L’epoca dell’universale venalità: andare oltre l’indignazione / 1

Feliz Consumo y Prospera Miseria 3 - Foto di docufotografitiQuesta è l’epoca della corruzione generale, della venalità universale, il tempo in cui tutto, dall’acqua alle idee, dalla sfera materiale a quella spirituale, ogni cosa, essendo diventata un valore venale, «viene portata al mercato perché là ne venga determinato il vero valore» (K. Marx, Miseria della Filosofia).

L’aria del Vesuvio, imbottigliata con ingegno dagli ambulanti napoletani fuori agli scavi di Pompei, è l’esempio pittoresco che tutto è merce, in una società basata su un essere umano particolare, l’operaio che vende la propria forza lavoro come valore d’uso del capitale. Come merce in mezzo ad altre merci. Che viene consumato, sfruttato, umiliato, offeso, che non conta e decide nulla, nonostante sia lui a produrre la ricchezza che occorre a far riprodurre l’intera società e a far arricchire le classi superiori.

Ci si può forse meravigliare che nell’epoca dell’universale venalità, di questa totale corruzione generale, anche l’arte, la letteratura, la cultura, siano diventate venali? L’arte di un’epoca di decadenza è essa stessa decadente. Questo è ovvio! Baricco, Ammaniti, Moccia, e simili, esistono e hanno successo, perché tale successo è esattamente il metro di misura di quest’epoca decadente. In un’epoca come questa devono esistere per forza personaggi simili. E indignarsi per questo, è buona cosa, ma non è sufficiente.

Le idee, i giudizi, le opinioni esistono non indipendentemente dal mondo reale. E nell’epoca della corruzione generale, della venalità, dell’effimero, da un lato abbiamo storielle buone per il mercato (è questo è il risultato della produzione culturale), dall’altro, dal lato della creazione soggettiva, abbiamo un individuo con la pomposa aurea autoriale, i cui rapporti col mondo reale sono delineati in modo tale che egli valuta il proprio “io” come “l’unica realtà”, diventando inevitabilmente un completo miserabile nel campo delle idee.

È questa è infatti anche l’epoca della miseria intellettuale della borghesia. Non soltanto infatti egli non ha idee, ma è storicamente incapace della possibilità di acquistarne. Un simile scrittore, da un lato si arricchisce di denaro e notorietà, dall’altro, in mancanza di idee chiare, si accontenta di confusi simulacri di idee, di surrogati attinti al rovesciamento feticistico della realtà, all’e­sperienza mondana fondata sull’evenemenziale, sulla mistica del vissuto quotidiano insignificante, e alla retorica stilistica e autocompiacente delle orchestrazioni lessicali, tutte cose che caratterizzano un’epoca di decadenza. Diventa esercizio da commessi servili del potere.

Il massimo di impegno confluisce nell’evasione e nella trasgressione, nella autorialità di una griffa, e ancora il potere, il denaro, la bella vita, il nulla, e pulsioni aristocratiche che permangono e sopravvivono come fannullonismo elitario nazionalpopolare. Insomma la letteratura diventa il racconto di una realtà senza significato, se non quello del fatto che il sangue e la carne del proletariato debbano stare categoricamente fuori dalla narrazione, che il genus, l’essenza della contraddizione dei rapporti sociali venga nascosta e trasfigurata in una testimonianza letteraria edulcorata.

Diventano pagine di televisione. Narcosi collettiva, idiotismo. L’assenza del significato come segno del tempo. La menzogna e l’effimero come unica realtà possibile da imbastire e registrare. La borghesia teme ciò che essa stessa produce. E deve tacere su quello che produce: milioni di schiavi salariati, miserie, guerre, devastazioni, soprusi morali, coercizioni.

Deve affrontare ogni aspetto delle manifestazioni della vita umana in maniera mistificata, falsata, menzoniera, riflettendo i luoghi comuni più biechi e abbordabili di una realtà reificata e alienata. Deve potersi guardare allo specchio e pensare di sé che può farcela, giudicare una simile epoca di sconvolgimenti a partire dalla coscienza che essa ha di sé stessa guardandosi intorno con lo spirito del buon padre di famiglia, che mente a se stesso, alla moglie e ai figli. E anche le idee letterarie riflettono questo anelare, questo appello alla governabilità dei processi materiali e spirituali. Dove le contraddizioni se irrompono devono essere ricondotte alla visione di quello specchio e di quella rappresentazione. Don’t worry, be happy… è il significato sempre più imbarazzato, sempre più ipocrita.

E tutto si sgretola, si polverizza e lo spirito dei tempi lascia lo zelo del buon padre di famiglia (figura infelice smentita dalle incursioni delle contraddizioni reali), per approdare ad un potere senza più significati nella narrazione, senza più in grado di evocare la ragione d’essere delle classi superiori e di esse le costruzioni ideologiche di fondati perchè. Sociologi e politologi che servono, chiamano tutto ciò antipolitica, crisi di consensi per il sistema politico, eccetera…

Semplicemente un’epoca in declino senza che scrivani e potenti siano minimamente credibili. I perché universali delle classi superiori sono morti, sono finiti nelle sottane di qualche prostituta di alto bordo, in qualche partita di cocaina, in qualche scalata, in qualche leggina ad hoc, nei vizi e nelle virtù individuali di che regge la cosa pubblica.

Il significato e il perché di tutto gira nelle tasche, si chiama denaro. Sta nelle banche e nelle imprese e si chiama capitale. Sta nelle fabbriche e si chiama sfruttamento operaio. Sta nelle città, nelle periferie e si chiama invivibilità, nelle scuole e nelle giovani generazioni crisi di senso, nell’animo del singolo individuo spiazzamento, mal di vita, umore melanconico, malattia.

Dinanzi a questa grossolana e venale verità… ormai senza più la qualità alta di una falsa rappresentazione dell’interesse generale, senza una immagine che somigli minimamente ad una coscienza storica della classe dominante e di un conseguente pensiero politico in grado di affrontare la crisi (ecco le avvertite inclinazioni delle classi superiori verso la ricerca di un cesarismo necessario, un uomo qualsiasi, tra i più squallidi e insulsi, che assolva al compito storico di salvatore della patria), tutta questa sconvolgente incapacità diventa nei salotti culturali e letterari, miseria totale nel campo della produzione delle idee, un mestiere indotto dall’associazione stimolo/risposta. Più denaro ricevono più salivano la bocca; le teorie comportamentiste di Pavlov sono applicabili, almeno a questa accozzaglia di cani con la penna.

Commenti

2 commenti to “L’epoca dell’universale venalità: andare oltre l’indignazione / 1”

  1. DiegoRossi on Luglio 31st, 2007 07:27

    Caro Rosario, penso che la letteratura abbia molte anime. Trovo le tue osservazioni interessanti e sincere, capaci di dare spunto a riflessioni profonde. Mi preme però sottolineare che il Noir è per esempio un sistema molto più commerciale e deprimente di un libro di Baricco. Ti invito per esempio alla lettura di “Questa storia.” in cui viene esaminata per esempio la battaglia di Caporetto, e ne emerge un significativo senso di rispetto per la vita. Quanti gialli invece, intrighi fantasmagorici invadono gli scaffali?
    Ma senza voler offendere nessuno, posso solo limitarmi a dire che oltre il magnifico “La variante di Lunenburg” di Paolo Mauresing ben poco di questo genere mi rimane significativo.

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