Il confessionale dello scrittore: dialogo uno a uno

Il confessionale dello scrittorePsicofarmaci agli psichiatri, dopo l’elettrizzante presentazione al Festival Resistente di Pitigliano (del festival potete leggere qualche iniziale considerazione anche qui e qui), è diventato uno dei casi letterari di provocazione al Festivaletteratura di Mantova. Rete 180 infatti, la radio che trasmette dal Centro Psichiatrico di Mantova, ha installato in una piazza ai limiti dei luoghi ufficiali (blindatissimi) del Festivaletteratura, il Teatro più piccolo del mondo, come si vede nella foto. All’interno di questo teatro, in pratica un confessionale adibito a spazio di presentazione degli autori, si sono presentati uno dopo l’altro quasi trenta scrittori esclusi dalla manifestazione ufficiale.

Il confessionale dello scrittoreEssi hanno avuto la possibilità-privilegio di colloquiare con un solo fortunato ascoltatore, perché di un solo posto a sedere il teatro era fornito. E, in fondo, perché la lettura è un fatto personale, in un rapporto straordinario e intimo tra chi ha scritto e chi tiene il libro aperto davanti a sé. Ben diverso, più sentito e raccolto rispetto alle presentazioni oceaniche del Festivaletteratura, è stato l’impatto emotivo di questa iniziativa come autori e spettatori ci hanno testimoniato al termine della loro esperienza. E, a chiudere la manifestazione del Rete180offestival” ci ha pensato Enrico Baraldi col suo Psicofarmaci agli psichiatri.
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Il pornografo del regime: le seduzioni di un viveur - 1

Il pornografo del regime - Erotismo e satira di Mameli Barbara di Salvatore MugnoMaggiorate fisiche e minorati psichici (o intellettuali, se si preferisce). Questa celebre contrapposizione terminologica e concettuale (proferita da Vittorio De Sicura in un’aula giudiziaria, nelle vesti di difensore dell’esuberante Gina Lollobrigida, moderna Frine, accusata di corrompere i costumi, nel film di Alessandro Blasetti, del 1952, Altri tempi) sembra ben riassumere gran parte dell’immaginario di Mameli Barbara a proposito delle articolare relazioni tra donne e uomini.

L’eterna guerra dei sessi, nella rappresentazione che ne fa il disegnatore siciliano, vede le fanciulle e le signore avere quasi sempre la meglio, riducendo spesso il maschio a mero arnese delle loro - più o meno perfide - manovre di seduzione. Negli “schizzi” e tra le righe dei periodici umoristici del Ventennio e post-bellici che molti, con la puzza sotto il caso, ritenevano «leggeri, disimpegnati, futili se non immorali» [1], in realtà si insinuavano e si delineavano vere e proprie “filosofie” della vita e del mondo.

A una osservazione non pregiudiziale e non frammentaria di disegni e didascalie ci si accorge, infatti, dell’opulenza di informazioni e “retropensieri” contenuti in riviste apparentemente dedite alla facile burla, alla boutade fine a se stessa. Ciò è tanto vero che spesso gli artisti del pennino si ritrovarono in urto con l’autorità politica e con quella giudiziaria, in quanto le loro pagine:

lasciavano trasparire, tra i dovuti ammiccamenti maliziosi, venature mordaci e impietose sulle società del tempo, non certo comuni all’epoca. Fustigavano benevolmente manie, modi di vivere e luoghi comuni con articoli, barzellette ma, soprattutto, attraverso le vignette con battute fulminanti e lepidezze a doppio senso. In primo piano, nelle copertine e nei paginoni, s’imponevano ragazzotte prorompenti, scoperte fino all’estremo limite che l’occhiuta censura riusciva a tollerare [2].

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Caro Bertinotti ti scrivo, così mi distraggo un po’

Fidel Castro - Foto di jikamajojaHo letto su internet un messaggio del Presidente della Camera dei Deputati, on. Fausto Bertinotti e non credevo alle parole che scorrevano sullo schermo, forse è uno scherzo di Carnevale, visto che a Cuba non è ancora finito.

