Un’avventura galante del Conte di Cavour / 7

[Le puntate precedenti: prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta].

Non gli rimaneva ora che spogliarsi lui stesso, ciò che fece rapidamente davanti al caminetto acceso. Quando per ultimi si tolse gli occhiali da miope, la bonomia del volto scomparve, per lasciar posto ad un’espressione più risoluta e virile, quasi più giovane. Aveva il corpo tutto peloso ma ancor vigoroso, dominato però da un addome rotondo e da due seni pesantemente pieni, i cui grossi capezzoli stavano ora eretti e ben tesi dalla concupiscenza. Il sottobosco denso e scuro che si spargeva per tutto il torso villoso e giù per le pieghe dell’addome continuava anche sulle spalle e dietro le larghe cosce. Dove il bosco sembrava ancor più denso e scuro, si poteva veder alzato, anche se leggermente ad arco, un membro sodo, piuttosto grosso, ma non eccessivo. Il glande era tutto tondo e pieno, senz’alcun orlo, di color roseo anch’esso, e i riflessi rosseggianti del caminetto lo facevano stranamente splendere.

Ciò che stava vedendo affascinò il contino. Davanti a lui aveva l’uomo, dopo il Re, più potente del Regno e quest’uomo così importante era palesemente acceso di passione proprio per lui, Giovanni Brusati, di diciannove anni, che finora non aveva sperimentato che qualche gioco di mano tra coetanei e che ora, deliziosamente affascinato, attendeva di essere iniziato ai misteri di Cupido. Il ragazzo e l’uomo si guardarono un momento in silenzio, poi il conte si avvicinò al letto e cominciò a baciare il giovane corpo del contino leggermente, sistematicamente, sul viso, sul collo, sul petto. Lavorò i capezzoli con le labbra e con la punta dei denti, facendo fremere Giovanni. Poi si concentrò sull’ombelico rosa, per scendere sempre più giù, finché si dedicò interamente al pezzo forte del suo repertorio, mostrando tutta la sua bravura nel far provare al ragazzo le esperienze più diverse e inaspettate.

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I Bianciardini: un occhio a Cracovia

I BianciardiniImmagino che pochi di voi siano mai stati a Pitigliano, ed è un vero peccato, perché Pitigliano è un posto bellissimo, sulla strada che dall’Albegna, stretta e tortuosa, sale verso il centro della bassa Toscana e sfocia in Umbria. Il paese compare all’improvviso, sospeso a picco sopra uno strapiombo di roccia d’un rosso ferrigno, colore al quale par che non sia estranea l’assenza di fognatura di paese e l’abitudine di rovasciare dalla finestra i vasi da notte. Ma questo non conta, Pitigliano resta un paese bellissimo, e io ci sono nato quarantacinque anni or sono. Mi chiamo Montefiori, e la mia famiglia è pitiglianese pura da almeno cinque generazioni.

Anzi, tempo addietro andai al tempio, e il buon hazan Servi mi fece dare un’occhiata ai registri della comunità, purtroppo ormai sfaldata perché molti di sono trasferiti altrove, a Grosseto, a Orbetello, a Firenze, addirittura in America, e mi è parso di aver capito che i miei avi lontani vennero qui, ai tempi dei tempi, dalla campagna attorno a Cracovia, una campagna mezzo polacca, mezzo tedesca, di lingua prevalentemente yiddish, dove facevano i poveri bottegai, e si chiamavano Blumberg, che è poi il mio nome, tradotto in buona lingua italiana.

Ma, badiamo bene, queste son cose che ho saputo soltanto adesso, quando con gli anni mi è cresciuto anche il gusto dell’onomastica applicata. Io mi son laureato, con non pochi sacrifici dei miei, in letteratura moderna, con una tesi sulle opere di Francesco Domenico Batacchi, porta immeritatamente poco noto, morto e sepolto nella chiesa madre di Orbetello, dove lavorò come ufficiale di dogana. La tesi, modestia a parte, era degna d’essere pubblicata; se non andò alle stampe fu per il fatto che il povero Batacchi viene ancor oggi giudicato poeta osceno e a niente giova il giudizio più benevolo che di lui diede, nientemeno, Ugo Foscolo.

