Epicuro, “Lettera sulla felicità”, quando si parla della longevità dei libri

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Epicuro - Lettera sulla felicità

La fotografia che pubblichiamo qui sopra è stata scattata qualche giorno fa ad Arezzo, presso la libreria Edison, dove in vetrina viene segnalata la classifica dei libri più venduti dell’ultimo periodo. Un po’ stupito noi stessi per la longevità di questo piccolo ed epocale Millelire, ecco che Lettera sulla felicità di Epicuro è ancora al primo posto, oltre ad essere in classifica nei primi quindici posti dei supertascabili più venduti a livello nazionale.

Il tempio di Voltumnia: sulle tracce di Fanum

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Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoUno dei temi centrali affrontato da chi si occupa di materia etrusca riguarda l’ubicazione del Fanum Voltumnae. L’argomento è tra i più significativi per comprendere lo spirito che permeava quella arcaica ed elusiva civiltà. Eppure, nonostante studi, ricerche, investigazioni e scavi, ancora non si conosce nulla intorno a quello che fu il maggiore luogo sacro del popolo etrusco. Fanum Voltumnae è la traduzione in latino di un’equivalente espressione etrusca, oggi non più conosciuta, che viene in genere tradotta “Tempio di Voltumna”, sebbene la parola fanum, di derivazione etrusca (fanu), indicasse in origine qualcosa di diverso da un semplice edificio templare che, in latino, troviamo indicato con templum.

Il fanum fu un sito sacro presso un ambiente naturale reputato prodigioso, anche di estese proporzioni, spesso un bosco consacrato a divinità femminili: il Fanum di Feronia (Fiano Romano), di Diana (Nemi), di Fortuna (Fano), solo per citare i più noti. L’associazione tra divinità femminile e bosco sacro risale alla preistoria e fu celebrata nella archetipica figura della dea o signora delle fiere, patrona dei boschi e della vita selvaggia. Diana, Cibele, Artemide, Feronia furono i diversi nomi, in luoghi diversi, della Signora dei boschi e delle fiere, spesso venerata presso carismatici luoghi di acque, laghi, promontori, isole e sorgenti. Nella religione dei druidi celtici al fanum corrispondeva il nemeton, il bosco sacro di querce dove i Celti convenivano per le grandi celebrazioni annuali. Nella Grecia arcaica il più celebre bosco sacro di querce fu a Dodona, in Epiro.

In età romana, con lo sviluppo dell’edilizia architettonica, la parola fanum assunse significati omologhi a quella di templum, divenendone sinonimo, a significare il classico tempio edificato in muratura secondo canoni architettonici tradizionali. Il significato più antico della parola indica uno speciale sito sacro dove, da età remote, si perpetuava il primordiale culto dei boschi, delle acque e, più estesamente, della terra e del territorio.
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Il gemello: perché siamo diventati quello che siamo?

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Il gemello Michele LeoniTutte le storie dei gemelli, prima o poi, ci propongono lo stesso quesito: perché siamo diventati quello che siamo? Quanto conta l’ereditarietà, il sangue dei nostri antenati che scorre nelle nostre vene, e quanto contano invece il caso, le circostanze, l’educazione che abbiamo ricevuto, gli amici, la bontà o la cattiveria del mondo? Mi hanno insegnato a credere poco nella genetica, e so per certo che gemelli identici, monozigoti, cresciuti in famiglie diverse, finiscono con l’avere differenti quozienti di intelligenza: non gusti diversi, non attitudini differenti, ma quozienti di intelligenza, quelli che più di ogni altra cosa dovrebbero dipendere dal nostro genoma.

