Il Reggae raccontato dai suoi protagonisti
Purtroppo, in questi ultimi anni, alcuni dei protagonisti della musica giamaicana che con i loro ricordi e con le loro testimonianze hanno contribuito non poco alla riuscita del libro Solid Foundation - Il Reggae raccontato dai suoi protagonisti hanno salutato questo mondo. Negli anni Novanta se n’erano andate figure cardine come Roland Alphonso, componente di spicco degli Skatalites, Dennis Brown, Tommy McCook, Augustus Pablo e produttori di straordinaria personalità come King Tubby, il sovrano del dub, e Henry “Junjo” Laws, l’artefice della prima grande stagione del suono dancehall. Tra la prima uscita sul mercato internazionale di Solid Foundation nel 2003 e questa nostra edizione italiana sono invece scomparsi pionieri come Clement “Coxsone” Dodd, il fondatore della celebre etichetta discografica Studio One, Lauren Aitken, il “padrino” dello ska, e cantanti e musicisti di grande talento quali Joseph Hill, Junior Delgado e Desmond Dekker.
Altri protagonisti delle stagioni più belle del reggae non hanno più ottenuto molte possibilità per continuare le loro carriere, nonostante alcuni dei loro dischi più importanti e riusciti siano stati più volte riproposti al grande pubblico. Più in generale, soprattutto nelle stagioni più recenti, il panorama della musica giamaicana è cambiato radicalmente. Stili come il dancehall e il bashment, dalle sonorità spesso dure ed esasperate, hanno preso il sopravvento, nonostante l’arrivo di una nuova generazione di artisti tesi a rispettare e rinnovare il patrimonio di quel grande fenomeno, creativo ma non solo, che è stato il “roots reggae” del passato, i cui giorni d’oro sono stati magistralmente raccontati da David Katz.
La società giamaicana è sempre più segnata dalla miseria e dalla violenza. La musica che viene incisa negli studi dell’isola e diffusa dai sound system riflette quel clima. In passato, i grandi artisti del reggae amplificarono con le loro voci quel grido di sofferenza e ribellione, ma al tempo stesso con la loro musica e con le loro canzoni offrirono una possibilità di riscatto, regalando anche orgoglio, gioia e speranza. Anche i riferimenti stilistici sono drammaticamente cambiati: negli anni ’60 e ’70 la musica giamaicana dialogò creativamente con il jazz, con il rhythm’n’blues, con il soul e con il funk, riprendendo anche il messaggio di solidarietà e di fratellanza che soprattutto la “sweet soul music” sprigionò con grande forza e intensità. Oggi, i giovani dei ghetti di Kingston sono colpiti dai rapper che arrivano ai primo posti delle classifiche con le loro rime sgangherate e offensive. Come è accaduto negli Stati Uniti, nel loro mondo, brutale e disperato, c’è sempre più spazio per le armi da fuoco, la cocaina e il crack.
Parole come “pace, amore e unità” che erano scandite in passato appaiono sempre più lontane e dimenticate. Anche artisti affermati e importanti come Sizzla, Capleton e Beenie Man hanno cantato alcuni brani violenti e dai testi omofobici. Davanti a queste parole, inaccettabili e ingiustificabili, chi ha seguito con passione tutta la vicenda della musica giamaicana, chi l’ha scoperta grazie a Bob Marley e alle altre figure chiave di quella generazione, si ritrova ovviamente smarrito e scosso. Sarebbe comunque ingiusto, ingeneroso e falso stabilire un’equazione tra reggae e violenza.
Mentre questo libro va in stampa, proprio Sizzla, Beenie Man e Capleton hanno firmato il Reggae Compassionate Act al fianco delle associazioni che hanno lanciato la campagna Stop Murder Music, da Outrage! (associazione britannica per i diritti dei gay) al Black Gay Men Advisory Group (BGMAG). Nel “Reggae Compassionate Act” si legge anche:
(…) non c’è spazio nella comunità artistica per l’odio o il pregiudizio, e non vi è spazio per razzismo, violenza o omofobia.
Gli artisti che hanno sottoscritto il documento si impegnano a:
non cantare testi e suonare canzoni che incitino al pregiudizio, all’odio o alla violenza contro persone lesbiche e gay.
Speriamo che la loro sia un’adesione convinta e sincera e non dettata da ragioni opportunistiche, non bisogna dimenticare, infatti, che nel corso di tre anni la campagna “Stop Murder Music” ha portato a centinaia di concerti annullati e accordi di sponsorizzazioni saltati per cinque milioni di dollari.
Il “Reggae Compassionate Act” è un momento importante, anche perché è legato a quei valori di fratellanza e amore universale che hanno scandito e accompagnato la vicenda della musica giamaicana. Una storia che questo libro racconta in profondità. Una storia che merita rispetto.
[Questo testo è la postfazione del libro Solid Foundation - Il Reggae raccontato dai suoi protagonisti di David Katz.]
Commenti
2 commenti to “Il Reggae raccontato dai suoi protagonisti”
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Io lo sto leggendo e devo dire che è un libro che merita di essere letto.
Almeno da tutti coloro che amano il reggae.
A me sta piacendo molto, e sono arrivato solo all’inizio del capitolo 5, quello sul roots reggae, ovvero: neanche a metà.
Il titolo originale rende bene l’idea del libro: “An oral history of reggae”. E di questo si tratta: di un excursus sulla storia della musica giamaicana raccontata da chi l’ha fatta: gruppi, musicisti, produttori, cantanti, noti, meno noti o addirittura sconosciuti ai più (quanti hanno mai sentito parlare dei Caribbeats, dei Graduates, dei Schoolboys o degli RHT Invincibles?).
Con molti aneddoti e retroscena.
L’unico limite, a volerlo trovare, è la scarsa discografia presente; ma per questa esiste l’altro testo cruciale del reggae: “The Rough Guide to Reggae” (http://www.roughguides.com/website/shop/products/Reggae.aspx) di Steve Barrow e Peter Dalton.
A proposito: quand’è che qualcuno lo tradurrà finalmente in italiano?