Caro Presidente, un anniversario importante è l’occasione per gli auguri da parte di chi ha vissuto i lunghi anni della Sua importante presenza nel mondo, presenza congiunta al cammino della rivoluzione cubana. Nessuno dei dissensi che abbiamo lealmente espresso può cancellare le speranze e le emozioni che hanno suscitato nella mia generazione e nel mio paese le donne e gli uomini della Sierra Maestra. Poi Cuba ha camminato con le sue gambe e ha interpretato, insieme a Lei, l’orgoglio di un popolo e di un’isola che vuole vivere la sua indipendenza e decidere autonomamente del suo futuro e del suo destino in un mondo di pace. Buona fortuna a Lei e al Suo Popolo, Presidente. Lunga vita, caro Comandante, un abbraccio e auguri per la Sua salute.

Queste le sconcertanti parole di Bertinotti, un Presidente di una Camera dei Deputati legalmente eletta dal popolo che scrive a un dittatore che dal 1959 governa Cuba facendo il bello e il cattivo tempo, senza curarsi di indire nuove elezioni, ma restando al potere senza alcuna legittimazione. Ma lo sa Bertinotti che Cuba è il paese al mondo che produce il maggior numero di esuli per motivi politici? Ma lo sa Bertinotti che neppure dal Cile di Pinochet scappava tanta gente? Pare proprio di no, perché gli auguri del Presidente della Camera dei Deputati non si limitano alla festa di compleanno e alla speranza di buona salute, ma vanno ben oltre. Si parla di importante presenza nel mondo congiunta al cammino della Rivoluzione Cubana. Ma lo sa Bertinotti che un po’ di tempo fa, se fosse stato per Castro, sarebbe scoppiata la Terza Guerra Mondiale?
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Aspettando il festival: un pranzo da matti senza marchi ed etichette

La scrittrice Luciana Bellini durante l'edizione 2006 del Festival - Foto di Stefano PaciniAttenzione, prima di proseguire con la lettura, vi devo invitare a leggere una doverosa premessa, il comunicato stampa che segue e che vi introduce allo stuzzicante argomento che voglio trattare. E portate pazienza per la lunghezza di questo testo, vi assicuro che ne vale la pena:

Non ci sarà abbastanza tempo né abbastanza spazio per presentare Psicofarmaci agli psichiatri sabato mattina al Magazzino Giustacori e soprattutto non ci sarà abbastanza spazio nei cuori e nelle menti dei presenti per conoscere la follia in diretta di Rete 180, la radio nata nel Centro per la Salute Mentale di Mantova. Per questo l’incontro con la follia genuina, ben diversa da quella contraffatta dei notiziari sensazionalistici e dei salotti televisivi edulcoranti, proseguirà nello stesso luogo col Pranzo NO-DOC. Autore, editore, protagonisti del libro e protagonisti lettori siederanno allora attorno allo stesso tavolo per continuare il discorso.

E ancor più per rimanere orgogliosamente fuori dalle logiche dei cibi DOC, dei codici a barre che imprigionano i libri e gli alimenti garantendo soprattutto la loro contraffazione, la loro riproducibilità senz’anima, il loro perfetto allineamento col consumismo massificante. Mangeremo solo cibi NO-DOC, fuori dalle grandi catene della distribuzione, fuori dalle leggi delle etichette, tirati fuori per l’occasione dai forzieri dei contadini e consumati insieme senza barriere tra chi serve e chi mangia, tra chi parla e chi ascolta, tra chi ha scritto e chi ha letto, tra chi cura e chi è curato. Perché solo in uno scambio di questo tipo, in uno scambio NO-DOC, la salute (quella mentale di una testa che resiste a pensare e quella del corpo di una bocca che resiste a mangiare cibi non imposti dalla pubblicità) può guadagnarci e non viene avvelenata.

