BIANCIARDI COM’ERA DI MARIO TERROSI: LA SFORTUNATA VICENDA DI UN’EDIZIONE FANTASMA

di Antonello Ricci

Ci sono avventure che nascono sotto un’infausta stella. Nel gennaio 2006 la nuova edizione del libro di Mario Terrosi, Bianciardi com’era, lettere di Luciano Bianciardi ad un amico grossetano, fresca di stampa è imballata nei magazzini dell’editore Stampa Alternativa. Pronta per le librerie. La macchina della promozione è pronta a scattare. Curata da Corrado Barontini e Antonello Ricci, arricchita da una pregevole introduzione di Pino Corrias, questa nuova edizione vede la luce nella collana Eretica (pp. 80, euro 10.00). Ma ancora sigillato negli scatoloni Bianciardi com’era è già un libro fantasma. Già in corso d’opera alcuni giudizi poco lusinghieri degli eredi Terrosi avevano convinto i curatori a modificare il progetto originale, sopprimendo una serie di (pur interessanti) appendici realizzate per l’occasione. Ora l’insofferenza dei Terrosi si sposta su alcune affermazioni di Corrias. Lo spiacevole episodio convince Marcello Baraghini ad allestire in fretta e furia una ristampa ‘preventiva’ del volumetto. Per evitare polemiche sterili e portare a compimento una piuttosto sofferta gestazione. Intanto Daniele Abbiati e David Fiesoli, sulle colonne rispettivamente de Il Giornale e de Il Tirreno, recensiscono un libro che non c’è. E non ci sarà. È a questo punto infatti (appena in tempo per fermare la tipografia, per fortuna) che Stampa Alternativa riceve una mail di Luciana Bianciardi: la quale, in nome della legge (sul diritto d’autore), intima che il nuovo Bianciardi com’era (stampato a sua insaputa) sia tolto dalla circolazione. È la fine. L’editore, per risparmiarsi dispendiosi quanto incerti duelli in sede forense, decide di metterci una pietra sopra. Tombale. Non è una storia entusiasmante, a ripensarci. Diseducativa quanto intrigante. E certo siamo in molti a non farci una splendida figura.
Per esempio gli eredi Terrosi, i quali, prigionieri di una non-contrattabile immagine di Mario (rispettabilissima sul piano degli affetti, ovviamente; ma tutta da discutere sotto il profilo della biografia pubblica dello scrittore), hanno saputo dire ‘grazie’ solo alla notizia che Stampa Alternativa non si sarebbe ostinata per vie legali contro gli eredi Bianciardi.
Ma anche l’editore, che ingenuamente ha sottovalutato la questione del diritto d’autore proprio in un caso di autorialità ‘anfibia’ (eh sì, perché senza l’esile ma amorevole tessitura operata dal Terrosi sulle lettere bianciardiane Bianciardi com’era non esisterebbe, ma al tempo stesso il libro di Terrosi non si reggerebbe neanche in piedi senza quegli straordinari ‘reperti’ epistolari; a questo proposito sarà interessante ricordare che Bianciardi com’era nacque in realtà come capitolo di un più ampio, mai portato a termine omaggio collettaneo a Bianciardi da parte dei suoi amici grossetani).
Poi ci sarebbe la figlia di Bianciardi che, da tempo editrice in proprio, ha brandito con eccesso di legittima difesa l’arma del diritto d’autore, lasciando intendere chiaramente che rivali sul terreno dell’eredità editoriale paterna non ne gradisce (eh sì, perché le lettere di Luciano pare intenda stamparle proprio lei, a breve: opera senz’altro meritoria. Ma quale destino per Bianciardi com’era? Possibile che quel toccante omaggio all’amico scrittore appena scomparso, voluto in anni in cui Bianciardi non era più appetibile né per la critica né per il mercato, finirà condannato ad altri trent’anni di oblio?).
Infine, perché no?, anche noi curatori. Per aver pensato – solo pensato – che fosse cosa buona e giusta rendere nuovamente disponibile per i lettori italiani un piccolo libro pieno di passione. Evidentemente sbagliavamo.