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Aspettando il festival: fuori dal Grande Circo Mediatico

Diversamente scrittoriSon sicuro che quei pochi o tanti che ci leggono son cittadini di quel Paese Reale ogni giorno più distante e indifferente a quel Paese Ufficiale della politica, dell’economia e dello spettacolo che più si consocia e diventa regime più nefasto e violento. Opera sotto i riflettori del Grande Circo Mediatico, sempre accesi, dalle televisioni, dalle radio e dai giornali patinati e dai quotidiani.

E gli intellettuali? Gli scrittori? Sono consociati anche loro, hanno occupato gli strapuntini per apparire e scrivere sotto forma di fiction e di concupiscenza stilistica. Il sociale non li riguarda, il Paese Reale nemmeno. Loro, i Baricchi, e quelli della sua scuola, pensano e scrivono pensando alla televisione per esservi ospitati e non dire nulla, ossequiosi e noiosi. Gli altri, gli intellettuali e gli scrittori problematici e critici, invece, sono invisibili, non esistono per il Regime.

Mara come me - Omicidio il comunità di Marco SalviaLa tradizione della letteratura sociale di cui è ricco perfino il fascismo li pubblichiamo noi e quelli che son freschi di stampa li abbiamo invitati al nostro festival. Perché ad accoglierli tutti non ci sarebbe bastato nemmeno un mese intero. Tra i diversamente scrittori, che li chiamo, ne cito uno, ma vale per tutti gli altri.

Marco Salvia, con il suo Mara come me - Omicidio in comunità, già quattro anni fa denunciava le nefandezze nelle comunità terapeutiche come quella di don Gelmini. Quel libro lo abbiamo mandato a decine di giornalisti che, come supponevamo, nemmeno lo hanno segnalato, fosse solo una riga. Adesso Marco, il diversamente scrittore, porta i suoi racconti dal “ventre” della camorra con L’ultimo sangue assieme alle foto di Stefano Renna, dove c’è più sangue rispetto anche ad altri che gli somigliano.

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiHo detto di Marco, ma potevo dire di Enrico Baraldi che punta il dito sulla psichiatria di Regime, quella degli psicofarmaci, quella per far stare buoni gli insofferenti che ormai sono tanti ma tanti e che cercano di scappare dal Gran Circo Mediatico e di Regime. Il circo, una prigione costruita dalle sbarre del codice a barre, un codice che non troverete accanto al prezzo da un centesimo di euro apposto ai nostri piccoli e grandi Bianciardini.

Addio ad Hans Ruesch, il divulgatore dell’antivivisezione

Hans RueschSi è spento ieri in Svizzera Hans Ruesch, uno dei più lucidi divulgatori nel campo dell’antivivisezione e dell’informazione contro le big pharma. Il libro che lo rese un autore riconosciuto a livello internazionale era Imperatrice Nuda in cui denunciava l’antiscientificità di alcuni settori di ricerca, in particolare quella sugli animali. Il volume ebbe però vita breve qui da noi perché fu immediatamente ritirato dal commercio per pressioni sulla casa editrice, Rizzoli. All’inizio degli Anni Ottanta - e successivamente aggiornato a più riprese - usciva all’estero La figlia dell’imperatrice che proseguiva sulla linea intrapresa con il precedente lavoro. In Italia, però, è arrivato solo nel luglio 2006, edito da Stampa Alternativa. Il testo riportato di seguito è l’introduzione alla nuova edizione italiana. Qui invece si trova una lunga recensione pubblicata lo scorso novembre su Carmilla.

La figlia dell'imperatriceVenerdì 19 agosto 2005 il tribunale di Angelton, Texas, ha condannato la Merck & Co. a pagare 253 milioni di dollari di risarcimento alla vedova di Robert Evans, ucciso da un infarto procuratogli da un nuovo farmaco: il Vioxx. Era stato solo il primo caso di una lunga catena.

