Morrissey & The Smiths: gli ultimi inglesi / 2
[Prima parte]. Sa di avere davanti un pubblico speciale, più coinvolto che in qualunque altra città, più amorevole e più critico; sicuramente qualche conoscenza di vecchia data. Sa che i suoi commenti e le sue battute davanti a questo pubblico sono diversi, speciali, perché c’è un’intricata maglia di relazioni tra le sue canzoni di ieri e i luoghi che normalmente chi è in platea conosce.
Ma sa anche che il suo ruolo è cambiato; sa di avere un’immagine pubblica a cui attenersi. Ringrazia quanti hanno votato per lui nel concorso indetto da The Culture Show, trasmissione di BBC4, per eleggere l’icona vivente della cultura inglese. Morrissey si è piazzato al secondo posto. A tenergli compagnia nella shortlist altri mostri sacri; in ordine di classifica lo hanno seguito: Paul McCartney, l’amico-nemico David Bowie, Michael Caine, l’attore e scrittore Stephen Fry (l’Oscar Wilde cinematografico), Kate Bush, l’autore teatrale e spirito-affine-con-cui-prende-il-tè Alan Bennett, Kate Moss e Vivienne Westwood. È stato scavalcato solo da Sir David Attenborough, il regista di documentari naturalistici contro il quale Morrissey inveirà pesantemente durante il suo show.
Compiaciuto e piccato, per il suo secondo posto, ci tiene a dire che non l’avrebbero fatto vincere comunque; gli piace fare la vittima, gli piace il personaggio stesso della vittima; probabilmente è convinto che chiunque, anche se dotato di una mente criminale e autore di efferati delitti, in fondo non è nient’altro che una vittima. E non si risparmia di ricordare che fu proprio qui, dove in passato sorgeva la stazione centrale e gli omosessuali venivano a “battere”, che Ian Brady adescò Edward Evans, ultima vittima dei Moors Murderers, i sanguinosi delitti della brughiera raccontati agli inizi della carriera in Suffer Little Children. Delitti, vita, morte, omosessualità, temi cari da sempre a Morrissey, dagli esordi, in cui citava nelle canzoni battute dei film del Free Cinema inglese, a oggi, con la foto di Pasolini che campeggia alle sue spalle come scenografia.
L’epoca dell’universale venalità: andare oltre l’indignazione / 1
Questa è l’epoca della corruzione generale, della venalità universale, il tempo in cui tutto, dall’acqua alle idee, dalla sfera materiale a quella spirituale, ogni cosa, essendo diventata un valore venale, «viene portata al mercato perché là ne venga determinato il vero valore» (K. Marx, Miseria della Filosofia).
L’aria del Vesuvio, imbottigliata con ingegno dagli ambulanti napoletani fuori agli scavi di Pompei, è l’esempio pittoresco che tutto è merce, in una società basata su un essere umano particolare, l’operaio che vende la propria forza lavoro come valore d’uso del capitale. Come merce in mezzo ad altre merci. Che viene consumato, sfruttato, umiliato, offeso, che non conta e decide nulla, nonostante sia lui a produrre la ricchezza che occorre a far riprodurre l’intera società e a far arricchire le classi superiori.
Ci si può forse meravigliare che nell’epoca dell’universale venalità, di questa totale corruzione generale, anche l’arte, la letteratura, la cultura, siano diventate venali? L’arte di un’epoca di decadenza è essa stessa decadente. Questo è ovvio! Baricco, Ammaniti, Moccia, e simili, esistono e hanno successo, perché tale successo è esattamente il metro di misura di quest’epoca decadente. In un’epoca come questa devono esistere per forza personaggi simili. E indignarsi per questo, è buona cosa, ma non è sufficiente.
