Lettera aperta al sindaco (riconfermato) della “biga rapita”

foto di ahalighalieCaro sindaco Nando Durastanti, prima di tutto complimenti per la vittoria della sua lista “Insieme per Monteleone”, che ha ottenuto quasi il 65 per cento dei voti. I cittadini hanno voluto premiarla per quello che ha fatto nei cinque anni del mandato nell’interesse del paese. Adesso ha di fronte altri cinque anni di impegno e di lavoro, con un programma pieno di promesse da mantenere. Ai cittadini di Monteleone, quattro anni fa, aveva fatto una bella promessa, annunciata a mezzo mondo attraverso i dispacci delle agenzie di stampa. Aveva dichiarato con i toni dell’ufficialità che la sua giunta avrebbe fatto tutto il possibile, e magari qualcosa di più, per tentare di riportare a Monteleone la biga rapita.

Ricorda le frasi, condite con un po’ di sana enfasi popolare, con cui lei, signor sindaco, dichiarava guerra al Metropolitan Museum di New York? Monteleone contro il colosso di Fifth Avenue, niente di meno. Eppure lei ebbe il coraggio di farlo, scatenando la fantasia di molti giornalisti inglesi e americani che cominciarono a scrivere della lotta di Davide contro Golia e di tante altre giocose invenzioni retoriche. C’era un signore molto importante, a New York, seduto sulla prestigiosa poltrona di direttore del Metropolitan Musem che leggendo quelle cose sui giornali anglosassoni, non poteva fare a meno di sobbalzare sul suo scranno. Continua

Richiesta d’aiuto nei commenti: la risposta della Farnesina

Abbiamo ricevuto questi due commenti (1 e 2) che hanno tutta l’aria di una richiesta d’aiuto pressante. Al mittente, Piero Calfapietra, abbiamo scritto questa mattina per vedere se rispondeva e intanto abbiamo chiamato il ministero degli esteri: non sappiamo chi sia lo scrivente, ma se effettivamente è un cittadino italiano che vive all’estero e ha bisogno di aiuto, ci sembrava il minimo. Peraltro dal numero di IP (che permette di arrivare a qualche informazione) registrato su Wordpress risulta davvero aver scritto dal Brasile, paese in cui dichiara di vivere.

Be’, se Pietro Calfapietra ci dovesse leggere, sappia che ci deve mandare il suo indirizzo di residenza, la data di nascita e tutti gli elementi anagrafici che può fornirci. La richiesta suona assurda e lo è, ma pare che sia l’unico modo attraverso cui far partire una richiesta di assistenza da parte della Farnesina. E vi spieghiamo perché.

Chiamiamo il centralino del ministero (06.36911), spieghiamo la situazione e ci passano l’ufficio tutela (l’hanno chiamato così). Rispieghiamo il caso e ci dicono che dobbiamo parlare con un altro ufficio per comunicare con il quale restiamo in attesa una decina di minuti. Quando ci rispondono, dall’altro capo del telefono c’è una voce femminile di una persona che non si qualifica, ma che ci dice:

Come ho già spiegato alla sua collega [ma da Stampa Alternativa non aveva ancora chiamato nessuno, N.d.R.]: gli elementi che avete non sono sufficienti. Il Brasile è un paese grande e abbiamo quindici rappresentanze dunque dobbiamo sapere quale attivare.

Non peregrina la richiesta, se non fosse che ribadiamo di poter fornire nome e cognome della persona, indirizzo di posta elettronica (che vuol dire poco perché è assegnato da Hotmail. Resta comunque allucinante la considerazione della funzionaria: «Secondo lei, un indigente usa la posta elettronica?»), un indirizzo IP che, passato a chi di dovere, forse permette di localizzare la zona in cui si trova la persona e un numero di telefono di una terza persona che è in contatto con l’autore dei commenti, ma che parla solo portoghese. Questa persona - faccio notare - forse può sapere qualcosa e sarebbe opportuno contattarla.

La risposta? L’indirizzo mail non lo vuole, tanto abbiamo già scritto noi; l’indirizzo IP nemmeno dato che non è davanti a un computer (!) e il numero di telefono neanche perché da loro non c’è nessuno che parla portoghese (!). Se si vuole che parta una richiesta di aiuto internazionale, che li si ricontatti solo dopo aver ottenuto residenza dell’uomo e possibilmente si invii una segnalazione via fax (ma non si lascia il numero).

