Zitto e scrivi: lo stato di una professione

Zitto e scrivi di Chiara LicoIn Italia il numero dei giornalisti precari ha superato quello degli assunti. Sono 12 mila i professionisti contrattualizzati e più di 20 mila quelli che lavorano senza contratto a tempo indeterminato o determinato. Nel complesso, sono 30 mila le persone che in Italia fanno informazione e di queste solo un terzo hanno un contratto nazionale da professionisti. Il resto è fatto di collaboratori, precari e coloro i quali anche senza avere il requisito professionale adatto a svolgere questo mestiere, nei fatti lo svolgono.

Il progressivo declino della competenza di chi lavora in questo ambito trova alimento anche nella minor selezione che viene fatta alla radice. Ad esempio nessuno affronta come si dovrebbe l’infausto pullulare delle scuole di giornalismo che sfornano, di anno in anno, giornalisti abilitati alla professione che a parte gli stages estivi non sanno neanche che cos’è la gerenza di un giornale ma in compenso tolgono possibilità a chi da anni si fa le ossa gravitando intorno a una redazione e collaborando in cambio di una scarsa remunerazione. A questo si aggiunga la politica (che attualmente – e in modo bipartisan – si deve solo vergognare di come svilisce il ruolo del giornalista), visto che si sente – e fa bene perché le viene permesso – di essere la padrona-editrice di giornali e telegiornali. Ma tutto questo potrebbe essere ancora arginabile se il giornalista ricordasse qual è il suo compito: dar voce ai fatti, raccontarli. Possibilmente con la schiena dritta, come chiese all’epoca l’allora Capo dello Stato Ciampi.

Ma come è possibile se proprio chi dovrebbe farle, le denunce, è sotto lo schiaffo continuo di un minaccioso licenziamento? Su questo tessuto indebolito si sono innestate, a partire dall’anno 2000, tutta una serie di nuove iniziative editoriali benedette da nomi eterei che sanno di libertà (freepress), titoli impalpabili come l’online che le ospitò (portale, vortale… ve lo ricordavate il vortale?). Bene. Lo sciacallaggio vero si è alimentato lì: perché queste “novità” sono state (e sono tuttora) il ricettacolo di collaboratori giovani che cercano di accedere alla professione giornalistica attraverso le più strane e incredibili scorciatoie. Che spesso però si materializzano solo come grandi illusioni per chi ci lavora ma come un grande affare per chi alimenta queste speranze. Il risultato qual è: che il bravo professionista è spesso seduto accanto al precario di turno. Con la differenza che mentre il primo decide come muoversi su un pezzo, di capire quali sono le logiche, di studiare la situazione, chi è meno strutturato e tutelato (anche sindacalmente) in linea di massima asseconda – e in fretta – la linea editoriale che gli viene imposta. E dire linea editoriale è andarci molto leggeri. E allora parliamoci chiaro: ma ai capi conviene di più avere 20 persone “fisse” (che possono tenergli testa) o 20 contratti a termine (che ricatta a suo piacimento?).

Diciamola tutta: va bene prendere il rinnovo del contratto nazionale, ma essere precari non significa essere idioti. E allora perché far passare lo sciopero per l’aumento del proprio stipendio come una battaglia per i precari? Perché far passare la terrorizzante applicazione selvaggia della legge Biaggi come la lotta per il debole contratto a termine? Ma per favore.

Se il fine è davvero aiutare i precari non serve lo sciopero: basta far lavorare un po’ di più gli assunti. Basta non rifilare ai precari i servizi più scadenti che i più tutelati rifiutano di fare. E potremmo andare avanti con molti altri esempi. Dopodiché, sempre benvenuto il rinnovo del contratto.

6 thoughts on “Zitto e scrivi: lo stato di una professione

  1. ciao. tra i vari “impicci” che mi sono preso nella vita, c’è quello di delegato sindacale di base. capisco la tematica di chiara. non ricordo in merito a quale disscussione, ma in un intervento sul blog di bianciardi ho usato, inconsapevolmente, un’espressione: un settore è lo specchio di un sistema, e quando mi guardo intorno vedo solo settori in crisi.
    mio malgrado, è uno slogan. lo userò. ritornando alla questione, credo stia sparendo il mestiere di giornalista. chiara ha ragione quando afferma che chi dovrebbe fare le denunce, è sotto lo schiaffo continuo del licenziamento, però vorrei aggiungere che la mia personale impressione, da fuori da osservatore, è che chi è affermato o comunque con contratto a tempo indeterminato, tenda a non avere problemi e a non crearne. mi sbaglio, chiara?
    un’ultima cosa riguardo alla legge: finiamola di chiamarla legge biagi perchè del prof bolognese sono rimasti soltanto i primi punti originari. adesso è una romanzata riscritta con mani e piedi da non si sà più quanti.

    saluti e in bocca al lupo per il libro

  2. No, Enrico. Non ti sbagli affatto. Almeno, per quella che è la mia percezione. E’ una deriva pericolosa quella che sta prendendo questa professione, laddove chi la pratica non è forse pienamente cosciente delle responsabilità che dovrebbe assumersi.
    Purtroppo i cialtroni sono tanti. E popolano senza ritegno qualsiasi contesto e qualsiasi ambiente. Il giornalismo non ne è immune. Anzi. Chi ama questo mestiere deve farsene una ragione. E nei limiti del proprio operato cercare di difendere il proprio ruolo. A volte basterebbe anche solo rispettare la propria firma: sapere che se si licenziano delle righe con il proprio nome e il proprio cognome si fa un atto pubblico. Infine. Mi parli di settori in crisi: è vero. La generalizzazione è calzante. Poi mi parli di tutelati che non si spendono più con onore. Qui non sono totalmente d’accordo a generalizzare. E ti spiego perché: penso la discriminante sia data dalla serietà. Un giornalista (come un qualsiasi altro lavoratore) è
    bravo non se è talentuoso. Ma se è serio. Cioè se sente l’esigenza di documentarsi prima di parlare. Di leggere prima di scrivere. Di andare a fondo e non di fretta. Di verificare. Di essere onesto intellettualmente. E potrei continuare, ma penso sia sufficiente.
    Se oggi, Enrico, c’è la deriva del sistema è perché fa difetto la serietà.

  3. ciao chiara. prima cosa, non sono bravo a intervenire nei blog, anche perchè non sono tutti uguali, sul tuo ho lasciato dei messaggi doppi, devi scusarmi… è da qui però, che volevo agganciarmi. ti avevo mandato un articolo riguardo ai finanziamenti statali all’editoria… quello che infatti volevo dire, in sintesi, è: vero il discorso della serietà individuale, del documentarsi… però se un sistema è strutturato in modo che la serietà sia un difetto, rappresenti un problema, quel sistema si “addorme” su se stesso, e se cerchi di svegliarlo, di scuoterlo, inizia il conflitto.
    bè, fammi sapere se tante volte hai ricevuto l’articolo sul tuo blog.

    saluti

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