La biga rapita: restauro italiano e mancanza di critica

Ci inviano dal CNR (e intanto ci aveva segnalato anche l’amico Angelo Vitale) un comunicato stampa – che riportiamo interamente sotto – relativo al restauro della biga di Monteleone. Ora consideriamo che sia un ottimo biglietto da visita il fatto che le operazioni di recupero del reperto siano opera di italiani, ma consideriamo altrettanto che sia fuori luogo il tono trionfalistico relativo alla location, Metropolitan Museum di New York, nel quale ci è finito per ragioni che sarebbero tutt’altro che da celebrare. Le considerazioni ai lettori.

La Biga da Monteleone di Spoleto messa a nuovo

Dal 20 aprile presso il Metropolitan Museum di New York sarà possibile ammirare la Biga da Monteleone di Spoleto completamente restaurata. È il risultato del lavoro di un team di restauratori del museo con la partecipazione di Adriana Emiliozzi dell’Iscima – Cnr.

Il principesco carro da parata proveniente da Monteleone di Spoleto, risalente al VI secolo a C. e conservato nella sezione etrusca delle nuove Greek and Roman Galleries del Metropolitan Museum of Art di New York, torna a ‘risplendere’ nella sua originaria struttura, grazie al lavoro dei restauratori del museo e di Adriana Emiliozzi ricercatrice dell’Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Consiglio nazionale delle ricerche. La biga di Monteleone (vedi foto allegata) è rivestita da lamine sapientemente sbalzate e finemente incise, già incrostate di avorio, che narrano episodi della vita dell’eroe omerico Achille. Il suo ritrovamento, come spesso accade, si deve alla casualità: “La tomba infatti fu scoperta l’8 febbraio 1902 da un contadino, in località Colle del Capitano, dove si estende un sepolcreto che va dalla fine dell’Età del Bronzo al VI sec. a.C.” spiega la Emiliozzi. “Oltre al carro, nella grande fossa già ricoperta da un tumulo monumentale era deposto un ricco corredo di vasellame bronzeo che lascia identificare il defunto come ‘capo’ della comunità di uno dei vari siti di transito attraverso l’Appennino, nell’alta Sabina”.

La ‘fuga’ del carro all’estero, in seguito al suo ritrovamento, fu favorita dal crollo del campanile di San Marco a Venezia (14 luglio 1902) che distolse l’attenzione dei funzionari ministeriali sulla compravendita del manufatto e per questa inestimabile ‘perdita’ lo stesso capo del governo, Giovanni Giolitti, per l’inadeguatezza delle strutture dello Stato nell’impedire il saccheggio delle opere d’arte italiane.

Quando le parti bronzee del carro giunsero a New York furono sottoposte a restauro e a rapida ricomposizione su una compatta struttura lignea che somigliava più a un trono su ruote che a un cocchio, poiché nel 1903 non vi erano punti di riferimento certi per la tipologia del veicolo. Gli errori di riassemblaggio determinarono però una serie di equivoci nello studio del manufatto che si protrassero per circa novant’anni, in particolare, l’errata collocazione di alcuni elementi decorativi aveva indotto gli studiosi a credere che l’artista, autore del manufatto, avesse una cultura ‘provinciale’ avendo rappresentato in maniera incongruente rispetto a modelli greci una scena animalistica proprio sul parapetto del carro.

La dott.ssa Emiliozzi, studiando per la prima volta il carro nel 1989 pubblicò le correzioni da apportare, auspicando un nuovo restauro. “Ci sono voluti cinque anni di lavoro per ‘rimettere a nuovo’ il carro attraverso numerosi passaggi: dallo smontaggio del vecchio restauro nel 2002, ad accurate campagne di radiografie, analisi di laboratorio, esami al microscopio, trattamenti conservativi, rifacimento corretto della struttura lignea di supporto, montaggio delle lamine bronzee e completa campagna fotografica di tutte le fasi di lavoro, oltre che del prodotto finale ottenuto nel 2006” spiega l’archeologa.

