Racconti raccontati: piedi macchiati di celeste

Racconti raccontati di Luciana BelliniRacconti raccontati è uscito nel dicembre 1998. È un libro fatto “in casa” ma ha viaggiato tanto. Ha girato tra le mani della gente ‘n su e giù per l’Italia e c’è chi l’ha portato anche più lontano! Chi avrebbe mai pensato che Maria col su’ Gaetano, la Piccirilla, Calocchio e Alamiro, chi a piedi, chi col somaro, ‘n bel giorno avrebbero spiccato ‘l volo? Ma ‘l bello è che con loro ho volato anch’io!

Racconti raccontati è stato stampato a Scansano, nella tipografia di Luca Morelli (’l mi’ cugino) nella Collana “In luce”. Questo è il primo libro, anche se la prima cosa che ho scritto era già stata pubblicata a puntate nel mensile diretto dalla giornalista Claudia Cenini “Tutto Scansano” che poi diventò “Tutto Maremma” sempre ideato e stampato da Carlo Morelli. E lì, in quella paginata, la gente aveva ritrovato Nino ‘l materassaio e ‘l cenciaiolo; aveva riascoltato la cantilena di noi cittine a caccia di lucciole e risentito ‘l profumo de le schiacce di Pasqua e l’odore acuto del soffritto.

Erano i ricordi d’una cittadina quelli e un titolo non ce l’avevano. Il perché tutte quelle parole si fossero messe a sedé ne la carta, questo, non si sa. Fatto sta che quella pagina, Claudia Cencini la intitolò “La mia infanzia a Scansano”. Poi pubblicato da Stampa Alternativa con il titolo C’era una volta la maremma.

Dunque i Racconti avevano già la strada aperta e, se prima la gente mi fermava pe’ domandarmi se quel Checco co’ la legna era Checco Rauggi o quell’altro di Checco, anche dopo è successa la stessa cosa. In quei racconti la gente aveva ritrovato fatti e nomi dimenticati e tutti mi dicevano che quelle voci le risentivano! Rivedevano i visi, le mosse… La maggior parte della gente, quelle pagine le leggeva ad alta voce: la moglie al marito, la figliola a tutta la famiglia. Ma la cosa più ganza è che loro, a pappagallo, mi ripetevano le parole di interi brani e io piangevo e ridevo insieme a loro. Mi succedeva una cosa strana: quelle storie, così, sentite dalla voce di un’altra persona, mi garbavano! È come se chi scatta una foto che non crede di aver messo bene a fuoco, poi, trova chi gliela mette in luce… E per me che fotografa non so’, questo è stato un gran regalo.
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Se mi siedo son perduto

Diversamente scrittoriTanto per non ripetermi, a me il quinto Festival Resistente è piaciuto. Non fosse altro che per i tredici nuovi libri che in quei giorni ho messo in cantiere. Punto. Ma se mi sfiorasse l’idea di sedermi e vivere di rendita piuttosto mi sputerei in faccia, allo specchio. E allora si cambia, si ricomincia. Ma da dove? Dalla data spostandolo a fine giugno? E perché? Oppure dal numero dei giorni? Uno di più o uno di meno? Oppure ancora da una non-stop che duri ventiquattro ore? E dove? Ancora a Pitigliano, Elmo e dintorni? Per invitare a venire un sacco di scrittori di Stampa alternativa e per far loro dire e fare che cosa? Estendere ad altri scrittori, ma chi li sceglie? E per far lor fare cosa? E chi paga? Per non parlare di chi, oltre a me e agli altri amici militanti, ci mette anche lavoro (che non sia solo masticar tortelli della Luciana Bellini conditi con formaggio).