Pensando di fare cosa utile, mi risolvo a presentare ai lettori di Culture del testo alcuni dei materiali preparatori per l’edizione-fantasma di Bianciardi com’era. Si tratta di alcune semplici schede critiche e bio-bibliografiche: sul libro, su Luciano Bianciardi, su Mario Terrosi, sul Terrosi narratore. Con l’idea che in tal modo qualche brano di un lavoro intenso e appassionato non sarà andato perduto.

“Bianciardi com’era”, scheda critica. Pubblicato nel 1974, appena tre anni dopo la morte di Bianciardi, Bianciardi com’era uscì in un momento in cui sull’opera dello scrittore grossetano era già calato, precoce e desolante, l’impenetrabile silenzio della critica ufficiale.
Esso rappresenta la prima biografia ma anche il primo tentativo di tracciare un ritratto morale del Luciano Bianciardi uomo e scrittore. Il ricco repertorio di brani epistolari pubblicato copre un arco di tempo che va dai primissimi anni dell’ ‘esilio’ milanese di Bianciardi (’54), all’amaro periodo di Rapallo, ai giorni che precedettero la morte dello scrittore sul finire del ’71.
Queste lettere, raccolte e montate con intelligenza critica, sensibilità e affetto profondo dal tipografo-scrittore e pittore grossetano Mario Terrosi (che di Bianciardi fu coetaneo e amico sincero) rappresentano un’irridente, sarcastica quanto smagata, controstoria d’Italia negli anni del cosiddetto Miracolo economico. Rivelando con decenni di anticipo e tratti di acuta profezia, miserie e macerie della capitale morale d’Italia (così era nota a quei tempi Milano) nei giorni dell’irresistibile ascesa del Dio Consumo.
Bianciardi com’era è anche un’implacabile requisitoria contro il conformismo del mondo intellettuale, letterario e, soprattutto, editoriale milanese e nazionale di quegli anni; sottobosco che Bianciardi si trovò a conoscere e sperimentare direttamente fin nei suoi aspetti più alienanti. Proprio per questi stessi motivi Bianciardi com’era si rivela libro di sconcertante attualità: quasi i malanni della nostra cultura e del nostro costume nazionale si fossero fermati a quei ‘favolosi’ anni ’60.

Bianciardi, scheda bio-bibliografica. Luciano Bianciardi (1922-1971) negli anni del dopoguerra fu insegnante di liceo e direttore della biblioteca comunale di Grosseto. In questo secondo ruolo fu a lungo attivo nella vita culturale locale: promotore di affollati cineforum e dell’innovativa esperienza della biblioteca itinerante (il “bibliobus”). Nel 1954, scemati ormai gli entusiasmi della Ricostruzione, personalmente segnato dalla sciagura mineraria di Ribolla, Bianciardi partì alla volta di Milano dove avrebbe lavorato prima come redattore per la costituenda casa editrice Feltrinelli (la “grossa iniziativa”) poi come traduttore. Questa seconda attività gli garantì finalmente una certa sicurezza economica. Il suo esordio come scrittore è del 1956 con I minatori della Maremma, libro realizzato a quattro mani con Carlo Cassola. Il suo romanzo più celebre resta La vita agra (1962), che con Il lavoro culturale (1957) e L’integrazione (1960) forma una vera e propria trilogia e contro-storia del Miracolo Italiano. Di Bianciardi non andrà dimenticata la vena ‘garibaldina’, con gli scritti dedicati a Risorgimento e impresa dei Mille: Da Quarto a Torino (1960), La battaglia soda (1964), Daghela avanti un passo! (1969) e il postumo Garibaldi (1972). Il suo ultimo romanzo fu lo stralunato Aprire il fuoco (1969). Morì per alcool a Milano il 14 novembre 1971.

Terrosi, scheda bio-bibliografica. Mario Terrosi (1921-1999), uomo schivo ma insieme schietto e generoso, seppe far convivere molti interessi, alternando la sua passione per la narrativa a quella per la pittura, unitamente a collaborazioni con riviste e giornali nazionali. Per interessamento di Bianciardi esordì nella ‘serie grigia’ di Feltrinelli con La casa di Novach (1956), riscuotendo una discreta attenzione di critica. La sua bibliografia: Il sentiero, ‘Eco’, Grosseto 1948; La casa di Novach, Feltrinelli, Milano 1956; Michele Capasso, Tipografia Grossetana, Grosseto 1962; Bianciardi com’era, Il paese reale, Grosseto 1974; Il mentecatto, Il paese reale, Grosseto 1975; Jugoslavija. Stoj!, Il paese reale, Grosseto 1977; Morte del genitore, Cooperativa Centro Documentazione, Grosseto 1981; Ortensio mio, Edizioni Libreria Signorelli, Grosseto 1985.

