Psicofarmaci agli psichiatri: ascoltare invece di reprimere

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiDigitate la parola psicofarmaci su Google: comparirà un elenco di 391 mila pagine e già sfogliando le prime 10 vi troverete di tutto. Paginate elettroniche che illustrano come usarli, altre che mettono in guardia dagli effetti collaterali, altre ancora che ne consigliano un’assunzione prudente e saggia integrata da un sostegno di psicoterapia. Digitate adesso la parola psichiatra. In questo caso l’elenco che vi appare è ancora più lungo: 643 mila voci che fin dall’inizio appaiono le più eterogenee rispetto ai contenuti.

Provate infine associando le due parole: psicofarmaci e psichiatri. Le pagine che le contengono vicine sono oltre 100 mile. Tuttavia le prime due voci di Google segnalano che in questo mare enorme di informazioni c’è qualcosa di nuovo: un libro il cui titolo mette assieme le due parole, formando un invito o un’esortazione: Psicofarmaci agli psichiatri.

Per ora sono solo due le pagine web così bene definite, ma sono destinate a diventare tante, tantissime.
Perché tantissimi sono i motivi per ritenere sensata questa prescrizione. Questi motivi li conosceva bene il romanziere Thomas Bernhard quando nel suo Il nipote di Wittgenstein scriveva esplicitamente:

Di niente in vita mia ho avuto più paura che di cadere in mano agli psichiatri, al cui confronto tutti gli altri medici sono assai meno pericolosi…

Questi motivi li conosce Ketti, la protagonista “italiana” del romanzo Psicofarmaci agli psichiatri, quando, nel corso delle sue performance televisive afferma ripetutamente:

Tra i tanti orrori della psichiatria, come l’elettroshock e i ricoveri obbligatori, gli psicofarmaci sono accettati più facilmente dalla nostra società. In realtà essi rappresentano l’ennesimo sopruso sui malati…

E questi motivi li conosce altrettanto bene Olinda, l’altra protagonista che se n’è andata a vivere sull’isola brasiliana di Itamaracà, dove la sua malattia schizofrenica è talmente migliorata da renderla irriconoscibile: grazie alle cure di un saggio Dottore locale che “per prima cosa” le ha “tolto i farmaci” con cui si curava in Italia.

Può sembrare strano allora che l’autore di Psicofarmaci agli psichiatri sia proprio uno psichiatra il quale, in un lungo flashback che si dipana come un libro giallo, si rende finalmente conto che:

rispetto alla salute mentale ha maggiore competenza un sacerdote che sappia ascoltare, un tour-operator in grado di consigliare una vacanza, un amico che non si scoraggia davanti ai nostri silenzi, una prostituta che sappia essere amica.

E dopo le esperienze vissute e avere appreso gli insegnamenti del Dottore di Itamaracà, egli capisce che non gli resta che “riciclarsi, reinventarsi con idee nuove, abbandonare un fare caratterizzato dalla prepotenza, per porsi senza pregiudizi di fronte a chi gli chiede aiuto.” Si rende conto insomma che deve “scendere dalla cattedra, e dalla poltrona, e vivere una vita di autentica relazione coi suoi malati”.

Può sembrare strano se non si considera che l’autore di Psicofarmaci agli psichiatri è uno psichiatra diverso, che ha provato a stare vicino alle persone sofferenti soprattutto con l’intento di apprendere da loro più che di insegnare, di ascoltare più che di sedare, di scambiare parole più che di azzittire. E non è un caso allora che lo ritroviamo come Direttore Artistico di un’emittente radiofonica, Rete 180, la cui redazione a Mantova è composta da persone con disturbi mentali che lavorano insieme per dare “voce a chi sente le voci”.

Succederà così che la presentazione del romanzo a Pitigliano dell’8 settembre, come tutte le presentazioni che seguiranno, sarà un’occasione per ascoltare queste “voci”, più che la voce dell’autore, per conoscere questi redattori più che il loro Direttore Artistico o il loro Editore: per un incontro con la follia diverso da tutti gli altri, perché a presentarla e a raccontarla saranno i protagonisti stessi, non acquiescenti né allineati, ma vivaci portatori di una loro esperienza, spesso arrabbiati e magari proprio contro il loro psichiatra.

