Siamo tutti commonisti…
In una lunga intervista rilasciata recentemente alla testata online News.com, Bill Gates ha celebrato le sorti ‘meravigliose e progressive’ della sua società lanciata alla conquista dell’industria hi-tech, che ritiene destinata ad una inarrestabile espansione.
Microsoft è pronta ad acquisire il controllo delle piattaforme che governeranno l’intera gamma delle tecnologie per l’entertainment domestico, nonché a lanciare in rete il proprio motore di ricerca, a conquistare spazio tra i blogger e a fare quant’altro sia possibile per acquisire forme di controllo su un mercato in potenziale continua crescita. Niente di nuovo sotto il sole.
Ma il suo aplomb cade di fronte ad una domanda dell’intervistatore che gli chiede cosa ne pensa di coloro che chiedono di riformare e ridimensionare i diritti di proprietà intelettuale. La risposta è che “oggi nel mondo esistono molti meno comunisti. C’è solo qualche comunista di tipo nuovo che ritiene giusto eliminare gli incentivi che permettono a musicisti, cineasti e produttori di software di svolgere il proprio lavoro”.
Il direttore di Creative Commons Usa, Glenn Otis Brown, sembra averlo preso sul serio e ci ha tenuto a ribattere che l’approccio della sua associazione al copyright è fondato sul mercato, non su principi comunisti. Da parte sua Lawrence Lessig, fondatore di Creative Commons, ha preferito rispondere con scanzonata ironia: “Gates sbaglia: i partigiani della riforma del copyright sono commonisti, non comunisti“.
Nel giro di qualche giorno diversi siti USA, Giant Robot Printing, ad esempio, hanno avviato la vendita di t-shirt per finanziare il “partito commonista”. E in Italia? La notizia è girata variamente online, battute incluse: Massimo Mantellini gli ha dedicato i suoi Contrappunti (su Punto Informatico).
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