Terrosi narratore. L’avventura narrativa di Terrosi non comincia e non finisce con Bianciardi com’era. Votato per carattere allo scavo interiore, Terrosi visse la scrittura come attività di bottega. Tanto sorvegliato sotto il profilo stilistico quanto severo sotto quello morale. Pure fu scrittore eclettico, se è vero che le sue cose migliori si divaricano tra il neorealismo memorialistico degli esordi ed un tardo espressionismo speso nella difficile ma produttiva solitudine della provincia. Più portato per la misura del racconto che non per il romanzo, Terrosi non raggiunse, se non in certe pagine (di rara bellezza, invero), il felice compimento della perfezione. E non fu scrittore fortunato. Dopo un esordio da poeta, infatti (Il sentiero, ’48, con una garbata introduzione a firma Minco Nori, pseudonimo bianciardiano), grazie all’interessamento di Bianciardi Terrosi narratore autodidatta si ritrovò ospite della ‘serie grigia’ di Feltrinelli a fianco di Cassola e Ugo Pirro. La casa di Novach (’56), libro composto e intenso, non passò inosservato (finalista al premio Prato, ne parlarono Gian Carlo Ferretti su l’Unità e Giuliano Manacorda su Società), ma riscosse attenzioni viziate da preconcetti neorealisti: alla critica marxista interessava più che altro l’aspetto documentario e autobiografico, il sofferto ‘romanzo’ di formazione del giovane Terrosi, soldato d’occupazione in Jugoslavia nella seconda guerra mondiale. Sulle incertezze letterarie del testo si sorvolò con buona dose di paternalismo (Ferretti parlò di un “Rigoni Stern minore”). Ma a darci segno delle profondità emotive cui questi temi seguitarono ad essere macerati e setacciati (primo fra tutti un inestirpabile senso di colpa) è il fatto che Terrosi volle riprenderli vent’anni dopo nel suo lavoro più importante: Jugoslavija. Stoj! (’77), diario d’un ritorno sui luoghi di guerra datato ’68. Libero da costrizioni d’intreccio, sollecito a registrare banali episodi di ‘cronaca’ come altrettante divagazioni morali, in Jugoslavija. Stoj! Terrosi equilibra con tocco felice indagine autobiografica e narrazione breve.
Le vicissitudini editoriali che seguirono la pubblicazione de La casa di Novach sono esemplari. Nell’agosto ’58, infatti, la cronaca grossetana de l’Unità (cronaca di Grosseto) dava per imminente l’uscita d’un nuovo libro di Terrosi (ancora con Feltrinelli; imprimatur di Giorgio Bassani), romanzo di ambientazione maremmana intitolato La miniera. Non sappiamo come andarono le cose. Certo quel libro non vide la luce. Il nuovo appuntamento editoriale sarà invece quattro anni più tardi. Nel ’62 uscirà infatti Michele Capasso, ambientato fra le capanne di falasco dei pescatori di Marina di Grosseto. Le pagine più belle di Michele Capasso sono senz’altro quelle dedicate ai paesaggi marittimi ed alle descrizioni del lavoro dei pescatori. Mentre le consuete fragilità strutturali (plot meccanico, personaggi e dialoghi poco plausibili) ci aiutano a inquadrare meglio il curioso destino editoriale di un romanzo che Terrosi, come scrive Bianciardi nella sua introduzione, “dopo una complicata e non esemplare vicenda di trattative con editori milanesi” si risolse a stampare “con le sue stesse mani”. Già all’inizio degli anni ’60, insomma, il caso del tipografo-scrittore poteva considerarsi chiuso.
Nel ’74 Terrosi sarebbe tornato a far parlare di sé. Di Bianciardi com’era si sarebbero occupati critici come Carlo Bo (L’Europeo) e Oreste Del Buono (Linus). Ma anche in questo caso la sua figura pare sacrificata ad altro: alla richiesta d’una nuova attenzione critica per Bianciardi, scomparso da poco e già dimenticato. In ogni caso Terrosi non avrebbe smesso di scrivere. Oltre i racconti raccolti in Morte del genitore (’81), infatti, appartengono al decennio ’75-’85 le sue opere al contempo più imperfette e interessanti. A parte Jugoslavija. Stoj!, si tratta degli stralunati racconti de Il mentecatto (’75) e di Ortensio mio (’85), romanzo bizzarro e grottesco d’una logorrea tutta toscaneggiante in cui, secondo l’esempio del Bianciardi monologante de La vita agra e di Aprire il fuoco, Terrosi sembrerebbe aver riconosciuto la cifra stilistica più sua: soliloquio teatrale d’un narratore ‘mentecatto’ per forza di cose e per scelta, pensionato smarritosi nel delirio di vicende di ordinaria follia condominiale. Proprio qui, per chiudere, egli attinse gli accenti più universali della sua sofferta parabola narrativa.

