Guitar Army: rock e rivoluzione - 1

Guitar Army - Il '68 americano tra gioia, rock e rivoluzione di John Sinclair

Assalto totale alla cultura con ogni mezzo necessario, incluso suonare rock’n'roll, fumare erba e fare sesso sulla pubblica via, sino alla distruzione del capitalismo.

Con questa strampalata e roboante premessa si apriva il documento costitutivo del Partito delle Pantere Bianche, fondato nel 1968 da un gruppo di studenti, drop out e artisti freak dell’area Detroit-Ann Arbour, rodati nella lotta per i diritti civili e contro la guerra. A dispetto degli stereotipi correnti, non si trattava di figli dei fiori, anche perché l’anno dell’Estate dell’Amore, il 1967, a Detroit (capitale dell’industria automobilistica mondiale, soprannominata Motor City o Motown) si era manifestato con una delle più distruttive sommosse che abbia mai colpito una città americana. La 12th Street Riot, cinque giorni di follia e incendi, risultato dell’esplosione delle forti tensioni sociali che covavano in città, scatenata da un banale controllo della polizia in uno spaccio di liquori illegali. Per i media fu una rivolta “razziale”, in realtà fu una rivolta popolare contro il progressivo degrado della città, condannata da un piano regolatore sconclusionato che favoriva la fuga in massa della classe media bianca nei sobborghi. Dopo l’intervento dell’esercito e della Guardia Nazionale, si contarono ben 43 morti, 467 feriti, oltre settemila arresti e duemila edifici distrutti dalle fiamme.

La scelta del nome “Pantere Bianche” era una risposta all’invito del leader delle Pantere Nere, Huey P. Newton, che aveva sollecitato gli attivisti bianchi a dare un segno tangibile del loro supporto alla lotta degli afroamericani. La dichiarazione portava la firma del poeta John Sinclair, ironicamente autoproclamatosi “ministro dell’informazione delle Pantere Bianche”, che da lì a pochi mesi sarebbe finito in carcere condannato a dieci anni di reclusione per aver offerto (gratuitamente) due sigarette di marijuana a una donna poliziotto infiltrata nella sua comune. Una condanna spropositata che aveva come obiettivo quello di togliere dalla circolazione uno degli attivisti culturali più effervescenti della zona. Quel ministro da operetta che da tempo era considerato un vero rompiscatole dalla polizia, anzi, per usare le parole delle autorità al processo, “una minaccia per la sicurezza e l’ordine delle istituzioni, un pericolo per la società, una rovina per il benessere della nazione”. A dispetto dello stile iperbolico e fanfaronesco dei suoi comunicati, densi di retorica e ingenuità, si fa fatica a credere che il governo degli Stati Uniti abbia veramente preso sul serio un arruffato e stonato poeta pacifista, appassionato di jazz, amorevole padre di due bambine, organizzatore di eventi culturali, manager di un esagitato gruppo rock, gli MC5, distributore di prodotti alimentari biologici, responsabile di una casa editrice underground. L’episodio la dice lunga sul clima avvelenato del periodo, uno dei più tormentati della storia del Paese, quando divenne evidente a tutti che la fessura del gap generazionale si stava trasformando in un fossato.

Questo libro, pubblicato originariamente nel 1972, è un testo di storia, utile per toccare con mano lo spirito del tempo. È, tra le altre cose, la cronaca di un grande malinteso, supportato da una forte dose di paranoia. Il malinteso, orgogliosamente coltivato dai giovani ribelli dell’epoca, stava nel credere che la loro età anagrafica fosse di per sé rivoluzionaria (come i capelli lunghi, gli spinelli e tutti gli elementi scenici e pirotecnici utili a offendere gli adulti) e che la “loro” musica, il rock, potesse cambiare il mondo. La paranoia è quella, pericolosa, che circola da sempre nelle vene del potere degli Stati Uniti d’America e che ritorna ciclicamente allo scoperto con esiti drammatici (vedi caccia alle streghe maccartista) oscurando l’indiscutibile forza del suo sistema democratico.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’inarrestabile crescita economica, la piena occupazione, l’ottimismo generalizzato in un futuro radioso, pone le basi per la comparsa di un nuovo soggetto sociale, il teenager, a cui viene regalata una zona franca di indulgenza tra l’inizio della pubertà e il momento di entrare nel mondo della produzione, uno spazio di libera espressione inedito nella storia delle società moderne (naturalmente la faccenda era riservata a una fascia privilegiata di giovani di razza bianca di classe media). Un’idea non nuova, che in un’altra versione era stata inaugurata dai regimi totalitari degli anni Trenta, che usavano i giovani come forza dirompente per forgiare un nuovo mondo, spazzando via il passato (pur mantenendo il potere nelle mani di vecchi brontosauri). Il progetto moderno si poponeva di creare un serbatoio di consumatori passivi, fidelizzati e teledipendenti che, una volta cresciuti, si sarebbero adeguati a un futuro fatto di competizione feroce sul lavoro, di vite anonime scandite dagli acquisti e dalle rate dei mutui, parcelizzate in villette monofamilari accessoriate, cullati nella convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili. Un pubblico di acquirenti entusiasti disposti a barattare la loro vita con una scadente rappresentazione della stessa, mentre dietro le quinte sarebbe continuata la discriminazione razziale e sessuale, lo sfruttamento economico del pianeta e la distruzione della natura.