Quindi ora sono alla ricerca di una nuova modalità e di nuovi contenuti che se non saranno adeguati ad una “svolta” qualitativa magari si finirà per rimandare di un anno. Dove sta scritto che il festival debba essere annuale? Nuove modalità e nuovi contenuti soprattutto - aggiungo io - se accompagnati da strategia, fattibilità e disponibilità militante. Una cosa però voglio dirla subito: mi piacerebbe farlo diventare il Festival Luciano Bianciardi. Per quanto lo ami, per quanto mi abbia “guidato” in tutte le mie scelte editoriali, per quanto mi stia ancora oggi condizionando, per quanto il regime culturale, pure essendo una strategia elaborata da un “grande vecchio”, continui accanitamente a ignorarlo, se non a mistificarlo, per paura o per pavidità, non importa.

Hackmeeting 2007 a Pisa (28-30 settembre)

Dal 28 al 30 settembre si svolge al Rebeldia di Pisa il 10° Hackmeeting, incontro delle controculture digitali e non, di comunità e individualità che si pongono in maniera critica e propositiva rispetto alle nuove tecnologie, sempre più legate a doppio filo al controllo sociale, alle imprese belliche e alla commercializzazione di ogni spazio vitale.

Tre giorni di seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo su come mettere le mani dentro a software e hardware ma anche dentro a ogni aspetto del reale, per progettare e complottare con creatività, curiosità e spirito critico.

Il programma prevede cacce al tesoro del wi-fi, eventi musicali copyleft, biciclette da smontare e rimontare, punti d’incontro e dibattito e oltre trenta workshop per tutti i pubblici, informatici e non. Sarà inoltre possibile condividere e scaricare libri, musica e quant’altro, oltre alla vendita di libri pubblicati sotto licenze libere - inclusi quelli di Stampa Alternativa. Senza dimenticare poi i Bianciardini.

Per saperne di più, leggi il programma, il manifesto e le FAQ.

Guitar Army: rock e rivoluzione - 1

Guitar Army - Il '68 americano tra gioia, rock e rivoluzione di John Sinclair

Assalto totale alla cultura con ogni mezzo necessario, incluso suonare rock’n'roll, fumare erba e fare sesso sulla pubblica via, sino alla distruzione del capitalismo.

Con questa strampalata e roboante premessa si apriva il documento costitutivo del Partito delle Pantere Bianche, fondato nel 1968 da un gruppo di studenti, drop out e artisti freak dell’area Detroit-Ann Arbour, rodati nella lotta per i diritti civili e contro la guerra. A dispetto degli stereotipi correnti, non si trattava di figli dei fiori, anche perché l’anno dell’Estate dell’Amore, il 1967, a Detroit (capitale dell’industria automobilistica mondiale, soprannominata Motor City o Motown) si era manifestato con una delle più distruttive sommosse che abbia mai colpito una città americana. La 12th Street Riot, cinque giorni di follia e incendi, risultato dell’esplosione delle forti tensioni sociali che covavano in città, scatenata da un banale controllo della polizia in uno spaccio di liquori illegali. Per i media fu una rivolta “razziale”, in realtà fu una rivolta popolare contro il progressivo degrado della città, condannata da un piano regolatore sconclusionato che favoriva la fuga in massa della classe media bianca nei sobborghi. Dopo l’intervento dell’esercito e della Guardia Nazionale, si contarono ben 43 morti, 467 feriti, oltre settemila arresti e duemila edifici distrutti dalle fiamme.