Ugualmente tendiamo a rifiutare quello che l’esperienza ci mostra, c’è qualcosa nella vita dei gemelli che ci sfugge, qualcosa che non possiamo razionalmente accettare ma che continua ad esistere subito al di là dei confini delle cose non dimostrabili. Vi siete mai interrogati, ad esempio, sulla vera natura dei gemelli congiunti, quelli che hanno nomi che ricordano le isole del Pacifico, pigopaghi, cefalopaghi, toracopaghi? Cosa volevano realizzare, in realtà? C’è, dietro, il rifiuto di separarsi o il desiderio di duplicità, oppure la loro inconsueta mostruosità ha radici interrate nelle nostre colpe? Scusatemi, ma non voglio saperlo.

E poi, cosa c’entrano le madri? Sopravvive in California, malgrado tutte le critiche ricevute, una sorta di Università prenatale che ha riempito le pagine dei giornali – prevalentemente dei giornali meno seri – con le sue teorie sull’umanizzazione dei feti. Secondo questa Università, esiste una straordinaria diversità tra il grembo delle madri che hanno fortemente desiderato il figlio che ora cresce dentro di loro e che hanno cominciato ad amarlo prima ancora di essere certe che si stava annidando, che cercava di entrare in relazione con tutti attraverso il suo rapporto con lei, e i grembi tossici, le madri passive, indifferenti o addirittura ostili.
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Nuove storie naturali: il libro di un cuore “puro” ed entusiasta

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Nuove storie naturali di Alessandro Paronuzzi“In principio c’era il cane” esordisce Alessandro Paronuzzi, dedicando a questa insostituibile e ammirata figura – cui la letteratura ha riservato i ritratti più ardenti – pagine di distesa rappresentazione. La creatura più plasmata dalla frequentazione con l’uomo, è in realtà quella che ha contribuito più di altre al suo sviluppo culturale e forse per questo quella che più di altre bestie lo “riflette, lo sdoppia, lo relativizza, lo rinsalda. Compagno di specie” che, come riferisce Asor Rosa “porta all’uomo la zona d’ombra in cui non c’è né umano né animale, bensì le due cose insieme”.

Di diversa modulazione appare lo spazio riservato al gatto, creatura da sempre intrigante e misteriosa, in grado di sedurre perfino lo stesso scrittore. Veri e propri ispiratori di questa parte sono, in realtà, i suoi coinquilini: marmorei e monumentali felini che stazionano enigmatici agli angoli del soggiorno, e curiosi e impavidi predatori che adunghiano divani, scatolette, palline, passeri veri e immaginari.

Nel capitolo dedicato alla bioetica, non a caso capitolo cerniera tra le due parti, questo veterinario narratore entra nel nucleo dell’argomentazione fin dall’inizio sottesa, quella di una rivoluzione animalista. Sono queste, infatti, le righe con i più dolenti interrogativi, laddove si intravvede e si sottolinea la responsabilità della nostra cultura nei confronti del benessere animale. E quasi a tacitare emblematicamente il senso di colpa e il debito di sopraffazione che pesa sull’uomo, l’autore sceglie subito dopo, tra i ritratti animali che la narrativa ci ha regalato, l’immagine amichevole della piccola volpe in “Il piccolo principe”.
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Elettroshock e la borsa di Alda

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Elettroshock di Alda MeriniUn poeta matto l’avevo conosciuto, nei lontani anni ‘60. Con lui, Aldo il suo nome, avevo macinato chilometri e chilometri di autostop e di vita libera in giro per tutt’Italia e molti in Francia, fino a Parigi, la città più amata da entrambi. Finché, al ritorno da uno di quei viaggi, Aldo andò completamente fuori di testa e me lo ritrovai, di lì a poco, al manicomio Santa Maria della Pietà prima, ad Amsterdam dopo, da rifugiato. Una poetessa matta, Alda Merini, l’ho conosciuta molti anni dopo.

