LE EFELIDI DI PILU’ E LA SCRITTURA CARDIACA DI GOLIARDA

La fine dell’antiromanzo. Che cos’è L’Arte della Gioia
Di Angelo Pellegrino
Da Bookmark (inserto settimanale de “Il Riformista”) di mercoledì 9 novembre 2005

Quando nella primavera del 1996 balenò la possibilità di pubblicare per intero L’Arte della Gioia, Goliarda, accingendosi a rivedere il romanzo dopo vent’anni da quando l’aveva portato a termine, pose davanti a sé una sorta di cartello con le seguenti parole: «Sono passati trent’anni dal primo appunto su Modesta. Attenta, Goliarda, a non cadere nel tranello dell’autocensura».Temeva che due decenni di rifiuti editoriali, e tre di convivenza con la protagonista del suo romanzo,potessero aver intaccato la forza dell’idea originaria, e di scivolare nel peccato di autocensura, la caduta più grave per una scrittrice come lei.Temeva la vergogna del tradimento più stolto, quello della propria storia. Chiunque al suo posto avrebbe avuto ragione di dubitare. I due maggiori critici italiani avevano espresso giudizi del genere, il primo:«È un cumulo di iniquità.Finché io sarò vivo non permetterò la pubblicazione di un libro simile». Il secondo, spirito più elegante e libero, e piuttosto intimo di Goliarda, una volta aveva risposto al telefono un po’ alterato: «Ma che c’ho a che fare io con questa roba?!».
L’Arte della Gioia (di Goliarda Sapienza, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo ndr) dev’essere un romanzo maledetto, per esso Goliarda si ridusse in assoluta povertà e andò persino in galera. Aveva cominciato a scriverlo l’anno successivo a quel primo appunto, cioè nel 1967. Aveva già portato a termine Lettera aperta, che uscirà proprio in quell’anno, e Il filo di mezzogiorno, che vedrà la luce due anni dopo. Sono i primi due romanzi di un ciclo autobiografico di cinque, che Goliarda interruppe per nove anni letteralmente posseduta dal bisogno di dar vita alla sua protagonista, Modesta (quanta ironia nel nome!). Scriveva di solito la mattina cominciando intorno alla nove e mezza, e andava avanti sino all’una e trenta, le due, tutti i giorni, cercando di sfuggire – e non era facile – ai numerosi inviti a colazione nel sole di Roma di quegl’anni beati e agitati. Diceva sempre che scrivere significa rubare il tempo anche alla felicità. Si riposava canonicamente le domeniche. Fumava molto, come un po’ tutti allora. La giornata di lavoro si concludeva poi spesso con un bagno caldo.
Nel tardo pomeriggio suonava alla porta una assai più giovane amica, Pilú, quasi rossa con delicate efelidi sul viso e grandi occhiali. Insieme fumavano e bevevano, ma soprattutto Goliarda le rileggeva quanto aveva scritto la mattina. La regolarità dell’ascolto di Pilú credo sia stata determinante per il progresso di un’opera che non è certo un raccontino come tanti che si dicono romanzi da un po’ di anni in quà. Pilú ascoltava con attenzione non professionale ma da accanita e colta lettrice. D’altra parte Goliarda qualche volta faceva leggere quanto scriveva anche a Peppino, l’amato, distinto e sensibile portiere della casa di via Denza. Goliarda e Pilú andavano avanti così sino a sera. Dopo di che Goliarda cucinava una rapida cena col suo straordinario talento di cuoca. Riusciva a cucinare di tutto, con tutto, e soprattutto senza farsene accorgere.Teneva molto al riconoscimento di questo suo talento. Dicessero pure che era una mediocre scrittrice, ma non cattiva cuoca. Pare che avesse ereditato quest’arte dalla madre, Maria Giudice, che fra una rivolta contadina, uno sciopero, un comizio e uno stuolo di figli, non disdegnava di preparare ricchi pranzetti apprezzati – durante il reciproco esilio in Svizzera – anche da un Mussolini ancora rivoluzionario e nullatenente.