“La diversa ricomposizione di alcune parti della Biga, che appare così fedele all’originale”, continua la Emiliozzi, “ci induce ad affermare che l’artista, contrariamente a quanto si pensava, aveva un notevole bagaglio culturale, conosceva la saga omerica e le opere greche sulla vita di Achille. Egli ha organizzato la decorazione del parapetto e dei pannelli del carro in modo sapiente e con effetto cromatico per l’aggiunta di avorio. Si ipotizza che il grande artista possa essere originario della Grecia dell’Est, venuto a lavorare nella nostra penisola”.

Le indagini hanno fatto emergere la certezza che il carro è stato usato a lungo, forse per più di una generazione, prima di essere deposto nella tomba. Lo studio dei materiali rivela restauri contemporanei al suo utilizzo.

L’occasione per riesaminare il pregevole oggetto è nata in questi ultimi anni nell’ambito dell’immenso e costosissimo progetto di ristrutturazione delle nuove Gallerie Greche e Romane, che ora costituiscono, a detta degli stessi dirigenti del Metropolitan, un “museo nel museo.

“Lo splendido Cocchio da parata”, conclude la Emiliozzi in procinto di partire per New York dove sarà presente alla riapertura delle gallerie del Metropolitan, “costituisce ora il centro di attrazione della sezione etrusca, nella Leon Levy and Shelby Withe Gallery for Etruscan Art (IX-II secolo a.C.)”.

In Italia si contano finora i resti di circa 300 veicoli tra cocchi e calessi a due ruote, provenienti da tombe dell’Etruria, del Lazio Antico, dell’Agro Falisco-Capenate, dell’Umbria, della Sabina e di altre popolazioni non greche della Penisola, scaglionati tra la metà dell’VIII ed il V secolo a.C.

Mai usato in Italia per il combattimento, il possesso del carro assimilava il suo aristocratico proprietario ai monarchi orientali e agli eroi omerici.

Roma, 6 aprile 2007

6 thoughts on “La biga rapita: restauro italiano e mancanza di critica

  1. Allibito, sono allibito di fronte al comunicato che annuncia la fine della fase di restauro della biga di Monteleone. Sembra un bollettino di guerra che annuncia la vittoria, ma quale vittoria?! Al lavoro di restauro ha partecipato Adriana Emiliozzi, esperta di carri etruschi e quant’altro.Fino a poco tempo fa, i comunicati relativi al restauro della biga nei sotterranei del Metropolitan Museum parlavano di una presenza italiana tra gli esperti che lavoravano al soldo di Philippe de Montebello. Il nome dell’esperto italiano non veniva mai fatto.Top secret. Ora che il lavoro é finito, ecco il nome: Adriana Emiliozzi.L’esperta di carri etruschi ha lavorato per conto del Centro nazionale delle Ricerche, ma chi ha pagato il suo lavoro e la sua permanenza a New York? E poi: perchè la Emiliozzi ha accettato l’invito del Metropolitan Museun? Era proprio nevessario dare una mano al “nemico” che ha trattato il comune di Monteleone e le altre autorità italiane con tanta supponenza e con arroganza? Una volta, in tempo di guerra, chi collaborava con il nemico era considerato un collaborazionista. Oggi, per fortuna, non siamo in guerra con nessuno e il lavoro della Emiliozzi a favore del museo americano può essere considerato soltanto un passo falso, una decisione infelice, uno sgarbo per Monteleone e per tutti quelli che in buona fede e con coraggio si battono per riportare i beni rubati in Italia. Il 20 aprile, alla grande festa di inaugurazione dei nuovi padiglioni del Met, Adriana Emiliozzi sarà invitata di riguardo di Philippe de Montebello. Altri italiani, che avrebbero il diritto di essere lì, per esempio le autorità comunali di Monteleone e della Regione Umbria, resteranno a casa. Che senso ha tutto questo? Cara signora Emiliozzi, ce lo spiega lei il significato ambiguo di questa vicenda? Grazie. Mario La Ferla

  2. Sei sicuro, Mario, che non siamo in guerra con nessuno? Perché, l’impressione che ho da tutta questa vicenda, è che al pari del caso Calipari, del Cermis e di tante altre storie che riguardano l’Italia e il suo schieramento nel patto atlantico, anche la vicenda della biga di Monteleone sia un dazio pagato a chi ha più potere e interessi più forti.