Le idee, i giudizi, le opinioni esistono non indipendentemente dal mondo reale. E nell’epoca della corruzione generale, della venalità, dell’effimero, da un lato abbiamo storielle buone per il mercato (è questo è il risultato della produzione culturale), dall’altro, dal lato della creazione soggettiva, abbiamo un individuo con la pomposa aurea autoriale, i cui rapporti col mondo reale sono delineati in modo tale che egli valuta il proprio “io” come “l’unica realtà”, diventando inevitabilmente un completo miserabile nel campo delle idee.
Un periodo speciale tra jineterismo e arte di arrangiarsi
Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979) è un giovane autore cubano che ha pubblicato tre libri in Italia. In patria scrive poesie e racconti fantastici per la rivista El Barrio, è poeta repentista, cantante rock per il gruppo Esperanza. Ha esordito in Italia con Machi di carta - confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003) che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico. A gennaio 2004 ha pubblicato il romanzo breve La Marina del mio passato (Edizioni Nonsoloparole - Napoli) e a maggio 2005 il romanzo di ampio respiro Vita da jinetera (Edizioni Il Foglio - Piombino) sul mondo della prostituzione. Alcuni dei racconti contenuti nell’inedito Bozzetti avaneri sono stati pubblicati su rivista e in alcuni siti internet (si veda TellusFolio).
Adesso esce questo Cuba particolar - Sesso all’Avana, che nella versione spagnola è intitolato La casa di Isa - Notti di sesso all’Avana, storia di vita quotidiana nella Cuba del periodo speciale tra jineterismo e arte di arrangiarsi. Il romanzo è scritto in terza persona con uno stile piano e colloquiale, poco letterario e vicino alla lingua parlata, ma l’autore realizza efficaci momenti poetici quando pizzica le corde del rimpianto e del tradimento rivoluzionario. I fatti si svolgono nel 2003, periodo in cui viene scritto il romanzo, ma i problemi sono attuali, pure se invece dei dollari adesso i cubani maneggiano pesos convertibles.
La vita di Isabel scorre all’Avana, in calle veintitrés, Nueva Vedado, un quartiere elegante dove una volta vivevano i vecchi padroni e la borghesia di Batista. Possiede una bella villa che le ha lasciato il padre, un bene importante invidiato da molti perché può affittare ai turisti e sentirsi una nuova ricca. Isabel è padrona di una casa particolar. Non è da tutti a Cuba. È una privilegiata, come dice Cubavision, una nuova borghese che vive maneggiando dollari, ma non è certo lei che ha voluto questo privilegio. Possiede una laurea in giornalismo ottenuta studiando all’Università dell’Avana e molti anni prima lavorava per Tele Rebelde.
Morrissey & The Smiths: gli ultimi inglesi / 1
Mentre il Regno Unito è stretto in una morsa di gelo e la British Airways cancella tutti i domestic flights, Manchester ospita, in un clima pre-natalizio, il concerto dei suoi figli più illustri e controversi. Steven Patrick Morrissey, un tempo voce degli Smiths, la più influente band inglese degli Anni Ottanta, chiude il tour europeo del suo recente album solista Ringleader of the Tormentors nella sua città natìa. Un evento. Un non-evento. I rapporti tra l’uomo e la città sono difficili da chiarire - è l’amore-odio del figlio verso la madre, dell’esule volontario nei confronti della sua terra.
Un cordone ombelicale reciso molti anni fa, già nel 1984, quando Morrissey prima, e tutti gli Smiths poi, si trasferirono a Londra per tenere sotto controllo i loro interessi con la Rough Trade di Geoff Travis. Era la prima tappa di un vagabondaggio che lo ha portato poi a Los Angeles (nella stupenda villa di Hollywood che Clark Gable aveva regalato a Carole Lombard) e a Roma (nel 2005, per sfuggire agli stalkers e con la convinzione di abitare in una città più tranquilla e bendisposta verso lo “straniero”).
