Mi sono sbagliato: la situazione in Sicilia non &#200 cambiata

Quando il 20 ottobre 2004 è andato in libreria il mio libro-inchiesta Te la do io Brasilia – La ricostruzione incompiuta di Gibellina nel racconto di un giornalista detective, pensavo in perfetta buona fede che in Sicilia avrebbe ottenuto un grosso successo. Perché? Ma è semplice. Il libro rievoca il terremoto del 15 gennaio 1968 che sconvolse l&#39intera valle del Belice. Fu un&#39autentica tragedia: centinaia di morti, migliaia di feriti, l&#39intera popolazione senza casa accampata in tende e baracche per più di vent&#39anni. Il sisma segnó una data fondamentale non soltanto per la Sicilia, ma per tutto il Paese. Perché dopo la tragedia del cataclisma ce ne fu un&#39altra, senza vittime, ma non meno grave della prima. La tragedia della ricostruzione delle città e dei villaggi del Belice.

Partì con assurdi ritardi e si svolse all&#39insegna di errori clamorosi, di ruberie e di ingerenze mafiose. Nel clima drammatico delle promesse non mantenute nacque l&#39idea di ricostruire Gibellina. La citt&#224 doveva essere speciale, assolutamente nuova, una capitale dell&#39arte moderna. L&#39idea del sindaco, il senatore e avvocato Ludovico Corrao, divenne realt&#224. A Gibellina arrivarono artisti di grande e solido prestigio da tutta l&#39Italia: architetti e urbanisti, scultori e pittori. Tra lo stupore della gente del Belice (che aspettava l&#39acqua e la luce, le strade e le scuole) e l&#39ammirazione di critici d&#39arte, intellettuali, storici, filosofi, politici, studiosi (che aspettavano l&#39avvento della nuova era sull&#39onda travolgente del '68), Gibellina prendeva forma con i suoi palazzi scandinavi, i suoi boulevard parigini, i suoi innumerevoli monumenti disseminati tra strade e piazze, la sua chiesa di stile islamico, gli edifici che dovevano ricordare il Beaubourg. E subito divenne un caso nazionale, tra i pi&#249 discussi e clamorosi del dopoguerra.

I suoi creatori, architetti e urbanisti d&#39avanguardia, l&#39annunciarono come la &#34citt&#224 ideale&#34, appunto: una nuova Brasilia, Atene del tempo di Pericle, la citt&#224 dove finisce il passato e comincia il futuro, centro della fantasia al potere e del riscatto di secoli bui della Sicilia. Dopo oltre vent&#39anni dall&#39inizio della costruzione, quando la sua fama si era diffusa nel mondo dove musei e gallerie, teatri e auditorium facevano gi&#224 a gara per rappresentarla, Gibellina era diventata il simbolo dell&#39intera valle, nel bene e nel male, perch&#233 rappresentava pi&#249 di ogni altro paese del Belice l&#39idea che l&#39opinione pubblica si era fatta della tragedia prima e della ricostruzione dopo.

Oggi la nuova Gibellina &#232 ancora al centro delle dispute dotte fra architetti e critici d&#39arte, in Italia, in Europa e oltre Oceano. C'&#232 l&#39architettura prima di Gibellina e l&#39architettura dopo Gibellina, questo si insegna oggi negli atenei, nelle facolt&#224 di Architettura e Ingegneria. Da una parte si afferma che Gibellina &#232 un luogo straordinario dove desideri e deliri hanno potuto prendere corpo. Dall&#39altra si risponde: &#34Vergogniamoci tutti!&#34.

Ecco perch&#233 pensavo in buona fede che la mia inchiesta potesse suscitare interesse in Sicilia. Rievoca un periodo doloroso per una parte della popolazione, ma nello stesso tempo ricorda fermenti, entusiasmi, gare di solidariet&#224, progetti, utopie. &#200 una data storica che nessuno, pensavo, in Sicilia avesse voglia di infischiarsene. Invece, tranne una frangia di persone – architetti, studiosi, alcuni volenterosi studenti di belle idee – i siciliani hanno deciso di mettere una pietra tombale sul Belice e sulla sua tragedia.

