TERRA NERA
Una lettrice recensisce il libro di Giuse Alemanno: TERRA NERA - Romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia
Terra nera non è di Giuse Alemanno.
Terra nera non è neppure di Nino, di Annina né di Bruttacapa, di zio Peppe.
E’ terra nera di un giorno che non conosce tregua, di una canicola gialla e verde, luce perpetua che non si abbuia mai.
Luce di fungo atomico, quella che crocifigge a fantasma muscoli e ossa contadine.
“L’alba è una luce che lievita. Gonfia, gonfia fino a che non esce il sole. Il nostro sole è un martello che spezza l’osso frontale del cranio. Il nostro sole è fatto d’acciaio”(Giuse Alemanno, Terra nera).
Brulica di voci e pani di sangue la luce di terra nera: il sangue di Annina, copioso e d’inchiostro d’ormone, che fiuta il caldo percorso da casa alla fontana dei secchi; quello di don Aldo Fucciano, sventrato in sacrificio come maiale che dia linfa all’ira tracimante di Nino; poi ancora il sangue di Mimino, malarico capro espiatorio di un Sud che non chiede riscatto ma rivolta.
Le voci appartengono a chi apparentemente decide o contesta le sorti: ai proprietari terrieri, ai notabili, agli anarchici, alle forze dell’ordine.
Invece, non hanno parole coloro che muovono la storia, microcosmo tra due zolle, e perciò la modificano, ché Nino e sua madre Annina non dicono.
La vergogna contadina del silenzio analfabeta, che del Novecento è stata periodo incidentale tra patti agrari e occupazione delle terre e che negli anni Sessanta diventava motivo ispiratore nel Mugello di una alfabetizzazione linguistica e psicologica, qui si tramuta in rigo rosso marchiato sui corpi, corpi aperti da lame affilate o barattati come pegni d’amore che soggioga.
Non conosciamo Annina bambina, nulla ci vien detto dei suoi giochi tra le mura bianche della casa familiare. E’ davanti a noi subito come centro focale di una terra grassa dalla esplosiva carica sessuale, preadolescente che rovescia il rito inibitorio dei genitori per perpetuare non più onore e pudicizia, ma denudare le pulsioni che alimentano l’artificio della magia, codice di elaborazione culturale e regolatore dei rapporti sociali nel mondo contadino.
Vero e proprio magnete sessuale, Annina esercita una fascinazione potente sui maschi che avvicina e, diventata sposa e madre, gestirà con patriarcale cognizione i cupi tremiti degli uomini che sceglierà.
E’ una terra nera che dorme apparentemente sotto polvere antica.
Chi non l’abbandono la detesta.
La preserva dal mutamento, la ricalca nel male.
Ma il male ha davvero dimora esclusiva in Nino?
Nino, che non ha bisogno delle cinque lire per prendersi un’istruzione, come nelle campagne della Capitanata agli inizi del secolo scorso. Gliela elargisce il Professore, grazie agli accorti movimenti della madre Annina, ma non si scatenerà una redenzione culturale che possa rovesciare i ruoli di classe, la distanza tra l’allievo e il maestro si rivelerà incolmabile.
Nino, che è bracciante, stalliere, soprastante.
Matteo Salvatore ha musicato i soprastanti in ballate secche e poetiche, Giuse Alemanno fa annusare l’odore dei loro comandi sferzanti sui cafoni, della loro paura e sottomissione ai padroni.
Nino, che sa qual è l’origine del suo incubo, il suo perno d’amore totemico, morso fascinatore e distruttivo, quando cerca la madre in una casa vuota di suoni e di calore e di presenze: “E c’era, stesa sul letto pieno solo da una parte, a dormire. Il volto perfettamente rilassato. La bocca leggermente aperta. La sottoveste appena tirata sul polpaccio. Mai tanto mi turbò. Mi riempii un bicchiere di vino fino a versarlo sul tavolo (…) Fissai il muro bianco. Bevvi il vino e piansi tutte le mie lacrime di dolore e di vergogna” (Giuse Alemanno, Terra nera).