È la fine del tour: la stanchezza si fa sentire, la performance è convincente, ma non esaltante, come spesso accade quando si parla di Moz (così lo chiamano i fan) negli ultimi anni. Scaletta che lascia poco spazio all’immaginazione, prevedibile e opportunamente ritoccata di data in data, senza scossoni. Nessun colpo di scena, dunque, ma in molti desidererebbero un impossibile deus ex machina: veder apparire sul palco l’altra metà compositiva degli Smiths, Johnny Marr. Vent’anni dopo lo scioglimento della band.
Ma il miracolo non accade. Non accade mai nella vita, tanto meno nella fredda, piovosa e monotona Manchester. C’è solo Morrissey con la sua band, o meglio con la sua gang del momento: Boz Boorer, Gary Day, Jesse Tobias, Matt Walker e Michael Farrell. “I am the king of the slums”, il re dei bassifondi, si presenterà durante il concerto.
Il caso Acna: storie di lotte e di ordinari inquinamenti
Quel che è avvenuto non può essere cancellato e continuerà ad occupare il futuro,
affinché ciò non si trasformi in un incubo non servono esorcismi e false promesse.
L’unico esorcismo efficace che gli umani possono applicare al passato
consiste nel lavoro ininterrotto della memoria e della storia.
Pier Paolo Poggio
Quando decisi di raccontare per valutare la vicenda dell’ACNA, i miei ricordi sul tema si limitavano a un evento vecchio di quindici anni, chissà come sopravvissuto tra nebulosi meandri della mia memoria. Siamo nella primavera del 1988 e la carovana del Giro d’Italia è in Piemonte. A Colle Don Bosco, telecamere e giornalisti attendono i corridori all’arrivo, sotto un grande striscione che sovrasta il pubblico assiepato ai lati della strada.
Tutto sembra svolgersi come da copione, finché un folto gruppo di persone scavalca deciso le transenne e invade l’asfalto, bloccando completamente l’accesso. Esasperati da quasi un secolo di lotte e di sofferenza più o meno cosciente, sindaci e cittadini della Valle Bormida invocano a gran voce un po’ di attenzione e mentre la tappa viene annullata tra la rabbia di organizzatori e corridori, il caso ACNA di Cengio sale alla ribalta della cronaca nazionale. Ma cos’era l’ACNA?
La storia
Acronimo di Aziende Colori Nazionali e Affini, l’ACNA nasce a Cengio (SV) nel 1892 come Dinamitificio Barbieri e avvia la produzione di polvere pirica, nitroglicerina e poi dinamite. Situata in un’ansa del fiume Bormida di Millesimo, poche centinaia di metri a monte del confine con il Piemonte, la fabbrica sfrutta la difficile praticabilità del versante piemontese e la vicinanza al porto di Savona, dove approdano le materie prime. Altro fattore strategico è senz’altro rappresentato dalla disponibilità di acqua e manodopera a basso costo.
Rilevata nel 1908 dalla Società Italiana Prodotti Esplodenti (SIPE) continua a produrre tritolo fino al 1925, quando la SIPE viene a sua volta assorbita dall’Italgas nell’ambito di una strategia volta ad ottenere un’integrazione verticale tra la produzione del coke e quella di gas illuminante.
Il mercante di eresie: la cattiva strada
[Questo brano è tratto dal libro Il mercante di eresie di Andrea Moneti.]
Al nome di Dio, a dì 16 di aprile, Anno Domini 1304
Carissimo Iacopo, è passato quasi un anno dalla mia cacciata e molte cose sono successe. Ti scrivo dalle terre che appartengono al contado delle città di Vercelli e di Novara, un tempo possedimenti dei conti Biandrate. Il luogo dove mi trovo ha per nome Pian di Cordova ed è posto vicino alle borgate di Gattinara e Serravalle, a circa venti, fors’anche venticinque miglia dalla città di Vercelli, nella bassa Valsesia.