È per questo che le due voci di Google sono destinate a diventare duemila e ventimila, perché Psicofarmaci agli psichiatri darà l’avvio a una catena di racconti, di esperienze dirette, di testimonianze da parte di chi ha provato come Bernhard, come Ketti, come Olinda, (e come Gianna, come Cinzia e come Ferruccio che conoscerete a Pitigliano) quanto la vera follia, quella da curare, stia in chi, solo perché ha studiato medicina, vuole imporre una sua visione della normalità anziché giustapporre parti sane e parti malate.

Vuole etichettare le emozioni secondo i numeri di un Manuale Diagnostico–Statistico anziché accoglierle. Vuole azzerare le allucinazioni anziché sforzarsi di capire che la cosa importante non è sapere se le voci che sentiamo sono reali o no, la cosa importante è stare a sentire quello che vogliono dirci… Perché, come succede allo psichiatra protagonista del romanzo, sono proprio le voci che a volte possono salvarci la vita.

7 thoughts on “Psicofarmaci agli psichiatri: ascoltare invece di reprimere

  1. stamattina ho conosciuto la Signora Gianna, citata nella presentazione. ho letto il suo libro.e intendo leggere anche quello del dottor Baraldi. purtroppo mi trovo a vivere in seconda persona le alienazioni di malati mentali. ormai sono catapultata in questo vortice da molti anni, avendo un figlio schizofrenico. mi incuriosisce sempre piu sapere cose nuove che ruotano intorno alla malattia e ai malati. sono molto misteriosi,hanno un io anche loro, peccato che spesso il loro essere viene annullato da psicofarmaci. mi piacerebbe ascoltare una trasmissione radiofonica fatta da persone speciali come loro. entrare nella loro mente deve essere una bella esperienza, scoprire cio di cui hanno bisogno, capire le loro paranioie, alleviare in qualche modo i loro disagi sociali. gradideri essere messa al corrente di qualsiasi informazione a riguardo, voglio imparare e sapere sempre di piu per poter dare una mano di sostegno. come la Gianna anche io sto raccogliendo poesie scritte da mio figlio, ed io stessa sto cercando di scrivere la sua storia dal giorno che e venuto al mondo ad oggi a distanza di trentanni, il suo percorso da malato e stato sempre piu irtuoso, lottare contro medici e istituzione e stata dura e ancora oggi e un muro invalicabile. riusciro ad aiutare mio figlio e altri primo o poi. la mia caparbieta non crollera finche avro le forze lottero con tutta me stessa.
    Dottor Baraldi gentilmente la ringrazio.
    Fusco Agnese di Carpi MO

  2. Sembrerà un pò provocatorio… Ma penso sia utile per tutti.
    “Psicofarmaci agli psichiatri”
    Perchè me li davano senza un criterio logico; tre neurolettici, un antidepressivo, varie benzodiazepine, sonniferi, e in caso di “bisogno” la vecchia pera della buona notte: entumin, largantil, e un antistaminico… ora non mi viene il nome, ah si! il farganesse.
    Così come mi ribellavo alla contenzione, in altro modo facevo resistenza hai farmaci… e la forza di volontà a volte è più potente della chimica… quindi di bombe me ne sparavano anche due.
    A volte crollavo totalmente, altre volte resistevo, scuotendo la testa, bevendo caffè… e rimanevo sveglia a dipingere.
    Forse mi avevano preso per una cavia, forse non sapevano un bel niente di farmaci e pescavano il primo che gli capitava per le mani, forse avevano deciso di farmi fuori, più probabilmente di cronicizzarmi.
    Così io con un disturbo di personalità, li provai tutti, come un somelier.
    Ci tengo a precisare che non prendevo mai un solo farmaco, ma dei veri coktail di cui ricordo bene l’ingrediente principale, il neurolettico/antipsicotico ad alta azione.

