Un’avventura galante del Conte di Cavour / 5

[Le puntate precedenti: prima, seconda, terza e quarta].

Sempre più incoraggiato, il contino passò a raccontare altri fatterelli buffi della sua zona e finì coll’entrare nell’argomento della vita mondana della nobiltà di Novara, su cui da raccontare v’era molto ed ancor più da ridere. Qui, sornionamente, il conte Camillo fece scivolare, come per caso, quella domanda già approntata da tempo:

«Chissà quanto lei è corteggiato dal gentil sesso locale. È già fidanzato per caso?».

«A dire il vero, no. Ma mi vogliono far sposare la seconda figlia del marchese Tornielli, che è il nobile più ricco di Novara. Sa, noi Brusati ci siam sempre accasati con i Caccia e i Tornielli. La contessa mia madre è una Caccia, infatti, e la mia signora nonna è una marchesa Tornielli. Ma costoro sono della gente così boriosa; e poi son dei noiosi, dei veri baciapile… Anche se la Luisina, poverina, non è poi neanche cattiva. Un po’ tonda, ecco, e anche un po’ oca; ma insomma…»

«Lei non sembra poi tanto entusiasta pel matrimonio.»

«No di certo. Non mi va proprio di ammogliarmi. E poi, le donne non mi piacciono, a dire il vero.»

«Come mai?» chiese il conte Camillo con un sorriso bonario, anche se dentro di sé il sorriso era di volpe.

«Ci son ben altre cose nella vita, penso. Le donne non mi divertono punto. Forse dovrei rimanere scapolo. Sa, per poter viaggiare, per far qualcosa di importante. Sì, penso proprio che vorrei rimaner scapolo. Come del resto lei stesso, Eccellenza.»

«Lasci pur perdere l’Eccellenza, ragazzo mio. Siamo qui tra amici, non è vero caro Giovanni… la posso chiamare Giovanni, nevvero?»

Quel «tra amici» buttato lì all’improvviso riscaldò il petto al contino, ancor più dello sherry di prima. Si affrettò ad assicurare il conte che poteva chiamarlo come meglio gli paresse. Lui ne sarebbe stato onoratissimo. E sorrise, tutto contento, con gli occhi che gli danzavano, per la piacevolissima serata, per i vini di classe, per la squisitezza del conte Camillo. Sempre più si sentiva avvolgere da una calda ondata di riconoscenza e di ammirazione per il grand’uomo di stato, così piacevole, così amico con lui. A ciò si aggiungeva il calore di un’eccitazione interna e, perché no? di un certo senso di orgoglio, che sentiva in fondo di meritarsi. Era proprio stato all’altezza della situazione. “Bravo” si disse e si sentì a suo agio.

Il conte prese ora a parlargli di Parigi e di Londra e il contino lo stava ad ascoltare con gli occhi velati dal desiderio di visitare quelle città così meravigliose.

Finita la cena e licenziato il domestico, si alzarono da tavola e il conte Camillo versò del Porto in due bicchieri di cristallo. Anch’egli era di umore allegro e conviviale, sia per il buon vino che per l’ancor migliore compagnia. Si lasciò perciò trascinare dall’entusiasmo e disse:

«Un brindisi, caro Giovanni, alle nostre future vite da scapoli. Qui, un abbraccio. Ormai siam colleghi». Ed abbracciò il ragazzo con trasporto. Dopo un attimo solo di esitante imbarazzo, il contino Giovanni ricambiò l’abbraccio con calore. Sia la brevissima esitazione iniziale che la consistenza della stretta furono subito registrate dal conte, che anzi prolungò l’abbraccio una frazione di secondo in più di quanto fosse normale tra due amici fraterni. Tali frazioni di secondo sono estremamente importanti in casi simili, tanto è vero che in questo specifico caso fu sufficiente per far cacciar fuori al contino un sospirone lungo, profondo, quasi tormentato.

«Che c’è, Giovanni? Perché un sospiro così triste?» disse il conte affettuosamente, guardando in faccia il ragazzo.
Ma il contino, invece di rispondergli, scoppiò improvvisamente in un pianto dirotto. L’emozione, l’inaspettato gesto del conte, l’intensità stessa dei suoi sentimenti gli stavano giocando un gran brutto tiro. Vergognandosi tremendamente e scosso dai singhiozzi, non trovò di meglio che nascondere la testa nella spalla del conte, così come da piccolo, in preda ad una commozione improvvisa, si era sempre rifugiato in grembo alla madre. In fondo non aveva ancora diciannove anni e tutta la serata era stata un’esperienza fin troppo piena e forse fin troppo emozionante per lui.

La reazione del conte Camillo, anch’egli improvvisamente commosso, fu di stringere a sé il ragazzo con gesto paterno, battendogli con gentilezza la mano sulla schiena e cercando di rincuorarlo:

«Su, su, non deve piangere. Su, ragazzo mio, si rincuori, mio caro figliolo. Ma perché fa così? Nessuno le vuol del male…».

Ma il contino, sempre scosso dai singhiozzi e incapace di spiegare questa improvvisa catastrofe, affondava sempre di più la testa nella spalla del conte, aggrappandosi a lui come se fosse la sua unica àncora di salvezza. Accarezzandogli i capelli, il conte riprese a rincuorarlo delicatamente, quasi vezzeggiandolo:

«Giovanni, non deve far così. Non deve piangere. Così si rovina questi begli occhi…».

Ci fu una pausa nel pianto:

«Lei dice? Sono belli?» chiese il ragazzo alzando il viso rigato di lacrime e guardando il conte con uno sguardo fiducioso.

«Ma certo, lei ha degli occhi molto belli, che mi piacciono molto, e lei ben lo sa. Non deve farli piangere, allora. Si calmi ora, Giovanni. Su, un bel sorriso, per amor mio…»

«Oh grazie, grazie» rispose il contino, ma si rituffò nella spalla riprendendo a piangere. Questa volta i singhiozzi erano molto meno disperati, quasi di sollievo.

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