Insomma, morale del post. Noi non sappiamo se Pietro Calfapietra è davvero nei guai. Magari no e si è solo divertito nello scriverci i suoi appelli. Ma se così non fosse e se veramente fosse in una situazione incresciosa, questa è la risposta del ministero degli esteri.

Rassegna su web: recensioni dalla rete

Stampa AlternativaRiprendiamo la rassegna su web per fare un punto delle recensioni e delle segnalazioni principali uscite nelle ultime settimane. E si puo dire subito che gli articoli da leggere non mancano. Ecco qua quanto si trova in rete in merito alle nostre pubblicazioni:

La borghesia è stanca

Miseria e Povertà - Foto di Roby FerrariLa caccia alle streghe ormai è diventato il collante ideologico della classe dirigente di destra e di sinistra. Brigatisti, pedofili, drogati, bambini “iperattivi” impasticcati, extracomunitari, extralegali… Camalli genovesi che bloccano il porto, la feccia si annida ovunque, sfaccendati, diversi e insidiosi… Utopisti…

La borghesia è stanca di questo lassismo che ereditiamo dal vecchio ciclo di lotte. La borghesia è stanca della rivoluzione francese e della comprensione sociologica nei confronti degli oppressi… Stanno restaurando un pensiero autoritario, sempre più strisciante… E più passa il tempo, più diventa il modo normale di coltivare e curare gli istinti pecorili di una massa amorfa, un pantano sociale che non sa più che pesci pigliare. Solo gli operai sanno che roba è perché prima che diventasse un fatto generale e che venisse percepito da tutti noi, loro lo sperimentavano già ogni giorno in quelle galere industriali che si chiamano fabbriche, opifici, cantieri… Quella merda lì insomma, dove la democrazia e il pluralismo non sono mai stati di casa.

La borghesia, attraverso le campagne del Corriere della Sera, vuole rompere con quella soggezione umanitaria nei confronti dell’utopia, vuole strizzare e redarguire quei borghesi benpensanti presenti in seno ad essa che tutto sommato hanno un senso di soggezione filosofica e sentimentale nei confronti delle idee di cambiamento, di giustizia sociale, di utopia egualitaria, di liberazione umana. La borghesia si sta attrezzando a dichiarare guerra alle idee di contestazione, alla mobilizzazione cognitiva di ogni rappresentazione alternativa, ad ogni forma di sperimentazione di critica sociale della realtà in cui viviamo. Vuole dichiarare guerra ad ogni moto materiale e spirituale delle classi oppresse. Continua

Tigre: dal diario in poi / 1

Tigre di Maurizio BalestraHo letto il diario di Tigre per la prima volta nell’estate del 1983 mentre consultavo l’Archivio dell’VIII brigata Garibaldi. Riferiva di prima mano su fatti accaduti nella vallata del Savio durante l’offensiva partigiana, dal giugno al novembre 1944. Capii di avere tra le mani un documento importante che avrebbe meritato uno stile più approfondito che rimandai a più tardi. Una volta a casa però non riuscii a metterlo da parte, la tensione morale e lo sforzo che vi si avvertivano connotavano verità e il modo in cui era scritto mi divertiva e lo rendeva diverso da tutti gli altri documenti che avevo consultato.

L’autore si dimostrava un buon narratore, capace di mantenere sempre desta l’attenzione, aiutato in questo anche da un modo di esprimersi tutto suo, che non teneva in gran conto le regole della grammativa. Terzo Larice inventava una lingua bastarda, che riprendeva le strutture del dialetto e in esse forzava quel poco di italiano in cui aveva imparato a scrivere e in cui non aveva mai imparato bene a parlare.