    -Il Nozinan: durò poco l’esperimento con il nozinan, perchè dopo 3 giorni che lo prendevo e a fatica mi alzavo dal letto e barcollante percorrevo zizzagando tutto il corridoio del reparto sbattendo la faccia contro ogni muro e quando tentavo di parlare non mi usciva altro che uno sbiascichio incomprensibile di parole, come se avessi avuto una polpetta in bocca. Bè, cominciai a sputarlo, vomitarlo, buttarlo… e gli psichiatri passarono ad altro.

    Non ricordo affato in che sequenza mi diedero tutte queste porcherie in dosaggi da cavallo, d’altronde ero rincoglionita dai farmaci e qualche buco nella memoria me l’hanno ben fatto.

    comunque andrò avanti così, come mi viene.

    -Entumin: arrivarono a darmene fino a 90 gocce al giorno, più quelle al bisogno 120.
    Avevo tutti gli effetti collaterali scritti sul “bugiardino” che tanto bugiardo proprio non mi pareva.
    Ballavo di continuo da una gamba all’altra, la bocca, la mascella mi rimaneva aperta, dandomi una simpatica espressione da ebete. Mia madre spesso appoggiando la sua mano al mio mento mi chiudeva la bocca delicatamente, ma inevitabilmente dopo poco si spalancava di nuovo.
    Poi i crampi… cazzo che crampi! mi si chiudeva la mano in uno spasmo ed il piede si torceva…sentivo tirare ogni muscolo del corpo, la mia schiena si piegava ed arrivavo -costretta dalla muscolatura- a toccare il piede torto con la mano altrettanto contorta.
    In tutto ciò cera l’impossibilità di stare ferma in questa posizione assurda… (mi vien quasi da ridere… ma allora piangevo) e mi trascinavo avanti e indietro per il corridoio, andando di tanto in tanto ad elemosinare un akineton che non mi veniva dato.
    La psichiatra: “ma no Alice, è tensione, vedrai se ti sdrai ti passa”
    (TENSIONE??!!! ma vaff….)
    Alla 5 richiesta disperata la psichiatra di turno si rese conto che non fingevo! Mi guardò quasi strisciante mezza storpia che camminavo lungo quel dannato corridoio e fu così magnanima da prescrivermi l’Akineton.
    La odiavo dentro di me, ma la ringraziai come se mi avesse dato da bere nel deserto, perchè questo era.

    Il Serenase/Aldol: eh eh… qesta “puntata è tragicamente ridicola”.
    Il primo ricordo che mi affiora… (avevo già passato la mia bella esperienza con il serenase) è di quando un amico con il mio stesso disturbo mi confidava le sue preoccupazioni.
    Non voleva assolutamente prendere il serenase ed il suo psichiatra voleva darglielo.
    Lo consigliai, gli dissi che era un suo diritto decidere la cura, rifiutare un farmaco se lo riteneva per se dannoso.
    Si fece “le spalle un pò grosse”, ed andò ad affrontare lo psichiatra.
    torno da me, tutto contento e vittorioso: “sai l’ho convinto! mi ha dato un altra cosa, non mi da più il serenase”
    “Bene” gli dissi, “e cosa ti ha prescritto?”….E lui: “l’aldol”
    Già lo psichiatra l’aveva fregato, e quando glie lo dissi… non fu piacevole per lui sentirsi ancora una volta perdente, senza voce, senza diritti, e anche preso per il culo.