La scelta del nome “Pantere Bianche” era una risposta all’invito del leader delle Pantere Nere, Huey P. Newton, che aveva sollecitato gli attivisti bianchi a dare un segno tangibile del loro supporto alla lotta degli afroamericani. La dichiarazione portava la firma del poeta John Sinclair, ironicamente autoproclamatosi “ministro dell’informazione delle Pantere Bianche”, che da lì a pochi mesi sarebbe finito in carcere condannato a dieci anni di reclusione per aver offerto (gratuitamente) due sigarette di marijuana a una donna poliziotto infiltrata nella sua comune. Una condanna spropositata che aveva come obiettivo quello di togliere dalla circolazione uno degli attivisti culturali più effervescenti della zona. Quel ministro da operetta che da tempo era considerato un vero rompiscatole dalla polizia, anzi, per usare le parole delle autorità al processo, “una minaccia per la sicurezza e l’ordine delle istituzioni, un pericolo per la società, una rovina per il benessere della nazione”. A dispetto dello stile iperbolico e fanfaronesco dei suoi comunicati, densi di retorica e ingenuità, si fa fatica a credere che il governo degli Stati Uniti abbia veramente preso sul serio un arruffato e stonato poeta pacifista, appassionato di jazz, amorevole padre di due bambine, organizzatore di eventi culturali, manager di un esagitato gruppo rock, gli MC5, distributore di prodotti alimentari biologici, responsabile di una casa editrice underground. L’episodio la dice lunga sul clima avvelenato del periodo, uno dei più tormentati della storia del Paese, quando divenne evidente a tutti che la fessura del gap generazionale si stava trasformando in un fossato.
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Corpi a perdere: il comodo silenzio

Sidewalk Stencils - Foto di Franco FoliniCorpi da vendere, corpi da comprare. Corpi da fare a pezzi e buttare via, come spazzatura. Corpi senza voce né diritti. Siamo informati minuto per minuto dell’andamento delle indagini dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. Un’attenzione maniacale alle tracce trovate, allo sguardo del presunto colpevole, ai comportamenti delle cugine, una delle quali, peraltro, visibilmente malata. Un’attenzione eccessiva ma, se depurata dalla morbosità, giusta: c’è una famiglia che ha perso una figlia, una sorella, e aspetta, almeno, un po’ di giustizia.

C’è solo silenzio, invece, sui due corpi di donne fatti e pezzi e buttati via, in montagna, a Lecco. Una era addirittura minorenne, sfruttata, madre di un bambino di 8 mesi, schiavizzata dal compagno che la costringeva a prostituirsi. Il percorso dell’altra, 20 anni, dalla Romania all’Italia, non è chiaro ma possiamo comunque immaginarne il tragitto fatto di violenze e di ricatti. Gli investigatori prima hanno ipotizzato che fossero state pagate come “attrazione” per un festino fra ragazzi giovani e ricchi.

Adesso questa ipotesi sembra caduta, ma gli elementi per costruire un’altra pista sono fragili. Se si cerca nell’Ansa, l’agenzia che fornisce informazioni ai gionali, ci sono notizie sull’omicidio di Garlasco tutti i giorni, anche solo per segnalare quale componente della famiglia è andato a far visita alla tomba di Chiara. Delle due ragazze uccise con ferocia l’agenza non segnala più nulla dal 10 settembre, giorno in cui fu identificata la seconda vittima.
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L’arte e la distruzione come momento eterno

Martin KlimasTempi sempre più duri per chi si occupa di estetica e dedica o perde il suo tempo nello sforzo di dare una definizione di arte che non sia delle solite. Quando sembra siano gli artisti stessi a voler distruggere l’arte o per lo meno a voler diroccare ogni idea che prima si aveva di questa, i concetti si ingarbugliano a tal punto da non essere più enunciabili. A Martin Klimas è venuto in mente di fotografare delle brutte (per fortuna) statuine, nel momento in cui lanciandole a terra queste vanno in frantumi. Si tratta di un processo fotografico per nulla difficile a chi è del ramo: a luci spente si lancia l’oggetto a terra, il rumore del frantumo sarebbe collegato alla macchina fotografica che a lenti aperte scatterebbe la foto proprio in quell’istante.

Il risultato è un’immagine di un soprammobile kitch nel momento della sua scomposizione: l’arte che si crea nel momento della distruzione, la negazione che si fa creazione e l’essere che coincide col non essere. Certo, posto che l’opera d’arte in questo caso non consisterebbe nella statuina in sé, ma nella foto di Klimas, allora si può desumere che non è proprio l’arte che viene a mancare qui, quanto piuttosto l’oggetto che questa rappresenta.

