Il corpo morto del giornalismo italiano

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la recensione di Tommy Cappellini del libro La repubblica delle marchette — forse la migliore finora scritta.

“Bisogna inoltre considerare che la metà, o pressappoco, dell’élite che si interesserà al libro è composta da persone la cui occupazione è il mantenimento del sistema […] e l’altra metà da persone che si ostineranno a fare tutto l’opposto. Dovendo perciò tenere conto di lettori attentissimi e diversamente influenti, non posso ovviamente parlare in tutta libertà.”
Nulla di più lontano da La repubblica delle marchette delle parole di Guy Debord. I lettori cui questo libro si rivolge, la maggior parte di loro, non sono più «attentissimi e diversamente influenti», ma parcellizzati e impegnati a difendere sé stessi, la propria famiglia, e di tanto in tanto il proprio gruppo di appartenenza. Useranno questo libro come uno specchio.
Tali lettori, eccetto qualcuno dal temperamento violento che scaglierà il volume nel cestino, faranno un sorrisetto compiaciuto, ritrovadosi in parecchie pagine, guardando stampato il proprio volto, e poi, lungi dall’usare il testo come breviario per una scalata alle cime del potere, torneranno ad asservirsi alle proprie (piccole) esigenze: cambiar auto, la seconda casa, l’amante, ricevere omaggi, qualche soldo in più di stipendio, qualche extra lavorativo. Lungi dall’usare il testo per una verifica della propria moralità, concorderanno che non si poteva fare altrimenti, quando quell’inserzionista chiese quella “prestazione”… quando quel direttore ne chiese un’altra…

Questi lettori, ma diciamolo subito: questi giornalisti e redattori, persa l’innocenza, hanno dismesso pure la passione che li muoveva, minima o grande che fosse, a favore di una sopravvivenza banale e di un divertimento squallido.
È difficile che uno di essi risponda di qualcosa che, stando al patto oggi in disuso tra giornalista e lettore, ma soprattuto tra il giornalista e sé stesso, avrebbe dovuto scrivere o evitare di scrivere.
In una frase, il riassunto del libro, oltre che dei nostri tempi, è questo: nessuno si sente direttamente colpevole.

Aleggiano per tutto il libro, nelle parole degli intervistati, alibi di ogni tipo. La morale retrattile di alcuni ha sfiorato il virtuosismo; le donne ne escono male, prontissime al compromesso per una vacanza ai tropici: miserabili soddisfazioni dell’emancipazione; interi gruppi editoriali, fin dagli anni Ottanta, hanno piegato i contenuti agli inserzionisti, raccontando ai lettori frottole su frottole; eppure tutto questo, che dovrebbe far stomacare, viene accettato tranquillamente: e al direttore dell’ordine dei Giornalisti della Lombardia non rimane che affermare: «Io ai giovani dico: voi lavorerete in giornali che saranno pubblicitari con qualche sprazzo di informazione autentica. Ormai è passata per sempre una certa filosofia.»
«Passata per sempre…»

Aria di sconfitta tira tra queste pagine. Più che a un inchiesta, a un esame approfondito per meglio organizzare una cura, il libro somiglia a un’autopsia del corpo morto, ma ancora bulimico e triste, del giornalismo italiano. Un corpo morto di cui il marketing becca i pezzetti di carne che gli servono per sostentarsi: la metafora dell’avvoltoio è ormai «passata», sdoganata pur essa. Si deve pur vivere (e far il massimo profitto).

Le marchette accadono per vendere cose che nessuno vuole realmente. «L’individuo ha bisogno di beni di consumo nel momento in cui è solo e non ha altro. Nella dimensione metropolitana, per esempio» è un’altra constatazione del libro, il quale, pagina dopo pagina, instilla nel lettore qualche dubbio riguardo la democrazia: le masse sono così facilmente circuibili? La risposta è uguale a un anello: le masse, ormai, sono finite in redazione – redazione che per il marketing è diventata un target.
Le redazioni sono ormai tutte quante embedded all’esercito della pubblicità, pubblicità che è l’anima del commercio, il quale commercio – ormai staccato dai veri bisogni umani, lo ripetiamo – è embedded anch’esso, come al solito, all’ingordigia particolare dei nostri tempi.

Si poteva sperare in una neutralità maggiore dei giornalisti? Si poteva sperare amputassero i propri vizi o la propria vanità per una maggior libertà?
Tardi per rispondere. «Ormai è passata per sempre una certa filosofia.»

