Il caso Acna: storie di lotte e di ordinari inquinamenti

Quel che è avvenuto non può essere cancellato e continuerà ad occupare il futuro,
affinché ciò non si trasformi in un incubo non servono esorcismi e false promesse.
L’unico esorcismo efficace che gli umani possono applicare al passato
consiste nel lavoro ininterrotto della memoria e della storia.

Pier Paolo Poggio

Il Caso AcnaQuando decisi di raccontare per valutare la vicenda dell’ACNA, i miei ricordi sul tema si limitavano a un evento vecchio di quindici anni, chissà come sopravvissuto tra nebulosi meandri della mia memoria. Siamo nella primavera del 1988 e la carovana del Giro d’Italia è in Piemonte. A Colle Don Bosco, telecamere e giornalisti attendono i corridori all’arrivo, sotto un grande striscione che sovrasta il pubblico assiepato ai lati della strada.

Tutto sembra svolgersi come da copione, finché un folto gruppo di persone scavalca deciso le transenne e invade l’asfalto, bloccando completamente l’accesso. Esasperati da quasi un secolo di lotte e di sofferenza più o meno cosciente, sindaci e cittadini della Valle Bormida invocano a gran voce un po’ di attenzione e mentre la tappa viene annullata tra la rabbia di organizzatori e corridori, il caso ACNA di Cengio sale alla ribalta della cronaca nazionale. Ma cos’era l’ACNA?

La storia

Cent’anni di veleno, Il Caso ACNA: l’ultima guerra civile italiana di Alessandro HellmannAcronimo di Aziende Colori Nazionali e Affini, l’ACNA nasce a Cengio (SV) nel 1892 come Dinamitificio Barbieri e avvia la produzione di polvere pirica, nitroglicerina e poi dinamite. Situata in un’ansa del fiume Bormida di Millesimo, poche centinaia di metri a monte del confine con il Piemonte, la fabbrica sfrutta la difficile praticabilità del versante piemontese e la vicinanza al porto di Savona, dove approdano le materie prime. Altro fattore strategico è senz’altro rappresentato dalla disponibilità di acqua e manodopera a basso costo.

Rilevata nel 1908 dalla Società Italiana Prodotti Esplodenti (SIPE) continua a produrre tritolo fino al 1925, quando la SIPE viene a sua volta assorbita dall’Italgas nell’ambito di una strategia volta ad ottenere un’integrazione verticale tra la produzione del coke e quella di gas illuminante.

Nel 1929 viene costituita la società ACNA (Aziende Chimiche Nazionali Associate), poi comprata a pezzi da aziende straniere (IG Farbenindustrie, Basf) e dalla Montecatini (poi Montedison). Abbandonata definitivamente la produzione di esplosivi, nel secondo dopoguerra l’azienda si dedica quasi esclusivamente alla produzione di coloranti e pigmenti organici per uso industriale (tessile, cuoio e materie plastiche). Si tratta di lavorazioni particolarmente inquinanti, che impongono il divieto di utilizzo a qualsiasi titolo delle acque del Bormida a valle dell’ACNA per un tratto di oltre 100 chilometri (dove il fiume, raggiunta Alessandria, si getta nel Tanaro), anche perché l’azienda necessita e dispone di notevoli quantità di acqua per diluire i reflui di produzione, che nei momenti di piena vengono smaltiti con deliberati e non autorizzati sversamenti nel Bormida.

In pochi decenni la natura del e attorno al fiume soccombe, rimpiazzata da un cocktail di diverse decine di sostanze tossiche quali solventi clorurati, clorobenzene (altamente cancerogeno) e diossina, presente nel percolato che filtra nel sottosuolo e poi trasuda nel fiume dai lagoons (bacini di stoccaggio dei reflui), mentre le emissioni gassose in uscita dai suoi 152 camini impestano la valle con una fitta nebbia di anidride carbonica e fenolo.