Il fatto però che sia l’immagine artistica ad essere negata nell’atto della creazione, non risulta altresì meno inquietante. Se due azioni antitetiche arrivano a coincidere e diventare l’identica cosa, ci si chiede se si possa definire artista, cioè creatore, demiurgo, colui che invece di creare distrugge quello che sarebbe dovuto essere l’oggetto della sua creazione. All’arte non rimane che essere la stramba idea della fine di qualcosa. E così la creazione diventa sembianza di distruzione, la materia perde la sua forma e si disfa regalando una nichilistica immagine di scomposizione della materia. Che questo si possa definire bello è alquanto opinabile.
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Psicofarmaci e psichiatri: una testimonianza

Mental Hospital. Pain. - Foto di LunaDiRimmelQuando ho presentato il manoscritto di Psicofarmaci agli psichiatri a Marcello Baraghini gli ho detto: «Marcello, Psicofarmaci agli psichiatri può diventare il libretto rosso di quanti hanno sofferto della schizofrenia peggiore che è quella della psichiatria di regime, oppressiva e prepotente. Non è la malattia di mente in sé il problema, ma come viene trattata, come riceve risposte dalla società in cui si trova la persona sofferente».

Per far meglio comprendere l’affermazione di cui sopra, ecco questa prima testimonianza, che è arrivata via e-mail e che è la cronaca dal vivo, vibrante e coinvolgente, di quanto la mia previsione possa realizzarsi in una raccolta di racconti, di esperienze, di contatti di cui il mio libro è solo il primo anello di un lungo rosario. Potrà sembrarvi una lettera troppo lunga, ma cominciate a leggerla e non potrete dimenticarla.

Enrico Baraldi, prendendo spunto da Psicofarmaci agli psichiatri… Mi è bastato vedere queste due parole accostate nella pagina di Stampa Alternativa… Non che non avessi mai fatto questo accostamento… Anzi! Ma mi hai dato uno spunto e lo spazio anche tu per scrivere grazie ancora. Enrico, il titolo del tuo romanzo è un invito a nozze per una persona come me! L’ho letto e riletto… Sai quante volte ho pensato: “ma che se li prendessero loro - gli psichiatri - sti psicofarmaci di merda!”, e soprattutto nelle dosi che venivano prescritte a me!

Voglio raccontarti chi sono. Alice prima di tutto. Disturbo grave di personalità borderline, 10 anni di ospedalizzazione e 2 di comunità psichiatrica ad alta protezione. Ho girato in 10 anni 13/14 S.P.D.C e cliniche convenzionate una più fetida dell’altra, con primari tipo kapò e psichiatri da farsi drizzare i capelli. I diritti del malato non esistono, non quando sei un malato mentale che entra in un reparto psichiatrico. Quindi il diritto alla scelta di cura, e decidere sulla terapia assieme al proprio curante, non esiste, tranne che sulla carta come “diritto esigibile”, che mai ho visto rispettare in vita mia (o forse un paio di volte ma non ricordo).

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Il pornografo del regime: le seduzioni di un viveur - 2

Il pornografo del regime - Erotismo e satira di Mameli Barbara di Salvatore Mugno(Prima parte) Ancora venticinquenne, l’autore siciliano imprime il proprio marchio una personale impronta alle sue “signore”: forme eleganti, figure femminili al contempo stilizzate e morbide, tanto da sembrare in movimento (Conseguenze delle camere separate, “Marc’Aurelio”, 10 ottobre 1934), si combinano con costumi “facili”, disinibiti e tentatori.

I medici, ad esempio, di cui Mameli Barbara si occupò a lungo nella controversa serie Dal dottore (gli diede notevole successo, ma suscitò più volte la ribellione dei camici bianchi e dei loro sindacati), a ben vedere oscillano dal cliché del mandrillo a quello del pollo “baciato dal destino”. Ecco i due casi opposti:

Sì, signora: quello che ci vuole è una bella cura di iodio a Santa Margherita, Alberto Reale, camera 219, vicino alla mia che ha il 220.

