Morrissey & The Smiths: gli ultimi inglesi / 2
[Prima parte]. Sa di avere davanti un pubblico speciale, più coinvolto che in qualunque altra città, più amorevole e più critico; sicuramente qualche conoscenza di vecchia data. Sa che i suoi commenti e le sue battute davanti a questo pubblico sono diversi, speciali, perché c’è un’intricata maglia di relazioni tra le sue canzoni di ieri e i luoghi che normalmente chi è in platea conosce.
Ma sa anche che il suo ruolo è cambiato; sa di avere un’immagine pubblica a cui attenersi. Ringrazia quanti hanno votato per lui nel concorso indetto da The Culture Show, trasmissione di BBC4, per eleggere l’icona vivente della cultura inglese. Morrissey si è piazzato al secondo posto. A tenergli compagnia nella shortlist altri mostri sacri; in ordine di classifica lo hanno seguito: Paul McCartney, l’amico-nemico David Bowie, Michael Caine, l’attore e scrittore Stephen Fry (l’Oscar Wilde cinematografico), Kate Bush, l’autore teatrale e spirito-affine-con-cui-prende-il-tè Alan Bennett, Kate Moss e Vivienne Westwood. È stato scavalcato solo da Sir David Attenborough, il regista di documentari naturalistici contro il quale Morrissey inveirà pesantemente durante il suo show.
Compiaciuto e piccato, per il suo secondo posto, ci tiene a dire che non l’avrebbero fatto vincere comunque; gli piace fare la vittima, gli piace il personaggio stesso della vittima; probabilmente è convinto che chiunque, anche se dotato di una mente criminale e autore di efferati delitti, in fondo non è nient’altro che una vittima. E non si risparmia di ricordare che fu proprio qui, dove in passato sorgeva la stazione centrale e gli omosessuali venivano a “battere”, che Ian Brady adescò Edward Evans, ultima vittima dei Moors Murderers, i sanguinosi delitti della brughiera raccontati agli inizi della carriera in Suffer Little Children. Delitti, vita, morte, omosessualità, temi cari da sempre a Morrissey, dagli esordi, in cui citava nelle canzoni battute dei film del Free Cinema inglese, a oggi, con la foto di Pasolini che campeggia alle sue spalle come scenografia.
Ma Suffer Little Children non arriva, e del resto sarebbe improbabile, visto che l’unica esecuzione live fu in occasione del debutto sul palco degli Smiths nell’ormai lontano ottobre 1982. Così come non viene eseguita Hairdresser On Fire, uno dei pezzi più amati dell’inizio della sua carriera solistica, malgrado l’ostentato riferimento al fatto che sia ora di tagliarsi i capelli. Gioca con l’audience, ritarda o anticipa il cantato di qualche secondo per vedere se il pubblico lo segue, o per disorientarlo. Cambia i testi delle canzoni per aggiungere significati nuovi, per definire il suo umore della serata. Ed è un uomo nero e inglesissimo, fatto di frasi sagaci, ad effetto come quando introduce in In the Future When All’s Well dicendo “la prossima canzone è assolutamente disperata”, o l’ultimo estratto da Ringleader, I Just Want to See the Boy Happy dicendo “non la sentirete mai per radio, perché è un singolo”.
Non si risparmia l’esecuzione della controversa The National Front Disco, pur evitando di cantare il titolo per intero (tra il pubblico, qualcuno nicchia, qualcuno canta a squarciagola con partecipata identificazione) ma fa richiamo al sentimentalismo di molti con un paio di oldies degli Smiths: William, It Was Really Nothing, How Soon Is Now? e Please, Please, Please, Let Me Get What I Want.
La band, la gang, lo asseconda, sempre. Anche nella scelta dei brani che lasciano un po’ perplessi: un paio di lati b da singoli dei tempi che furono (Disappointed, I’ve Changed My Plea to Guilty) e un paio da quelli più recenti (Ganglord e il tutt’altro che convincente bis di Don’t Make Fun of Daddy’s Voice).
Questo è Morrissey. Prendere o lasciare. Questo è l’uomo che ha immaginato la morte della regina e messo la Thatcher sulla ghigliottina; convertito migliaia di ragazzi al vegetarianesimo, e forse salvato la vita ad altrettanti aspiranti suicidi solo con la forza del suo humour; che ha descritto un’Inghilterra tutta sua, ad uso e consumo dei fan e di fatto ha inventato il Britpop; l’uomo senza il quale forse non esisterebbe un mercato indie. Questo è l’uomo i cui dischi David Cameron, attuale leader dei tories, porterebbe con sé su un’isola deserta; e per cui si è fatto beccare senza biglietto sulla metropolitana di Londra, mentre andava a un suo concerto. Questo “non è l’uomo che pensate che sia”. È “il figlio e l’erede di niente in particolare”, portavoce di una generazione (o forse più d’una) e campione indiscusso di stravaganze e contraddizioni, amarezze e ironie tutte inglesi. Questo è Morrissey.
[Questo testo è la prima parte dell’introduzione al libro Morrissey & The Smiths - Gli ultimi inglesi di Daniele Cianfriglia.]
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