Gli scarti di produzione, milioni di tonnellate di rifiuti tossici frammisti a terreno e ghiaie contaminate, vengono interrati a profondità variabili nell’area di naturale esondazione del Bormida e costituiscono il battuto su cui negli anni successivi verrà ampliato lo stabilimento. In una zona prevalentemente rurale l’incidenza annuale di tumori e neoplasie si fa intanto rilevante, raggiungendo cifre paragonabili a quelle di una area a forte concentrazione industriale.

Se gli anni Settanta vedono una forte espansione, anche occupazionale, dell’ACNA (nel 1979 l’azienda ha oltre quattromila dipendenti), nei primi anni Ottanta lo stabilimento entra in crisi, tanto che in soli quattro anni riduce gli occupati a sole 800 unità.

Incapace di rinnovarsi, incalzata dalla concorrenza straniera e da un vasto movimento di opposizione popolare animato dall’instancabile attività dall’Associazione per la rinascita della Valle Bormida, nel 1993 l’azienda passa all’ENI e viene messa in liquidazione. Per altri sei anni, l’ACNA langue tra cassa integrazione e ulteriori licenziamenti fino alla chiusura, decretata nel 1999, anno in cui viene avviato il progetto di bonifica del sito, la più grande mai tentata in Europa.

Il tema

Caso emblematico non solo nell’Italia del boom economico ma dell’intero processo di industrializzazione del Paese, la vicenda dell’ACNA di Cengio affonda le sue radici in una pratica di sviluppo finalizzata interamente al profitto e totalmente indifferente ai costi, umani e soprattutto ambientali, che questo comporta. Crogiolo di inalienabili interessi politico/industriali e anacronistiche istanze contadine, offre alla curiosità dello storico come del documentarista molteplici piste di lavoro: i rapporti città-campagna, operai-contadini, fabbrica-territorio, sviluppo-arretratezza, economia-ecologia…

Ma non solo, la guerra vinta dai valligiani contro il moloc sbuffante che impesta il loro fiume è un meraviglioso esempio di lotta possibile e necessaria, presa di coscienza di una prospettiva ecologica in embrione e insieme riaffermazione di un’indiscutibile identità di valle mutuata dalla tradizione.

Sopprimere l’ACNA, impresa inimmaginabile negli anni del capitalismo rampante e spietato, diventa così obbligo morale in un’epoca di declino, in cui il prezzo da pagare (acqua inutilizzabile ed aria irrespirabile) si fa insostenibile per una comunità fortemente radicata nel proprio territorio e per questo in cerca di alternative, che si presentano sotto forma di ritorno cosciente al passato.

Esperienza pressoché unica di democrazia diretta, spontanea ed autogestita insieme, la protesta condensatasi attorno al nucleo di attivisti dell’Associazione per la Rinascita della Valle Bormida, al giornale Valle Bormida Pulita e alle associazioni ambientaliste che hanno preso a cuore il problema (WWF Italia e Pro Natura in primis), ha la capacità di riunire vecchi e giovani, contadini e non, cattolici, ambientalisti ed anarchici sotto un unico slogan: “ACNA chiusa!”

L’approccio

Negli anni caldi della contestazione, la vicenda dell’ACNA di Cengio è stata più volte liquidata dai media come semplice lotta tra due antagonisti dalle posizioni inconciliabili: i valligiani piemontesi prevalentemente contadini da una parte e gli operai liguri dall’altra. Tuttavia, ad un’analisi più attenta saltano subito all’occhio le evidenti incongruenze di tale impostazione.

Anzitutto l’assenza del soggetto che reggeva le redini della situazione, ovvero quel sistema industriale Stato dipendente e ammalato di cronica indisposizione al rinnovamento, che da sempre ha inteso l’ambiente come un qualcosa di ostile da addomesticare e sfruttare a proprio uso e consumo. Un sistema geneticamente legato alla politica del compromesso e del servilismo verso il più forte, che solo di fronte all’evidente approssimarsi del declino concede (meglio sarebbe dire forza) la possibilità di riflettere su alternative possibili di sviluppo.

