Un uomo precipita con l’auto da un viadotto. È uno psichiatra, abituato a ripercorrere la vita degli altri. Ma questa volta i fotogrammi che gli scorrono davanti raccontano la storia della crisi esistenziale e professionale dentro la quale è precipitato ben prima di sfondare il guard-rail. Negli ultimi mesi due donne riemerse dal passato lo hanno coinvolto in una danza d’amore e di guerra al di qua e al di là dell’Oceano; un anziano e sovversivo dottore che predica la fratellanza terapeutica e l’abolizione dei farmaci ha sgretolato
le sue certezze nella psichiatria; un perverso scienziato ostaggio dell’industria farmaceutica e coinvolto in un brutale omicidio lo ha costretto a trasformarsi in investigatore e minaccia la sua vita.
Ce n’è quanto basta per ridursi l’esistenza a brandelli. O per decidere di reagire.
Daniele Barbieri intervista Enrico Baraldi
20 Aprile 2008
Subito l’annuncio del farmaco totale, «il Coristar, rimedio risolutivo per la malattia mentale». Poi un incidente d’auto, una storia d’amore, un giallo, un’isola magica e un’ex paziente che pubblica, contro il suo terapeuta, un libro-vendetta che si chiama proprio «Psicofarmaci agli psichiatri». Ma conviene partire dal Coristar.
«E’ nel cuore il centro della vita affettiva e dei pensieri»? O serve solo a illudere su farmaci totali, su nuovi dei?
Le nuove religioni ci vengono promosse da mistificanti venditori che, negli intervalli di qualche Grande Fratello tv, sanno come ammaliarci. Le multinazionali dei farmaci, i veri nuovi poteri, non tarderanno a proporre il farmaco rivoluzionario in grado di recuperare l’affettività agendo sul cuore, da sempre considerato la sede dei sentimenti. Ma il riduttivismo farmacologico, l’idea di una medicina per ogni problema, è strumentale a interessi di proporzioni inimmaginabili; ricordiamoci De Andrè, «non esistono poteri buoni».
Una parola-chiave per il suo libro: «vicinanza»?
Ho presentato «Psicofarmaci agli psichiatri» in giro per l’Italia cercando soprattutto platee competenti, cioè “cattivi lettori” lontani dai salotti, nelle sedi di associazioni di utenti, nelle comunità di malati, nei centri sociali. All’inizio ero convinto che le parole chiave del libro fossero «vicinanza affettiva» e «cura fraterna», poi confrontandomi ho individuato la frase: «Adesso tocca a noi fare qualcosa». Rispetto alla malattia e alla salute mentale di ciascuno, la competenza deve essere davvero collettiva, degli specialisti ma ancor più della società nel suo insieme, altrimenti si fanno cose parziali e forse dannose.
Lei «si vende un tanto all’ora», come il protagonista?
Ketti, una delle due protagoniste, accusa il suo psicoterapeuta di vendersi, di somministrarle psicofarmaci che l’hanno sconvolta, di averla condizionata con la “messinscena” senza nulla sapere «sul vero significato della parola vicinanza». Ketti è solo in parte fantasia dello scrittore: è ispirata da pazienti che, pur sofferenti, hanno saputo mantenere dignità e libertà. E’ la magia della scrittura: prima di scrivere questo romanzo tante cose mi erano sconosciute. Alla fine io stesso, che l’ho scritto, mi sono trovato diverso.
Come grattar via «la crosta dei ruoli e delle convenzioni»?
Ruoli e convenzioni che tengono a distanza il paziente e la sua sofferenza sono insegnati, con forzose e carissime formazioni, nelle scuole di psicoterapia. Pochi invece insegnano quello che il saggio dottore dell’isola di Itamaracà sostiene nel romanzo, cioè che alla cosiddetta giusta distanza terapeutica vadano contrapposte vicinanza affettiva e cura ispirata alla fratellanza terapeutica. E’ facile avvicinarsi a pazienti intriganti come Ketti e Olinda (l’altra protagonista), più difficile condividere con persone che la sofferenza rende ostiche, antipatiche, aggressive. Tuttavia, ogni volta che cerco di vincere diffidenza e sfiducia, trovo (anche nei pazienti sui quali non si scommetterebbe un centesimo) qualcosa di buono e interessante su cui cominciare a ricostruire. Condivido il pensiero dello psicoanalista inglese Winnicott che dedicò un libro «ai miei pazienti mi hanno pagato per insegnarmi».
Sono davvero «ovvietà» quelle (casi mortali, interessi delle industrie….) che lei cita? Note a chi, al 5% delle persone?
L’uso incongruo che spesso si fa degli psicofarmaci e gli effetti collaterali che provocano sono poco noti a tante persone e invece molto conosciuti da pochi. Esiste una catena perversa composta da aziende, medici e media che alimenta un marketing aggressivo per vendere farmaci come detersivi. I ragionamenti sull’inopportunità di medicalizzare ogni disagio e sugli effetti collaterali delle sostanze appaiono secondari. Ma esiste un forte movimento dal basso che rivendica il diritto alla salute attraverso interventi globali e sensibilizza sugli effetti collaterali dei farmaci. Conosco pazienti in grado di tenere lezioni su questi argomenti, perché li hanno vissuti sulla loro pelle ma anche perché hanno saputo documentarsi. Alle presentazioni di «Psicofarmaci agli psichiatri» ho incontrato pazienti sempre competenti e aperti al confronto, forse più degli operatori.