La strategia commerciale si rivelò però azzardata, i giovani andarono subito oltre il loro mandato, utilizzando quella zona franca in maniera completamente diversa da come l’avevano intesa gli industriali e le agenzie pubblicitarie. Più che una sala d’aspetto accessoriata di gadget, diventò un turbolento luogo di secessione dal mondo conformato degli adulti. Mentre le autorità avevano perso ai loro occhi ogni autorevolezza e stavano diventando inutilmente repressive, loro volevano il mondo e lo volevano subito. Il principale detonatore dello scollamento tra due modi di intendere la vita fu un Paese ignoto che si trovava dall’altra parte del pianeta, il Vietnam, scelto dal complesso militare industriale come teatro di una delle più dissennate e costose campagne belliche che la storia ricordi. Una guerra imperiale, mai ufficialmente dichiarata, che si manifestava in tutta la sua violenza emoglobinica, nei telegiornali durante l’ora di cena o nelle casse piombate avvolte nella bandiera a stelle e strisce, che riportavano a casa le salme dei caduti. Quella tragica avventura coloniale che inghiottiva, anno dopo anno, centinaia di migliaia di vite innocenti e una quantità oscena di risorse sottratte al benessere della nazione, diventò uno spettro che ossessionava la psiche del Paese. Ossessione drammaticamente amplificata dagli effetti dei prodotti farmacologici di varia potenza, che erano entrati nella dieta dei teenager, a cui la prospettiva di essere spediti in Estremo Oriente a partecipare al massacro non appariva per nulla esaltante.

E poi c’era una forma musicale “nuova”, il rock’n'roll, che dalla sua nascita nel 1954, aveva svezzato gli adolescenti riconnettendoli con il corpo (soprattutto con la zona pelvica) e facendo loro annusare (seppur da lontano) l’ipotesi di meticciato culturale. Un mediocre film musicale come Rock around the clock del 1956 aveva infiammato le platee di mezzo mondo, scatenando il gusto per la devastazione degli arredi e lo scontro fisico con gli sbigottiti rappresentanti delle forze dell’ordine. I media parlavano preoccupati di “scatenamento isterico di animalità”, mentre la repressione faceva scattare nella mente dei ragazzi la sensazione di essere un popolo oppresso e una immediata solidarietà con le altre minoranze oppresse (etniche, sessuali, artistiche). Il rock’n'roll venne assunto come strumento rivoluzionario di liberazione. Del resto che la musica potesse stimolare l’emancipazione degli individui, era un concetto già espresso dai filosofi greci - “perché la musica è armonia e chi è armoniosamente costituito non può essere ingiusto con gli altri uomini”. Sui giornali underground compariva costantemente una citazione di Platone:

L’innovazione culturale è assai pericolosa per lo Stato, perché quando cambiano i modelli d’espressione musicale cambiano anche le leggi fondamentali dello Stato. Per questo motivo dovrebbe essere priobita.

E per tutti l’innovazione musicale a cui ovviamente Platone si riferiva era il rock’n'roll… Mick Jagger sentenziava sarcasticamente:

La musica è una delle cose che possono cambiare la società, sarebbe meglio non far ascoltare la musica dei neri ai bambini bianchi se vuoi che rimangano così come sono.

Il potere non era rimasto inattivo. La sensazione di avere il nemico in casa, non più sotto le spoglie dell’alieno, dello straniero, comunista o muso giallo, lo spinse a mettere in atto contromisure a dir poco sproporzionate. Non ci si limitò a prendere a manganellate i ragazzini - attività diffusa in quegli anni anche nel resto del mondo democratico - ma si attivarono addirittura gli organi della sicurezza nazionale, FBI, Guardia Nazionale. Il risultato ottenuto fu in molte occasioni di trasformare dei tranquilli hippie, che non chiedevano altro che vivere per i fatti loro, o dei frequentatori di discoteche, che volevano solo ascoltare della musica, in radicali incavolati.

Nel 1970, quando nelle università americane esplose la protesta contro l’invasione della Cambogia, Paese neutrale confinante con il Vietnam, il governo mandò la Guardia Nazionale in assetto di guerra nei campus. Durante una pacifica manifestazione di protesta a Kent, nell’Ohio, quattro ragazzi vennero falciati dalle fucilate. Quell’episodio rappresentò per molti un punto di non ritorno. Il rock diventa megafono del dissenso, un gruppo musicale come i Jefferson Airplane, emblema della Summer Of Love, nel 1969 lancia un disco militante come Volunteers, in cui incita apertamente alla ribellione. Cambia l’iconografia del rivoluzionario che aveva dominato in tutto il Novecento, quello che “si deve muovere nel popolo come un pesce d’acqua”. Al personaggio disciplinato, puritano e austero che deve dare il buon esempio alle masse senza spaventarle, per confutare la propaganda borghese e clericale che lo dipinge come un senza dio, fornicatore, vizioso e scioperato, si sostituisce un giovane capelluto che adora terrorizzare le masse con i suoi discorsi a base di sesso, droga e rock’n'roll. Lo slogan del maggio francese, “Più faccio la rivoluzione, più ho voglia di fare l’amore, più faccio l’amore più mi vien voglia di fare la rivoluzione”, non è certo rassicurante per un’opinione pubblica soggiogata dalla disinformazione mediatica che non coglie affatto l’ironia della faccenda.

(Questo testo è contenuto nella prefazione al libro Guitar Army - Il ‘68 americano tra gioia, rock e rivoluzione di John Sinclair.)

Guitar Army - Il ‘68 americano tra gioia, rock e rivoluzione di John Sinclair
Collana Eretica
184 pagine
ISBN: 978-88-7226-990-9

Commenti

Lascia un commento