Un’avventura galante del Conte di Cavour / 3
[Le puntate precedenti: prima e seconda]. Subito dopo, però, nel congedarsi, il Presidente del Consiglio chiese allo Charvaz di fargli mandare nel suo ufficio a Palazzo Carignano, quel pomeriggio stesso, una copia del progetto del canale. Sapeva naturalmente che sarebbe toccato al subalterno portare il documento da un ministero all’altro. Mentre stringeva la mano al caposezione, il conte come se nulla fosse lanciò un’ultima occhiata nell’ufficio accanto e trovò quegli altri due occhi, più giovani, che lo stavano a guardare. L’incrociarsi degli sguardi fu mantenuto un poco di più della solita frazione di secondo, sia dall’uomo che dal ragazzo, e fu accompagnato da un’ombra lieve, lievissima, di sorriso da parte di entrambi, così lieve ed innocente da essere impercettibile a chiunque altro. Infatti lo Charvaz non se ne accorse neppure, indaffarato com’era ad inchinarsi ripetutamente a Sua Eccellenza.
Tornato nel suo ufficio della Presidenza del Consiglio, il conte di Cavour mandò uno dei suoi segretari ad informarsi sulla famiglia dei conti Brusati di Novara. Gli fu riportato poco dopo che il conte Gaudenzio Brusati, possidente con terreni agricoli nella Lomellina, vigneti in quel di Ghemme, boschi in Valsesia e un palazzo in Novara, tutti parzialmente ipotecati, aveva tre figli maschi: Giovanni, il primogenito, lavorava al Ministero dell’Agricoltura, Giulio, il secondo, era appena entrato all’Accademia Militare come cadetto, l’ultimo, Giuseppe, era ancora in casa. La figlia era invece sposata al barone Andreatta di Torino, che lavorava alla Direzione di Polizia. Il conte Gaudenzio era di tendenze clericali, ma non faceva politica e non aveva appoggi a corte.
«Bene, bene» disse il conte congedando il segretario, e riprese il suo lavoro.
Nel primo pomeriggio fu però lo stesso Charvaz a portare i fascicoli del canale. Se il conte ne fu contrariato, non lo diede di certo a vedere. Disse solo che, purtroppo, convocato a Palazzo, doveva uscire tra poco e quindi non poteva guardarsi i piani.
«Però, mi faccia un favore, caro Charvaz. Li faccia portare a casa mia stasera, così potrò dare un’occhiata in santa pace a questo benedetto canale. Anzi, me li mandi col giovane Brusati, in modo che potrò così inviare i miei rispetti al conte suo padre. Stamattina me ne son proprio dimenticato.»
Lo Charvaz, povero diavolo, non poteva certo sapere che Sua Eccellenza non solo non aveva dimestichezza con il conte Brusati padre, ma non l’aveva mai visto o sentito nominare in vita sua. Tuttavia, da buon capodivisione, assentì e prese mentalmente nota che doveva mostrare un po’ più di riguardo al contino, che a quanto pareva era amico di famiglia del Presidente del Consiglio.
Quella sera, sull’imbrunire, quando il contino Giovanni, un po’ in soggezione per questo suo primo incarico importante, arrivò coi piani a Palazzo Cavour, nell’allora via dell’Arcivescovado, fu introdotto in anticamera e fatto aspettare. Il signor conte era infatti ancora occupato in un colloquio con Sir John Hudson, del Ministero degli Esteri inglese, che si trovava in visita semiprivata in Italia. Al domestico, che gli annunciava l’arrivo del giovane Brusati, il conte Camillo disse di pregare il contino di avere un po’ di pazienza e diede ordine di farlo accomodare nel frattempo nel suo salotto privato e di servirgli dello sherry.
Infatti il contino Giovanni fu fatto accomodare nel salotto, dove il caminetto era già acceso, e poco dopo si vide arrivare Tommaso, dignitosamente in livrea, con un massiccio vassoio d’argento su cui v’erano una bottiglia e un enorme bicchiere di cristallo molato che furono lasciati per lui sul tavolo. Anche se non aveva mai bevuto dello sherry prima d’ora, Novara essendo anche allora quella città provinciale che ben sappiamo, il contino se ne versò un bicchiere. Lo sherry era ottimo e gli riscaldò piacevolmente lo stomaco mentre aspettava seduto in poltrona davanti al fuoco, coi fascicoli del canale in grembo. Nulla sospettava, nella sua ingenuità, il giovane Brusati e neppure aveva capito chiaramente il sottil gioco d’occhi della mattina. La sua era stata puramente curiosità, benché le occhiate del conte l’avessero non solo incuriosito ma persin stuzzicato. Un diavoletto rosso ce l’aveva in fondo pure lui, anche se il suo era giovane ancora, ché le corna gli spuntavano appena tra il pelo, e piuttosto inesperto nel dove andar a mettere la coda.
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