    -Tornando a me e al srenase…. se mi davano un acido facevan prima.
    Ebbi un immediato effetto paradosso, ma gli psichiatri invece di sospendere il farmaco, più mi aggravavo con sintomi che non avevo mai avuto: voci, allucinazioni, delirio…
    Invece di sospenderlo, aumentavano il dosaggio, peggioravo e aumentavano e peggioravo e aumentavano…
    Scappai dal reparto, cosa come molte di quel periodo che non ricordo affatto.
    Ogni piccolo flasch, piccolo ricordo è cucito insieme ai ricordi dei miei amici e di mia madre.
    Mia madre mi portò al mare ed io liberai i pesci di una pescheria (morti chiaramente) ributtandone in mare in fine solo uno; giravo in mutande per il paese.. il chè non era esageratamente scandaloso visto che con i miei 34 kg circa sembravo una bambina e tutti nel paese comprendevano che non stavo bene. Parlavo da sola o forse con voci che sentivo, non dormivo mai; innaffiavo il serenase con un bel pò di birra; entravo nei negozi e lasciavo lì le mie scarpacce vecchie per cambiarle con sandaletti nuovi che chiaramente non pagavo, e così per ogni cosa in ogni negiozio, convinta che il baratto fosse equo. Così mia madre doveva fare il giro di tutti i negozi per saldare il conto.
    Nonostante tutto questo, mia madre chiamava lo psichiatra del mio reparto che le ripeteva di aumentare la dose di serenase, fino alle fiale intramuscolo tutti i giorni, tre volte al giorno.
    Quando mia madre più che perplessa disse allo psichiatra “ma mia figlia peggiora” e lui rispose “forse abbiamo sbagliato diagnosi e Alice è schizzofrenica”, allora mia madre capì.
    Smise di darmi il serenase. Io pian piano migliorai e ripresa la coscienza partì per la Puglia dove rimasi un mese scoperta di farmaci, con i miei soliti sintomi, in particolare l’abuso di alcol e il disturbo alimentare, ma niente di più.
    E tutto ricordo di quella vacanza in Puglia, da cui tornai “indenne” senza inoltre aver liberato pesci dalle pescherie locali… poveri pesci!

    Poi ricordo un altro “furbone di psichiatra”. Io rifiutavo il tegretol, perchè convinta che non mi desse alcun beneficio, così mi propose la carbamazepina… Con un gran sorriso gli risposi “dottore! mi prende per il culo? sono la stessa cosa”. Quando lo psichiatrone capì che non ero un idiota, (solo perchè avevo scoperto il suo trucchetto),
    mi spiegò perchè il farmaco mi avrebbe giovato e in che modo agiva; così come a tutti dovrebbe venir spiegato, perchè tutti noi siamo in grado di comprendere e di insegnare. Insegnare! proprio così; noi li prendiamo i farmaci e il nostro sapere su questi è unico. Che pochezza e ignoranza, tutti quegli psichiatri che non sanno ascoltare ed imparare dai propri pazienti.

    Ehi..mica ho finito!

    -Il Leponex: pesavo 49 kg e sono alta 1.57 dato importante in teoria quando si prescrive un farmaco ad una persona. Soffrivo di disturbi alimentari, già così mi vedevo enorme… dato anche questo teoricamente importante nella prescrizione di farmaci, nel caso portino un grosso aumento del peso.
    Ma chè!
    Mi davano…oltre a uno stabilizzatore dell’umore: depackin crono, 100 g di talofen la sera, valium 30 gocce per tre volte al giorno, felison per dormire e nozinan 100 mg, se insonne, (cioè sempre)… La bellezza di 600 mg di leponex.
    In breve tempo arrivai a pesare 90 kg, dormire praticamente 24 su 24, sbavare come un cammello, non lavarmi più per quanto mi facevo schifo, avere l’asma e la pressione alta, ed un incontinenza totale, non controllavo più gli sfinteri, ed anche durante il giorno poteva capitarmi di farmi addoso qualunque cosa.
    Erano migliorati i miei sintimi? No.
    Volevo morire mi odiavo ed avevo una rabbia “dentro” icredibile che non usciva solo perchè dormivo sempre.

    -Alleluia mi tolsero il leponex! ed io feci una dieta/digiuno maratona.

    Mi prescrissero…
    -Il Seroquel: partendo da 200 mg aumentarono velocemente.
    Quando raggiunsi i 1200 mg di seroquel (dose che supera non di poco la massima consigliata dal foglietto illustrativo, che è se non erro 900 mg) io pesavo 36 kg ed ero sempre 1.57… (purtroppo negli effetti collaterali non c’è: crescita in altezza di 10 cm.)

