Una pesante denuncia contro la “beatificazione” di don Gelmini

Diamo atto a “Il manifesto” di essere stato l’unico quotidiano a tentare una lettura critica della recente beatificazione di don Gelmini. Avremmo sperato però in un maggiore risalto dato all’argomento, visto il coraggio dimostrato da Marco Salvia, autore del romanzo-denuncia Mara come me citato nell’articolo. Sì, perché lui è uscito allo scoperto, dichiarando, al contrario di come solitamente avviene, che ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale.

Da “Il manifesto” 22 gennaio 2005

PORTA A PORTA
Dibattiti drogati in tv
Don Gelmini beatificato
Diverso il ricordo di chi ha vissuto in comunità
di Antonello Catacchio

Un paio di mesi fa è apparso nelle librerie un romanzo di Marco Salvia dal titolo Mara come me (Edizioni Stampa Alternativa). Un ottimo romanzo, ma la qualità della scrittura è passata in secondo piano rispetto all’argomento trattato: le violenze e gli abusi compiuti nelle comunità di recupero per tossicodipendenti. Esperienze drammatiche, talvolta tragiche, dove l’obiettivo del recupero punta alla redenzione. Il tossicodipendente deve espiare la colpa commessa.
Un romanzo, quindi una rilettura fantasiosa, di fiction, sulla base di testimonianze con nomi, cognomi e luoghi inventati. Un romanzo nato dall’esigenza di riportare il discorso su elementi più vicini alla realtà e per indurre a riflettere sull’approccio italiano alla questione.
L’altra sera Porta a porta ha deciso di celebrare il compleanno, ottantesimo, di don Gelmini con una sorta di beatificazione in terra del sacerdote che ha creato la comunità Incontro. Cerimonia televisiva con il presidente del consiglio in veste di officiante.
«Fino ad oggi avevo deciso di non svelare i tratti autobiografici, reali, di un romanzo che è anche costruito su spunti di fantasia – dichiara Marco Salvia – ma sono rimasto scioccato da questa celebrazione perché la realtà è ben diversa dal ritratto edulcorato realizzato nella trasmissione, mi sono intristito e avvelenato».
Sostiene Salvia: «Uno dei protagonisti chiave del romanzo è don Luigi, il prete fondatore della comunità di San Modestino. Per la creazione del personaggio mi sono ispirato direttamente a don Gelmini, dal momento che ho frequentato la sua comunità all’inizio degli anni `80.
Ricordo bene don Gelmini, urlare come un folle al minimo accenno di dissenso, il lavaggio del cervello, i soprusi. In una occasione in cui volevo semplicemente esporre le mie ragioni, mi si scagliò contro dicendo che se non tacevo mi avrebbe buttato dalla finestra, era rosso violaceo dalla rabbia. Il mio soggiorno presso la comunità Incontro fu un incubo ad occhi aperti, pieno di eventi crudeli e arbitrari».
Un’ispirazione in netto contrasto con l’immagine diffusa via etere.

E con amarezza Salvia prosegue e spiega perché abbia deciso di esplicitare questa ispirazione. «Non è stato di impulso. Le persone che potrebbero parlare o sono troppo deboli, o non ci sono più, o non vogliono affrontare queste cose. Avrei potuto stare zitto, ma allora sarebbe stato inutile tutto quel che ho scritto. Ma, senza esasperare, sentivo di dover fare qualcosa. Altrimenti altra gente pagherà e passerà per quello che io ho passato a 18 anni. Ora ne ho 40 e dico queste cose, ma non ho spirito di vendetta, credo solo che persone come don Gelmini e Muccioli siano quelle che hanno fatto più male per cercare vie d’uscita alla tragedia della droga. L’omaggio dell’altra sera è un segno evidente e deciso di come la percezione del reale sia totalmente distorta. Sono però certo che un’opinione pubblica bene informata possa tranquillamente distinguere il vero dal falso e la ragione dal torto. Ho fiducia nella intelligenza delle persone. Dico queste cose solo perchè il silenzio in questo caso sarebbe come l’omertà».

Due blog hanno ripreso la notizia e hanno dato vita a una discussione pubblica:
www.macchianera.net e www.ilcircolo.net.

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