Tutta la stampa mondiale che ha riportato questa notizia ne ha però omesso un’altra non meno importante; anzi, più importante ancora, che però non è permesso divulgare: cioè che ogni farmaco, per ottenere dalle autorità competenti l’autorizzazione alla vendita, deve prima essersi dimostrato innocuo in prolungate prove su animali.

Sennonché le prove su animali non hanno il minimo valore ai fini della sicurezza dell’uomo. Orbene, come mai le autorità sanitarie, incaricate dai rispettivi governi di tutelare la salute dei cittadini, non sono al correne - o fanno finta di non esserlo - di questo fatto? Perché su tutte le informazioni riguardanti la medicina vige in tutto il mondo cosiddetto civile una pesante censura, imposta dallo strapotere dell’industria farmaceutica. Difatti, come ha dichiarato recentemente un importante funzionario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Jonathan Quick, le «multinazionali del farmaco sono la maggiore forza politica ed economica delle nostre società».

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Favole per gente comune / 3

Favole per gente comune di Boris Vian[Prima e seconda parte]. Boris Vian ha a disposizione del suo arco anche altre frecce. Non dobbiamo dimenticare la sua appartenenza al Collège de Pataphysique, cioè a quel gruppo di ammiratori e seguaci di Alfred Jarry il cui fine era quello di creare una vera e propria “scienza delle soluzioni immaginarie e destinata a studiare le regole che studiano le eccezioni”. Su questo fertile humus, spesso caustico e sfrontato, nasce un umorismo imprevedibile e surreale, di cui Pierre Mac Orlan era stato progenitore.

Oggi questo scrittore viene ricordato quasi soltanto per quel Porto delle nebbie da cui Carné trasse nel 1939 il suo famoso film, ma è importante sapere che tra Mac Orlan e Vian si instaurò un forte legame di simpatia, di stima e il riconoscimento, da parte di entrambi, di appartenere a uno stesso mondo immaginifico con una comune e corrosiva visione della realtà, pronta ad accogliere soluzioni logiche inattese. In tutti e due è forte la consapevolezza che l’ambientazione di un racconto o di un romanzo non può essere fine a se stessa ma deve mantenersi dinamica, diventare parte integrante delle azioni e degli stati d’animo dei personaggi e quindi della struttura narrativa.

Inoltre il legame stretto fra arte e vita, a cui si accennava, accomuna i due scrittori: l’ironia è per Mac Orlan il filtro che può plasmare attraverso i suoi dettami estetici la sua stessa vita; ci confessa:

Sono diventato scrittore perché non ero capace di far altro

Addirittura confrontiamo l’inizio de La schiuma dei giorni di Boris Vian in cui l’autore asserisce:

la storia è interamente vera, poiché è stata immaginata dall’inizio alla fine

e La cricca del caffè Brebis in cui Mac Orlan garantisce:

l’avventura non può esistere se non a condizione che la si immagini

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Psicofarmaci agli psichiatri: ascoltare invece di reprimere

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiDigitate la parola psicofarmaci su Google: comparirà un elenco di 391 mila pagine e già sfogliando le prime 10 vi troverete di tutto. Paginate elettroniche che illustrano come usarli, altre che mettono in guardia dagli effetti collaterali, altre ancora che ne consigliano un’assunzione prudente e saggia integrata da un sostegno di psicoterapia. Digitate adesso la parola psichiatra. In questo caso l’elenco che vi appare è ancora più lungo: 643 mila voci che fin dall’inizio appaiono le più eterogenee rispetto ai contenuti.

Provate infine associando le due parole: psicofarmaci e psichiatri. Le pagine che le contengono vicine sono oltre 100 mile. Tuttavia le prime due voci di Google segnalano che in questo mare enorme di informazioni c’è qualcosa di nuovo: un libro il cui titolo mette assieme le due parole, formando un invito o un’esortazione: Psicofarmaci agli psichiatri.