P.S. L’Associazione Il Fondo organizza per il 19 maggio alle ore 20,00 una cena presso l’agriturismo Pianizzoli di Massa Marittima con la non presentazione del non libro Bianciardi com’era non edito da Stampa Alternativa (per i dettagli, si veda il calendario eventi)

Commenti

5 commenti to “BIANCIARDI COM’ERA DI MARIO TERROSI: LA SFORTUNATA VICENDA DI UN’EDIZIONE FANTASMA”

  1. gert on Aprile 30th, 2006 01:26

    «… è iniquo obbedire a leggi inique.»
    (Luigi Veronelli)

  2. Antonello Ricci on Giugno 6th, 2006 16:39

    TERROSI-BIANCIARDI NON-PRESENTAZIONE, 19 MAGGIO 2006, M. MARITTIMA

    Un fondo d’amarezza

    Una premessa d’obbligo: * questa è una storia no-profit (né profitti economici, né glorie particolari), sarà bene ricordarlo perché tutto resti dentro un alveo di buon senso * questa è una storia di gente che ama i libri (molti di questi libri, questo stesso di cui parliamo stasera, sono stati a lungo inseguiti in biblioteche o su bancarelle - ricordo il Lavoro culturale di Leto Morvidi, comunista mancianese trapiantato a Viterbo, ricordo la Casa di Novach), gente che ama comprare libri, che ama donarli

    Storie di passione, quindi, e di ricerca amorosa, paziente

    Perché siamo qui. Marco Palladini, presentando la querelle sul sito del Sindacato nazionale scrittori ha sentito il bisogno di rimarcare 2 idee: * che questa è una storia diseducativa, e quindi molto bianciardiana (e quindi molto intrigante, aggiungerei io) * che l’immagine dei libri bloccati in magazzino, pronti per il macero sa molto, troppo, di Fahrenheit 451!

    Da che cosa nasceva l’idea di riproporre Bianciardi com’era: * nell’ambito del terzo festival di letteratura resistente (Pitigliano, settembre 2005), dedicato al paese reale * riproporre qualche titolo interessante dal catalogo della casa editrice grossetana

    Su quale filone s’innestava l’idea? Un felice crocevia di orizzonti diversi: * l’interesse di Baraghini per le Strade bianche * un mio percorso di ricerche lungo vent’anni attraverso il territorio viterbese-maremmano, cultura popolare e storia locale

    Insomma: valorizzare storie e culture locali in chiave critica rispetto all’omologazione del presente

    I primi contatti con gli eredi Terrosi già durante il lavoro per l’allestimento del festival, ma anche le prime impercettibili “crepe”, 2 campanelli d’allarme: * il precedente del caso Boccardi (marzo 2005) * l’idea, abortita sul nascere, di editare un romanzo inedito di Bonelli

    Ipotesi-libro: intro Corrias + Terrosi + appendici mie e di Corrado (con il recupero di una chicca bianciardiana)

    Le appendici: Terrosi tipografo e pittore (Corrado), Terrosi narratore (il sottoscritto), brani trascritti dagli interventi per la presentazione dell’edizione 1974, una bella lettera del figlio di Terrosi al sottoscritto

    24 novembre 2005: stroncatura integrale da parte dei Terrosi delle appendici con argomentazioni acute e puntigliose. Controproposta della famiglia: solo Terrosi e Bianciardi + l’intro di Corrias (a scatola chiusa? Un po’ di amarezza, lo confesso, e da qui mi disamoro)

