggevo e rileggevo i “classici” comics americani che Gianluigi Bonelli aveva religiosamente raccolto (da Mandrake a Topolino, da Flash Gordon a L’Uomo Mascherato e Cino e Franco), io facevo il tifo per Il Vittorioso, un settimanale tutto italiano, pubblicato a Roma dalla società Editrice A.V.E. sin dal 1937.

Si trattava di una rivista di poche pagine (come si usava a quei tempi), ma di grande formato, che, pur non facendo segreto dei suoi intenti pedagogici, affrontava tutti i temi dell’Avventura. I primi cinquanta numeri della pubblicazione (fatta eccezione per le presenze di Franco Caprioli e del simpatico “Zoo parlante” di Sebastiano Craveri) erano poco più che dilettanteschi; nell’anno seguente, però, l’arrivo - lasciatemelo dire - di Gianluigi Bonelli aggiunse un evidente tocco professionale: grazie ai suoi soggetti e ai disegni della sua “squadra”, che comprendeva Antonio Canale, Raffaele Paparella, Walter Molino, Franco Chiletto e molti altri ancora, il livello medio qualitativo si alzò sensibilmente.

Insomma, la mia spasmodica, settimanale attesa del nuovo numero de “Il Vittorioso”, sulle cui pagine (con mio enorme orgoglio) campeggiavano la firma e anche lo spirito avventuroso del mio illustre genitore, era ricompensata da irresistibili vicende ambientate nel West americano, nel cuore dell’Africa, sui mari dei Caraibi, nelle giungle indiane…
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Le eco-conserve di Geltrude: breviario di scelte consapevoli

Le eco-conserve di Geltrude«A che serve?». «Cosa ci porta di nuovo?». Con queste due domande giudicava le sue letture Thomas Sankara, presidente ribelle del Burkina Faso. Esempio luminoso di etica politica e passione civile, fu ucciso il 15 ottobre 1987. E adesso che abbiamo ricordato questa figura a vent’anni dalla morte, cerchiamo di rispondere alle due domande anche per questo manuale che apparentemente non tratta di politica. Un libro invero di ecoconserve vegetali.

Ma una piccola premessa è necessaria: mentre cucinare è un’incombenza quotidiana e dunque i manuali di ricette sono destinati a chi ha voglia e tempo, realizzare conserve è… il contrario e dunque un manuale di ecoconserve è destinato a chi di tempo ne ha poco! Paradossale? No. In pochi giorni all’anno - quelli in cui abbondano le materie prime vegetali di cui parliamo - si possono mettere in dispensa o in cantina alimenti ai quali attingere per diversi mesi, con un notevole risparmio di tempo rispetto alla preparazione casalinga sul momento. Questo è dunque un libro per chi non ha voglia di cucinare tutti i giorni e saggiamente come la formica si prepara le riserve. Poi si apre un vasetto ed ecco un originale sugo per la pasta, un antipasto di delizie, un secondo vegetale a cui aggiungere solo qualche ortaggio al vapore, un dolcetto semplice, una crema da spalmare.

Dunque, quanto alla prima domanda di Sankara: cosa portiamo di nuovo con questo manualetto? La novità sta nel recupero della saggezza passata. L’autoproduzione di conserve è uno dei comportamenti saggi che diventeranno obbligati in un futuro equo ed ecologico, il quale a sua volta è condizione di sopravvivenza. Le ricette nel libro indicate sono state sperimentate nei decenni, forse nei secoli. Le abbiamo selezionate sulla base di alcuni criteri la cui combinazione è forse originale:
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La casta dei giornali. I contributi alla stampa

La casta dei giornali di Beppe LopezIl libro fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. La Casta dei giornali, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. L’autore, in questa intervista, ci racconta i punti più scandalosi dell’inchiesta.

Un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa. Si tratta proprio di un fiume di denaro, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.

Ma, al di là della ufficialità e delle buone intenzioni del governo in carica, resta il dato storico: lo Stato italiano finanzia generosamente i giornali italiani – grandi e piccoli, quotati in borsa e di partito, di cooperative e di “movimenti” fantasma, di finte cooperative e di imprese truffaldine – insieme a periodici, agenzie di stampa e radio e televisioni locali. Un fiume di contributi, provvidenze e agevolazioni tariffarie con una portata fra i 700 e i 1.000 milioni di euro in un anno. 700 è la cifra che in un solo anno ha effettivamente richiesto l’applicazione della legge per l’editoria. Di circa 1.000 (di meno? di più? Non si sa) si può parlare se si tiene conto delle convenzioni e dei contributi elargiti dai singoli ministeri, regioni, ecc.

Come avviene questo finanziamento?