Inciampò nei favolosi libri Millelire nella stagione più esaltante. Glieli fece conoscere nel 1991 Guido Spaini, l’inventore della Fiera della piccola editoria al Castello di Belgioioso, un po’ matto anche lui. Fu facile per Guido convincerla a essere “dei nostri”. La caricò sulla sua macchina con un bel registratore a portata di mano e nel lungo viaggio che seguì Alda si raccontò talmente tanto da scaturirne lo straordinario Millelire Le parole di Alda Merini. Un piccolo supereconomico libricino che la fece conoscere e amare a un popolo di lettori che ancora non sapeva chi fosse.

Poco dopo l’uscita del Millelire, finalmente, la conobbi. Guido mi pregò di tenerle compagnia in occasione di non ricordo più quale evento prestigioso in un luogo altrettanto prestigioso. Ci lasciò soli a parlare del più e del meno, tra tanta gente tirata a lucido. In imbarazzo io e in imbarazzo lei. Nel pieno della serata, a un certo punto, le cadde la borsa che teneva stretta, forse fece apposta a farla cadere. Fatto sta che la borsa si aprì sul pavimento, anche questo tirato a lucido, e ne uscì tanta di quella roba che è impossibile farne l’elenco: roba da matti, posso assicurare, che si sparse per gran parte dell’impiantito.
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Voglio vivere così: quelli furono i veri anni spietati

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Voglio vivere così di Ansoino AndreassiTornando al discorso delle diverse “filosofie” e soprattutto prassi operative che possono riscontrarsi anche all’interno dello stesso ufficio di polizia (diversità di cui il romanzo di Andreassi offre cospicui esempi), si può ancora dire che il tema si lega strettamente a quello della democrazia come antidoto contro la violenza terroristica. Qual era la teoria dei brigatisti? Era che lo Stato democratico non esiste, è puramente e semplicemente una finzione, un paravento, una maschera.

Noi brigatisti – dicevano – un colpo dopo l’altro (cioè un omicidio dopo l’altro, una gambizzazione dopo l’altra, un sequestro dopo l’altro) faremo cadere questa maschera, disveleremo il volto autentico dello Stato, reazionario e fascista, di negazione dei diritti, di ogni possibilità di progresso, in particolare di crescita del proletariato, delle classi sociali più bisognose. E quando questo vero volto dello Stato sarà disvelato, ecco che le masse – avendo finalmente capito, grazie a noi brigatisti, come stanno davvero le cose – si ribelleranno e ribellandosi si riuniranno automaticamente intorno all’avanguardia organizzata già esistente, che siamo noi delle Br, innescando la palingenesi rivoluzionaria…

È evidente che semplifico molto, è chiaro che brutalizzo concetti che persino i brigatisti esponevano a volte in maniera più sofisticata, ma è per intenderci, per capire che siamo riusciti a non cadere nella trappola tesa dai brigatisti. Perché la risposta al terrorismo brigatista dal punto di vista legislativo ha raschiato – lo ha detto più volte la Corte Costituzionale – il fondo del barile della corrispondenza ai principi e precetti costituzionali, ma non è mai andata oltre. Come ha saputo non andare oltre i confini stabiliti dalle regole la stragrande maggioranza delle forze di polizia giudiziaria impiegate in funzione di antiterrorismo, così contribuendo a “spiazzare” e mettere in crisi i terroristi che ben altri atteggiamenti si sarebbero aspettati.
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Voltumnia: alla ricerca del tempio perduto

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Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoNella primavera del 1988 i maggiori quotidiani nazionali riportavano la notizia che su una sperduta altura, sopra il crinale vulcanico del lago di Bolsena, finalmente era stato scoperto il leggendario Fanum Voltumnae, il sacrario nazionale dei dodici popoli etruschi. L’altura, Poggio Evangelista, conserva i resti di un tempio situato in posizione strategica.1 Dalla sommità si può toccare il cielo e godere di un panorama a 360° che spazia su Umbria, Lazio e Toscana.

L’area sacra etrusca risalente al VI sec. a.C., dopo la scoperta e catalogazione da parte della Sovrintendenza, fu abbandonata e lasciata all’azione distruttiva degli elementi naturali. Non si trattava però del Fanum Voltumnae e infatti nessuna prova fu trovata a conferma. Così il tempio di Poggio Evangelista si è aggiunto alla lunga lista di santuari etruschi scoperti e poi dimenticati.