    Mio ok immediato, però, per rispettare il patto d’altri tempi sancito con una stretta di mano. 1 dicembre 2005, contro-ok di Terrosi. Si può andare avanti: Corrias invia la sua intro direttamente in casa editrice, la casa editrice gira la mail a me per conoscenza… lo confesso… mea culpa, mea culpa… frutti velenosi del disamore (non mi va più di avere contatti coi Terrosi): non la giro a mia volta. Scelta fatale

    Febbraio 2006. Pronto il libro, lo recapitiamo subito, senza entusiasmo ma con un residuo di soddisfazione per il compimento dell’impresa, ai Terrosi. 13 febbraio, mail del figlio e telefonatafiume della figlia. Fuoco e fiamme su Corrias. Come, Terrosi comunista! (eppure, eppure… c’è chi ricorda una lettera del 1956…)

    Alzo le braccia e smisto sull’editore, il quale, per non lasciar morire il progetto, patteggia una ristampa “preventiva” con un Corrias ritoccato. Siamo ormai a marzo-aprile, se non ricordo male. Al momento di andare di nuovo in tipografia, giunge la mail di Luciana Bianciardi, “per caso vengo a sapere…” - è la mazzata finale. Un crocione sopra tutta la faccenda. Una pietra tombale

    La storia è tutta qui, resta forse il tempo per qualche riflessione

    Sui Terrosi. Non entrerò nel merito delle ragioni e delle critiche, degli argomenti e dei documenti: si tratta di un carteggio di lavoro, è vero, ma ne andrà comunque rispettata la tonalità confidenziale

    Ho scritto altrove di un’immagine non-contrattabile del padre. Parlo di sensazioni. E sentimenti. Con rispetto, sia chiaro. Ma. Ho lavorato per anni, con decine e decine di persone, a loro “ritratti” pubblici. Sempre con un habitus morale: priorità della dimensione umana e condivisione del lavoro (così, e più e meglio di me, Corrado). Beh, una fregna del genere, come dicono a Viterbo, non m’era mai capitata!

    Ma forse, a mostrare la corda, in quest’occasione, è stato tutto un metodo di lavoro: accingendomi a scrivere del Terrosi narratore dopo averne letto centinaia e centinaia di pagine (non proprio Flaubert, sarà bene non dimenticarlo), ho sentito infine insofferenza per i limiti del “rischio” agiografico che sempre è l’interfaccia in questo genere di ricerche. E ho voluto dire il vero fino in fondo. Senza fronzoli né mezze misure. Terrosi ambiva al riconoscimento di scrittore. Ed io l’ho riconosciuto. Senza mediazioni (lo so lo so, è una provocazione ai limiti del paradosso). L’ho trattato come avrebbe voluto, in fondo. Da scrittore vero. Ma la cosa non è stata accettata. Mi hanno usato contro Bianciardi, sottilmente: “laddove Luciano glissa con eleganza, Antonello stride”. Solo che Bianciardi era un amico. Io Terrosi non l’ho mai conosciuto.

    Forse, c’è anche una possibile lettura “sociologica”. Una linea Boccardi-Bonelli-Terrosi. Abituato ai popolani, non mi ero mai affacciato su una piccola borghesia già domestica con “ritratti” e autoritratti, con una propria immagine pubblica, almeno in parte smaliziata rispetto alla funzione eternante della scrittura

    Comunque sia, non ho mai sentito i Terrosi dire un grazie, un semplice grazie

    Sulla Bianciardi. Non ha nemmeno chiesto di vedere il libro (almeno così mi risulta). Sembra banale, ma è una spia. Sembra che non importi la qualità del tuo lavoro (il tuo lavoro per il valore-Bianciardi), sembra dominare un’ossessione da controllo del territorio (pare che l’epistolario Bianciardi-Terrosi troverà posto nel secondo Antimeridiano. Ma non il Bianciardi com’era, le lettere soltanto. Dubito che vi troveranno mai posto le missive di Terrosi.)

    Ecco, ripenso alla serata grossetana del 5 marzo 2005. Gli aforismi boccardiani. La fidanzata-vestale. Editore pane-e-mortadella. Aforismi letti come barzellette. La mia intro a quel millelire me la sono poi andata a rileggere, più volte: eccheccazzo!