Me ne sono accorto dopo due mesi dall&#39uscita del mio libro. Una delusione cocente, un insuccesso personale di valutazione, un risentimento diffuso. Perch&#233 sulla Sicilia, stavolta, ho sbagliato di grosso. Ho commesso un errore madornale e imperdonabile, con tutte le aggravanti del caso. Perch&#233 io di Sicilia me ne intendo, o meglio, dovrei dire: me ne intendevo. Anch&#39io, come molti siciliani per bene e anche ottimisti, mi sentivo autorizzato a pensare che la situazione generale dell&#39isola fosse un po&#39 cambiata. Da molto tempo a Palermo e nelle altre citt&#224 &#34calde&#34 non c&#39erano stati omicidi eccellenti e si era anche persa la traccia di quelle mattanze mafiose che fino a una decina d&#39anni fa erano ancora all&#39ordine del giorno.

Questa constatazione insieme ad altre considerazioni di carattere sociale e culturale, e grazie soprattutto all&#39offensiva della magistratura, poteva far pensare a un lento ma graduale cambiamento di una nota e diffusa mentalit&#224. La malavita organizzata esiste ancora e di questo ne siamo consapevoli. Soltanto che adesso ha cambiato pelle e prospera con il traffico della droga e con il commercio delle armi. &#200 pi&#249 presente di prima, ma agisce nell&#39ombra avendo rinunciato ai gesti eclatanti che allarmavano l’opinione pubblica, la stampa e la legge. Ci sono ancora i vecchi padrini? No, sembra proprio di no. Ci sono ancora gli antichi cerimoniali di sudditanza nei confronti degli uomini di panza? No, sembra proprio di no. E allora ci si illudeva che con il cambiamento delle forme della malavita organizzata potesse cambiare anche la diffusa mentalit&#224 mafiosa radicata nelle grandi citt&#224 e nei villaggi siciliani.

Era proprio una illusione. Mi sono sbagliato, perch&#233 la mentalit&#224 &#232 rimasta. Anzi, mi sono accorto anche in occasione del recente viaggio fatto a Catania per presentare il libro nell&#39aula magna della facolt&#224 di Architettura (a proposito: ancora grazie a tutti quelli che hanno contribuito a organizzare quella serata), che la famosa mentalit&#224 oggi attecchisce l&#224 dove una volta nessuno si immaginava che potesse mettere le radici.

Le aggravanti del mio errore di valutazioni sono rappresentate da quasi trent&#39anni di attivit&#224 di inviato del settimanale &#34L&#39Espresso&#34. Mi sono occupato di mafia e di politica, di intrighi economici e di scandali finanziari, di morti eccellenti e complotti internazionali. Ho scritto inchieste sull&#39ascesa e sulla fine di Michele Sindona, sugli omicidi mafiosi in Italia e negli Stati Uniti, sulle connessioni tra Cosa nostra e importanti istituzioni, sulle guerre tra cosche che hanno insanguinato l&#39isola. Era inevitabile che mi imbattessi in situazioni e soprattutto in personaggi ingombranti: assassini di professione, ladri e malfattori di ogni specie, spie e banchieri spregiudicati, politici corrotti e giudici compiacenti, amministratori pubblici al soldo della malavita organizzata.

Rievoco tutto questo non certo per autocompiacermi, piuttosto per constatare che dopo quasi trent&#39anni vissuti pericolosamente, ma con grande soddisfazione professionale e personale, non pensavo di dovermi imbattere, alle soglie del 2005, in una situazione cos&#236 spiacevole e tanto sgradevole, antipatica e deplorevole, come questa che devo affrontare per &#34colpa&#34 del libro su Gibellina.

