Un uso strumentale del terrorismo
In occasione della “scoperta” di nuovi, sedicenti Brigate Rosse, il cui cuore, a detta dei giornalisti, si annida contemporaneamente in molte città del nord, sul quotidiano “La Stampa” (di proprietà della Fiat) è apparsa un’intervista a Carlo Callieri, il dirigente della premiata ditta torinese che durante i cosiddetti “anni di piombo” rivestiva il ruolo di capo del personale. Callieri, a ventisette anni di distanza, continua imperterrito a dire bugie.
La Fiat, nell’ottobre del ’79, a qualche mese dalla fine delle dure lotte per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, prendendo a pretesto il terrorismo, senza alcun motivo apparente, espulse 61 operai perché a suo dire erano contigui al terrorismo. Licenziarne 61 per educarne migliaia. Sono una di quei 61 licenziati e posso dire che la Fiat oggi come allora mente.
In realtà quella manovra non serviva a debellare il terrorismo; il vero obiettivo era quello di mettere ordine nelle officine e creare le premesse per distruggere la forza di contrattazione acquisita dagli operai nel decennio di lotte appena trascorso. La Fiat, per risolvere la crisi in cui versava, aveva bisogno di aumentare la produttività e, oltre all’introduzione di nuove tecnologie, prese a pretesto la lotta contro il terrorismo per aumentare il livello di sfruttamento, ridimensionare il ruolo del Consiglio di fabbrica e iniziare quel processo di restaurazione che sfocerà un anno dopo nell’espulsione di 23 mila operai.
Quella manovra vide conniventi ampi settori del sindacato e del Pci; quest’ultimo s’illuse che collaborando a rendere “governabile” non solo la fabbrica ma anche la società, avrebbe dimostrato di avere le carte in regola per partecipare al potere politico. Infatti è vero che lo sciopero indetto dalle Confederazioni sindacali contro il licenziamento dei 61 non riuscì, ma ciò avvenne perchè molti delegati del Pci passarono tra le linee a dire agli operai, già annichiliti dal terrorismo padronale, che non era il caso di aderire allo sciopero perché pericoloso. Non è più un mistero per nessuno che la preparazione della lista coi nomi dei 61 da espellere fu compilata con la partecipazione attiva di alcuni delegati del Pci.
È una storia amara quella dei 61 che a tanti anni di distanza, nonostante i ripetuti dibattiti e le conseguenti interpretazioni di parte, non è stata chiarita fino in fondo. Tra i 61 furono cinque gli operai arrestati perché coinvolti in pratiche terroristiche; per ognuno di questi la Fiat ne espulse 12. Anche i tedeschi, quando i partigiani ammazzavano un nazista, per rappresaglia fucilavano 10 civili. A mio avviso ci sono vari modi di esercitare il terrorismo; uno di questi è quello dell’uso strumentale del terrorismo per realizzare i propri obiettivi, calpestando la dignità di migliaia di persone la cui unica colpa era quella di difendere con le unghie e coi denti il diritto al lavoro e a pretendere rispetto nella fabbrica e nella società.
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