Ne risultava un racconto epico, mai retorico, che quando non cedeva al gergo burocratico-militare (Come da ordini ricevuti noi ci spostiamo sul monte della metraglia) o alle frasi fatte, che ricordano i dialoghi dei film dell’epoca o dei romandi d’appendice (Tigre come mai! taci ho deciso di fuggire), era capace di raggiungere alta tensione drammatica (ed’ecco che intuimmo in quel sentiero montagnoso un rumosa di una grandissima massa di uomini che silenziosi marciavano e venivano verso di noi). Continua

Snyder e i Beats: per una poetica illuminante, ecologista, umana

Back on the FireGuardare avanti aprendo nuove piste, con intelligenza e arguzia, usando la poesia e il linguaggio come arma per continuare a cambiare il mondo. Questo il senso della presenza di Gary Snyder al Lensic Theater di Santa Fe, New Mexico, Usa, davanti a una platea gremita e per lo più “stagionata” ma vibrante e partecipe. A latere della mostra del manoscritto-rollo originale di On the Road dell’amico Jack Kerouac, è intervenuto con la tipica semplicità e il cuore aperto a tracciare il percoso dalla Beat Generation ai nostri giorni. Questa si era coagulata a San Francisco nei primi anni ‘50 dove Allen Ginsberg, appena “arrivato dalla East Coast come impettito market researcher”, e Kenneth Rexroth, un “tipo arcigno, impossibile, che si lamentava sempre di tutto e tutti”, si diedero da fare per organizzare reading informali con poeti e intellettuali della zona: “Quasi ogni sera ce n’era uno, in una casa o in un locale cittadino”. Con la prima lettura pubblica di Howl, il 7 ottobre 1955 alla Six Gallery, e la successiva pubblicazione nella nascente City Lights Press e Bookstore di Lawrende Ferlinghetti, il movimento divenne “overground” e fece la storia. In quella stessa sera Snyder lesse il suo poema A Berry Feast mentre il libro On the Road diede ulteriore impeto al tutto, apparso nel 1957 e ancora oggi continuamente ristampato: “Ci sarà pure un motivo se giovani e meno giovani continuano a leggerlo… Ormai siamo diventati mainstream, tutti noi in questa sala siamo e creiamo cultura reale e quotidiana”, ha insistito Snyder.
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Quattro secoli di censura cattolica

Libri Proibiti di Benito La Mantia e Gabriella CuccaQuando mi arrivò l’invito a scrivere le parole introduttive e di accompagnamento della ricerca - che ora si pubblica - sulla pratica dell’Indice dei libri proibili della Chiesa cattolica, dapprima mi prese una specie di sconforto: «Ancora l’indice? Ma chi se lo ricorda?». Eppure dopo l’Indice la Chiesa ci provò anche con il cinema, tramite il famoso CCC (Centro Cattolico Cinematografico), sottoponendo a giudizio tutte le produzioni filmiche di ogni specie, anche con l’intenzione di stimolare la produzione cattolica di film, sogno restato tale.

Sui quotidiani i bollini del CCC sul valore morale delle varie pellicole erano ben visibili e impegnativi; all’Università cattolica, se si andava alla bilioteca per avere un libro in lettura o in prestito, poteva capitare che si venisse rinviati/e a chiedere il permesso di lettura “per motivi studio”. Così appena si nominava il titolo di un film subito si veniva informati che era vietato “ai minori”, “sconsigliato”, “da evitare”, eccetera. Oggi l’atteggiamento è molto più soft, per il libro non c’è più (abolito con il Concilio Vaticano II), ma prosegue con le indicazioni televisive per le opere visibili da tutti, da adulti, da minori assistiti e così via.

Ogni tanto tuttavia alcuni libri vengono ancora “indicati” (”messi all’Indice”) e si fa da parte della Chiesa una campagna contro la loro lettura. Non si arriva alla damnatio (come ancora succede in alcune aree islamiche, nelle quali contro un’opera o un autore può essere emessa una fatwa, con un grado di arbitrarietà elevatissimo - almeno così pare a noi-, certo superiore a quello cattolico, dato che nell’Islam non esiste una gerarchia di carattere universale), ma è una ben magra consolazione. Continua

Tania e le altre: sesso annunciato

Tania e le altre - Storia di una schiava bambina di Vanna Ugolini[Il testo che segue è stato scritto da Michele Ciocconi, giornalista e collaboratore del quotidiano Il Messaggero, come postfazione al libro Tania e le altre - Storia di una schiava bambina di Vanna Ugolini.]

