Dieci anni fa moriva di AIDS il poeta Dario Bellezza

QUEL MALESSERE ESISTENZIALE CHE COINVOLGE L’ANIMO UMANO

Esattamente dieci anni fa, il 31 marzo del 1996, moriva di AIDS il poeta Dario Bellezza. Lo scrittore poeta e giornalista romano Maurizio Gregorini omaggia Dario Bellezza con un volume scioccante, crudo, in cui ripercorre gli ultimi giorni terribili del lirico. Il libro di Maurizio Gregorini, edito da Stampa Alternativa, è Il Male di Dario Bellezza: vita e morte di un poeta (210 pagine, 13,00 euro). Di seguito un’intervista con l’autore pubblicata su “La Voce” del 30 marzo.

Quale importanza occupa Il male di Dario Bellezza nel panorama letterario italiano?
Oserei dire significativa, oltre che unica. Con lo scorrere del tempo e con la storicizzazione della sua fine, possiamo intrattenerci a parlare di Bellezza senza creare alcun tipo di fastidio, sia per la vicenda che la sua morte per AIDS causò, sia per le calunnie che ne seguirono, calunnie in cui anch’io rimasi coinvolto. Ho scritto un nuovo libro su di lui per l’empatia provata e per il fatto che, insieme a Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna, credo resti – a mio umile avviso – uno tra i massimi cantori dell’omosessualità in versi che il Novecento ci abbia saputo donare. Resto convinto della idea che ogni poeta, invece di contemplare solo il proprio ombelico credendo che gli altri ritengano l’accadimento importante per il resto del mondo, debba piuttosto saper mettere a servizio il suo tempo agli altri.

Lo riferisco perché, essendo io un poeta, non nascondo che, occupandomi della figura di Dario Bellezza, continui in qualche modo a produrre versi. Ma il mio è anche un omaggio affettuoso al coraggio di un poeta scomodo, insolito; al fatto che, sebbene ciò possa apparire scandaloso, Dario Bellezza aveva una umanità rara, difficile da rintracciare nei poeti italiani contemporanei. Per cui, ora che gli editori non sembrano interessati a ristamparne l’opera, adesso che vi è necessità di riscoprirne il valore, credo che il mio libro giunga a colmare un vuoto, un disinteresse scandaloso. Infine non si può nascondere come Il male di Dario Bellezza resta l’unica testimonianza, per quanto possibile compiuta, del dramma della sua morte”.

Dopo tanti anni, poeticamente cosa le resta di questa esperienza?
“Non so. Sebbene il tempo sappia dare le risposte giuste, io non mi sono ancora né interrogato sulla vicenda capitatami, tanto meno risposto al riguardo. A me preme che si avverta quanto Il male di Dario Bellezza non sia l’incontro idilliaco tra due lirici, bensì la documentazione di una tragedia dove, ad emergere è soprattutto il rapporto umano. Qui c’è l’accompagnamento verso la morte di un uomo che, riscontro del tutto casuale nell’evento, è anche poeta. Quando parlo di accompagnamento intendo dire l’aiutare il prossimo – e sé stessi, non v’è dubbio – ad affrontare la morte. Sebbene, ora più che nel passato, la morte è da noi vissuta quale fatto clinico, va ricordato che essa è qualcosa di più: un accadimento alto, emotivamente psicologico, il lascito spirituale della persona che conclude il suo ciclo vitale; nonché un modo forte, duro, di affermare il principio della vita. Noi non possiamo nascondere il dolore, la sofferenza, credendo che l’esistenza sia altrove. Darsi alla fuga non aiuta: essere accanto ad un malato che muore dà pienezza alla nostra vita miserevole. La morte c’è (è l’unico evento a cui non ci si può sottrarre e che sfugge alle nostre scelte), e viverla significa accettare la impermanenza dell’esistenza. Toccarla con mano vuol dire accorgersi di come sia preziosa la vita.

Ribadisco che morire non è un evento clinico, ma il sopraggiungere dell’unica vera relazione: con quel che chiamiamo Dio, con noi stessi, coi familiari e amici, con la verità possibile. Innanzi alla morte ci si interroga sul valore profondo della vita. Dunque, tentando di rispondere esaustivamente alla sua domanda, direi che sì, la morte di Dario Bellezza è stata per me il raggiungimento della vetta di un possibile dialogo poetico. Perché alla fine Bellezza si è spento chiedendosi, come capita ad ogni essere sensibile, se nella sua vita aveva amato ed era stato amato. Ma non si tratta dell’amore sessuale o passionale che coinvolge le nostre meschine cose quotidiane, bensì di quella compassione che rende sacro l’amore, vale a dire l’impegno di essere presenti su questa terra confidando nella gentilezza reciproca.
Solo allora il morente diviene maestro di saggezza, quello che solitamente erano portati a fare i monaci buddisti scrivendo, poco prima di morire, quegli haikù testamentari della loro esperienza di vita. E questo trovo sia un fatto realmente poetico, slegato da qualsiasi interesse”.