Ma spesso Goliarda e Pilú si univano a un gruppo di amici che abitavano nella vicina via Paolo Frisi, e finivano lí la serata fra ricche bevute dopo essere stati tutti insieme a cena fuori.L’indomani mattina,
dopo l’immancabile caffè nero a stomaco vuoto dei siciliani, Goliarda risaliva al piano di sopra, in alto fra cielo e nuvole – una curiosa mansarda ricavata da uno stenditoio, con un’immensa vetrata sul mare di pini sognanti di Villa Glori -, si sedeva su una bassa poltroncina barocca, si poneva sui ginocchi come scrittoio una custodia di cartone vuota, che aveva racchiuso vecchi dischi a 33 giri (le Fantasie di Bach eseguite, credo, da Gieseking), e riprendeva a scrivere circondata da una distesa di appunti tutti disseminati sul parquet.
Scriveva sempre su comuni fogli di carta extra-strong piegati in due perché, diceva, questo formato ridotto le consentiva una sua idea di misura – io credo però che fosse un ricordo, un bisogno delle dimensioni del vecchio quaderno dell’infanzia – dove vergava le parole con una grafia abbastanza minuta, facendo ciascun rigo via via piú rientrato sino a ridurlo a una o due parole, allora ricominciava daccapo con un rigo intero.Veniva fuori un curioso disegno, una specie di elettrocardiogramma di parole, sí, una scrittura molto cardiaca. Goliarda scriveva sempre a mano, diceva che aveva bisogno di sentire l’emozione nel battito del polso, servendosi di una semplice Bic nero-china a punta sottile. Ne consumava decine semplicemente perché le disseminava dappertutto e poi non le trovava piú.
Cosí passavano i giorni, i mesi, gli anni senza speciali accadimenti, a parte un viaggio ai confini orientali della Turchia (ma Goliarda non fu mai una forte viaggiatrice geografica) e la pubblicazione nel frattempo dei primi due romanzi.
Intanto andavano via quadri, disegni, sculture di tanti buoni artisti, e venivano ufficiali giudiziari, pignoramenti, avvisi di sfratto. Finché arrivai io. Ricordo che in uno dei primi giorni che abitavo in via
Denza, mentre salivo le scale m’imbattei in una cassapanca del Settecento austriaco che andava all’asta, pignorata in seguito a una vertenza sindacale della donna di servizio da troppo tempo non
pagata, la comunque adorata Argia, a cui Goliarda rimase sempre grata nel ricordo per l’aiuto che il suo prezioso lavoro domestico le portò in quegl’anni impegnati a scrivere L’Arte della Gioia.
A datare dal nostro incontro Goliarda scrisse tutta la quarta e ultima parte del romanzo, che fu concluso proprio nella mia casa di Gaeta il 21 ottobre 1976. Apposi io stesso la data sul manoscritto, e insieme cominciammo la sua revisione, poi dopo qualche mese continuata solo da me, che durò sino a metà del 1978, anno in cui partimmo per la Cina dopo aver dato il romanzo in lettura, per il tramite di un noto critico, a uno dei maggiori editori. Al ritorno, alla fine di quell’anno, trovammo la prima di una lunga serie di risposte negative. La vita poi incalzò sempre piú pressante, L’Arte della Gioia fu messo da parte, altre opere urgevano dentro Goliarda, altri appuntamenti con la vita, altri percorsi del suo destino.
Si giunse al 1994, anno in cui io stesso curai la pubblicazione presso Stampa Alternativa, casa editrice non nuova a imprese coraggiose, di una prima parte del romanzo, e fu allora che si pensò di procedere alle stampe dell’intera opera. L’improvvisa morte di Goliarda ha voluto che fossi ancora una volta io a preparare il romanzo per la sua edizione integrale.
Goliarda non potrà vedere la sua Modesta in libreria. Ma so che il dolore non è piú suo, è tutto mio per lei, Goliarda non è piú. Però Modesta esiste.