Già nel 1968 Mario Signorelli, studioso di Viterbo, proclamò la scoperta del Fanum Voltumnae nei pressi di due località: il Riello e Macchia Grande. Forse a causa della sua ostentata eccentricità, lo studioso non venne mai preso in considerazione dagli accademici. Anche in questo caso, però, i luoghi scoperti, sebbene di grande rilievo naturalistico e monumentale, non erano quelli del Tempio perduto, il Fanum. La notizia della scoperta del Fanum si è ripetuta molte altre volte.

Recentemente, nell’estate del 2005, il Fanum è stato localizzato a Orvieto, almeno così dichiaravano gli archeologi, ripresi con enfasi dal “Corriere della Sera” e da altri media. Ma anche in quest’occasione mancavano le prove. Solo supposizioni. Nel sito indicato dagli archeologi, il Campo della Fiera, sotto la rupe di Orvieto, sono venute alla luce soltanto le fondamenta di un tempio, l’ennesimo. Come gli altri abbandonato a se stesso dopo la scoperta. Se finora le ricerche non hanno prodotto risultati definitivi, molto è dipeso dal mancato approccio a un tema fondamentale: la speciale religiosità di età etrusca, una materia ancora nebulosa a causa della sua intrinseca complessità, resa ancora più oscura da interpretazioni ingenue e fantasiose.
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Il gemello: dalla realtà scientifica al pretesto letterario

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Il gemello Michele LeoniQualcuno ricorderà che recentemente una signora americana, dopo aver guardato bene in faccia i suoi gemelli e prima ancora che qualcuno s’insospettisse, ha candidamente ammesso che uno solo dei due era figlio del marito, l’altro era il risultato di una scappatella, della quale evidentemente la signora si riteneva incolpevole o quasi. I giornalisti hanno curiosato tra gli ostetrici, per sapere quanto fosse eccezionale quell’evento, e saputo che eccezionale proprio non era si sono ritratti quasi annoiati; immagino che Michele Leoni, che in quel momento questo libro, Il gemello lo aveva già scritto, si sia irritato un po’, questo è quello che gli inglesi chiamano “to steal someone’s thunder”, un’espressione che prende origine, pensate un po’, da una macchina teatrale che doveva fare il rumore del tuono.

Alcuni giornalisti chiesero anche a me informazioni su questo minuscolo scandalo, che chissà perché tutti ritenevano inusuale, e mi accorsi di perdere non solo la loro attenzione, ma anche la loro stima, quando mi misi a spiegare i dubbi sulla superfetazione e le certezze sulla superimpregnazione, attenzioni e stima che non riguadagnai nemmeno quando mi misi a raccontare i miti che esistevano in proposito e che mi sembravano dimostrare che la nascita di gemelli, uno solo dei quali assomigliava al marito mentre l’altro era il ritratto sputato del lattaio, dovevano averla osservata anche i nostri antenati.

La richiesta di Michele Leoni di scrivere qualche riflessione sul suo libro – spero che ne farà una postfazione, mi seccherebbe svelare in anticipo alcuni dei misteri del racconto – mi consente di ritornare su alcuni degli argomenti che nessuno ha voluto ascoltare in prima battuta. Il libro di Leoni, poi, ha un elemento particolarmente affascinante, almeno per me: è un mito moderno, gli dèi dell’Olimpo si sono vestiti da miliziani, le dee si sono camuffate da casalinghe, ma sempre un mito è, e con i miti c’è poco da scherzare.
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Nuove storie naturali: il colore del grano

