Aspettando il festival: ve la do io la vera letteratura

Festival di Pitigliano 2006 - Da sinistra a destra: John Giorno, John Sinclair e Marcello Baraghini. Foto di Alberto PrunettiIn attesa che a Pitigliano prenda il via di quinto Festival della Letteratura Resistente (7-9 settembre prossimi), inizio a pubblicare qualche domanda e relativa spiegazione su un evento che, nato dal nulla e concepito come risposta ad eventi più ricchi e blasonati, costituisce una bocca d’ossigeno nello stereotipato mondo dell’editoria italiana. Le spiegazioni saranno pubblicate in più post da qui al 7 settembre e costituiranno nel loro insieme un dossier su Diversamente Scrittori.

In vista del prossimo festival, innanzitutto iniziamo dalla sua storia. Come nasce e che percorso ha compiuto in questi anni?

Sono editore per indignazione con gran fortuna per me e per la mia vita. Mi indigno, mi incazzo per tutto quello che non va, trovo la valvola di sfogo nei “miei” libri, nelle iniziative e tanto per citarlo di nuovo, nel Festival di Pitigliano.

Diversamente scrittoriMi indigno con quelli di Mantona, partito dal basso, umilmente, e che col tempo divenne quello dei Nobel, dei primi nelle classifiche dei libri più venduti e di quegli infamoni del marketing delle grosse case editrici. Un festival dove, oltre a proporre fuffa letteraria, si paga tutto, perfino l’aria intorno a Tiziano Ciabatta quando la mattina va al bar a fare colazione.

Ve la do io la vera letteratura, pensai tra me, e mi misi al lavoro per un evento all’opposto, esattamente all’opposto. Nacque così il “mio” festival internazionale della letteratura resistente (chiaro il concetto?) e prese corpo l’idea di dedicarlo agli ultimi, additirittura agli analfabeti, più o meno, ma con un vissuto degno di molto più del Nobel. La contadina, il tombarolo, il cocciaio e il carbonaio raccontarono la loro vita nelle loro lingue. Quei racconti divennero Libri e loro, quindi, Scrittori.

Oplà. Ecco il sogno da occhi aperti, il sogno di provare a riscrivere le regole della letteratura dopo che quella migliore del Novecento era stata spazzata via dagli scrittori delle fiction e dagli stili appesi al filo della beffa nei confronti dei lettori. E i lettori – aggiungo io – da allora hanno cominciato a non comprare più libri-novità.

Mi aspettavo per gli scrittori analfabeti venti o trenta persone. Ne arrivarono più di cinquecento che si alternavano nella sala Giustacori che ne conteneva a fatica meno di cento. Io fui preso dal panico. La fortuna volle che Antonello Ricci mi soccorse dialogando con i “nuovi” scrittori i quali invece pareva che fossero sempre vissuti dinnanzi ai microfoni e alle macchine fotografiche.

L’esperimento dunque riuscì. Il festival è proseguito anno dopo anno in alternativa a quello di Mantova senza che ne valesse la pena. Piuttosto valeva la pena proseguire il cammino di riscrittura di nuove regole e nuovi contenuti della letteratura chiamando – come abbiamo fatto – scrittori e saggisti che, pur senza Nobel e senza scalare le classifiche, pensavano però davvero ad alimentare criticità, passione e ribellione. Quindi, nelle edizioni scorse, tanto per fare qualche nome: Zerzan, Lolli, Sinclair, Giorno e sempre loro, gli scrittori analfabeti.

(Foto di Alberto Prunetti – Nell’immagine compaiono, da sinistra a destra, John Giorno, John Sinclair e Marcello Baraghini)

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