(”Marc’Aurelio”, 27 giugno 1942)

Dialogo tra amiche:

- Beh, ti ha visitata?
- No! Ha detto che era in bolletta.

(”Marc’Aurelio”, 26 febbraio 1936)

In agguato ai danni delle fanciulle, invero, non c’è soltanto il medico: ci sono il giudice, il capoufficio, gli elettori del marito politicante, il naugrafo, il bagnante, l’uomo della strada e mille altri satiri… Le donne, dal canto loro, abilissime pescatrici, infinitamente più astute dei loro cacciatori, si camuffano da “esche” e da volontarie prede: ogni “romanticismo” si risolve in sex appeal (”Marc’Aurelio”, 28 maggio 1941).
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Altri appuntamenti per John Sinclair

John SinclairProseguono gli appuntamenti italiani per il film 20 Years to Life: The Life and Times of John Sinclair, diretto da Steve Gebhardt. Verrà proiettato a Firenze, sabato 22 settembre, ore 21, al BeadedLily Glass Works, un nuovo studio d’arte, in Via Toscanella, 33 (nei pressi di Piazza della Passera). Donazione: 6 euro e “please bring a beverage to share”. Oltre al regista, sarà presente lo stesso Sinclair che si esibirà in uno “spoken word, blues-poetry improvisation” accompagnato dal chitarrista extraordinaire Chris Morda, venuto apposta da Seattle per quest’evento. John Sinclair e Steve Gebhardt saranno poi al Circolo Culturale Kansar, in Via del Teatro, 62, a Pietrasanta (Lucca) i giorni 25 e 26 settembre, ore 21, per la proiezione del film di Steve (25) e la performance di John (26). E attenzione a non perdersi l’autobiografia di John Sinclair, fresca di stampa: Guitar Army: Il ‘68 americano tra gioia, rock e rivoluzione.

Quella spinosa questione che inizia per C

L'alternativa del copyleftHo un sogno. E allora? Allora è un sogno a occhi aperti e sogno che quelle stramaledette C dentro un cerchietto usate per indicare il copyright - scandito come un tutti i diritti riservati - dell’autore e dell’editore scompaiano dalla mia vista e da quella della mia casa editrice e di tutte le case editrici di qualità che progettano e creano Cultura (questa C sì che mi piace assai). E perché? Perché ho sempre ritenuto che nello stesso momento in cui uno scrittore è consapevole di aver scritto un’opera di qualità e l’editore di volerla pubblicare e diffondere, l’uno e l’altro debbano spogliarsi di diritti esclusivi per cederli ai lettori senza condizioni castranti.

Che poi ricavino quattrini, onori e fama per la vendita di diritti cinematografici, teatrali e quant’altro è un fatto lecito. Ma il lettore, per il quale quell’opera è stata scritta, ne deve disporre nel modo più ampio possibile. Ecco perché il cerchietto rovesciato di Creative Commons l’ho subito sposato: ci ho messo a contrarre matrimonio con questa forma di diritto d’autore giusto un minuto, il tempo di venirne a conoscenza. E adesso me ne vado in giro orgoglioso a parlarne: guardate un po’ che accade venerdì prossimo con BBCC: Liberi Saperi - Saperi Liberi. Inoltre, sempre sotto il segno della C rovesciata, c’è anche il concorso letterario Creative Commons in Noir.

Adesso che alcuni nostri libri, con il consenso di alcuni degli scrittori, recano la dicitura Creative Commons, sento che il sogno a occhi aperti forse è sulla buona strada per prendere sempre più consistenza. Ma mica mi fermo qui. Un’ulteriore tappa in questa direzione sono i tanto desiderati e un po’ inaspettati Bianciardini, i libri a un centesimo di euro, almeno. Un centesimo che, udite udite, non reca con sé codici a barre e soprattutto non ha quella stramaledetta C che rinchiude la Cultura.