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Nuove storie naturali di Alessandro ParonuzziIl sottotitolo “Come sviluppare una relazione felice con i nostri animali” preannuncia già il contenuto del libro Nuove storie naturali: in queste pagine si parlerà di una relazione con gli animali, di quel millenario legame di solidarietà improntato allo scambio reciproco di aiuto; si parlerà di felicità, cioè di quell’intesa e di quell’armonia con le creature del mondo che è prima di tutto conoscenza, rispetto per la loro condizione e comprensione dei loro
bisogni; si parlerà infine di amicizia, di quell’affinità, cioè, che porta a condividere con questi esseri senzienti tratti di vita e di storia. Vogliono stare con noi, gli animali, fin dall’inizio del mondo e, come afferma Manganelli:

Non hanno preteso la parola, sono magari disposti a transigere sull’anima immortale, hanno rinunciato alla patente ed a un preciso inquadramento sindacale, ma soli nell’universo, vogliono stare accanto a quei tali che vennero scacciati dal Paradiso terrestre, vogliono giocarci, starci in grembo, dormire ai piedi del letto. Dobbiamo credere che l’angelo sulla soglia non se ne sia proprio accorto? O forse l’invenzione del cane e del gatto accadde nel momento in cui al Creatore stava ormai svaporando l’ira per la famosa mela? Qualcuno ha deciso o permesso che due angeli di seconda classe restassero con noi e noi con loro.

All’incontro con la loro identità e dignità ci guida, zigzagando tra osservazioni di zooantropologia e argomenti di didattica, Paronuzzi, che si fa non solo “cacciatore di immagini”, ma anche e soprattutto premuroso interprete di linguaggi, e sensibile affabulatore. Con una prosa ora scanzonata e lieve, ora professionale e rigorosa, l’autore snoda qui una serie di conoscenze e riflessioni, sempre attraversate dallo sguardo fiducioso in una nuova pedagogia animalista che consideri l’alterità animale una preziosa e significativa opportunità di arricchimento culturale e affettivo.
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Cocco Bill, l’amico ritrovato

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Il giorno di CoccobillRagazzini degli anni Cinquanta, siamo la generazione del Vittorioso, il settimanale edito dalla cattolicissima nonché “italianissima” Ave, Anonima Veritas Editrice. Dio, Patria e Famiglia tanto per intenderci, e ben saldi i valori della lealtà, della solidarietà, dell’amicizia. Era un amico, Il Vittorioso, con cui tutte le settimane avevamo un appuntamento in edicola.

E volevamo bene alle sue “firme”: pescando alla rinfusa tra i ricordi, ritroviamo Caesar, Fantoni, Giovannini, De Luca, Polese, Landolfi. E soprattutto lui, il magico, variopinto, stravagante surreale, folle Jacovitti, anzi Jac, anzi Lisca di Pesce, che era la componente ludica e un po’ anarchica della nostra “visione del mondo” (perché cominciamo a formarcela già da bambini, no?). Davvero un mito, Jacovitti, insieme ai suoi simpaticissimi eroi: il terzetto adolescenziale Pippo, Palla e Pertica, assistito dalla Signora Carlomagno, una virago che sbrogliava i guai da allegra giustiziera, a colpi di cazzotti fulminanti; il mini-arcipoliziotto Cip (suo il tormentone “lo supponevo”) con l’assistente Gallina, il bassotto Kilometro e l’arcinemico in tuta nera Zagar (ma il Macchia Nera di Topolino e il Diabolik delle sorelle Giussani hanno preso spunto da lui?); e Caramba, Mandrago, Alonso Alonso detto Alonso, Alvaro piuttosto Corsaro, Giacinto il Corsaro Dipinto, il giornalista detective Tom Ficcanaso…