Cercare una donna come si cerca una macchina usata, un completo da sci, una casa in affitto. È un fenomeno che esiste da tempo - e che ha fatto la fortuna economica di molti giornali - ma che in questi anni di grandi cambiamenti anche nel mercato del sesso a pagamento ha subìto una forte evoluzione. Ed è forse un fenomeno, quello appunto del “sesso annunciato”, che non è stato intaccato neanche da Internet. Offerta e domanda di sesso a pagamento sulla rete si riferiscono a un pubblico ancora elitario, a una forma di prostituzione che, nella maggior parte dei casi, stando anche a quanto è emerso fino ad ora dalle indagini, viene praticata dalla donne in maniera volontaria.

L’offerta fatta attraverso gli annunci - in cui sono compresi sia quelli messi dai protettori per allargare il giro d’affari della prostituzione in appartamento, sia da quelle donne che i protettori non li vogliono e, per questo, si “proteggono” da sole attraverso l’anonimato di un annuncio sul giornale - è cresciuta sia in termini numerici, sia, soprattutto, riguardo alla tipologia delle prestazioni.

In questi anni si è assistito alla conferma del mercato delle ragazze straniere, alla consacrazione di quello dei transessuali, mentre è comparso e sta prendendo piede una sorta di “pacchetto-coppia” che prevede la possibilità di usufruire delle prestazioni di due soggetti (di solito due ragazze o anche una donna e un transessuale). Continua

Tocca al coniglio più grasso

Wallace & Gromit: La Maledizione Del Coniglio MannaroTrombe, trombette e tromboni mediatici già squillano preannunciando che Niccolò Ammansiti vincerà il Premio dei Premi, il Viareggio. E così giornalisti velinari, mezzibusti, nani e ballerine si preparano a spandere il nulla di chiacchiere a cui sono abituati da teleschermi, radio e riviste. D’altronde chi poteva vincerlo quel premio se non il coniglio foraggiato, coltivato e ingrassato dal marketing della sua grossa casa editrice?

Proprio lui che scrivendo solo di fiction e non di letteratura (e ci mancherebbe) ha avuto l’onore non solo delle classifiche, ma anche di vedersi la sua immagine sulla borsetta regalata dal suo mega editore, di un film che gli è stato cucito addosso a poche settimane da una copertina sul Venerdì di Repubblica tutto azzimato e improfumato, più una decina di pagine Internet a colori dove è apparso diversamente posizionato.

E mentre il Viareggio divora il suo coniglio più grasso, Ettore Bianciardi e io stiamo chiudendo per la stampa il nuovo libro di Luciano Bianciardi per proseguire sulla strada della riscoperta dei suoi inediti e preparando i quattro nuovi Bianciardini, quelli che costano un centesimo di euro e che spargeranno sangue letterario dappertutto alla faccia dell’acqua distillata che scorre sulle pagine del coniglio più grasso, Ammansiti.

On the Road compie 50 anni e l’originale va in mostra

On the Road scrollScritto tutto d’un fiato, in circa tre settimane nella primavera del 1950 a New York, su fogli di carta cerata poi messi insieme con lo scotch a formare un unico rollo, lungo 120 feet (circa 40 metri), senza paragrafi o a capo, pubblicato finalmente sette anni dopo: è il celebre On the Road di Jack Kerouac. A celebrare la ricorrenza, varie città Usa ospitano una mostra itinerante con tale rollo e altri documenti originali, organizzata da Jim Irsay, proprietario della squadra di football Indianapolis Colts, che nel 2001 aveva acquistato il manoscritto originale in un’asta voluta dagli eredi di Kerouac per pagare le spese di successione, per la bella cifra di 2,43 milioni di dollari. “Jack Kerouac and the writer’s life”: sono andato a vederla a Santa Fe, New Mexico (qui alcune mie foto). Very exciting indeed! Nonostante il tipico effetto-museo, decisamente intrigante vedere il manoscritto originale, ben leggibile e senza neppure troppe correzioni, di fianco a macchine da scrivere dell’epoca, del tutto simili a quella di Kerouac. In una piccola stanza era anzi possibile usarle per comporre haiku da appendere poi alle pareti, cosa che ho prontamente fatto (con dedica a Marcello). C’era un documentario, con la storia della Beat generation, un’interviste dello stesso Kerouac e brevi interventi di Burroughs, Ginsberg e altri. In visione anche le prime edizioni di “On the Road”, “Howl” e libri analoghi, la mappa della traversata coast-to-coast di Kerouac e quant’altro, tutto con la musica di Charlie Parker in sottofondo. Ma non è finita. Dopodomani Gary Snyder terrà qui un’incontro per ricordare l’amico e leggerne poesie — tra l’altro Snyder è uno dei protagonisti, con lo pseudonimo di Japhy Ryder, di “Dharma Bums”, altro famoso romando di Kerouac. Anche su quest’evento riporterò al volo, foto incluse. Da giugno a settembre la mostra sarà poi all’University of Massachusetts a Lowell, a pochi kilometri da Boston, città natale di Kerouac (12 Marzo 1922), la cui comunità sta anzi cercando di organizzare la “2007 Summer of Kerouac”. Sarebbe davvero bello portarla in Europa e in Italia, no?