Per ora sono solo due le pagine web così bene definite, ma sono destinate a diventare tante, tantissime.
Perché tantissimi sono i motivi per ritenere sensata questa prescrizione. Questi motivi li conosceva bene il romanziere Thomas Bernhard quando nel suo Il nipote di Wittgenstein scriveva esplicitamente:

Di niente in vita mia ho avuto più paura che di cadere in mano agli psichiatri, al cui confronto tutti gli altri medici sono assai meno pericolosi…

Questi motivi li conosce Ketti, la protagonista “italiana” del romanzo Psicofarmaci agli psichiatri, quando, nel corso delle sue performance televisive afferma ripetutamente:

Tra i tanti orrori della psichiatria, come l’elettroshock e i ricoveri obbligatori, gli psicofarmaci sono accettati più facilmente dalla nostra società. In realtà essi rappresentano l’ennesimo sopruso sui malati…

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Aspettando il festival: ve la do io la vera letteratura

Festival di Pitigliano 2006 - Da sinistra a destra: John Giorno, John Sinclair e Marcello Baraghini. Foto di Alberto PrunettiIn attesa che a Pitigliano prenda il via di quinto Festival della Letteratura Resistente (7-9 settembre prossimi), inizio a pubblicare qualche domanda e relativa spiegazione su un evento che, nato dal nulla e concepito come risposta ad eventi più ricchi e blasonati, costituisce una bocca d’ossigeno nello stereotipato mondo dell’editoria italiana. Le spiegazioni saranno pubblicate in più post da qui al 7 settembre e costituiranno nel loro insieme un dossier su Diversamente Scrittori.

In vista del prossimo festival, innanzitutto iniziamo dalla sua storia. Come nasce e che percorso ha compiuto in questi anni?

Sono editore per indignazione con gran fortuna per me e per la mia vita. Mi indigno, mi incazzo per tutto quello che non va, trovo la valvola di sfogo nei “miei” libri, nelle iniziative e tanto per citarlo di nuovo, nel Festival di Pitigliano.

Diversamente scrittoriMi indigno con quelli di Mantona, partito dal basso, umilmente, e che col tempo divenne quello dei Nobel, dei primi nelle classifiche dei libri più venduti e di quegli infamoni del marketing delle grosse case editrici. Un festival dove, oltre a proporre fuffa letteraria, si paga tutto, perfino l’aria intorno a Tiziano Ciabatta quando la mattina va al bar a fare colazione.

Ve la do io la vera letteratura, pensai tra me, e mi misi al lavoro per un evento all’opposto, esattamente all’opposto. Nacque così il “mio” festival internazionale della letteratura resistente (chiaro il concetto?) e prese corpo l’idea di dedicarlo agli ultimi, additirittura agli analfabeti, più o meno, ma con un vissuto degno di molto più del Nobel. La contadina, il tombarolo, il cocciaio e il carbonaio raccontarono la loro vita nelle loro lingue. Quei racconti divennero Libri e loro, quindi, Scrittori.

Oplà. Ecco il sogno da occhi aperti, il sogno di provare a riscrivere le regole della letteratura dopo che quella migliore del Novecento era stata spazzata via dagli scrittori delle fiction e dagli stili appesi al filo della beffa nei confronti dei lettori. E i lettori - aggiungo io - da allora hanno cominciato a non comprare più libri-novità.

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Diversamente scrittori: informazioni di servizio

Diversamente scrittoriComunicazione di servizio per chi intende essere presente dal 7 al 9 settembre a Pigliano e Sorano per la quinta edizione del Festival della Letteratura Resistente.

Le informazioni in merito a pernottamenti, alloggi e logistica possono essere richieste alla signora Santa dell’Ufficio Informazioni di Sorano. Il numero di telefono da chiamare è lo 0564-633099 e gli orari in cui farlo i seguenti: la mattina dalle 10 alle 13 e il pomeriggio alle 14 alle 19.30. Inoltre per pasti veloci e spuntini, Marcello consiglia di rivolgersi al Jerry Lee Bar di Pitigliano che si trova in via Roma 28.