Zorrykid di Benito Jacovitti - a cura di Gianni BrunoroPoi, nel 1957, Jacovitti iniziò a collaborare al settimanale Il Giorno dei ragazzi, supplemento dell’omonimo quotidiano milanese diretto da Italo Pietra, e qui restò fino alla sospensione delle sue pubblicazioni, nel 1967. Proprio sul Giorno dei ragazzi nacque il cow-boy Cocco Bill. Riscoperto da Stampa Alternativa, che nel 2007 proponeva una antologica delle sue avventure (Cocco Bill, mezzo secolo di risate: sei delle 18 storie apparse sul supplemento del Giorno) e che ora ci offre tutte le altre a nostro grato diletto (Il Giorno di Cocco Bill, a cura di Giovanni Brunoro, prefazione di Luca Raffaelli, pp. 357, euro 28). Una bella occasione per tornare a divertirsi con un “amico ritrovato”. E magari per fare anche qualche riflessione sul mondo jacovittiano, un vero, affollatissimo labirinto di invenzioni, trovate, provocazioni.
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Mani Pulite, quel colpo di stato che resta solo fantapolitica

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Golpe Di Pietro di Matteo MontanQualche settimana fa, mentre curiosavo tra le bancarelle dei libri usati, mi è capitato tra le mani un vecchio opuscoletto di Stampa Alternativa, della famosa serie dei “Millelire”. Un racconto di fantapolitica di Matteo Montan (all’epoca redattore della Gazzetta di Parma e collaboratore del Corriere della Sera, adesso direttore di Buongiorno s.p.a. un’agenzia che produce servizi informativi e di intrattenimento per la Rete), intitolato Golpe Di Pietro. Pubblicato all’inizio del 1994, il racconto immagina la presa del potere del pool dei magistrati di Milano, sull’onda delle inchieste di “Mani pulite”.

La fantapolitica ha una non trascurabile tradizione nel nostro paese. Senza pretendere di tracciare una genealogia completa basterà fare due esempi particolarmente significativi. In occasione della campagna elettorale del 1948, quando era in ballo l’appartenenza dell’Italia al campo dei paesi liberi, Leo Longanesi ispirò un racconto epistolare diffuso in molte decine di migliaia di esemplari (D. Martucci, U. Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis. Lettere scritte domani), dove si immaginava un diverso e catastrofico esito delle elezioni. Alcuni decenni dopo, negli anni settanta del secolo scorso, divenne un best-seller (oltre mezzo milione di copie vendute), il romanzo Berlinguer e il professore, pubblicato anonimo ma opera di uno dei più brillanti notisti politici del Corriere della Sera, Gianfranco Piazzesi. Nel libro si descriveva, tra il serio ed il faceto, l’andata in porto del compromesso storico. In sostanza il canovaccio narrativo serviva a Piazzesi come un pretesto per prendere in giro vizi e meschinerie dei palazzi romani.

Il libretto di Montan ha avuto meno fortuna di questi predecessori più noti. Pure, letto ad alcuni lustri dalla sua stesura non solo regge bene l’usura del tempo, ma risulta per molti versi illuminante. Anzitutto il racconto fotografa bene l’atmosfera di un preciso momento storico, che molti di noi hanno vissuto, ma che è scivolato man mano via dalla comune percezione. Intendo parlare di quel senso di liberazione, di sollievo quasi, che accompagnò l’estendersi a macchia d’olio delle inchieste giudiziarie relative al mondo politico. Una luna di miele tra magistratura e opinione pubblica (al di là degli schieramenti politici) durata solo pochi mesi. Il racconto è anzitutto il portato di quella stagione, nella quale non ci si chiedeva tanto come sarebbe andata a finire, ma si viveva la soddisfazione di veder cadere in disgrazia tanti uomini politici che non era mai stato possibile avvicendare con il voto.
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Una copia di “Vino e Bufale” per Morgan

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Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaAiutiamo Morgan, Bruno Vespa e Giorgia Meloni: per loro una copia di Vino e bufale. Bruno Vespa ha dedicato un’intera puntata di “Porta a porta” alla vicenda di Morgan e al suo rapporto con le droghe cosiddette illegali. Il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni ha accusato il cantante di “fare apologia del crack”. Nessuno in trasmissione ha ricordato i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo i quali la prima causa di mortalità per i giovani europei tra i 15 e i 29 anni è sì una droga, ma si chiama alcol.