La parte più cospicua delle provvidenze se ne va in “contributi indiretti”: agevolazioni postali (228 milioni nel 2004), rimborsi per l’acquisto della carta (per fortuna aboliti nel 2005), agevolazioni telefoniche, elettriche, ecc. Contributi che premiano in particolare i grandi gruppi editoriali con molte testate, alte tirature e ampi organici. Così la Rcs è arrivata in un anno a prendere 23 milioni, la Mondadori 19 per le poste e 10 per la carta, Il Sole-24 Ore 19, la Repubblica-Espresso 16, l’Avvenire 10…
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Domani a Roma la presentazione del libro “La Casta dei giornali”

La casta dei giornali di Beppe LopezRai Eri e Stampa Alternativa, domani - mercoledì 17 ottobre 2007 - a partire dalle 11, presso la Sala Convegni della Federazione Nazionale della Stampa ­(Corso Vittorio Emanuele 329, Roma), hanno il piacere di invitarvi alla presentazione del libro La casta dei giornali di Beppe Lopez.

Con l’autore ne parleranno Furio Colombo (giornalista e senatore), Arturo Diaconale (direttore de “L’opinione”), Carlo Freccero (esperto di televisione e comunicazione), Franco Ricardo Levi (giornalista e sottosegretario per l’informazione e l’editoria). Coordinerà Marcelle Padovani, corrispondente del “Nouvel Observateur”.

Assoluzione piena per Mariuana.it

Mariuana.it Il fatto non sussiste. Così il Giudice Monocratico di Rovereto ha archiviato il caso contro Matteo Filla, gestore di Mariuana.it, risalente a oltre due anni fa, per il quale Matteo era stato anche arrestato (per poco). Piena assoluzione all’accusa di istigazione e proselitismo all’uso illecito di stupefacenti (art. 82 dpr 309/90). Non è reato vendere online di semi di cannabis privi di THC e di altri prodotti non univocamente destinati alla coltivazione di marijuana. Neppure lo è fare informazione al riguardo o avere un forum in cui si discute di cannabis e faccende annesse. Torna quindi pienamente attivo Mariuana.it, spazio assai ricco di informazioni, materiali e discussioni. Un po’ di sana ragionevolezza, almeno per stavolta.

Tra i superstiti dello tsunami del 2004

Quake Headline - Foto di Little DragonAnche quest’anno sono ritornato per la terza volta al sud dell’India, in Kerala e in Tamil Nadu, là dove si incontrano tre mari (il mare d’Arabia, il mar del Bengala e l’Oceano Indiano), per cooperare volontariamente e a puro titolo personale con il Nirmala hospital di Karungal (Tamil Nadu), gestito dalle suore indiane Nirmala Sisters e con la comunità del villaggio di Kottilpad (3000 abitanti, di cui 196 perirono durante lo tsunami del 2004). I miei collaboratori volontari della spedizione erano Giorgia Bardelle, medico (Italia), Federika Leonardi, laureanda in infermeria (Italia) e Gereltuya Baldansuh, psicologa (Mongolia). Durante il soggiorno abbiamo operato in questo modo:

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Cuba particular. Sesso all’Avana

Cuba Particular di Alejandro Torreguitart RuizNon sono mai stato a Cuba. Ho ascoltato molti racconti di chi c’è stato. Uomini sopratutto. Le donne tornano e parlano delle spiagge e del mare bellissimo. Gli uomini, chissà perché, d’altro. Nessuno che conosco, comunque, è mai andato a visitare la casa in cui ha vissuto Hemingway; al massimo sono stati alla Bodeguita del Medio, ma non certo per amore della letteratura…

Stando da questa parte dell’oceano leggendo Padura Fuentes e tutti i libri di Gutiérrez mi sono fatto una vaga idea di come viva la gente laggiù. Poi, l’estate scorsa, ho letto Cuba Particular di Torreguitart Ruiz: la cosa stupefacente è che lì ci ho trovato le storie di quegli uomini di cui parlavo prima ma raccontate dal punto di vista dei cubani. La prospettiva cambia di parecchio, come è facile immaginare.

In queste pagine ho rivisto Gutiérrez e la sua Avana ma anche sensibilità e sensualità. Il romanzo racconta la vita quotidiana di Isabel, padrona e tenutaria di una Casa Particular, una specie di affittacamere dove i turisti portano ogni sera le loro conquiste: una jinetera o una ragazza che deve mantenere la famiglia coi soldi dello straniero. Più discreta di un albergo perché nessuno fa domande e non ci sono mance da rifilare al portiere.

Isabel assiste a questo andirivieni di uomini con ragazze. Spesso giovanissime, che potrebbero essere sue figlie. Molti degli uomini che affittano una camera sono italiani; gente che in patria ha una famiglia, che dice di essere lì per lavoro… Isabel scuote la testa. Le ragazze si confidano con lei e le raccontano tutte la stessa storia: cercano l’amore per andarsene o per mantenere figli e mariti. Alcune ci riescono: se ne vanno e poi magari rimpiangono il sole dell’Havana tutta la vita.
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