I Bianciardini: la mamma maestra

I BianciardiniMia madre era maestra. O, meglio, mia madre è maestra, anche se l’hanno mandata in pensione, di sorpresa: aveva raggiunto i limiti di anzianità, ormai da quattro anni, e la burocrazia non s’era accorta di questo fatto. Mia madre stava zitta, non mollava, restava abusivamente sulla breccia, in barba al ministero della pubblica istruzione. Ma poi qualcuno scoprì la grossa magagna, e la misero fuori, dopo quarantaquattro anni di servigio alle scuole, prima del regno e poi della repubblica. Mi sono poi convinto che una persona può “diventare” scrittore, imbianchino, falegname, ma mia madre era nata maestra e fu maestra per tutta la vita. Lo è anche adesso, sia pure in pensione. Come con le suore: una si può togliere il soggolo e il velo, ma suona era e suora rimane.

Cominciò a lavorare nel Quattordici: allora io non c’ero, ma mio padre sì. Era stati compagni di scuola, mio padre e mia madre, alle normali, dove si diventa maestri, e credo che si fossero amati fin dai banchi di scuola. Non ho mai osato indagare a fondo, ma da certi accenni che ho sentito da lei (mio padre era estremamente riservato nelle faccende di sesso) credo che non abbia mai conosciuto altro uomo, né lui, per lo meno a fondo, altra donna.

Mia madre ebbe il suo primo incarico alla scuola elementare di Montepescali, singolarissimo paesino a undici chilometri da Grosseto. Io ci sono stato, più tardi, per altri motivi: per esempio, mi ci chiamarono a leggere e commentare lo statuto quattrocentesco di quel comune, che si conserva nella Biblioteca Comunale Chelliana di Grosseto, dalla quale ero un tempo (io anarchico dichiarato, figurarsi) nientemeno che il “conservatore”. Infatti era questo il titolo ufficiale che beffardamente mi spettava.

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Il momento del coraggio

Ansia Y Droga - Foto di e-magoQuesto articolo, firmato dall’autore del libro Mara come me - Omicidio il comunità (qui la versione elettronica del volume), è comparso sul quotidiano L’Unità del 19 agosto scorso. Sempre in merito all’indagine a carico di don Gelmini e alla situazione all’interno dei centri di recupero per tossicodipendenti, si può ascoltare anche un’intervista rilasciata da Marco Salvia alla giornalista Cristina Pugliese di Radio Radicale.

È il momento del coraggio, ma è il momento anche delle facce toste, sia per l’annoso e irrisolto problema della pedofilia clericale, sia per la scottante riapertura del caso comunità Incontro, degno erede giuridico del tormentato e irrisolto caso Muccioli, che vide l’uccisione in comunità e il trasporto in una discarica del corpo, del disgraziato “ospite” comunitario Maranzano.

Il coraggio oggi è certamente quello di Bruno Zanin, autore di uno splendido libro autobiografico sugli abusi subiti in seminario quando era adolescente (Nessuno dovrà saperlo, Tullio pironti editore), che convocato a Terni ha avuto modo di chiarire agli investigatori e non soltanto ai suoi lettori o ai pochi ci auguriamo, che possono, per ignoranza (nel senso di ignorare), pensarla come Vittorio Messori, personaggio che con le sue esternazioni ha davvero mortificato la sofferenza dei tanti abusati sessuali di questa società.

Zanin ha messo in chiaro con le sue dichiarazioni dolorose e i suoi scritti, quali siano in realtà i danni che un ragazzino in età puberale o anche un qualsiasi ragazzo che si trovi in difficoltà e quindi in condizioni di sudditanza psicologica, riceve inevitabilmente nel subire il contatto sessuale inatteso e scioccante con chi credeva amico e padre spirituale.

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Favole per gente comune / 2

Favole per gente comune di Boris Vian[Prima parte]. La fiaba, che Charles Perrault alla fine del XVII secolo aveva fissato su carta, mantenendo quel tono popolare ed essenziale che le aveva permesso di vivere e fiorire trasformata in una letteratura alla moda, in Francia era stata completamente dimenticata. La razionalità cartesiana aveva spazzato via questo genere, apparentemente semplice, di letteratura: ne aveva congelato il senso sotto il peso di una trama complessa e artificiosa, facendole perdere ogni attrattiva e spontaneità.