Nino, “nutrito dal dolore”, che nidifica nelle sue vene senza pace, senza lacrime, in autarchia emozionale e trova sfogo nella smania di controllare proprietà, destini, giochi esistenziali.
Terra nera è lingua di creta, con cui Giuse Alemanno plasma le forme opulente di Annina, il dito famelico del ginecologo, lo sputo roboante di zio Peppe, le mani sole e rapaci di Nino.
L’architettura dei brevi e ritmati periodi, armoniosa, soffia su un lessico corale scarno e carsico, che s’addentra per gravine e si lascia poroso penetrare da un vento gutturale che suona una nenia stordente. E’ un ordito sonoro uniforme, scandito dagli sputi di zio Peppe, veri e propri fonemi di un alfabeto di regolamento e rapina del mondo, rintocchi di spietata supremazia e prossemica definizione dei rapporti di forza.
Zio Peppe è figura ammaliante, sporco di imbroglio e di animalesco disprezzo, demiurgo dell’intera vicenda, avvolto da un’aura semisacrale, capovolge e impiega a suo vantaggio ogni possibile forma di ottusa usurpazione.
Questi cafoni annullano le distanze dal mito, si ribellano al determinismo di ottocentesca memoria e chiudono varchi a distorte idealizzazioni.
Un romanzo di formazione, in cui la violenza arsa si lascia piegare infine da una goccia perfetta di amore, vagheggiato da Nino e non ricambiato, alla quale ci aggrappiamo insieme a lui, nella convinzione che il suo apprendistato nasconda una preghiera di libertà e un non domato istinto di governo del male.
“Così stette un gran pezzo pensando a tante cose, guardando il paese nero, e ascoltando il mare che gli brontolava lì sotto.
E ci stette fin quando cominciarono a udirsi certi rumori ch’ei conosceva, e delle voci che si chiamavano dietro gli usci, e sbatter d’imposte, e dei passi per le strade buie (…).
Allora tornò a chinare il capo sul petto, a pensare a tutta la sua storia” (Giovanni Verga, I Malavoglia).
Erminia Daeder
Commenti
4 commenti to “TERRA NERA”
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Letto grazie a te, riletto ora attraverso le tue parole.
Cogli bene il bradisismo che attraversa il romanzo, una carica di energia che, incarnata soprattutto nei destini silenziosi di Annina e Nino, corre in bilico tra il male e il bene, come tra due poli sconosciuti o conosciuti solo nei bassofondi senza morale dell’istinto.
Terra nera è dolore, l’altra faccia della vita, che accompagna l’esperienza, l’esistenza di ognuno. Terra nera è sole, matto, è grido di lavoro adamitico, è silenzio di un campo, di una fitta boscaglia. Terra nera appartiene a se stesso, in un coraggioso spietato eroico canto, nella smania di autarchia d’un viaggio omerico. Esso fonde la terra e l’umanità che la abita e la rappresenta come in un cortometraggio cinematografico, nel suo verismo estremo, fino a diventare segno estetico astratto, pathos, ricerca d’assoluto in una massiccia contingenza esistenziale. Fatto di linguaggio privo di edulcorazione, tessuto narrativo di tessere a incastro, ho ricordato un certo Almodovar, per i colori accesi, le lacrime, gli sguardi, ho visto mani nodose di personaggi vividi. gente che si ‘ammazza’per portare il pane a casa. terra nera è solitudine, ‘anarchia’necessaria per vivere. Sopravviene una carnalità apotropaica, che serve ad allontanare il male, mentre la magia viene chiamata in gioco- paradossalmente- per allontanare la dimensione della carne. In realtà sembra l’eterno dibattersi parossistico di prometeo in Nino che non riesce alla fine ad invocare il divino, non riesce a cogliere il trascendente, se non in una dimensione attrattiva e possessiva verso il femminile. La madre, le donne, la donna,risultano misteriose e per superare questo mistero, questa provenienza e/o dipendenza dal femminile, Nino si dibatte e s’imbatte in pulsioni ataviche, che lo nutrono, lo incattiviscono, lo redimono. Il romanzo secondo me, nell’intrico narratologico è esodo di emancipazione irrisolta di un fanciullo divenuto uomo, ancora in cerca di senso.