Un’avventura galante del Conte di Cavour / 6

[Le puntate precedenti: prima, seconda, terza, quarta e quinta].

Il conte riprese ad accarezzare la bella testa castana del ragazzo, sempre tenendolo tra le braccia, quasi coccolandolo. Poi, senza una precisa premeditazione, gli posò un lieve bacio sul collo, proprio sotto gli ultimi riccioli, come si fa ad un bambino. Sentì sulle sue spalle le braccia del ragazzo stringersi impercettibilmente. Lo baciò ancora con labbra leggere, sulla pelle fresca del collo, una, due volte, deliberatamente adesso. Adagio adagio si spostò sempre più verso il viso del contino. Questi pure stava lentamente voltando la testa. Finché alla fine il conte si trovò innanzi il viso ancor bagnato dalle ultime lacrime, ma con gli occhi socchiusi e le labbra semiaperte. Vi si immerse con delicatezza, sentendo tutta la freschezza e il calore di quella gola giovane. Per un momento rimasero entrambi fermi, come per una sorpresa gradita e inaspettata insieme. Poi, a poco a poco cominciarono ad esplorarsi a vicenda, cortesemente prima, poi in modo sempre più deciso, immemori di tutto il resto tranne che dell’ambito ormai comune delle loro due bocche, dove tutto il mondo pareva essersi concentrato.

Senza più pensare, ad occhi chiusi, si inseguirono reciprocamente nell’universo privato delle loro gole, si accarezzarono, si aggredirono, si avvilupparono, in un silenzio sempre più tumultuoso. Erano in piedi, abbracciati davanti all’ultimo fuoco del caminetto, nella stanza ormai semibuia, nel palazzo deserto. Il conte e il ragazzo si persero così in questo lungo, intenso, raffinato primo bacio.

Fu solo più tardi, quasi risvegliandosi all’azione, che il conte Camillo, senza mai interrompere quel lungo bacio, cominciò a sciogliere con una sola mano il foulard di seta nera annodato al collo del contino. Dopo di che, lentamente, aprì il bottone dell’alto colletto e ad uno ad uno anche i bottoni superiori della camicia, facendo poi scivolare la mano sotto la tela fina. Non v’era maglia di lana. Sentì invece il petto sodo, glabro, caldo del giovane. Fece scorrere le dita verso i capezzoli, toccandoli. Con un sussulto, il giovane Brusati si strinse ancor più al corpo un po’ pingue del conte e questi poté distintamente sentire quanto il ragazzo si stesse eccitando. Sempre a labbra unite e stringendo il contino a sé con la sinistra, il conte Camillo sbottonò il gilet ed il resto della camicia ed inserì la destra verso l’addome teso ed elastico, premendolo a palma aperta. Poi, staccandosi all’improvviso, ma senza chinarsi, incominciò a slacciare i grossi bottoni neri dei pantaloni del contino e a sciogliere i lacci delle mutande di tela. Il giovane lasciava fare, guardando il conte con un’aria un po’ trasognata. Aperto un varco sufficiente nei calzoni, la mano avanzò golosamente finché raggiunse i ricci elastici e compatti e destramente liberò dalle pieghe degli indumenti il membro del ragazzo, tenendolo in pugno come una preda ambita. Con un gesto rapido del pollice, lo liberò dalla sua guaina di pelle. Solo allora il conte Camillo si chinò a guardare.

Il contino Giovanni era ben fatto, con un membro diritto e fermo, abbastanza lungo, coronato da un glande grazioso dall’orlo pronunciato, a forma quasi di fungo prataiolo. Il colorito era roseo e sapeva di giovinezza. Il conte Camillo ne fu soddisfatto e mostrò la sua soddisfazione con un cortese movimento della mano chiusa, su e giù per quel gambo già un po’ vibrante, mentre con l’altra mano esplorava quietamente i testicoli del ragazzo. Sempre in silenzio, il contino si accodò al movimento e cominciò a dimenare un poco i fianchi avanti e indietro, all’unisono col moto di quella mano che stava manipolando il suo onor di maschio. Tuttavia poco dopo il conte Camillo si fermò e gli disse sottovoce in francese:

«Viens, mon gar, on va dans ma chambre. On y sera plus confortables, tous les deux».

Nel così dire, prese la mano di Giovanni, che fece appena in tempo a tenersi con l’altra i pantaloni ormai aperti e la camicia sbottonata, e lo condusse per il corridoio deserto fino alla sua camera. Tommaso, il domestico, era sparito, ma nella camera del conte il caminetto era già acceso e il letto approntato. Chiusa la porta, il conte Camillo fece sedere Giovanni sul letto e cominciò a spogliarlo della pesante giacca di panno, del gilet di spessa seta bianca, della camicia ormai sbottonata. Poi gli tolse le scarpe e i calzerotti fatti in casa, e infine lo fece alzare un poco per sfilargli i calzoni mezzi aperti e le lunghe mutande di tela già slacciate.

Ormai nudo, il contino si stese sul letto e si lasciò guardare, con in volto un sorriso non del tutto sicuro di sé. “Senza vestiti è ancora più attraente di prima” pensò il conte lasciando vagare lo sguardo su quelle gambe snelle, la vita stretta e le spalle ben fatte, sui boccioli rosei dei due capezzoli senza alcuna peluria, appena abbozzati sul modellato del petto, e specialmente su quel superbo giovane arnese che gli si ergeva nel grembo monopolizzando l’attenzione. “È proprio un puledro di razza” si disse. Il conte Camillo non era certo un sentimentale e il suo fiuto di solito tendeva solo a seguire l’odor di maschio, andando subito al sodo. Ma l’ammirazione sconfinata e la fiducia assoluta che aveva letto negli occhi del ragazzo gli avevano fatto tenerezza. Il contino Giovanni gli piaceva, come ben poco gli era piaciuto da tempo.

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