    L’unico effetto collaterale fastidioso che mi si presentava era un blocco, un irrigidimento della vescica.
    Quindi mentre prima pisciavo in continuazione senza controllo, ora non riuscivo più a fare una goccia di pipì.
    Mi scappava di continuo ma non riuscivo a urinare se non con sforzi micidiali; concentrazione tipo zen, manina sotto l’acqua ed altri espedienti.

    Bè ma qesti erano gli effetti collaterali visibili.
    Poi ebbi un’inversione della formula leucocitaria, venni ricoverata -in psichiatria chiaramente- e tenuta sotto controllo, perchè i miei globuli bianchi diminuivano giornalmente in modo notevole. Poi la cosa si stabilizzo.
    Mi tenni la mia formula inversa.
    Gli psichiatri mi spiegarono che avevo avuto solo…(SOLO!?) un intossicazione del midollo.
    Grazie tante, chi sa come mai!?

    Ed ora a distanza di pochi anni i miei organi tutti in fila, manderebbero a quel paese me per l’abuso di alcol, e i miei disturbi alimentari… Ma senza mezze misure urlerebbero un gran “vaffanculo!” agli psichiatri che in modo così criminale mi hanno prescritto e fatto prendere tutti quei farmaci!
    Già, il mio fegato steatosico; tutto il mio tratto digerente, stomaco ,intestino e colon, la mia vescica di marmo; il mio sangue, i miei globuli bianchi….
    Il mio corpo, che sono io con la mia anima la mia testa e tutto il resto le ricorda bene quelle catene, catene che lasciano il segno nel corpo, nell’anima, che feriscono e umiliano.
    Catene indimenticabili quanto le fascette strette ai nostri polsi e alle nostre caviglie; quanto la manipolazione psicologica, le pressioni fatte da psichiatri con parole che legano per sempre.

    Questi psichiatri non son degni e non sono in grado di curarci… e forse sì è il caso che se li prendano loro gli psicofarmaci.
    Ritengo di poter scrivere quì queste cose, perchè sono certa di rivolgermi a psichiatri “diversi” e persone che se non sanno…è ora che sappiano.

    Grazie, Alice Banfi.
    (cavolo mi sono scordata le le puntate con il prozac e il risperdal…sarà per un altra volta)

  3. La truffa terapeutica degli psicofarmaci è su tutti i giornali. Ma anche la psicoanalisi ha fallito. Per affrontare la malattia mentale occorre una psicoterapia che si rivolge all’inconscio. Basata su una teoria scientifica valida. Ecco l’opinione di uno psichiatra che “non usa il ricettario”
    di Domenico Fargnoli

    Quando uno psichiatra, in base a una sua precisa e insindacabile valutazione, della quale comunque si assume piena responsabilità, decide di somministrare psicofarmaci a un paziente, dovrebbe avere bene in mente che essi agiscono a livello dei sintomi e della coscienza: nessuno che sia stato sottoposto a una terapia farmacologia è guarito, solo per effetto delle sostanze psicotrope, da una psicosi, da una nevrosi o da una psicopatia. Questo è un dato di fatto, una certezza a cui può giungere chiunque in base a un minimo di esperienza clinica o solo osservando la vita quotidiana della gente. Il farmaco in psichiatria, come del resto in tutta la medicina, agisce all’interno di una relazione, assumendo significati e conseguentemente efficacia diversa secondo i contesti. Di fronte a un’emergenza o all’impossibilità di intervenire altrimenti si può decidere di tentare di modificare farmacologicamente lo stato psichico di una persona in previsione di comportamenti che possano essere violenti per sé e per gli altri o posti di fronte a una condizione di sofferenza mentale che sembra al momento insostenibile.