Ti starai domandando come e per quale cagione sono arrivato così lontano. Dopo la mia bandita da Arezzo, passati alcuni mesi, decisi di non seguitare il destino dell’esule come gli altri cacciati che erano meco. Girovagai e nel mio gitare finii nelle terre di Bologna e Parma. Fu lì che, mosso da non so quale sentimento, forse più dal bisogno e dalla necessità, cercai e ritrovai Marco Spina. Qualcosa mi spingeva al nostro amico veneziano, che viveva di elemosine e ancora vestito come un frate. Ora molte cose sono cambiate. Dolcino da Novara, l’eretico che abbiamo veduto e sentito in quella casa anni fa, adesso è lui la guida degli Apostolici. Gherardo Segarelli è morto bruciato nell’A.D. 1300 nella città di Parma. Ho seguito Marco fino in Valsesia perché a breve ci raggiungerà altra gente sua che, dopo aver peregrinato per le terre di Trento, le rive del lago di Garda e le diocesi di Bergamo, Como e Milano, è alla ricerca di un posto sicuro.
Gli abitanti di Gattinara ci hanno accolti con benevolenza e pure i magistrati del posto hanno festeggiato Dolcino. Ogni giorno giungono nuovi proseliti dalle vallate e dalle montagne vicine.
Pluralismo culturale: valore da tutelare
A proposito di sconti librari imposti per legge, situazione asfittica del mercato editoriale e tutela dei lettori, pubblichiamo una breve intervista a Natale Ripamonti, vice presidente al Senato del gruppo “Insieme con l’Unione Verdi-PdciI” e membro della commissione bilancio, giunta per le elezioni ed immunità parlamentari, commissione di vigilanza RAI.
Cosa si nasconde, a tuo avviso, dietro la politica degli sconti dissennati praticata dai grossi editori, per esempio l’ultimo del 30 per cento proposto da Einaudi?
Si nasconde (!) la scelta di intervenire sul mercato da una posizione di forza, soprattutto nei confronti dei piccoli editori che non possono praticare sconti così alti e quindi sono tutti “fuori mercato”. Inoltre gli sconti maggiori vengono applicati sui cosidetti best-seller a scapito di altre produzioni magari culturalmente più significative. Tutto ciò impoverisce il mercato del libro e il pluralismo della produzione. Qualcuno parla di produzione libraria spazzatura.
Cosa si nasconde, sempre a tuo avviso, dietro le provvidenze nei riguardi della grossa editoria: milioni di euro a Mondadori e centinaia di milioni ogni anno ai grossi quotidiani, fatte salve le scandalose briciole ai giornali di partito?
La volontà del “potere politico” di tenersi amica la grossa editoria. È un errore perché di solito i grossi quotidiani sono quelli che influenzano di più l’opinione pubblica con campagne scandalistiche, antipolitiche e a volte qualunquiste. E’ una situazione che deve cambiare, mi auguro che Disegno di Legge del Governo di Riforma del settore dell’editoria affronti efficacemente questa questione.
Cuba particular: risveglio a Nueva Vedado
[Questo brano è tratto dal libro Cuba Particular di Alejandro Torreguitart Ruiz tradotto in italiano da Gordiano Lupi.]
Isa la mattina si sveglia lentamente. Sente Paco che si alza e lascia che sia pronto per uscire, poi si dirige a tastoni verso il piccolo bagno (il bagno più grande è per i turisti e loro si devono arrangiare) e si lava il viso con un po’ d’acqua fredda e sapone. In quel breve lasso di tempo Isa è sola e non ha niente da fare, solo aspettare che Paco torni con le provviste e che i turisti vengano a far colazione.
Allora si mette seduta nel patio ancora in veste da casa, dondola un sellon di legno nel caldo del mattino, osserva le palme che muovono le fronte sotto flebili soffi di vento e ascolta il latrare dei cani che percuotono il silenzio della strada. Pensa. Soprattutto pensa perché questo è il momento migliore per pensare, quando la vita si risveglia e la giornata comincia, quando sembra di avere tutto davanti ancora intatto, tutto da costruire.