Rilanciare i cultural media studies in Italia?

Networks“E’ un momento giusto per rilanciare i cultural-media studies in Italia. Stiamo visibilmente vivendo anche noi una grande trasformazione che è diffusa nella società. Le Università cominciano a sensibilizzarsi alle tematiche relative allo scenario culturale/mediale in trasformazione”. Così scrive Giovanni Boccia Artieri, responsabile del Larica presso l’Università di Urbino, a sintetizzare la necessità di simili progetti anche nel Bel Paese. Puntando a far tesoro dell’effetto “coda lunga” nonché del network variegato e diffuso in atto, spesso però slegato, invisibile, ignorato. Si tratta di creare una biblioteca di tomi critici al passo con quanto viene prodotto nel resto del mondo, una raccolta di risorse e strumenti per dare senso e prospettiva al gran magma digital-mediatico. Onde riflettere, ad esempio, su quest’insoddisfazione ricorrente della vita “dentro” lo schermo: lo ribadisce Sherry Turkle in un articolato saggio e come curatrice di un’imminente antologia di portata più ampia, Evocative Objects. Oppure capire perché i giganti del web sociale non sono poi tanto diversi dai Big Media, insiste Trebor Scholz, che insieme a Geert Lovink firma un’altra raccolta in uscita, The Art of Free Cooperation. Studi interessantissimi sia per gli addetti ai lavori che per la società civile, capaci di mettere in prospettiva l’attuale scenario evolutivo. Chiaro che ognuno di noi, nel suo piccolo, prova a fare qualcosa, e che qualche editore sparso si muove, Stampa Alternativa inclusa. Ma l’impasse dello scenario culturale italiano è lampante, colpevole. Editori di nicchia, docenti coraggiosi, networking people, imprenditori culturali: c’è mica qualcuno in ascolto?!

La strada della Causa Comune

Presentazione di Causa Comune

Sabato scorso, lo abbiamo annunciato qualche giorno fa, alla Fiera del Libro di Torino abbiamo presentato il libro Causa Comune - L’informazione tra bene comune e proprietà di Philippe Aigrain. È stato un appuntamento importante che ha visto la partecipazione, fra gli altri, di Ascanio Celestini e concepito per rafforzare il solidazio che stiamo costruendo con l’Arci—nostro partner nell’organizzazione di questo evento, che ha annunciato la volontà di organizzare per l’inverno prossimo una kermesse musicale per musicisti che rilasciano le loro composizioni sotto Creative Commons.
Insomma, la strada per percorrere sempre più efficacemente la via della causa comune a tutto tondo è tracciata: oltre a Libera Cultura, dove vengono pubblicate le versioni elettroniche dei nostri libri liberi (appena sfornato proprio Causa Comune), ora stanno arrivando anche i Bianciardini, i nuovi gioielli della casa editrice che aggiungono a quelli di cui tradizionalmente andiamo orgogliosi, i Millelire.
Per intanto è possibile navigare la galleria fotografica dell’evento di sabato scorso a Torino.

Il simbolo di Tania

Tania e le altre di Vanna UgoliniUna ragazzina ammazzata a martellate, un assassino libero di continuare a fare il mercante di schiave, un’indagine internazionale e una provincia che a volte vede, a volte non vuole vedere (ignoranza? convenienza?) le atrocità della porta accanto. È Tania e le altre - Storia di una schiava bambina, il libro di Vanna Ugolini con prefazione di Lella Costa. Quella che segue è un’intervista all’autrice che racconta genesi ed evoluzione della vicenda che descrive.
Perché hai scelto di partire nel tuo libro-inchiesta da un omicidio avvenuto nel 2000 e ormai risolto?