Il maestro dei segni: l’universo degli ideogrammi

Il maestro dei segni di Pierre AronéanuQuando questo libro, Il maestro dei segni di Pierre Aronéanu, mi è stato regalato da una cara amica francese, che conosceva la mia passione per la cultura cinese antica, ho subito pensato che un bel modo per ringraziarla sarebbe stato estendere il dono, realizzandone una versione italiana. Non è un libro solamente da leggere. Non è solo da guardare e ammirare per le pitture e per la calligrafia. È da osservare con la mente e con il cuore, con la parte razionale e con la parte intuitiva e creativa del nostro cervello.

La storia della creazione del mondo si fonde con la storia della scrittura cinese e la scrittura proviene da un’evocazione di immagini, suggerite con discrezione dalle pitture di Chen Dehong. Grazie al racconto che ci conduce nel significato intrinseco di ciascun ideogramma, i caratteri cinesi ci affascinano non solo per la loro estetica, ma soprattutto per il loro valore semantico ed evocativo.

Ci obbligano a un processo di immedesimazione nell’uomo che agli albori della civiltà, posto di fronte a un nuovo concetto, dovette mobilitare tutta la sua forza immaginativa per rappresentarlo, per integrarlo alla propria cultura e per trasmetterlo. Un viaggio dunque nella creazione dei concetti e della scrittura, che va di pari passo con la creazione dell’Universo naturale e umano.

Il poeta-scrittore, che dà corpo ai suoi sogni che si animano di vita propria, parte dalla natura e giunge all’uomo. L’uomo a sua volta creerà relazioni umane sempre più complesse, attraverso il nucleo familiare, la comunità, i riti e infine la “civiltà”, portatrice di valori quali la proprietà, il territorio, le armi, il potere… Il quadro idilliaco dell’inizio della creazione cambia, qualcosa è sfuggito da quelle che erano le intenzioni primarie del Poeta.
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Da On the Road a Around America in 2.0

Around America in 2.0Oggi la National Public Radio statunitense ha dedicato un altro servizio a Jack Kerouac, in occasione dei 50 anni dalla pubblicazione di On the Road. E mentre è un mito il fatto che il romanzo sia stato scritto di getto in tre settimane, è vero che l’ultima versione Jack la battè a macchina su un rotolo di quasi 40 metri per evitare di perdere l’ispirazione nel cambiare continuamente fogli. E a proposito di ispirazione, una versione “cyber” della storia narrata in quel libro sta per prendere corpo sempre qui in Usa. Around America in 2.0 è il titolo di un “Internet-based film project” mirato ad esplorare la fiducia e la condivisione. Obiettivo primario è affidarsi soltanto a utenti di siti di video-sharing, tipo YouTube, per trovare da mangiare, dormire e trasporti durante una lunga attraversata coast-to-coast and back. Durata prevista circa 80 giorni, protagonista Matt Danzico, giovane giornalista di New York City e appassionato giramondo. Il quale ha preannunciato il progetto in un video-clip diffuso alla Internet community lo scorso luglio, raccogliendo i primi inviti e qualche sponsorship, e racconterà le sue avventure in brevi filmati settimanali. La partenza è prevista tra poche ore, proprio nel ricordo di On the Road. Good luck, Matt! [Many thanks a Paolo Massa per l’input].

Un’avventura galante del Conte di Cavour / 8 - Epilogo

[Le puntate precedenti: prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta e settima].

