L’ennesima strage a ribadire che “la famiglia è morta”
Tragiche coincidenze.
Venerdì 21, mentre un folto pubblico si era radunato nella libreria Melbook di Roma per assistere alla presentazione del libro Ammazzo tutti scritto a quattro mani da Francesco Bruno e Marco Minicangeli, cominciava a diffondersi la notizia dell’ennesima strage in famiglia.
Nel varesotto un uomo entra nel bar della sorella uccidendo lei, la nipote e una sfortunata avventrice del locale, poi si suicida. Era ritenuto un individuo pericoloso, agli arresti domiciliari per vari crimini, tra cui l’omicidio; la sua pericolosità sociale si è sfogata in famiglia.
Chi era presente alla discussione con gli autori del libro ha potuto avere una lettura in tempo reale di un fenomeno così comune nel nostro Paese. Mentre infatti nel mondo anglosassone i mass murder - gli omicidi di massa - avvengono prevalentemente sui luoghi di lavoro e comunque in ambienti esterni al nucleo familiare, in Italia si registra una decisa dominanza dei family mass murder, gli omicidi in famiglia.
Perché avviene questo? Non è facile dare una risposta, ma Francesco Bruno e Marco Minicangeli, forti di una lunga esperienza di studi nel campo, la loro spiegazione la danno, analizzando innanzitutto dove la modernità ha traghettato l’istituzione “famiglia”.
Mentre i paesi anglosassoni hanno da sempre eletto a mattone costitutivo della propria società l’individuo, in Italia a quel posto c’è sempre stata la famiglia, la quale ha fatto molta fatica ad adeguarsi ad una realtà sociale che dalla fine del secondo conflitto mondiale si è profondamente modificata.
Così “da alveo sicuro antidoto essenziale per le difficoltà esterne, è diventata luogo di scontro, generatrice di violenze, capro espiatorio per i fallimenti personali, prigione”.
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