Boris Vian riporta in vita questa particolare forma di racconto e lo fa non con lo spirito dell’archeologo, ma utilizzando la conoscenza e la frequentazione di un modo nuovo di narrare che in quel momento si stata affermando: il fumetto.

Benché all’inizio si apra nel più tradizionale dei modi, con il classico “C’era una volta…”, la trama si sviluppa invece in un susseguirsi di situazioni surrealiste che ne sconvolgono la consueta logica. Le azioni, anche se si svolgono nei luoghi tipici di questo genere letterario, come le caverne e i castelli, o in spazi indefiniti e irreali, tuttavia non traslano mai questi topoi sul piano simbolico e rinunciano a elevarli a metafore delle difficoltà o dei rischi contro cui i protagonisti devono lottare.

Così pure il tempo, che rimane indeterminato, non viene adoperato, nel solco della tradizione fiabesca, per creare un alone di mistero o rendere eterna e universale la storia. Si potrebbe dire che Vian struttura il racconto intersecando piani diversi e paradossalmente inconciliabili. Pur introducendo le figure dell’eroe e del suo fedele compagno (nel caso specifico il suo palafreno), della missione che deve compiere, del re e della principessa, pur cospargendo l’intera narrazione di mostri, di fate e di animali parlanti, deforma la natura stessa della fiaba mescolando magia e realtà, spezzettandone l’unità in capitoli e destabilizzando le regole comportamentali dei protagonisti.

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Se non sei felice è tutta colpa tua

Se non sei felice è tutta colpa tua - Il libretto dei proverbi tibetani - A cura di Fabio ZanelloL’uomo ragiona su come fare buone azioni
e intanto il mulo porta la soma

Conosciuta per la profondità di una tradizione religiosa di valore universale, la cultura tibetana appare in questo libretto portavoce di una sapienza popolare in cui i temi della conoscenza più elevata si fondono a quelli dell’esperienza di ogni giorno. È nella fusione tra intuizione trascendente e pratica quotidiana che risulta infatti il valore di questi proverbi, valore che, si può obiettare, è quello che pertiene ai proverbi di ogni popolo in tutto il mondo.

Particolarità dei proverbi tibetani è tuttavia il sapore di una spiritualità davvero tradizionale, imperniata non sull’idea di un dio, ma di uno stato naturale delle cose, altrimenti noto come buddità. La natura e i suoi fenomeni appaiono perciò il principale scenario di questo stato spontaneo, fondato su un equilibrio che costituisce il più autentico esempio di saggezza per gli esseri umani. Gli unici capaci di apparire turbati e di infrangere quest’ordine, costretti poi a ripercorrere le tracce e ricostruirlo per la loro stessa felicità.

Male e bene, sincerità e ipocrisia, felicità e sofferenza, l’inevitabile contrappasso delle proprie azioni costituiscono quindi i principali temi di queste gocce di saggezza umana, adattate al particolare spirito di questo popolo delle nevi. Per farci scoprire che anche a chi vive secondo l’ideale della saggezza buddista può capitare di sbronzarsi, lavorare con fatica, amare, invidiare, temere le tasse, desiderare, copulare. E che il Buddha che è in noi è sempre capace di ricordarci, anche nella forma di un piccolo proverbio, la via della verità rispetto a quella distorta del nostro ego. In una rappresentazione del mondo e della natura umana che non concede spazio a moralismi, falsi pudori, ma che, con asprezza quando necessario, ci rammenta il reale per quello che è, senza eufemismi.

[Questo testo è l’introduzione del Millelire intitolato Se non sei felice è tutta colpa tua - Il libretto dei proverbi tibetani a cura di Fabio Zanello.]

Un’avventura galante del Conte di Cavour / 6

[Le puntate precedenti: prima, seconda, terza, quarta e quinta].