Numerosi autorevoli studi internazionali classificano infatti l’alcol tra le droghe più pesanti a livello neurobiologico, e più devastanti per le ripercussioni sociali e gli effetti sulla salute. La trasmissione è andata in onda proprio nella giornata mondiale dedicata alla lotta al cancro: l’alcol è la seconda causa evitabile di tumore dopo la nicotina, ma questo in Italia non si può dire, perché nel nostro Paese il principale veicolo di assunzione di questa droga si chiama vino.

Fa un certo effetto vedere proprio Bruno Vespa nel ruolo di giudice severo contro tutte le droghe, lui che quando c’è da parlare di vino e salute chiama nel suo studio Lino Toffolo, Antonella Clerici, Marisa Laurito e Al Bano, lui che di fronte a chi si dichiara astemio replica: “E’ una tragedia, come le è successa?”. Fa un certo effetto vedere il ministro Giorgia Meloni dire che abbiamo commesso un gravissimo errore culturale, facendo dei distinguo tra droghe più o meno nocive, più o meno pesanti, mentre va detto in modo chiaro che tutte le droghe fanno male e vanno evitate.
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Elogio del turpiloquio: il populismo moderno, linguaggio volutamente povero e fortemente emotivo

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Elogio del turpiloquio di Romolo Giovanni CapuanoLeggendo il testo qui proposto, due appaiono le funzioni ‘positive’: innanzitutto, il turpiloquio ha una chiara funzione apotropaica. Serve, cioè, a tenere lontano il male, proprio come un amuleto o un esorcismo. E, in effetti, l’espressione che Francesco suggerisce a frate Ruffino per allontanare il demonio ha tutto il sapore di una formula magica, uno scongiuro teso a fin di bene, da rispettare alla lettera per ottenere gli effetti auspicati.

Il turpiloquio funge da strumento di comunicazione per raggiungere il popolo minuto – vero destinatario dei Fioretti – e sfrutta la sua attitudine terrestre, verace, emotivamente intensa per produrre un effetto di verità, quasi che la parolaccia, di per sé, significasse autenticità. Il turpiloquio, in effetti, sembra conferire genuinità, impeto e stile pungente alla frase. Si fa carico di dire ciò che non deve dire e di non tacere ciò che sa. Marca una sintassi della vicinanza che scatena empatia e identificazione con chi non ha bisogno di paroloni per affermare il suo punto di vista. Dice “pane al pane” senza infingimenti. O, almeno, così viene percepito.

Se consapevolmente biasimiamo chi inveisce oscenamente, tendiamo a riconoscergli, in date circostanze, una reputazione di maggiore onestà e candore perché riteniamo che solo chi è sincero e “parla come mangia” è affidabile. Tale credito deriva dal fatto che tendiamo a interpretarlo come una forma di eloquio non filtrata, che sprigiona direttamente dai recessi più profondi dell’anima. Di questa verità dell’anima sono intrisi i Fioretti, che devono la propria popolarità, fra l’altro, anche al linguaggio spontaneo che li caratterizza e che, presso il popolo, era certo più efficace comunicativamente del latinorum degli alti prelati.
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Nacqui settimino: Clay picchia, non t’arrendere, balla sul ring

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Nacqui settimino di Sandro BartoliniUnited States, arrivavano le immagini di Joe Frazier e Cassius Clay, in mutandoni. I pugili si erano tolti gli accappatoi, i secondi avevano raccolto gli sgabelli, l’arbitro Mercante, un bianco, piccolo, nel mezzo ai due negri. Frazier più basso, tozzo, Muhammad Alì lo superava di almeno quindici centimetri. Clay l’avrebbe legnato quel tappo, bastardo, di Frazier. Si scazzottarono per tutte le quindici interminabili riprese, noi Solatii stavamo per Clay! Danzava il vecchio Cassius Clay e sfotteva Frazier, aveva la lingua lunga.