    Il terapeuta interviene sul comportamento attraverso la prescrizione medica cercando di impedire un agire distruttivo. Lo psicofarmaco è un rimedio estremo, un contenimento chimico provvisorio, che si è sostituito alla costrizione fisica di una volta, a cui si dovrebbe far ricorso con molta parsimonia. Accade invece che quello che è un intervento cui dovrebbe essere riconosciuto sempre il carattere d’eccezionalità diventa routine quotidiana, quello che è solo un espediente per cercare di attenuare l’aspetto distruttivo di una crisi particolarmente grave, diventa “la cura”. La parte prende il posto del tutto e il terapeuta si nasconde sistematicamente dietro una molecola evitando l’impatto con i problemi veri della persona: si consolida l’idea che la malattia sia la conseguenza di un processo organico e degenerativo, geneticamente determinato e come tale incurabile. La relazione medico paziente si cristallizza in un vissuto reciprocamente persecutorio che favorisce da una parte atteggiamenti autoritari e dall’altra un assoggettamento sacrificale. Inizia la spirale ingravescente della “porta girevole ”: a ogni aggravamento del sintomo corrisponde un aumento del numero e del dosaggio dei farmaci fino a arrivare all’“acting out” della terapia elettroconvulsivante laddove la lobotomia chimica non riesce. Si giunge allora a confondere l’amnesia da elettroshock e lo stato confusionale legato al trauma cerebrale e psichico con un risultato terapeutico. Il raggiungimento di una condizione organica d’incoscienza senza immagini, analoga a quella del coma, sarebbe il presupposto del “miglioramento”.
    A partire dagli ultimi decenni del Novecento a oggi si è accumulata una vasta letteratura che dimostra l’effetto nocivo dei trattamenti psicofarmacologici a lungo termine capaci di indurre non solo assuefazione grave, coi relativi problemi di astinenza ma anche vere e proprie malattie neurologiche per l’alterazione della sostanza nervosa e dei relativi neurorecettori.

    L’Organizzazione mondiale della sanità, in un suo rapporto, consiglia che l’assunzione di neurolettici non sia protratta per periodi superiori ad alcune settimane. Non hanno senso i trattamenti a tempo indeterminato; di fatto i neurolettici vengono spesso somministrati per anni col risultato di cronicizzare la patologia, a volte in maniera irreversibile. I neurolettici agiscono solo e non sempre sui sintomi ma non hanno efficacia sulla eziologia, inoltre quasi tutti possono provocare, come “effetto collaterale”, ciò contro cui sono somministrati (ad esempio, l’incremento di sintomi come le allucinazioni).
    L’orientamento basato sull’uso esclusivo e continuativo degli psicofarmaci ha portato storicamente ad accomunare tutte le patologie psichiatriche in base ai sintomi come nel DSM IV annullando la ricerca e lo studio sulla psicopatologia e indirettamente negando l’identità dello psichiatra. Alla moltiplicazione delle molecole ha corrisposto una moltiplicazione delle sindromi.

    Una domanda che frequentemente viene posta è se gli psicofarmaci possano contribuire alla realizzazione della cura. Il farmaco modifica lo stato di coscienza attraverso i recettori cerebrali. Ciò si lega a cambiamenti difficilmente prevedibili, data la variabilità soggettiva e la risposta organica, con riduzione della sensibilità e dell’affettività. La psicoterapia si rivolge al non cosciente e all’irrazionale, alle immagini interne e ai contenuti affettivi che si cerca in ogni modo di far emergere e di potenziare trasformandole. I due approcci sono chiaramente incompatibili per cui non ha senso parlare di una loro integrazione come si fa oggi molto frequentemente. Bisogna tenere conto del fatto che qualora sia necessaria una prescrizione farmacologica in situazioni di emergenza questa agisce ben oltre l’azione fisica del farmaco, comunque avendo in sé, anche se non esplicitata al momento, una valenza interpretativa: è questa che ha un’efficacia terapeutica. Attraverso la cura che si rivolge alla dimensione non cosciente e irrazionale, si attiva un pensiero creativo che può portare alla guarigione: ciò avviene nell’ambito di un rapporto tra esseri umani e non certo per l’interazione con una sostanza inanimata.