Mi scusi se mi intrattengo di nuovo sulla questione della morte, ma…
“Non c’è nulla di che scusarsi. Perché nascondere il valore di un libro centrato sulla morte e del dover morire? Mica si può essere sempre ottimisti; nel senso che non si possono raccontare bugie. Bisogna continuare a far finta che la morte non ci sia?, che si tratti di una brutta favola che non riguarda noi?, non accettare che forse è l’unico atto della nostra vita che non possiamo programmare? Per infine allontanarne la sua presenza costante? Oh!, ma ciò significa restare ciechi, rimuovere inconsciamente un fatto spiacevole. La realtà, la dura realtà della vita, è che la morte c’è. L’esperienza orientale ci insegna che la vita non è senza la morte, e che la morte genera di nuovo una vita. Altri ha già commentato prima di me come saper conoscere la morte, accettandola quale accadimento che può giungere in qualsiasi istante avvolgendoci; dunque prepararsi a morire con coscienziosa lucidità significa conoscere pienamente la vita imparando a vivere. Ecco perché ritengo doveroso leggere la testimonianza di Dario Bellezza sulla morte e il dover morire. Una morte la sua, lo ripeto, vissuta cogli occhi del poeta, col sentire del poeta e coll’esperienza crudelmente devastante di come nemmeno la poesia ci possa salvare dall’inevitabile”.

La poesia, appunto. Lei è poeta. Come vive la poesia?
“Dico sempre che, su di me, il destino sia stato, poeticamente, intimamente capriccioso. Ecco perché, in questi ultimi anni, mi definisco poeta degli addii. Sì, degli addii, poiché tutto quello che al nostro occhio appare in maniera salda, stabile, nel profondo di sé muta impercettibilmente. E l’avvenimento della morte lo testimonia pienamente. Ad ogni modo continuo a restare forestiero dei miei versi; quel che mi preme attualmente è di potermi disfare del senso del tempo, restando indifferente al suo vertiginoso passaggio. Forse la mia poesia attuale risente di un simile concetto metafisico, espresso nelle mie brevi d’amore. Magari è una poesia dove vive una sorta di vuoto, di nulla, che diviene semina per il futuro, tant’è che mi ritrovo a scrivere racconti con la stessa attenzione e lo stesso sentimento con cui mi nutro di poesia. Del resto, non invecchio precocemente per aver accettato il sentimento d’amore che solo la vera poesia sa dare? Ma soprattutto la coscienza di una poesia ancora possibile mi dà l’arroganza di credere che tuttora io non mi sia affatto bruciato, svenduto, come dire?, di aver saputo salvare la mia vita”.

Spesso nelle sue interviste lei parla di svendita, diprostituzione. Sta co-conducendo, insieme a Patrizio Amabili, la nuova edizione di Outing, talk show di tematiche gay ideato da Francesco Caltagirone e in onda su Teleroma 56, un programma, pare, divenuto un vero e proprio cult televisivo. Ribadisco che lei è poeta, uno scrittore di certo spessore: non le sembra che presentando un programma simile svenda sé stesso a favore di un egocentrismo fuorviante?
“Può darsi. Ma in una società quale la nostra essere poeta come lo si poteva essere nell’Ottocento non serve a nulla. Su questo Dario Bellezza, nel mio libro, dà una risposta, oltre che chiara, definitiva. E poi, egocentrismo di che? Sono molto contento di lavorare con Patrizio Amabili e coll’intero staff della trasmissione. Le assicuro che in Outing vi sono dei rapporti umani tra di noi difficilmente rintracciabili altrove e lo testimoniano non solo gli ospiti che vi partecipano con la rivelazione dell’esperienza delle loro vite, ma anche le molte e-mail pervenute e le centinaia di telefonate ricevute in diretta. Capisco come forse le risulta difficile crederlo, ma guardi che i poeti non sono poi così diversi dal resto dell’umanità: facendo colazione con altri al mattino sono capaci di bisticciare per una semplice dose di marmellata o caffellatte. Le dico questo per farle comprendere come anche i poeti necessitano di una volgare normale quotidianità per poi poter elevare, senza fronzoli, la magnificenza unicamente irripetibile del loro canto. Non è poi da tralasciare una questione magari opinabile, ossia che i poeti veri sono come i bambini piccoli, nel senso che la loro vita intera diviene un divertimento giocoso irrinunciabile anche se, proprio in virtù di ciò e contraddittoriamente a quel che le ho riferito un attimo fa, i poeti sono creature psicologicamente fragili, indifese.
Lo ammetto in virtù del fatto che solo coloro che possiedono la consapevolezza di un animo profondo sono, in fin dei conti, degli autodistruttivi, creature che molto spesso pensano al suicidio. Inutile negare o far finta che chi è superficiale, o vive la sua vita con frivolezza, ha più possibilità di restare immune innanzi agli eventi crudeli della vita”.

Si ritiene felice?
“Proprio felice non direi. Appagato sì. Ho la fortuna di essere seguito da alcuni amici, presenze quotidiane nella mia vita da me considerate fondamentali come Letizia Signorini, Antonio Rollo, Raffaella Belli, mia sorella e di altre nuove quali Antonello Morsillo, Claudio Catalano che col compagno Lorenzo considero persone di famiglia. Ciò significa molto per me. La felicità? Penso sia da rintracciare nelle cose minime a cui non si presta attenzione specifica. Le do un esempio. Alla presentazione del mio libro presso l’Aula Magna dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, mia madre si è presentata con un dono inaspettato: due quaderni per scrivere rilegati a mano, di fattura indiana, con una sovraccoperta di tessuto cucita artigianalmente. Lei non ci crederà ma, tornato a casa, scivolato di nuovo nella mia misantropia, ho iniziato a tenerli tra le mani stregato dalla loro bellezza, infine rendendomi conto di come un gesto così intimamente affettuoso quale quello donatomi da mia madre possa benissimo essere non solo una riconoscenza, ma l’abbraccio compassionevole che nobilita le cose minime del mondo intorno a noi.”

(Intervista pubblicata su “La Voce” di giovedì 30 marzo 2006).

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