Perché la morte di Tania è lo specchio della vita delle altre. E, proprio perché l’omicidio di questa ragazza era risolto dal punto di vista giudiziario, era possibile spostare l’attenzione sul resto, su quello di cui le cronache non avevano parlato: e cioè sul significato simbolico del tragitto tragico della vita di questa ragazza e della sua morte.

Tania, dunque, come simbolo. Di cosa?

Di una parte di umanità senza diritti né scelta né giustizia che convive ogni giorno con noi, che abita nella porta accanto alla nostra e che troppo spesso non vediamo o non vogliamo vedere. La storia di Tania spazza via tanti luoghi comuni e ci mette di fronte a una realtà durissima: la riduzione in schiavitù di un numero enorme di donne della parte povera dell’Europa e dell’Africa. Con questo non voglio dare giudizi morali sulla prostituzione, non voglio dire che tutte le donne che vendono il proprio corpo sono schiave. Ma il problema che ho affrontato in questo libro è un altro. Continua

Paolo, facci godere

Bookwatch 1Sono così pochi da potersi contare sulla punta delle dita i giornalisti coraggiosi, in particolare quelli che si occupano di critica letteraria. Per coraggiosi intendo quelli che fanno il mestiere per il quale sono pagati. Tra i pochi c’è Paolo Di Stefano del Corriere della Sera che spesso la canta chiara a cattivi scrittori e cattivi (cioè grossi) editori. E per questo li cito, come cito, l’altra faccia della medaglia che, non a caso, si annida nello stesso giornale.

Veniamo ai fatti. Paolo se la prende con le classifiche delle vendite dei libri e commenta, alla sua maniera, riassumendo la sua posizione in una frase che dice:

Succede che quello che fino a qualche anno fa veniva considerato l’oggetto meno “mercantile” disponibile sul mercato, la letteratura appunto, sia l’unico a essere valutato (ogni settimana!) sulla base di criteri nudamente quantitativi e commerciali: e in quanto tale spiattellata davanti agli occhi (quanto bramosi?) del potenziale acquirente. Che è una sorte di pubblicità neanche tanto occulta…

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L’inerzia di Roma e l’orgoglio di Atene

La biga di MonteleoneLa creazione del Partito democratico, le polemiche con il premier Romano Prodi, le dispute sulla scelta del segretario del nuovo partito e sulla data di nascita, gli spettacolari incontri con i registi italiani in vista del varo della nuova legge sul cinema, i proclami sulla diffusione della cultura. Ecco, più o meno in ordine sparso, sono questi gli impegni ai quali si sta dedicando con grande generosità il vicepremier e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. Ma nel programma del suo dicastero c’era, ai primissimi posti, un altro impegno sul quale il ministro diceva di voler puntare molto.

Era il capitolo del recupero delle opere d’arte e dei reperti archeologici trafugati dall’Italia ed esposti nei più importanti musei d’Europa e d’America. Su questa operazione il ministro ci aveva scommesso la sua notorietà di politico tenace, in grado di tenere testa a chiunque tentasse di ostacolare i suoi buoni propositi. Ci sono opere e reperti rubati dai grandi musei privati degli Stati Uniti? Bene, diceva il ministro: ce li faremo restituire, con le buone o con le cattive. Ci sono stati viaggi e incontri, colloqui più o meno privati con direttori di musei famosi al di là dell’Oceano. Ma questa attività diplomatica per ora non ha dato i frutti sperati.

Il ministro Rutelli ha avuto a disposizione un’occasione d’oro da sfruttare sul piano internazionale per dimostrare come il governo italiano tenga veramente a riportare in patria i beni rubati. L’occasione gli è stata offerta dalla biga di Monteleone di Spoleto, il famoso carro etrusco che risale al VI secolo a.C., un’opera unica al mondo, che fu trafugata nel 1903 dal banchiere JP Morgan per donarla al Metropolitan Museum di New York. La situazione era favorevole per un buon colpo, non c’era che approfittarne. Continua

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