Depotenziate le parole stesse, usate come strumenti-grancassa per raggiungere quella flebile emozione che permette l’innesto di una vendita (di un rossetto, di un voto elettorale, di una vacanza, di un libro), le redazioni nella loro totalità, non importa lo schieramento politico-commerciale, hanno raggiunto un livello raffinato, impudico, falsamente provocatorio di pubblicità occulta. E lo hanno raggiunto comodamente, con la facile gioia dell’esagerazione.

Le parole non possono più esprimersi libere. Si sospetta di esse, perché si è cominciato a sospettare, a ragione, della pubblicità, e poi dei giornalisti. Si è persa per sempre quest’altra filosofia: «l’articolo è giusto quando il giornalista è giusto; innanzitutto con sé stesso, con la propria anima, con la propria formazione (se l’ha ricevuta), cose a cui deve tenere molto più che al posto fisso.»

Oggi, invece, bisogna giustificare artificiosamente anche l’onestà.
Una recensione che so onesta a questo libro, qualche settimana fa, non poteva fare a meno di concludersi dichiarando: «Naturalmente anche questa è un marchetta».
Si è giunti a difendere la propria sincerità dichiarando un crimine che non si è mai commesso.

Come diceva Tolstoj, provocatorio – e andrebbe bene anche per l’Italia: «L’unico posto per un uomo onesto in Russia è la prigione.»

Commenti

6 commenti to “Il corpo morto del giornalismo italiano”

  1. Redazione on Aprile 1st, 2005 10:36

    Messaggio inviato a Paolo Bianchi, autore del libro, il giorno 17-03-2005.

    Ciao Paolo, mi permetto di darti del tu in quanto, avendo da poco finito di leggere il tuo libro, mi sembra un po’ come se ci fossimo già conosciuti… ma forse è meglio che mi presenti, almeno: mi chiamo Sebastiano Pessina, ho 34 anni e sono fotografo professionista, iscritto come pubblicista all’ordine dei “giornalai” della Lombardia dal 1997. Ho collaborato e collaboro con Mondadori e Rizzoli e altri editori nonché con uffici stampa, agenzie di pubblicità, aziende, artisti, ecc. e ben conosco quel mondo delle marchette di cui FINALMENTE qualcuno (TU!) ha osato parlare, visto che purtroppo mi accorgo ogni giorno di più di quanto la gente si “beva”, più o meno consapevolmente, quello che i mass media gli propongono senza capire, non solo se l’informazione sia imparziale o di parte, ma nemmeno se sia pubblicitaria.
    …ovviamente la recensione di un libro così dove posso averla trovata se non sul giornalino dell’ordine…
    Ti scrivo per svariate ragioni - oltre che per farti i più sentiti complimenti - la prima delle quali è farti una segnalazione:

    Martedì 1 marzo canale 5, TG5 delle ore 20.00. Verso le 20.20 circa è stato mandato in onda un servizio di almeno un minuto sull’apertura del salone dell’auto di Ginevra, 100esima edizione… L’esordio è stato tipo: “al 100° salone internazionale dell’auto di Ginevra, l’Italia la fa da padrone”, a ciò è seguita la presentazione di 4 nuove autovetture italiane e un’intervista a un signore italiano… le auto caso vuole fossero tutte FIAT e il signore si chiama Luca Cordero (quello che a cui dobbiamo dire grazie per gli stadi dei mondiali ‘90, quello che portò Gigi Maifreidi alla Juve, uno di quelli che ha voluto le Olimpiadi a Torino, quello che parla di made in Italy e fa produrre il merchandising a Taiwan… quello lì insomma).
    Non ho fatto caso se nel blocco pubblicitario precedente e/o seguente sia per caso passato anche uno spot a pagamento, ma forse erano già a posto con quello “gratuito”… Se non è una marchetta questa!!… beh il tg5 e il suo direttore sono stati protagonisti anche dello spot Telecom di cui hanno parlato “le Iene” nella puntata in onda ieri sera, quindi non c’è da stupirsi se in futuro ripeteranno cose di questo genere (anzi semmai da tenerli d’occhio…)

    Avrei tante altre marchette da raccontarti, che invece ho vissuto sulla mia pelle e visto con i miei occhi e poi basta andare, che so, ad esempio in Mondadori sotto Natale per vedere i fattorini con i carrelli colmi di gentili “Omaggi” che gli inserzionisti recapitano alla scrivania di molti giornalisti… per non parlare di chi poi sta ai piani alti (nell’ufficio di un direttore c’era addirittura l’albero con i regali “di lavoro”, una cinquantina di pacchi assortiti che occupavano mezza stanza)… detto tutto!

  2. Redazione on Aprile 1st, 2005 10:37

    Ancora da Sebastiano.