Affrontare la storia da una prospettiva così macroeconomica avrebbe però tralasciato quel lato umano che a mio avviso è stato il vero motore/attore della vicenda, le migliaia di persone (spesso amiche e imparentate fra loro) che si sono ritrovate faccia a faccia davanti ai cancelli dell’ACNA, che si sono prese incoscientemente a botte per un’idea, giusta o sbagliata che fosse. Le vittime insomma, di una guerra tra poveri cristi prima sfruttati e poi abbandonati a sé stessi.

Eccezion fatta per le rare comparsate di rito dei rappresentanti delle istituzioni e dell’industria, a livello nazionale il problema è stato quasi del tutto ignorato e così è stato negli anni a venire, tanto che ricostruirne le dinamiche in un documentario ha assunto per me un importante valore di memoria storica, quasi si trattasse di dover ripianare un debito con la Valle Bormida e la sua gente, perché alla fine, chi più chi meno, delle lavorazioni che si facevano all’ACNA ne abbiamo beneficiato tutti, nessuno escluso.

“Ma come è stato possibile?” è stata la domanda che ho voluto rivolgere a tutti gli intervistati, indistintamente. E tutti, qui più o meno indistintamente, hanno riposto la stessa cosa: “Un tempo non si andava tanto per il sottile, la vita era dura, eravamo poveri, eccetera, eccetera”.

Come carne avviata al macello tutti, o quasi, abbassavano la testa in ossequio alle spietate leggi del progresso e del mercato, gioendo dei pochi privilegi concessi dal padrone in cambio di una schiavitù che a molti è costata addirittura la pelle e ora che la fabbrica non c’è più prevale l’incertezza e il futuro si tinge di toni scuri e cupi.

Il bilancio

Da sempre mi stupisce la tendenza, ovvero la necessità, che ha il Sistema di (appunto) sistematizzare, tanto che con un certo fastidio osservo la circuitazione del mio documentario etichettato come “ambientalista”. Ma forse sbaglio a lamentarmi, anche se per me sono evidenti le valenze sociali, piuttosto che ambientali, dello stesso.

Quello che ho cercato di fare non è stato descrivere l’insostenibilità di uno sviluppo modello ACNA di Cengio, bensì di indagarlo dalla prospettiva della gente comune, di coloro che ne sono stati coinvolti e sconfitti, mantenendo però un tono il più possibile distaccato (non oggettivo perché impossibile da realizzare). E quello che ne emerge è a mio avviso una tremenda malinconia, per i cancelli chiusi della fabbrica e le vie semivuote di Cengio, per le scritte “Basta ACNA” che scolorano e le giornate passate a organizzare riunioni e manifestazioni, per il ricordo dei compagni con cui si è condiviso un momento storico unico e irripetibile.

Un’atmosfera insomma da fine della festa (anche se di una festa di certo non si è trattata), quando con un filo di tristezza si raccolgono i bicchieri macchiati di vino sparsi un po’ ovunque. Una “festa” costata cara certo, ma che comunque per un certo tempo ha dato l’illusione di essere vivi, di poter essere artefici del proprio destino. La Valle Bormida è oggi un luogo senza dubbio unico, residuo scomodo dell’industrializzazione e insieme paesaggio campestre pressoché risparmiato dallo scempio di infrastrutture e complessi residenziali perché l’ACNA teneva tutti a debita distanza, scoraggiando qualsiasi tipo di insediamento.

Un luogo purtroppo isolato e semi-abbandonato, che però si ritrova tra le mani un’occasione unica, quella cioè di poter avviare uno sviluppo, quello sì sostenibile, che dia un senso a ciò che è stato e fornisca una valida alternativa a declino e all’oblio.

[Fulvio Montano è il regista del film Il caso Acna. Storie di lotte e ordinari inquinamenti e questo testo è stato pubblicato anche sul sito Cinema Invisibile. È disponibile su Flickr una galleria fotografica con alcune immagini del film. Inoltre le novità relative a questa e ad altre produzione della Ticho Film è possibile seguire il relativo blog. Infine ricordiamo che sul caso è uscito il libro Cent’anni di veleno – Il caso ACNA l’ultima guerra civile italiana di Alessandro Hellmann, disponibile per il download da Libera Cultura.]

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