  3. Sono sicuro, cara Antonella, che alcuni ministri dell’attuale governo, primo fra tutti quello dei Beni culturali, Francesco Rutelli,soffrano della sindrome della sottomissione nei confronti degli Stati Uniti. Può essere una sottomissione di carattere politico oppure di carattere psicologico, o tutte e due insieme. Questo timore lo avevo espresso nell’intervento “Tra Kabul, Beirut e Vicenza, c’è una biga di troppo”.E’ ovvio che la questione del ritorno della “biga rapita” in Italia non è un tema che figura nei primi posti dell’hit parade delle preoccupazioni del nostro ministro degli Esteri; magari D’Alema non sa nemmeno che esiste un problema attorno a un carro etrusco rubato dagli Stati Uniti all’Italia. Ma il dibattito iniziato da Stampa Alternativa, con l’uscita della “Biga rapita”,è la cartina di tornasole di una situazione molto più ampia e molto più delicata all’interno dei rapporti tra il governo italiano e la Casa Bianca.Il ministro dei Beni culturali, che è anche vicepremier, tiene molto alla fedeltà dell’Italia al Patto atlantico e agli impegni presi (dal precedente governo!)in materia militare in alcuni paesi particolarmente caldi. E quindi anche un riguardo nei confronti di una istituzione importante e prestigiosa americana come il Metropolitan Museum può servire alla causa. Non a caso Rutelli si circonda di consiglieri e collaboratori sui quali non è inopportuno nutrire qualche dubbio. Professionisti serissimi e persone per bene, sia chiaro, ma con un passato che può insospettire. Per esempio, il professor Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali,tenacemente voluto da Rutelli nonostante fosse stato consigliere del precedente ministro Urbani, è stato per cinque anni uno dei dirigenti più importanti nell’ambito del Getty Museum di Los Angeles. Adesso il professor Settis deve proseguire le trattative per convincere i responsabili del museo a riconsegnare all’Italia un bel numero di opere risultate trafugate. Ancora: David Berger è il consigliere di Rutelli, tenacemente voluto dal ministro, per l’operazione di recupero dei beni e dei reperti rubati all’Italia. Berger è stato responsabile del settore commerciale del Metropolitan Museum. Ditemi voi come è possibile che Settis e Berger possano con animo sereno condurre le trattative per convincere alcuni loro vecchi amici americani a riconsegnare opere d’arte e reperti archeologici rubati che i musei vogliono tenersi a tutti i costi. A questo punto è lecito attenderci dal ministro dei Beni culturali un chiarimento su questa situazione che appare almeno paradossale.Le cose stanno veramente come le ho descritte poco sopra? Allora Rutelli ha l’obbligo di raccontarci il come e il perchè di queste scelte. Io mi auguro sinceramente di avere raccontato una cosa non vera. Così Rutelli ci dirà che i compiti di Settis e Berger non sono quelli indicati e che soprattutto Settis e Berger non hanno svolto gli incarichi che ho spiegato. Allora saremmo tutti contenti e soddisfatti. Però, temo, attenderemo invano.
    Mario La Ferla

  4. Caro Mario,per far sentire la nostra voce andremo sotto le finestre di Francesco Rutelli e gli gridermo che ha deluso tutti gli italiani,ha fatto solo promesse fumose.Il giorno 20 Aprile dalle ore 11.00 alle ore 13.30 a Roma in Via del Collegio Romano ci sarà una grande manifestazione di protesta ,e saremo tanti!!.

  5. Spero con tutto il cuore che la manifestazione del comune di Monteleone davanti alla sede del ministero dei Beni culturali abbia un rumoroso successo. E spero anche che il ministro Rutelli capisca che sulla questione della “biga rapita” nessuno, nè le autorità di Monteleone, nè quelle della regione Umbria e nemmeno noi di Stampa Alternativa al completo, si tirerà indietro. La battaglia per il ritorno in Italia della carro etrusco andrà avanti, contro il direttore del Metropolitan Museum di New York, contro il ministro Rutelli e i suoi consiglieri, contro quei giornali americani importanti che prima predicavano bene e ora fanno muro compatto a difesa delle ruberie compiute dal Met e dagli altri musei.

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