Isa una volta ha creduto di poter cambiare il mondo con la forza del pensiero, solo facendo le cose in cui credeva. Ci ha creduto ma adesso non è più il tempo per certe cose. Il mondo va avanti da sé, prende la sua piega, c’è poco da fare, pensa mentre fuma la prima sigaretta del mattino e ricorda.
Ridurre il danno della memoria
Non bisogna stancarsi di guardare il mondo in faccia. E ci sono certe cose che mi impediscono di tacere, tante. Leggevo infatti giorni fa su Repubblica che è stato usato da alcuni scienziati il propranololo, accoppiandolo ad una terapia psichiatrica, per far sparire le memorie spiacevoli in pazienti che hanno subito un trauma. L’articolo racconta che:
Somministrando il farmaco nel momento in cui il paziente stava ricordando il trauma i neuroscienziati sono riusciti ad affievolirlo e a cancellarne i lati spiacevoli, con risultati che aprono speranze per chi soffre di stress post-traumatico, di attacchi di ansia o panico legati ad un evento specifico scatenante. Abbiamo dato ai pazienti un farmaco che elimina la parte emotiva del ricordo nel momento in cui lo stavano recuperando” ha spiegato al quotidiano britannico Daily Telegraph il dottor Karim Nader, della McGill University, che da anni lavora a queste ricerche.
La cosa mi ha entusiasmato. Finalmente avrei trovato ogni soluzione alla mia visione del mondo. E faccio un appello agli scienziati e alle case farmaceutiche: distribuite gratuitamente la pillola dell’amnesia! Liberalizzatene la vendita. Fate in modo che quando vado alla Ipercoop possa trovarla sul banco tra un dentifricio cinese e una birra italianissima.
A proposito di laicità e di biblioteche laiche
La “sana laicità”, così com’è intesa dalla Chiesa cattolica fin dai tempi di Pio IX, è indubbiamente la caratteristica di coloro che sono disposti a obbedire incondizionatamente ai precetti, in parte tutt’altro che immutabili, di quel “magistero” religioso. Chiunque critichi questo o quell’aspetto di tale “insegnamento”, chiunque osi svelare senza “cautele” scomode realtà della storia della Chiesa, chiunque denunci le pesanti e continue ingerenze della gerarchia cattolica nella sfera politica, chiunque rifiuti il manto fondamentalista con cui si vogliono soffocare diritti e libertà individuali viene bollato con generose e spesso violente accuse di “laicismo”, “relativismo”, “anticlericalismo ottocentesco” et similia.
La gravità di questa situazione, spumeggiante di censure in ogni ambito e caratterizzata anche da interessata obbedienza da parte di tanti politici di destra e di sinistra, è sotto gli occhi di tutti, ma non sono pochi in ambito laico coloro che si votano al silenzio, lasciando così sempre più spazio alla volontà di controllo della Chiesa. D’altra parte non si può fare a meno di notare che talune proteste contro quell’agire del Vaticano si esprimono con atteggiamenti futili, controproducenti, scioccamente dissacratori. Non si giunge da nessuna parte dipingendo il papa in mutande o mostrando “provocatoriamente” le natiche in pubblico.
