Un’avventura galante del Conte di Cavour / 4
[Le puntate precedenti: prima, seconda e terza]. Nel frattempo il conte Camillo pilotò il colloquio con Sir John verso la conclusione, chiedendogli poi di restare a cena, com’era suo dovere di ospitalità. Mentre parlava, la parte più privata della sua mente stava mettendo rapidamente insieme una rudimentale strategia: “Potrei far stare a cena anche il ragazzo… ottima copertura… discrezione… nessun sospetto. Potrebbe essere un’idea…”. Ma il gentiluomo inglese dovette cortesemente rifiutare: Lady Hudson non stava troppo bene, dopo essersi strapazzata nel viaggio in diligenza attraverso le Alpi. Il conte Camillo non insistette e accompagnò il visitatore fino alla porta. Concluso il suo dovere di ospite, si diresse subito verso il salotto privato, dove il contino Giovanni stava aspettando pazientemente, col bicchiere dello sherry ormai vuoto. Il conte si scusò ampiamente col giovane che, alzatosi rispettosamente in piedi, lo assicurava che non era nulla, che era suo dovere. Lo sherry gli aveva però tolto un po’ della soggezione iniziale. Gli aveva inoltre colorito ancor più il volto e acceso ancor più gli occhi castani.
Rassicurato dalla cordialità del ministro, il contino finì con l’aprirsi ad un sorriso che mise in mostra dei bei denti bianchi e scavò due simpatiche fossette sulle sue guance. Ciò finì col far decidere il conte Camillo:
«Le ho fatto far tardi e sicuramente avrà ormai perso l’ora di cena. Son desolato, Brusati. Permetta almeno che la tenga qui a cena con me. Il signore inglese non ha potuto fermarsi e così almeno lei mi farà compagnia. Il progetto lo guarderemo insieme dopo cena».
Per un istante il contino Giovanni si sentì perduto: a cena, a casa del ministro… col conte di Cavour in persona… vestito così da tutti i giorni…!!! Ma quel simpatico sherry di prima e l’incoscienza della sua giovane età gli fecero presto cambiare idea. Tentò di dire, senza troppa convinzione, che non aveva avvisato a casa, che non voleva arrecare disturbo, ma il conte Camillo insistette. Si fece dire dal contino dove alloggiava e fece mandare un valletto a casa della baronessa Andreatta ad avvertire che il suo giovin fratello sarebbe rientrato più tardi, perché trattenuto per una pratica d’ufficio da Sua Eccellenza, il conte di Cavour. Sistemata così la faccenda, il conte Camillo disse a Tommaso che il signor contino Brusati avrebbe preso il posto dell’ospite inglese e di servire lui stesso a tavola. Dato che era già tardi, la servitù infatti poteva ritirarsi. Per l’intanto Tommaso doveva far vedere al contino dove rinfrescarsi prima di mettersi a tavola.
A tavola, si cominciò col parlar di vini. I Brusati producevano del vino in quel di Ghemme e il conte volle informazioni dettagliate sul tipo di vite, sulla produzione, su tutto. Il contino Giovanni se la cavò abbastanza bene. Poi il conte Camillo cominciò a spiegare al suo giovin commensale l’arte vera dei vini. Da Tommaso si fece portare dalla cantina qualche bottiglia dei suoi vini migliori, specialmente quelli del castello di Grinzane, che gli fece assaggiare spiegandoli uno ad uno. Con piacere notò come il ragazzo partecipasse alla discussione, genuinamente interessato. La conversazione divenne piacevolmente animata, mentre Tommaso silenziosamente serviva il consommé con pasta reale, seguito dal pollastrino giovane, dal piatto di carni arrosto e bollite con la purée a parte, dal piatto dei cardi al gratin, dal budino al liquore, dalla frutta da vigna. Il giovane conte Brusati faceva onore alla tavola e ai vini del conte Camillo, pur mantenendo tutte le buone maniere inculcategli da quella santa donna di sua madre e dalla sua signora nonna, la marchesa. Ma era sveglio e allegro per natura, con un sorriso facile e un fare simpatico, e gli piaceva raccontare.
Il conte lo fece parlare, ascoltandolo con un sorriso cordiale dietro le sue piccole lenti da miope. Venne così a sapere che il contino Giovanni non aveva ancora diciannove anni, che gli piaceva andare a caccia, che amava ballare, che era stato a Milano, a Genova, perfino a Massa Carrara. Non gli piaceva molto studiare, però, e dopo una breve ma disastrosa esperienza all’Università di Pavia, dove i Brusati inviavano da sempre i loro figlioli più intelligenti, era stato messo al Ministero dal signor conte suo padre. Diplomaticamente, disse che il lavoro gli piaceva. Ma soprattutto gli piaceva viaggiare e non desiderava altro che poter visitare Parigi, Napoli, Londra. Gli sarebbe piaciuto anche andare in Africa, a caccia di fiere. Aveva già cacciato il cinghiale nella brughiera del Ticino. Ma la sua preda più grossa finora era stata una mucca, un errore di tiro che l’anno prima lo aveva cacciato in seri guai. Raccontò con gusto le peripezie del disastroso sparo alla vacca dell’arciprete di Oleggio, divertendo immensamente il conte Camillo, che scoppiava in sonore risate.
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