In particolare avevo seguito per &#34L&#39Espresso&#34, passo dopo passo, le fasi della ricostruzione del Belice. Avevo dato conto dei progetti, dei finanziamenti, le ruberie, e i sogni e le aspettative dei terremotati che per pi&#249 di vent&#39anni hanno vissuto nelle baracche. L&#39idea di costruire una nuova Gibellina, all&#39inizio, mi aveva entusiasmato: perch&#233 non costruire in una regione tanto dimenticata dallo Stato una citt&#224 ricca anche di opere d&#39arte? Poteva essere un segno di riscossa, un simbolo di rinascita e di voglia di ricominciare e di reagire alle ingiustizie. Poi, quando ho scoperto che la chiamata alle armi di architetti e urbanisti, scultori e pittori, implicava ritardi e imbrogli, ingerenze mafiose e sprechi per colpa di quelli che dovevano sovraintendere all’intera ricostruzione della Valle, ho scritto articoli che ancora oggi non mi vengono &#34perdonati&#34.

Gibellina &#232 un sogno italiano infranto, una utopia umiliata, ridotta al rango di un fallimento generale. Tutto questo &#232 raccontato nel mio libro, attraverso il racconto dei protagonisti, le testimonianze di chi ha vissuto quel lungo periodo doloroso, i documenti giudiziari che rievocano le inchieste sulla mafia e sugli amministratori, e scavando anche nei fatti per portare alla luce, dopo trentasette anni, retroscena inquietanti sepolti negli archivi dalla polvere del tempo, svelando il significato di episodi clamorosi destinati a essere avvolti per sempre dal mistero.

Ma tutto questo non si pu&#240 dire alla fine del 2004, dopo 37 anni dal terremoto. Molti cittadini autorevoli di Palermo e dintorni si sono risentiti. Perch&#233 rievocare antiche storie di dolore e di malaffare? Perch&#233 fare i nomi e i cognomi di coloro che hanno sulla coscienza tanti misfatti? Perch&#233 fare questo &#34affronto&#34 a tante persone &#34per bene&#34 che oggi vivono tranquillamente come se nel Belice niente fosse avvenuto? Insomma, ho commesso un grave errore, anzi come qualcuno dice in Sicilia, un &#34errore&#34, tra virgolette, per far capire che non di semplice sbaglio si tratta ma di una vera e propria sfida a chi ancora conta da quelle parti e che non ama farsi ricordare.

Quando tre anni fa decisi di scrivere un libro su Gibellina, dal sisma del gennaio 1968 ai giorni nostri, ero consapevole di incontrare molti ostacoli nella ricerca di documenti e testimonianze. E cos&#236 &#232 stato. Ma il libro alla fine &#232 venuto fuori: il parere di alcuni critici (Antonino Saggio tra i primi), del sito battagliero di critica dell&#39architettura ANTITHESI e del suo animatore Paolo Ferrara, di molti architetti (Franco Purini, che ha lavorato molto a Gibellina, si &#232 detto entusiasta del libro) e il caldo e affettuoso sostegno del patron di Stampa Alternativa, Marcello Baraghini, mi hanno convinto che il lavoro svolto &#232 buono.

Ma a Palermo e in tutta la valle del Belice questo non interessa. Non importa nemmeno che dopo 37 anni il libro abbia contribuito a smascherare alcuni inquietanti retroscena che stanno dietro alla ricostruzione. Te la do io Brasilia &#232 considerato off limits. Nelle librerie non appare; i giornali di Palermo lo hanno ignorato nonostante fossero gi&#224 state scritte almeno due recensioni. E a Palermo non &#232 stato possibile fare una presentazione che era gi&#224 stata prevista: erano previsti il luogo e la data. Poi tutto &#232 andato all&#39aria. A Palermo, ci &#232 stato detto gentilmente, &#232 meglio non fare molto rumore sul libro altrimenti l&#39autore e l&#39editore verrebbero sommersi da una valanga di querele.