    Ciao Paolo, ti ricontatto per segnalare la solita marchetta… ancora Rossella, ancora tg 5 delle 20.30… Lunedì 28/3 verso la fine del tg è andato in onda un servizio sul backstage di un nuovo spot (mi sembra della Pepsi Cola (o Nike), ho prestato attenzione quando il servizio era già iniziato) con protagonisti i soliti calciatori famosi (Beckham, Carlos,ecc.)…Il nome del marchio non è mai stato fatto per quello che ho sentito io, ma facendo vedere prima il backstage girato senza post produzione e poi l’immagine dello spot con tutti gli effetti realizzati al computer, hanno mandato in onda anche lo spot stesso (certo frazionato e senza l’immagine di nessun packaging, però…).
    Le continue segnalazioni su Rossella, non sono dovute a idee politiche o a antipatie personali, semplicemnete in questo peiodo vedo il tg5…

    Colgo l’occasione per una domanda considerazione… non esiste un autority per la pubblicità ingannevole?? a chi bisogna rivolgersi?? al codacons?? è mai possibile che l’acqua più povera di sodio sia in realtà una di quelle che ne contiene di più??!! come fa il nuovo detersivo a dare ogni anno che passa il 20% di bianco in piu?? e in più di che cosa poi (del vecchio prodotto, che quindi non lavava e di cui avete solo cambiato la confezione)??

    Sebastiano Pessina

  3. Gianluca Chiappini on Aprile 15th, 2005 10:07

    Messaggio inviato a Paolo Bianchi il 13 Aprile 2005

    Ciao (ti do del tu per praticità, spero non ti dispiaccia)

    Appena finito di leggere il libro, qualche considerazione.
    La prima (scema) è che è coraggioso, visto che ora la vostra speranza di entrare nel circuito giornalistico si abbasserà e dovrete diventare inserzionisti per poter accedere a qualche riga.
    La seconda (seria) è che leggendo questo libro si sente il formicolio della parte di cervello che siamo abituati a tenere spenta. Perché la prima domanda che mi veniva leggendo gli esempi è questa: “E che c’è di strano?”
    Di che deve parlare Amica se non delle sfilate di moda? Che devo trovare su Men’s Health se non elenchi di marche di stepper e di integratori? Come ci si può scandalizzare se, dopo centinaia di marchette di Mollica (il grande assente del libro) poi un critico letterario fa un articolino per l’amico del suo editore?
    E’ così. Siamo abituati a vivere nella società del valore percepito, del prezzo di copertina, dello scambio benevolo. Se ci sono chirurghi che prendono mazzette per installare nel cuore valvole difettose come posso arrabbiarmi con la Bignardi che parla di un libro “amico”?
    Leggendo il cervello fa un pò male (come il piede quando si risveglia) e poi se ne risente la sensibilità.
    Temo che non cambierete il mondo ma l’importante è, come per il No-Logo della Klein, aver avuto l’occasione per dare una scossettina all’amico che abbiamo nel cranio.
    E vi pare poco?