Autori e letteratura “fuorilegge”
«Il fatto che un Nobel – che di certo non avrebbe problemi a trovare chi lo pubblichi e, anzi, sul web rinunci, presumibilmente, a lauti guadagni per sé e per il suo editore – rinunci alla carta, fa pensare che la stessa percezione di cosa sia la letteratura (di che ruolo abbiano, e chi siano gli scrittori) si stia modificando.» Un’annotazione non da poco, proposta in un corsivo sull’ultimo inserto Cultura & Tempo Libero de Il Sole 24 Ore, a segnalare come Elfriede Jelinek, Premio Nobel per la letteratura nel 2004, abbia deciso di pubblicare il suo nuovo romanzo (”Invidia”), a puntate sul proprio sito. Romanzo che, attenzione, «non approderà mai nelle librerie, non prenderà la forma “canonica” di libro e si legge gratuitamente». Ma ben più che e diversamente da una «radicale scelta [di] sottrazione al pubblico tradizionale», come azzarda il corsivo, ciò conferma la realtà di una letteratura che evade, che diventa fuorilegge, cioè fuori dalle leggi di mercato. Tante grazie, dirà qualcuno, è comodo farlo per un premio Nobel. E le nuove leve che vogliono farsi largo? Semplice: la smaterializzazione del libro giova anche a loro, anzi apre a costoro (a noi tutti, in realtà) nuove porte, li collega con il globale, inventa nuovi mercati e li rilancia a tutto campo. Oggi più che mai, grazie alla Rete, chi ha qualcosa da dire, chi voglia “fare cultura e letteratura col sangue”, non deve più temere la prigione del codice a barre. Nè l’intermediazione blindata dei cartelli editoriali. Ovvio che, insieme a quella dell’autore, vada cambiando anche la stessa figura dell’editore — cose in quest’ambito proviamo a fare da tempo. Un mutamento che, grazie agli inediti coraggiosi e ai Premi Nobel, non è più solo una percezione ma un percorso concreto e inarrestabile.
L’hi tech che ci ha cambiato la vita? Merito di geni dimenticati
[Questa intervista è stata pubblicata dalla Reuters Italia e ripresa da Yahoo! Notizie dopo l’uscita del libro Hacker, scienziati e pionieri: storia sociale del ciberspazio e della comunicazione elettronica di Carlo Gubitosa.]
Per molti progressi scientifici e tecnologici che hanno rivoluzionato la nostra vita, siamo debitori di geni rimasti sconosciuti. Studiosi eccentrici spesso osteggiati, a volte addirittura perseguitati dai loro contemporanei. Mentre alla storia, da Samuel Morse a Thomas Edison a Bill Gates, sono passati quanti hanno saputo trovare applicazioni pratiche e mercato per intuizioni geniali che non erano loro.
È quanto sostiene Carlo Gubitosa, giornalista e studioso delle tecnologie, autore di Hacker, scienziati e pionieri: storia sociale del ciberspazio e della comunicazione elettronica, scaricabile anche dal sito dell’editore Stampa Alternativa, nella convinzione che le opere d’intelletto dovrebbero circolare liberamente.
Tra tanti geni ignorati, “penso ad esempio a Gary Kildall, ‘padre’ del CP/M, sistema operativo alla fine trasformatosi in MS-Dos, facendo la fortuna dell’uomo più ricco del mondo: Bill Gates, fondatore di Microsoft”, dice a Reuters Gubitosa, nel corso di un’intervista da Santo Domingo, dove sta lavorando ad un progetto di cooperazione per l’Unione Europea.
“Come italiani inoltre, dovremmo studiare nelle scuole elementari la storia di Innocenzo Manzetti (1826-1877), il valdostano che a metà Ottocento inventò un sistema di trasmissione elettrica della voce molto prima degli esperimenti di Antonio Meucci e Graham Bell, ricordato solamente da alcuni appassionati di storia della scienza”, aggiunge.
Diversamente scrittori: evadere dai codici a barre
Il regime editorial-culturale italiano è ben rappresentato da una grande foto di qualche giorno fa pubblicata nelle pagine di costume del Corriere della Sera. C’è il fresco vincitore del Premio Strega, che anche le pietre del selciato davanti a casa mia oltre al mio gatto sapevano che avrebbe vinto, tutto sorridente, lui di solito un po’ triste e corrucciato, con a fianco indovinate chi? Ma sì, lui, Gian Arturo Ferrari, il manganello (editoriale) di Berlusconi con una faccia che sprizza dobloni in quantità stratosferica.