Il conte riprese ad accarezzare la bella testa castana del ragazzo, sempre tenendolo tra le braccia, quasi coccolandolo. Poi, senza una precisa premeditazione, gli posò un lieve bacio sul collo, proprio sotto gli ultimi riccioli, come si fa ad un bambino. Sentì sulle sue spalle le braccia del ragazzo stringersi impercettibilmente. Lo baciò ancora con labbra leggere, sulla pelle fresca del collo, una, due volte, deliberatamente adesso. Adagio adagio si spostò sempre più verso il viso del contino. Questi pure stava lentamente voltando la testa. Finché alla fine il conte si trovò innanzi il viso ancor bagnato dalle ultime lacrime, ma con gli occhi socchiusi e le labbra semiaperte. Vi si immerse con delicatezza, sentendo tutta la freschezza e il calore di quella gola giovane. Per un momento rimasero entrambi fermi, come per una sorpresa gradita e inaspettata insieme. Poi, a poco a poco cominciarono ad esplorarsi a vicenda, cortesemente prima, poi in modo sempre più deciso, immemori di tutto il resto tranne che dell’ambito ormai comune delle loro due bocche, dove tutto il mondo pareva essersi concentrato.

Senza più pensare, ad occhi chiusi, si inseguirono reciprocamente nell’universo privato delle loro gole, si accarezzarono, si aggredirono, si avvilupparono, in un silenzio sempre più tumultuoso. Erano in piedi, abbracciati davanti all’ultimo fuoco del caminetto, nella stanza ormai semibuia, nel palazzo deserto. Il conte e il ragazzo si persero così in questo lungo, intenso, raffinato primo bacio.

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I Bianciardini: la tradotta per Mosca

I BianciardiniEcco fatto: pigliano uno che ha passato i quarant’anni, e gli propongono di andare a Mosca. In treno, seconda classe, cinque giorni di viaggio e due di soggiorno partita compresa, con una comitiva di ragazzi, il centro giovanile eccetera. E quello accetta. Subito attaccano la solfa gli amici premurosi: se torni vivo, torni con le ossa rotte. Si sa come funzionano queste cose “giovanili”: per il gruppo italiano non c’è mai niente di prenotato, tanto gli italiani hanno fama internazionale di gente che s’arrangia. Vedrai.

Settantaquattromila lire la quota? Ma allora è chiaro: carro bestiamo e razioni dell’armata rossa, in prima linea bada bene, e cioè un chilo di pane e una targa di lardo. Sì sì, ci campi, di fame non muori. Senti, scherzi a parte, fai una bella cosa: datti malato.

E invece proviamo. Almeno fino a Venezia, dov’è il raduno: un’occhiata e siamo sempre in tempo per prendere il treno per Milano, in serata. Alla stazione di Santa Lucia già si vanno radunando, hanno la faccia e la tenuta di chi va a Mosca in treno, ma giovani non direi che siamo, questa la novità: quasi tutti sopra i trenta, ce ne sono un paio che somigliano a mio padre, e poi uno col bastone, e un altro mutilato, senza una mano. Le cuccette per Vienna sono ventidue, già prenotate, ma se ci va quella signora grassa, padovana, con la barba, che invoca Mariavergine e Santantonio, allora perbacco ci vado anch’io. Facce conosciute non ne vedo, ma questo ragazzo tarantino che mi chiede informazioni mi pare il tipo di terrone giusto, e poi il suo amico che è andato a prendere i passaporti risulta (sta scritto alla voce “professione”) portiere d’albergo. Visto e preso: noi tre staremo insieme, e intanto offro io il fiaschetto di vino, per cenare prima che il treno vada.

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Non dimenticate il concorso Creative Commons in Noir

Creative Commons in NoirMentre siete in vacanza (o forse no), non dimenticate il concorso letterario di Stampa Alternativa Creative Commons in Noir. A memento, ecco qua di nuovo il regolamento. La scadenza per inviare i vostri racconti è fissata al 31 ottobre prossimo.

Regolamento del concorso

Stampa Alternativa bandisce il concorso letterario Creative Commons in Noir aperto ad autori italiani e stranieri per racconti noir in lingua italiana rilasciati con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate. Al concorso sono ammessi testi inediti per scrittori al loro esordio letterario e già affermati. Continua

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