La felicità di uno scrittore, si sa, è il suo stesso lavoro, il veder crescere pagina dopo pagina negli esili segni delle parole scritte i propri personaggi e le loro storie, vederli vivere di forma propria, pronti ad andarsene in giro fra la gente. Il resto, il volume sul banco del libraio, è soddisfazione – e anche ansia -, non ha nulla a che fare con quella felicità.
Rivedo ancora Goliarda salire al mattino le scale della mansarda con un bricco di tè e le sue immancabili sigarette, ricordo perfettamente come scendeva qualche ora dopo, in uno stato d’affanno felice, a volte piangeva senza singhiozzi. Sembrava risalire lentamente alla luce da un abissale pozzo in fondo al quale viveva la fitta colonia dei suoi fantasmi, i numerosi personaggi di questo romanzo.
Che erano in buona parte se stessa, con storie appartenute ad altri. Goliarda non si riconosceva molto in Modesta – dopotutto L’Arte della Gioia non è romanzo autobiografico -, rispondeva sempre un po’ turbata che Modesta era migliore di lei, segno che Modesta può dirsi proprio lei, almeno quanto l’autore può essere un suo personaggio,ma sommata e mescolata a Beatrice, Carlo, Bambú, Nina, Mattia, e persino nonna Gaia, mentre non aveva quasi nulla di Joyce, Carmine, Pietro, di Prando, di Stella, e neanche di Jacopo o di Carluzzu. Chi l’ha conosciuta bene potrà in parte confermarlo.
Sono certo che i lettori vedranno la gran quantità di vita racchiusa in questo romanzo, come se Goliarda si fosse rivalsa sulla sorte che non aveva voluto che avesse figli, lei che ne desiderava tanti quanti la madre, che ne ebbe otto. Non dimenticherò mai la dedica che il poeta Ignazio Buttitta pose su un volume di poesie che le regalò: «A G. ca è matri di tutti e un havi figghi». Sí, gli innumerevoli personaggi de L’Arte della Gioia sono se stessa in tanti figli, Modesta in cima.
In seguito la critica piú avveduta provvederà a mettere in luce tutti gli aspetti, stilistici e strutturali, che sono tanti. Probabilmente stabilirà anche che Mody è il personaggio femminile piú vivo del nostro Novecento, che il nascere tra neoavanguardia e minimalismo non poteva giovarle, che la fusione di cinema e psicoanalisi ha restituito al romanzo la sua velocità naturale, chiudendo l’epoca dell’antiromanzo senza farlo diventare puro cinema o televisione. Ma tutto ciò a Goliarda, lungi da non saperlo, interessava poco. Scriveva come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori piú puri e lontani, con abbandono lucido e insieme passionale, affettuoso e sensuoso, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, piú che ai concetti e alle forme.
Alle idee no, alle idee stava molto attenta – si definiva infatti scrittrice ideologica facendosi chiaramente torto – sí, cuore e idee erano il suo unico nutrimento letterario.
Per il resto scriveva davvero per i lettori piú puri e lontani, gli unici che riuscisse a sentire fraternamente vicini.

Commenti

3 commenti to “LE EFELIDI DI PILU’ E LA SCRITTURA CARDIACA DI GOLIARDA”

  1. Franco on marzo 15th, 2006 09:06

    Bellissimo il libro!
    Come avrei voluto conoscere Goliarda!
    Leggendo “L’arte della gioia” mi sono letteralmente innamorato di Modesta (o di Goliarda??).
    Sono d’accordo con i francesi: si tratta di un capolavoro, che poteva essere scritto solo da una persona straordinaria. Grazie.

  2. rosaria on settembre 6th, 2006 13:47

    …è un terremoto! contrario all’etichetta, insomma…vero e reale come la vita e le paranoie di tutti noi….grazie per averlo scritto

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