Ma nel libro tutto &#232 documentato e niente si pu&#240 smentire. Ma le querele intanto si possono fare, autore ed editore si dovranno presentare in tribunale, poi si vedr&#224. Ma avete idea che cosa vuol dire essere querelati? Io ho ricevuto nella mia carriera oltre 90 querele per diffamazione. Non sono mai stato condannato. Ma ho dovuto affrontare difficolt&#224 di ogni genere: smentite, rischio di risarcimenti, processi lunghi e sfibranti. Una vita d’inferno. Questa &#232 la nuova arma di chi, sentendosi minacciato da un libro, non vuole confrontarsi prima con i fatti e poi con le idee degli altri.

Tutto questo ricorda tempi antichi, ormai quasi dimenticati, tenuti in vita soltanto dalla letteratura e dal cinema: il proibizionismo in Usa. Ecco, a Palermo c'&#232 aria di proibizionismo per il mio libro su Gibellina. Mi dispiace moltissimo che gli studenti della facolt&#224 palermitana di Architettura e Ingegneria, che hanno dimostrato su un portale di battaglia la loro solidariet&#224 nei confronti del libro desasparecido, non possano procurarsi una copia di &#34Te la do io Brasilia&#34. Il libro su Gibellina come una bottiglia di pessimo whisky negli anni 20 in America. Il paragone &#232 assurdo e anche buffo, ma non siamo molto lontani da questa realt&#224.

Mario La Ferla

7 thoughts on “Mi sono sbagliato: la situazione in Sicilia non &#200 cambiata

  1. Leggerò con piacere il suo libro, ma mi permetta una brevissima critica: scrivere della sicilia per poi rammaricarsi di una mentalità radicata e immutata significa non aver apporofondito accuratamente l’oggetto del libro in questione.
    Almeno, a me sembra così.
    Resta comunque il fatto che di giornalisti come lei ce n’è un bisogno talmente grande da sentirmi quasi colpevole…

    Un cordiale saluto.

  2. Sto facendo una riceca sull’emigrazione siciliana in Australia. Il senso di impotenza delle popolazioni colpite dal terremoto, come dice bene lei, prima per il fatto stesso, poi per l’assolutta mancanza di aiuto concreto (e non capzioso) dallo Stato, spinsero migliaia di persone a cercare nella lontana Australia, piuttosto che nella loro Patria, un appiglio dal quale ricominciare.
    Sto incontrando molti ex terremotati qui. Si sono inseriti e, dopo una vita onesta e di sacrifici, si sono rifatti una vita, una famiglia ed hanno riconquistato meritatamente quella dignità personale e professionale che in Sicilia, ed in Italia, sarebbe stata loro negata per certo.
    Se le interessa la mia ricerca (sto facendo un PhD alla Macquarie University di Sydney) mi scriva. Sarò felice di rimanere in contatto con lei.
    Complimenti per aver denunciato uno dei nostri innumerevoli scandali sommersi.
    In Italia troppa gente soffre “al buio” e non ha voce. Ed é costretta, come me, a cercare altrove una società più giusta che possa dare loro pari opportunità.
    Il suo articolo é molto interessante, e sul web é forse l’unica fonte di informazione “umana” (non strettamente tecnica, ma che analizza le implicazioni Statali, morali e personali) in questa tragedia dimenticata.
    Cordiali saluti

    Cristoforo Garigliano

  3. Sto svolgendo un dottorato di ricerca (phd) cofinanziato da tre università inglesi sul tema. Se Le interessa il lavoro finale, che verrà pubblicato da un grosso editore, mi scriva.

  4. domanda parzialmente disinteressata e apparentemente fuori luogo: come sei riuscito ad avere il tuo phd cofinanziato?

  5. sono siciliana,vivo per lavoro nella zona della valle del belice.Ho visitato Gibellina nuova, posso dire che è veramente bella per quanto riguarda l’arte contemporanea, ma non ho trovato un sibolo della vecchia Gibbellina,come se i cittadini del luogo si sono dimenticati della catastrofe.Gibbellina nuova è considerata la rinascita della catastofe,ma proprio quella catastrofe non può essere dimenticata sotto quelle colate di cemento così lontane,bisogna farla vivere ancora anche nella bisperazione di quell attimo.

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