  4. salve sono un ragazzo di 27 anni mi e stato dignosticato un disturbo di personalita borderline con episodi paranoici quello che voglio oggi far presente e come 2 psichiatri non condividono affatto la stessa patologia cioe e iniziato tutto 3 anni fa quando gli assistenti sociali di carpi cioe sert e servizi sociali del comune mi misero a lavorare presso una nota coperativa sociale il MANTELLO CHE SI TROVA IN VIA PERUZZI 38 A CARPI che si occupa di persone svantaggiate i primi 6 mesi andarono diciamo quasi bene solo con qualche provocazione ma poi iniziarono delle vere e propie condizioni di MOBING e io lo feci presente a lasistente sociale che per tutta risposta mi fece parlare con una psichiatra e le mi disse che ero malato non credde affatto quello che li dicevo disse che ero paranoico in poche parole pensavo che questa persona potesse aiutare invece tutto il contrario li dissi mi raccomando le medicine che lei mi prescrive non lo faccia sapere al mio datore di lavoro se no sarei preso in giro dai miei colleghi di lavoro per non farla lunga dopo un mese di sospenzione per far si che le medicine facessero effetto mi ritrovai sul luogo di lavoro con la scritta in fronte io assumo zyprexa ero preso per il culo praticamente ma non solo questo ogni tanto mi sentivo dire dal mio datore di lavoro confidenze che avevo fatto alla psichiatra ma io non contento lasciai il lavoro dopo 21 mesi e me ne trovai un altro pero mi feci fare un altra perizia a pagamento da un altro specialista e mi disse che non ero paranoico allora io mi domando come fa uno psichiatra a dire te sei paranoico e te no eppure siamo nell 2008 certi episodi non dovrebbero propio succedere io per questo ho fatto domanda di disabilita e la signora chiamiamola signora psichiatra mi a scritto sul certificato medico che ho avuto 2 episodi di scompenso psicotico nell ambito di un disturbo di personalita borderline con sospette allucinazioni uditive e un ritiro sociale ma la mia domanda e come fa una persona a prendere 10 mg di zyprexa fare trasloghi e non avere un ritiro sociale dopo che sono stato trattato in quell modo cioe come un cane e voglio sottolineare che pesavo si e no 60 kili e 1.80 di altezza tutto ora oggi quando vado da lei ci vado ridendo ma E UNA VERGOGNA QUESTI SPECIALISTI COSA POSSONO FARE NELL 2008 mi a detto piui volte se vuoi cambiare specialista lo puoi anche fare ma non la cambiero mai piu che altro andro da uno specialista privato e in piu da lei un consiglio che do a tutti i ragazzi quando avete problemi non rivolgetevi mai agli assistenti sociali ho psichiatri con questo vi saluto e chiaramente rimango a vostra disposizione se qualche psichiatra si vorra ofrire volontario per stabilire se sono paranoico o meno io ci sono e chiaramente mi scuso sia su gli errori di ortografia che nel scrivere questa lattera con questo speriamo che questa anno babbo natale ci porti dei psichiatri piu bravi carpi 6-12-2008.luca

  5. I momenti peggiori della mia lunga depressione me li ha dati il PROZAC, quando oltre i sintomi fobici e la pesantissima fatica esistenziale, sentivo di perdere la padronanza del mio corpo fisico, mi sentivo invaso da un’energia negativa che mi impediva il rilassamento e mi suggeriva di farla finita.
    Grazie a Nunziatina Maracino, psichiatra del servizio pubblico, lentamente, con il dialogo ed il riconoscimento del mio dolore pregresso, ne sono fuori alla grande.
    La pratica della filosofia mi ha fato rinascere, ed ora, se ne trovo l’opportunità posso anche aiutare chi sta passando per dove io sono passato. Un augurio a tutti. Carlo

  6. ma come sono bravi questi assistenti sociali a carpi invece di aiutare rovinano le persone anche a me mi e successo un episodio del genere la mia assistente sociale a mostrato la relazione fatta da un altro servizio al mio datore di lavoro e lui ha usato quello per potermi dar fastidio GRAZIE ASSISTENTI SOCIALI DI CARPI SIG…. per motivi di priavici non posso fare nomi in base al decreto legislativo 196 del 2003 GRAZIE ASSISTENTI SOCIALI DI CARPI

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