    Gli eredi. Si muovono con maldissimulato piglio moralista e censorio, emanando aura di chi è destinato a soprintendere, vigilare, tutelare da corruzione e degrado un’ontologia, un’identità originaria, certa e autocertificata

    E, visto che ci siamo, mi sarà concessa una riflessione sulla logica “anti” dell’Anti-meridiano: logica che profila un autore per negazione (non per proposta), logica che perciò, schierandosi eteronoma, subalterna ad un Altro e ad un “Altrove” di senso, si autoreclude nel cono d’ombra di ciò che intenderebbe negare. Non c’è peggior servizio, forse, alla memoria critica di un autore. Di qualunque autore

    Passo e chiudo

  3. Ettore Bianciardi on Luglio 27th, 2006 19:29

    Cari Signori,
    per puro caso leggo sul vostro sito, assieme alla notizia, per me entusiasmante, del dissolvimento della sedicente Fondazione Luciano Bianciardi, che ho sempre ritenuto in completo contrasto con la figura e il pensiero dello scrittore, alcune polemiche tra la Vostra Casa Editrice e Luciana Bianciardi, mia sorella, circa la pubblicazione di un libro di Mario Terrosi, che, se capisco bene, è costituito in gran parte dalla corrispondenza tra l’Autore e Luciano Bianciardi, mio padre. Per quel che riesco a capire, ma sarò lieto se vorrete spiegarmi meglio, è sorta una disputa su eventuali “diritti d’autore” per i quali Luciana Bianciardi avrebbe impedito a voi di pubblicare tale libro.
    Nel seguito delle vostre note, fate riferimento all’atteggiamento sulla questione e più in generale, degli EREDI.
    A questo punto mi preme precisare quanto segue.
    1) Eredi legittimi di Luciano Bianciardi sono oltre alla figlia Luciana, la moglie Adria Belardi ed il sottoscritto figlio Ettore.
    2) l’erede Ettore Bianciardi non ha mai posto problemi riguardo al diritto d’autore, anche perchè nessuno gli ha mai chiesto niente.
    3) Luciana Bianciardi non rappresenta in alcun modo la volontà di Ettore Bianciardi, neanche nelle questioni relative ai diritti d’autore presunti o meno del comune padre.
    4) Ettore Bianciardi considera il cosiddetto diritto d’autore un retaggio medioevale, che deve essere presto abolito nella giurisprudenza, ma prima di allora nella coscienza e nell’intelligenza delle persone.

    Ciò premesso, sicuro che nel seguito e per questioni simili, vi riferirete a Luciana Bianciardi e non più agli Eredi Bianciardi,mi piacerebbe conoscere qualcosa di più riguardo a questa iniziativa ed al resto delle iniziative che proponete riguardo a Luciano Bianciardi e più in generale riguardo i problemi (ahimè) del cosiddetto lavoro culturale. Non è escluso che in tale riguardo possa decidere di esercitare il terzo dei miei diritti d’autore nel rispetto delle mie convinzioni alle quali accennavo.
    Grato di una Vostra risposta vi saluto e vi faccio gli auguri per una attività che mi pare meritoria

    Ettore Bianciardi

  4. Ettore Bianciardi on Agosto 22nd, 2006 12:38

    E così è vero!
    L’amico Gregorio Scalise me lo conferma, ha ricevuto una lettera dalla sedicente Fondazione Bianciardi, firmata da quattro signori piangenti che annunciano le loro dimissioni dovute alla cattiveria del mondo intero, contro di loro coalizzato; sono: Velio Abati, Maria Pia Betti, Walter Lorenzoni, Gabriella Solari.
    L’inizio è promettente, ma gli altri? Non credono tutti i signori (e le signore) che a vario titolo sono state presenti in questo sciocco e sciagurato organismo autoreferenziale di farsi anche loro da parte, magari chiedendo scusaall’umanità?
    Non vedono la necessità di una …. rifondazione della Fondazione (se proprio c’è bisogno di essa)? Non credono che la gestione personalistica ed antitetica al personaggio ricordato non debba esser ormai considerata conclusa? Non credono sia ora di cessare di offendere la menoria di LB, continuando a fare le cose che lui detestava e che ha sempre dileggiato?

    Suvvia un po’ di buona volontà e un minimo di intelligenza.

    Con la speranza di buone notizie

    Ettore Bianciardi

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