La repubblica delle “marchette”

Chi, se non la massima autorità del nostro Paese, si sente in dovere di dire la sua sullo stato dell’informazione nella Repubblica? E Ciampi lo ha fatto, sollecitando i giornalisti a tenere “la schiena dritta”. Ma chi si fa illusioni?
Stampa Alternativa ha già denunciato un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti, ma di cui nessuno parla, una realtà che fa piazza pulita dell’immagine romantica del giornalista che forse qualcuno ancora coltiva.
L’appello di Paolo Bianchi e Sabrina Giannini, autori di La repubblica delle marchette, è quello di SVEGLIARSI. A che scopo? Per non continuare ad essere vittime inconsapevoli della pubblicità occulta. E se lo dice chi nel giornalismo ci lavora da anni, con inchieste sui più scottanti argomenti di attualità, e lo afferma attraverso testimonianze di colleghi “pentiti”, sociologi, antropologi e vari addetti ai lavori, non possiamo che prenderne atto e, se ce ne resta la forza, indignarci e provare a difenderci. Qual è, insomma, lo stato delle cose? Lo lasciamo spiegare ad uno degli autori, Paolo Bianchi, che con tanta dovizia di particolari questo fenomeno hanno documentato nel libro.

Sono finiti i tempi dei grandi inviati. Oggi i giornalisti sono soprattutto invitati. Alle cene, ai viaggi, alle presentazioni con buffet. Non lavorano di senso critico, ma di gomiti. Con il moltiplicarsi delle superfici d’informazione (pagine sui giornali, riviste, canali televisivi e radiofonici, Internet) non è migliorata la qualità dell’informazione. E’ aumentato lo spazio pubblicitario.
Quello del giornalista è un mestiere romantico. Per questo molti giovani vorrebbero farlo. Se solo si rendessero conto che finiranno in maggioranza a vendere la penna, pardon, la tastiera, all’inserzionista più potente, forse cambierebbero idea. O forse no.

Il padrone dei giornali non è il lettore, come sosteneva Indro Montanelli. Non è nemmeno l’editore, come afferma Cesare Romiti. Il padrone dei giornali è l’inserzionista pubblicitario. Il 70 per cento degli introiti vengono da lui.
Se una notizia è contraria all’interesse dell’inserzionista, non verrà pubblicata. Meglio parlare di cose futili, mettendoci dentro quanto più marchi possibile. Naturalmente, i marchi degli inserzionisti. Meglio lasciar perdere le inchieste, sono pericolose. Meglio parlare del “problema” della cellulite, e indicare alle lettrici quale prodotto e quale marca andare a comprare per risolverlo. Poi, se anche non è vero, pazienza.

Avete visto certi telegiornali? Dopo un servizio su Bhopal vent’anni dopo e un altro sulla guerra, ne mandano disinvoltamente in onda un terzo con il trailer di un film di Hollywoood e l’intervista all’attore principale, che dice “Buon natale, e andate a vedere il film!” Ecco, quest’ultimo servizio in gergo si chiama “marchetta”. La marchetta è sinonimo di mercimonio, di prostituzione. Il giornalismo odierno, in Italia e non solo, è un giornalismio marchettaro perché non serve a far conoscere i fatti, ma a vendere merci.
Da questo presupposto, Sabrina Giannini e io siamo partiti, un paio d’anni fa, per una lunga inchiesta che facesse luce sul fenomeno e lo denunciasse.
L’abbiamo intitolata “La Repubblica delle Marchette”. Per quel che serve.

Perché c’è poco da fare. Abbiamo parlato con antropologi come Ida Magli, con giornalisti come Giorgio Bocca, con professori universitari, pubblicitari, venditori di pubblicità, colleghi pentiti. Centinaia di testimonianze.
Abbiamo scelto le più significative. La pubblicità invade tutti gli spazi, tutti i settori. Chi ha i soldi compra tutto e tutti, imbavaglia gli uni e installa i megafoni agli altri, a seconda che gli convenga.

Una cosa però c’è, che si può fare. Svegliarsi. Maturare una coscienza critica. Percepire le notizie per quello che valgono, imparando a distinguere tra informazione vera e messaggio pubblicitario mascherato.
In questo modo, crediamo, risulterà migliorata anche la nostra qualità della vita.

Paolo Bianchi

Commenti

3 commenti to “La repubblica delle “marchette””

  1. alfonso marchese on Gennaio 27th, 2005 14:29

    A proposito di marchette. La vita del giornalista si divide in tre fasi: in un primo tempo disdegna i compromessi, poi li tollera ed infine li ritiene necessari. La frase è di balzac in “Illusioni perdute”. Vogliamo noi mettere le brache al mondo? Un conto è l’aspirazione, un’altra la realtà. L’utopia sta al reale come un veterinario ad una mucca. Se il primo dice di amare gli animali, nulla di più banale. Ma se dà del lei alla mucca è un pazzo. Musil ha ragione. Di che meravigliarsi?
    Alfonso Marchese

  2. paolo bianchi on Aprile 22nd, 2005 11:24

    Immagino che Balzac, che non faceva il veterinario, avesse in mente il concetto di “dignità”, tra le illusioni perdute, o magari da non perdere.

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