Bastardo d’un Frazier! La lingua non gliela porterai via! Hai capito? Nessuno lo farà stare zitto! È lui il vero campione. Sì! Il più grande! Sul ring Cassius Clay ballava, pativamo con lui. Il piccolo Joe Frazier pareva un fabbro, jab sinistro, jab destro, Cassius cianciava, ballava sul quadrato. I due giganti sanguinanti, in mutandoni hawaiani, si stringevano alle corde, uppercut, gancio sinistro, diretto destro.

Muhammad Alì si allontana da Frazier, balla sul ring, come una volta, un gancio lo colpisce alla testa. Chiudilo Clay. Muoviti! Quel bastardo ti gonfia. Vai ora! Coraggio! Picchia duro! Uno, due tre diretti di Clay centrano Frazier. Quadrato, piccolo, mancino, Joe avanza come un toro. Destro di disturbo, gancio sinistro, corpo a corpo. Frazier sanguina dal naso, dalla bocca, l’occhio sinistro gonfio, anche Cassius Clay sanguina. I pugili si tengono alle corde, due maschere di sangue. Dai campione! Clay picchia! Non t’arrendere! Balla sul ring! Nell’ultima ripresa, un sinistro di Joe Frazier centra Clay alla testa. Il campione, il nostro eroe, il più grande di tutti i tempi va giù!
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Voglio vivere così: “bisogna prima di tutto capire; sì, capire anche le cause di questo tipo di terrorismo”

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Voglio vivere così di Ansoino AndreassiAnsoino Andreassi non fa sconti, e delinea chiaramente la possibilità che all’interno delle forze di polizia si applichino diverse “filosofie”, con immediate e robuste conseguenze sul piano operativo, a partire dall’approccio con coloro che sono sospettati di essere terroristi o vengono arrestati in quanto tali. La scelta dell’autore (filtrata dalle riflessioni e dai comportamenti di Guido, poliziotto che ha nel romanzo un ruolo centrale) è univocamente nel senso del rispetto – sempre e comunque dovuto – e per la persona e per le regole democratiche.

Nello stesso tempo Andreassi sottolinea (ed è di speciale rilievo che lo faccia proprio un poliziotto nato e cresciuto, istituzionalmente parlando, per la repressione dei delitti…) che “bisogna prima di tutto capire; sì capire anche le cause di questo tipo di terrorismo… Certo non tocca a noi (poliziotti) intervenire sulle cause, ma noi possiamo aprire gli occhi ai nostri politici. Ci vuole una strategia antiterrorismo a trecentosessanta gradi. L’azione repressiva può non bastare”. Parole sacrosante (quanto quelle che ci ricordano come “cercare di capirne le cause non vuol dire giustificare un fenomeno”), ma che al tempo stesso pongono interrogativi piuttosto sconfortanti sulla capacità della politica italiana di affrontare i problemi del crimine organizzato (non solo terroristico ma anche mafioso) senza limitarsi alla solita, comoda delega a forze dell’ordine e magistratura.

Andreassi sa bene quanta importanza abbia avuto l’intuizione che il terrorismo andava sconfitto non solo sul piano investigativo-giudiziario ma anche (se non soprattutto) sul piano politico. Bisognava isolarlo, andando nei quartieri, nelle scuole, nei circoli, nelle sedi di partito e del sindacato, nelle parrocchie e nelle fabbriche per parlare con la gente, per rendere la cittadinanza consapevole che il terrorismo era una minaccia non solo per le possibili vittime, ma per tutti, in quanto fattore di imbarbarimento della vita civile e di progressiva involuzione in senso reazionario del sistema. Bisognava fare chiarezza, spazzando via tutte quelle incertezze e ambiguità (anticamera di contiguità e connivenze) che erano state – agli inizi – presenti soprattutto a sinistra.
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