Bella foto di famiglia. La potrei chiamare la “famiglia del Lodo”, in onore ai metodi da Basso Impero con cui il Cavaliere s’è sgraffignato la casa Editrice, la Mondadori per l’appunto, che ha stampato il romanzo (romanzo?) di Ammanniti. Piuttosto l’ennesima “finzione” letteraria, buona tutt’al più per uno sceneggiato sulla televisione berlusconiana o per quella di stato che gli è tanto vicina ed eguale.
Noi siamo l’anti-funzione, l’anti-fiction. Perché ogni pagina dei nostri scrittori è realtà, vita vera, sofferenza, piacere, indignazione, denuncia, rabbia, passione civile, guerriglia per una società diversa e migliore a cominciare da una cultura e da una letteratura col sangue. L’anti-fiction vuol dire anche, in altre parole, quella della motivazione del quinto Festival Resistente. Diversamente scrittori loro da Ammanniti, diversamente editori noi da Mondadori.
Un’avventura galante del Conte di Cavour / 4
[Le puntate precedenti: prima, seconda e terza]. Nel frattempo il conte Camillo pilotò il colloquio con Sir John verso la conclusione, chiedendogli poi di restare a cena, com’era suo dovere di ospitalità. Mentre parlava, la parte più privata della sua mente stava mettendo rapidamente insieme una rudimentale strategia: “Potrei far stare a cena anche il ragazzo… ottima copertura… discrezione… nessun sospetto. Potrebbe essere un’idea…”. Ma il gentiluomo inglese dovette cortesemente rifiutare: Lady Hudson non stava troppo bene, dopo essersi strapazzata nel viaggio in diligenza attraverso le Alpi. Il conte Camillo non insistette e accompagnò il visitatore fino alla porta. Concluso il suo dovere di ospite, si diresse subito verso il salotto privato, dove il contino Giovanni stava aspettando pazientemente, col bicchiere dello sherry ormai vuoto. Il conte si scusò ampiamente col giovane che, alzatosi rispettosamente in piedi, lo assicurava che non era nulla, che era suo dovere. Lo sherry gli aveva però tolto un po’ della soggezione iniziale. Gli aveva inoltre colorito ancor più il volto e acceso ancor più gli occhi castani.
Rassicurato dalla cordialità del ministro, il contino finì con l’aprirsi ad un sorriso che mise in mostra dei bei denti bianchi e scavò due simpatiche fossette sulle sue guance. Ciò finì col far decidere il conte Camillo:
«Le ho fatto far tardi e sicuramente avrà ormai perso l’ora di cena. Son desolato, Brusati. Permetta almeno che la tenga qui a cena con me. Il signore inglese non ha potuto fermarsi e così almeno lei mi farà compagnia. Il progetto lo guarderemo insieme dopo cena».
Si archivi la “piccola Ustica”
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin morirono insieme il 20 marzo 1994. Erano a Mogadiscio e il giorno successivo i contingenti inviati in Somalia per l’operazione Restore Hope avrebbero levato le tende da un paese in cui non avevano risolto niente, i signori della guerra continuavano a spararsi addosso e a sparare in giro e l’unico risultato raggiunto era stato quello di aver fatto registrare situazioni peggiori di quelle di partenza. Il futuro non sarebbe stato meglio e di recente si è parlato di un ritorno dei caschi blu da quelle parti.
I due giornalisti, però, non morirono semplicemente. Vennero raggiunti da una raffica di colpi d’arma da fuoco sparata contro l’auto su cui viaggiavano. Erano appena rientrati da Bosaso, erano passati in hotel giusto il tempo per una rapida sosta e una telefonata in Italia promettendo un servizio importante per l’edizione del Tg3 delle 19 ed erano ripartiti. Poche centinaia di metri dopo l’agguato. Si diedero molte versioni, per lo più infondate e successivamente smontate.