Diversamente scrittoriInsomma, vedete, l’abbiamo pensata bella Enrico Baraldi e io per arricchire il già succulento carnet di presentazioni, incontri e performance che questo fino settimana terranno banco con il quinto Festival della letteratura resistente. Dunque rilanciamo e sul piatto buttiamo un “pranzo da matti”. Domani, 8 settembre, infatti, si presenta e si dibatte intorno al libro di Enrico, quel Psicofarmaci agli psichiatri degno certamente di un diversamente scrittore come lui. E così ecco che gli fa il paio un bel pranzo NO-DOC, tutto di roba rigorosamente priva di codice a barre e della manipolazione che il marchio DOC, invasivo e arrogante, ha introdotto per cambiare sapori, gusti e sensibilità. Pane, formaggio, uva, vino. Come quando i sapori avevano bisogno di questo e di poco altro per esaltarsi.
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Ferlinghetti & i Beats: vivi, attuali, indomabili

Lawrence Ferlinghetti Nel 1957 venivano pubblicati “On the Road” di Jack Kerouac e “Howl” di Allen Ginsberg — pietre miliari della letteratura contemporanea, oltre che manifesti della Beat Generation. A ricordarne i 50 anni, l’altro giorno la trasmissione radio quotidiana USA Democracy Now! ha diffuso un’articolata intervista di Amy Goodman con Lawrence Ferlinghetti, fondatore della nota City Lights Bookstore a San Francisco, poi divenuto altrettanto famoso Publisher. Poeta, librario, editore, attivista e uno degli ultimi Beat ancora in vita, a 88 anni Ferlinghetti va ogni giorno a lavorare nella sua libreria e continua a produrre, vedi il libello fresco di stampa Poetry As Insurgent Art. Oltre che attento excursus personale, l’intervista include riletture da quei testi storici e ripercorre i momenti cruciali di quegli anni, la nascita del movimento Beat, le opere e le gesta dei suoi maggiori artefici, da Kerouac a Ginsberg a molti altri, fino all’analisi dell’odierno scenario socio-politico. Contro ogni appiattimento culturale, vita e arte come percorsi insurrezionali—ieri, oggi e domani. Disponibile (in inglese) sia in audio mp3 che in trascrizione. Da non perdere.

Aspettando il festival: sbrigati sennò perdiamo la memoria

Diversamente scrittoriA Pitigliano, dove si svolge il Festival della Letteratura Resistente, i primi anni veniva il sindaco Alberto Manzi, eletto a furor di popolo, pieno di straordinarie idee e determinato a realizzarle, dalla parte dei cittadini. Fu stroncato a metà del suo mandato da un male cattivo. Io credo però che abbia contribuito ad essergli fatale il dolore di non poter realizzare il suo sogno di buon governo a causa, innanzitutto, dall’ostilità della sua stessa coalizione composta in gran parte da fannulloni.

Nella televisione di Bernabei, Alberto, con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi, unificò l’Italia attraverso la lingua, insegnandola e divertendo, così bene da far registrare un record: non c’era riuscito nemmeno Garibaldi. Lo ricordo sempre, Alberto, che fece sognare per un attimo la comunità a fianco della mia.

Alberto ManziLo ricordo sollecitarmi a fare in fretta, a darmi da fare per recuperare quanta più memoria viva possibile prima che fosse “troppo tardi”. Adesso il recupero della memoria, per così dire, avviene fondamentalmente nei capannelli che si fermano a Pitigliano o a Sorano intorno agli annunci mortuari per commentare e tirare gran sospiri (se di rammarico o di sollievo non ve lo so dire).

Tutto il resto è superficie, sfratti (i dolci locali), tortelli e salsicce alla brace. E così, tortellando e salsicciando, tra poco, con la scomparsa degli ultimi anziani, verrà sepolta anche la memoria degli umili, con buona pace di amministratori, preti e signorotti con villoni, piscine e fuoristrada.

Sbrigati Marcello, mi ripeteva quasi ossessivamente. Ecco allora che vengono presentati al festival il quinto libro di memoria viva di Luciana Bellini, Racconti raccontati, e quello di Guido Gianni, All’armi siam ridicoli. E poi, poco dopo, la rassegna Stregoneria e di nuovo ancora la canapa italiana e poi vai con gli artigiani degli antichi mestieri che hanno animato il mercato di Sorano appena concluso. E così, proseguendo per complottare e pensare a nuove presenze nelle strade e nelle piazze di paesi e frazioni.