    Ciao e grazie
    Gianluca Chiappini

  4. cosmo de la fuente on Gennaio 16th, 2006 12:27

    Il matriarcato nella famiglia monogenitoriale

    L’iniquità del diritto di famiglia raggiunge la sua apoteosi contemporaneamente alla celebrazione di uno pseudo matriarcato che inferisce il suo attacco mortale fin dall’inizio della separazione legale dei coniugi. All’interno delle aule di un tribunale i protagonisti sono sempre gli stessi; la vincitrice; il perdente; il/i figlio/i vittima/e ; il boia. Esiste una sequenza fissa di funzioni, come ci insegna Propp nella sua ‘morfologia della fiaba’. Ma non è fiaba…è realtà crudele. Un giudice, che il più delle volte non conosce nemmeno la famiglia di cui sta segnando le sorti, non corre rischi, è al sicuro. Egli sa a priori chi sarà il condannato: il padre. Un film di cui si conosce già la trama impietosa. Persino gli assassini della peggiore specie hanno una giuria attenta che ascolta e valuta le prove contro e a favore, ma lo sfortunato genitore non gode di questo democratico privilegio.
    E’ un matriarcato sui generis perché la figura del padre non è secondaria a quella della madre ma viene, addirittura, completamente cancellata dalla vita dei figli. Se il termine “matriarcato” non descrive questa situazione, come potremmo allora definire questo mostro di famiglia monogenitoriale originata dal nostro sistema infermo? Siamo di fronte a una curiosa situazione dove una legge “fantoccio” adotta un testo a dir poco ambiguo, che dà e toglie allo stesso tempo e, inesorabilmente, alla fine pretende la scomparsa in vita del padre.
    Dopo due anni di riflessioni e di ascolto delle storie più incredibili, mi sono fatto una mia idea. E’ più comodo fare come fanno tutti, il giudice risparmia tempo e si depura da ogni dubbio agendo come tendenzialmente si agisce. Favorire la madre e crocifiggere il padre, questo è il procedimento.
    La faziosità di questo sistema emerge anche in quei rari casi dove il padre è l’affidatario. Cambiano i ruoli ma la trama è la stessa, anche in quel caso, infatti, il genitore non affidatario viene completamente escluso e privato di qualsiasi diritto genitoriale. A cosa serve una legge sull’affido congiunto quando di fatto non viene mai applicata?
    Dobbiamo pensare a una specie di codardia giuridica? Una pusillanimità dimostrata anche dal silenzio dei media, una sorta di tabù impossibile da scalfire. I suicidi, i delitti, le crisi depressive e il dissanguamento economico del padre, malgrado siano eventi causati da questa codardia, non vengono minimamente presi in considerazione.
    Immerso in uno stato di demoralizzazione, sfiduciato come tutti di fronte alla realtà dei fatti e angosciato di fronte all’impotenza di chi subisce tale misfatto, ho cercato invano un colloquio col mondo politico.
    Perché i nostri politici non si occupano seriamente di questo dramma? Non è possibile che nessuno ci abbia pensato e poi chissà quanti di loro sono stati vittime dei tribunali di famiglia. Ho concluso che anche tra i politici si fosse diffusa la malattia della codardia. Se non riuscivo a trovare qualcuno disposto anche solo a parlarne che speranze reali c’erano di trovare chi volesse metterci le mani?. . Siamo passati attraverso tabù di ogni genere, spesso ingiusti e distruttivi, ma da quello della penalizzazione garantita del padre non si è riusciti ad uscirne fuori. Quando ormai non ci contavo più ho ricevuto risposta dall’onorevole Sandro Bondi e poi un appuntamento. Grato dell’opportunità offertami e conscio dell’importanza che avrebbero potuto avere le mie parole per milioni di persone, ho cercato di rendere il più fruttuoso possibile l’incontro esponendo tutti i dubbi e le ingiustizie subite dai genitori separati dai propri figli. Bondi, che aveva ben presente il testo della legge sull’affido condiviso, ha ascoltato attentamente il mio discorso, pressochè simile ai discorsi che si fanno nelle riunioni delle numerose associazioni. Ha convenuto sul male perpretato ai minori rimasti orfani di un genitore vivo. Un uomo attento e moderato che umilmente, ha dato ascolto a una voce che parlava di dolore generato dall’indifferenza. Pensando ai minori, nel rispetto dei diritti della madre e del padre, l’impegno da parte del portavoce di Forza Italia è stato quello di aiutarci a rendere noto questo dramma attraverso stampa e tv. Il testo della legge sarà nuovamente esaminato: E’ evidente la buona volontà dell’unico partito ancora capace di stare con i piedi per terra e di mettersi controcorrente in nome della libertà, della giustizia e della democrazia. Nessun altro mi ha preso in considerazione. Se il buon giorno si vede dal mattino c’è da domandarsi da quale parte potrebbe giungerci una speranza di giustizia. A me appare palese.
    Cosmo de La Fuente
    cosmo@cosmodelafuente.com

  5. Luigi on Settembre 23rd, 2006 05:22

    Io mi chiamo Luigi e sono un semplice spettatore televisivoal quale pero’ non sfuggono i particolari strani, come nella rassegna stampa di canale 5 della notte il giornalista Di Mizio per indicare le notizie usa una penna che chiunque scriva e compri penne ad inchiostro tipo biro, conosce benissimo perchè di una marca famosissima che qui io dico, papermate, e che voi magari censurerete o meno. Il giornalista Di Mizio con dovizia di modi un po’ mostra chiaramente il nome e un po’ no. In questa manovra di pubblicita’ occulta è chiaramente d’accordo anche il regista che stacac sulla penna alla faccia delle notizie che sotto essa appaiono e ceh anno il tono di omicidi, stupri e guerre varie mache non bastano a distogliere l’intento pubblicitario del giornalista stesso. Ora michiedo come si possa cadere cosi’ in basso. Ma non gli basta quello che guadagnano in un lavoro cosi’ buono? E’ una vergogna e mi rivolgo direttamente al giornalista: Signor Di Mizio lei è una vergogna di giornalista. Buongiorno.

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