Un’avventura galante del Conte di Cavour / 7
[Le puntate precedenti: prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta].
Non gli rimaneva ora che spogliarsi lui stesso, ciò che fece rapidamente davanti al caminetto acceso. Quando per ultimi si tolse gli occhiali da miope, la bonomia del volto scomparve, per lasciar posto ad un’espressione più risoluta e virile, quasi più giovane. Aveva il corpo tutto peloso ma ancor vigoroso, dominato però da un addome rotondo e da due seni pesantemente pieni, i cui grossi capezzoli stavano ora eretti e ben tesi dalla concupiscenza. Il sottobosco denso e scuro che si spargeva per tutto il torso villoso e giù per le pieghe dell’addome continuava anche sulle spalle e dietro le larghe cosce. Dove il bosco sembrava ancor più denso e scuro, si poteva veder alzato, anche se leggermente ad arco, un membro sodo, piuttosto grosso, ma non eccessivo. Il glande era tutto tondo e pieno, senz’alcun orlo, di color roseo anch’esso, e i riflessi rosseggianti del caminetto lo facevano stranamente splendere.
Ciò che stava vedendo affascinò il contino. Davanti a lui aveva l’uomo, dopo il Re, più potente del Regno e quest’uomo così importante era palesemente acceso di passione proprio per lui, Giovanni Brusati, di diciannove anni, che finora non aveva sperimentato che qualche gioco di mano tra coetanei e che ora, deliziosamente affascinato, attendeva di essere iniziato ai misteri di Cupido. Il ragazzo e l’uomo si guardarono un momento in silenzio, poi il conte si avvicinò al letto e cominciò a baciare il giovane corpo del contino leggermente, sistematicamente, sul viso, sul collo, sul petto. Lavorò i capezzoli con le labbra e con la punta dei denti, facendo fremere Giovanni. Poi si concentrò sull’ombelico rosa, per scendere sempre più giù, finché si dedicò interamente al pezzo forte del suo repertorio, mostrando tutta la sua bravura nel far provare al ragazzo le esperienze più diverse e inaspettate.
Le reazioni pressoché estatiche del contino, che gli affondava le dita tra i capelli o le spalle pelose, spesso succhiandosi il respiro e gorgheggiando rocamente nei momenti di maggior piacere, eccitavano sempre più il conte. Si lanciò in un lungo e furioso massaggio di tutto ciò a cui poteva arrivare con dita, labbra, lingua, faccia, denti, finché sentì il ragazzo che con voce strozzata gli diceva che stava venendo. Fece appena in tempo ad alzare la testa, sorpreso, che l’impetuoso getto perlaceo gli strinò la barba, andando a ricadere sul torso e sulla faccia stessa di Giovanni. Perfino il cuscino fu colpito dalla raffica. Divertito dall’evidente imbarazzo del giovane, il conte rise quietamente e si levò per prendere un fazzoletto di batista per pulire il ragazzo. Questi ormai sorrideva, con gli occhi semichiusi, un po’ spossato ma contento.
Sdraiatisi fianco a fianco, si riposarono un poco, ma fu poi lo stesso contino Giovanni che si sentì in dovere di ricambiare il favore. Levatosi in ginocchio sul letto, con un fare un po’ birichino, si dedicò al pesante membro dell’uomo. Lo fece rinascere e ricrescere, pur lavorandolo con mano non sempre esperta. Il conte lasciava fare, divertito. Ma il giovane Brusati voleva far vedere come avesse imparato bene la lezione e si mise a lavorar di bocca. Si impegnava in questo suo compito con buona volontà, anche se non con la stessa raffinatezza ed inventiva del signor conte. Questi, allora, guidandogli la mano, gli fece gradualmente vedere come strizzare, come stuzzicare, come manipolare, ma poi anche come lambire a fondo, addentare, stimolare i capezzoli, i testicoli, i peli privati, il ventre, i lobi delle orecchie, le ascelle, le dita dei piedi, i glutei, perfino l’innominabile posto, che fu invece nominato, analizzato e debitamente titillato, come tutto il resto. Il contino imparava presto, tanto è vero che fece raggiungere un decente orgasmo al conte Camillo, completo di spasmo e lungo mugghio finale. Dopo di che si addormentarono entrambi pacificamente.
Nel cuor della notte, Giovanni fu svegliato dal ventre del conte Camillo che premeva con insistenza contro il fondo della sua schiena. Senza bisogno di parole, capì immediatamente cosa il conte avesse in mente. Girandosi verso di lui il contino bisbigliò:
«Non l’ho mai fatto. Mi dispiace, ma non so neppure come si fa. Fa male?».
«Non ti preoccupare. No, non fa male. E poi, starò attento io a non farti alcun male. Vòltati.»
Ubbidiente, il contino si voltò. Il conte prese a umettarlo ben bene con la saliva e si preparò ben bene anche lui. Delicatamente poi penetrò nel ragazzo, che all’inizio fece una smorfia di dolore, finché si accorse che di dolore non ne sentiva granché. Il conte prese ad ansimare sistematicamente premendo sul dorso del ragazzo con tutto il peso del suo addome. Temendo poi di schiacciarlo troppo, si fermò, lo rivoltò, gli sollevò le gambe, se le mise sulle spalle, una di qua e l’altra di là, e lo ripenetrò con maggior sicurezza e con maggior piacere dal davanti, appoggiandosi con le sue grosse braccia pelose al petto glabro del giovane aristocratico novarese.
Commenti
Lascia un commento