Storia di Luca Flores, geniale pianista jazz tradito dal destino

Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo di Francesca de Carolis[Questo articolo è stato pubblicato su Articolo 21 e riguarda il libro Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo - Romanzo con pianoforte jazz di Francesca de Carolis.]

C’è una memoria che resiste agli uomini e ci sono uomini che resistono alla memoria. È il caso di Luca Flores, pianista jazz di primo piano, artista versatile e uomo “troppo” sensibile per l’epoca in cui è vissuto. Non caso, a tradire i Grandi, spesso è il destino o il genio che gli corrode lentamente, anima e mente. Sullo sfondo, l’amore per una donna, Michelle Bobko, cantante dalla voce ammaliante e paladina della vita appartata di Luca negli ultimi suoi anni. Che oggi confessa: “La trasformazione della figura di Luca in mito ha tormentato in me la memoria dell’uomo al quale sono stata legata durante gli ultimi anni della sua vita. Poi d’un colpo dettagli ed episodi di una storia che avevo custodito in perfetto silenzio si sono fatti insistenti, chiedendo di essere depositati per sempre. Un insieme di colori, suoni, immagini, archetipi - racconta Michelle - Mille pezzi rimescolati di un puzzle già ben scosso. Li ho affidati a Francesca, che ha saputo raccoglierli in questo romanzo, trovando i giusti incastri, anche nel caso di qualche tessera mancante”.

Francesca sta per de Carolis, giornalista Rai e autrice di questo romanzo che rimane, nella sua potenza, sospeso tra diario e saggio: Angela, Angelo mio io non sapevo (Stampa Alternativa, 135 pagine, 18 euro, con un Cd tratto dal concerto live di Michelle Bobko del 13 maggio 2004 a Cavriglia e una nota di Vincenzo Mollica). L’originalità di questo romanzo ruota attorno al metro stilistico e alla dimensione narrativa. Pare quasi un rebus da risolvere pagina dopo pagina, con le emozioni che lievitano di pari passo alla percezione del dolore, l’immenso dolore interiore che accompagnò Luca per tutta la vita. Dev’esserci un rapporto speciale, quasi totale, tra Francesca che ascolta il racconto di Michelle e il romanzo che prende forma, giorno dopo giorno. Immaginiamo gli incontri, i lunghi monologhi e le domande per meglio mettere a fuoco. Da lettori, ne intuiamo anche i silenzi, le pause, le frasi a mezz’aria fra ricordo e realtà. S’avverte anche a livello epidermico questa “complicità” di donne. Solidarietà che esprime compiutamente la malattia di Luca, senza filtri o infingimenti. “Così la sua malattia, - scrive la de Carolis auscultando Michelle - costringeva le nostre vite a scarti per quaanto previsti ogni volta sembravano a noi improvvisi, impetuosi, e sempre mi spiazzavano. Ci spiazzavano. Anche quando si trattava solo di cenni appena in agguato”.

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Il testamento di Hans

La figlia dell'imperatriceE così se n’è andato Hans Ruesch. Fratello, fratellone, per età e statura, di indignazione mai doma, mai rassegnata, nel suo più che decennale braccio di ferro contro la ricerca medica scellerata e i farmaci delle multinazionali. quelli che riempiono le farmacie e uccidono piuttosto che portare sollievo.

Lo incontrai a Lugano, nel suo piccolo appartamento, quando già stava male e mi espresse la speranza di vedere pubblicato subito il suo lavoro che mi consegnò poco dopo, prima di morire. Insomma, mi consegnava il suo testamento. Facemmo miracoli in casa editrice e il poderoso La figlia dell’imperatrice uscì di lì ad un anno, esattamente nella forma che lui desiderava.

Non so se quel miracolo gli ha dato altri tre anni di vita. Forse sì e ne sarei felice. Nelle righe che ci siamo scambiati non ho mai cessato di ringraziarlo per la lezione di lotta civile e di passione che mi ha dato. E per questo, onore a te, fratellone Hans.

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