Questi stava vivendo la sua nuova esperienza pieno di stupore, più attento agli strani giochi d’equilibrio del conte che a quello che gli stava succedendo tra le gambe. Ma ben presto si accorse di certe nuove sensazioni che stava provando. Il tutto cominciò a piacergli e vi apportò la sua attiva partecipazione, adesso che aveva finalmente ben capito di cosa in fondo si trattava. Anzi, cercò pure di portarvi qualche miglioria, per quanto poteva cioè, data la sua presente posizione tutt’altro che ideale, con le gambe in aria e tutto schiacciato sul letto dal grosso corpo del conte Camillo che ormai si muoveva come un immenso stantuffo. Questa volta l’orgasmo finale fu degno di uno spettacolo pirotecnico. Col sudore che brillava colando tra il suo vello selvaggio, dimenandosi e muggendo come un toro ferito, rosso in volto e con gli occhi quasi fuor dell’orbita, il conte Camillo accelerò sempre di più, arrivando ad un parossismo furioso, tanto che il ragazzo quasi temette un colpo apoplettico. Invece, con un improvviso irrigidimento di tutti i muscoli e con uno schianto fragoroso, il conte si abbatté pesantemente, incapace di muoversi. Giovanni si sentì tutto posseduto e non osò spostarsi per lungo tempo. Solo quando il grosso corpo peloso che lo schiacciava riprese il respiro normale e cominciò a russare leggermente, Giovanni scivolò fuori con delicatezza e, prima di addormentarsi a sua volta, rifletté quasi divertito su come era stato facile perdere la sua verginità.

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Il mondo colonial si sente ancora spiritual

Immagine di Philip BroadwayArzigogolando su posizioni teoriche e colori dalle diverse tinte, le interpretazioni su quanto avvenuto in questi anni si perdono sul doppio binario del power (hard and soft) e sul jihadismo di maniera. Sono interpretazioni banali che finiscono tutte nel doppio cieco della geopolitica; in quella visione meticolosa di persone e personaggi, di fatti e misfatti che oscura i processi. E così appaiono sul proscenio di televisioni, convegni, talk-shows e giornali, le chiacchiere di chi si diletta con sottili ed inutili, se non addirittura pericolosi, distinguo sui terrorismi.

Si potranno affrontare 2 questioni, al di là del “cra cra delle ranelle”?

La prima è semplice. Il terrorismo è sempre lo stesso, ha sempre la stessa struttura o, per usare un linguaggio più appropriato, ha sempre le stesse strutture conservative. Possiamo sostenere che il terrorismo religioso islamico ha scatenato una conflittualità ad alta intensità, confronto alla guerriglia urbana delle formazioni metropolitane. Ma concentrarsi sulla lingua araba, sulla mentalità degli arabi e persino sul Corano può essere fuorviante rispetto ad una violenza politica che invece mostra, sempre, caratteristiche molto simili. Si apprende l’islamismo fino in fondo, ma si ignora il terrorismo. In questo è il doppio cieco: ciascuno ignora l’essenza dell’altro. Si cerca una ragione terroristica nella tradizione antica della religione islamica e si dimentica totalmente che il terrorismo è un fenomeno della modernità. La stessa rete del terrore di Al Qaeda è una acquisizione occidentale che Bin Laden ha introdotto nel sistema conflittuale arabo. A rigore, come in ogni approccio messianico fondamentalista, la violenza svolgeva la funzione di purificazione salvifica e quella di esempio educativo. Meno era una strategia di potere, di controllo, influenza e gestione del potere come è per i terroristi.
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Tour italiano di John Sinclair

Prosegue il tour italiano del film Twenty to Life: The Life & Times of John Sinclair curato da Steve Gebhardt. Dopo l’anteprima mondiale al recente Diversamente scrittori, quinta edizione del Festival Resistente a Elmo di Sorano, il prossimo appuntamento sarà a Genova, all’interno degli eventi in programma per la notte bianca. Venerdì 14 settembre, alle ore 19 e con ingresso libero, il film verrà proiettato al Garibaldi Café, alla presenza di Marta Matteini (coordinatrice), del regista Gebhardt e dello stesso Sinclair. Sabato 15, invece, nello spazio dedicato alla poesia (a partire dalle ore 17 in Spianata Castelletto) John Sinclair si produrrà in una performance poetica accompagnato dal chitarrista Fabio Ragghianti.

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