Uno dei protagonisti invita a mediare «la malattia mentale di una persona con la sua parte sana». Lei condivide?
Il saggio dottore di Itamaracà si è rotto le scatole di rincorrere sintomi e combatterli come nemici. Conviene abbandonare questo atteggiamento bellicoso per transitare alla «giustapposizione», alla possibilità che parti malate e parti sane di una persona possano convivere in forma armonica, senza negare il valore reciproco e senza che una delle due vada sacrificata. Il protagonista si salverà dando credito alle allucinazioni: quando si sente una voce non è importante chiedersi se sia reale ma sentire quello che vuole dirci, a volte sono le voci a salvarci.
Le voci. Che aggiungere, a romanzo chiuso?
Esiste un’area nell’emisfero cerebrale di destra dove all’inizio della vita albergavano le voci degli dei. L’uomo ha dimenticato queste capacità per concentrarsi su altre. Non so dire se abbia fatto del tutto bene. Dopo questo romanzo, l’atteggiamento che ho verso le persone che sentono voci è profondamente cambiato: i personaggi mi hanno insegnato a vedere la malattia mentale in modi che prima non avevo chiari.
La «drapetomania» sembra una barzelletta, e invece….
Gli psichiatri Usa a metà ’800 inventarono una malattia tipica degli schiavi, la «drapetomania». Il desiderio ossessivo di scappare andava curato con lavori forzati che avrebbero favorito la migliore ossigenazione del cervello malato. Sembra una caricatura della psichiatria, invece è storia che rinforzò le idee razziste e giustificò la schiavitù. La psichiatria ogni tanto torna ad asservirsi a poteri perversi: conviene ragionarci perché gli strumenti che adotta sono sottili e subdoli. «Non ho l’arma che uccide il leone» è la frase che lascia in eredità il dottore di Itamaracà, riprendendola da Franco Basaglia: non c’è psicofarmaco, tecnica terapeutica, indagine diagnostica capace di risolvere la complessità di esistenze sofferenti. Si festeggiano i 30 anni della legge-Basaglia ma ancora molti credono che l’arma esista, che il leone vada ucciso anziché addomesticato. In questi giorni gira, ad esempio, una petizione per aprire centri per l’elettroshock, pratica che Basaglia definì di tortura e di repressione… Come si vede gli psichiatri che inventarono la drapetomania sono sempre in agguato.
Enrico è uno psichiatra. Sta viaggiando con la sua auto su una strada di montagna quando, in prossimità di una curva, i freni si rifiutano di funzionare e la macchina sfonda il guard-rail precipitando dal viadotto nel vuoto. In quel preciso momento davanti agli occhi di Enrico scorrono veloci le immagini più importanti della sua vita. È un attimo che sembra una vita, una vita di cui hanno fatto parte tante persone, diverse esperienze, scomode verità, e sogni. Conosciamo l’aggressiva Ketti, una sua ex paziente, adesso divenuta scrittrice che, dalle pagine del suo libro Psicofarmaci agli psichiatri, getta discredito su tutta la categoria additando lui in particolare. Ci viene presentata l’esotica Olinda, reincontrata per caso durante un congresso a Rio de Janeiro, dopo anni di analisi con lui e nessun risultato. A stento la riconosce, adesso è una donna indipendente, sensuale, sicura di sé, lei che era così fragile, schizofrenica… dove erano finite le voci che la condizionavano? Possibile che l’avessero abbandonata, che non l’avessero seguita fin lì? Enrico impara a conoscerla, ad amarla, a capirla per la prima volta. Scopre che non prende più psicofarmaci da tempo e che l’artefice del suo radicale cambiamento è merito di un dottore che abita poco distante dalla Pousada dove vive e lavora. Enrico decide di andarlo a conoscere e, mentre si avvicendano gli interventi del congresso e viene presentato al mondo un ‘nuovo miracoloso farmaco’ da impiegare nella cura di alcune malattie mentali, scopre un altro modo di approcciare il paziente, le cose, se stesso, la vita. Ma quando crede di aver afferrato un’importante verità, ecco che gli eventi prendono un’inaspettata quanto drammatica svolta...
Inserito in una rigida partitura (Prologo, Il decollo, In volo, L’atterraggio, Epilogo), il libro di Baraldi ha il pregio di avere un inizio folgorante in grado di catturare immediatamente l’attenzione del lettore che scorre le pagine nell’attesa morbosa dell’inevitabile schianto al suolo. La scrittura è scorrevole e ben si adatta alla storia, che scivola via rapidamente. Fa onore all’autore la scelta di aver ‘rilasciato il libro’ con la licenza Creative Commons, segno evidente del mutare del tempo, e la decisa posizione presa da lui (psichiatra, responsabile del Centro Psicosociale di Mantova) contro l’uso degli psicofarmaci. È evidente la passione per il proprio lavoro, e per la scrittura utilizzata come mezzo, forse, per uscire da un ambiente delicato, ed è proprio quest’ultimo aspetto che condiziona, a parer mio, la narrazione, che a tratti pecca di ingenuità.
Nel libro sono infatti contemporaneamente presenti ambienti esotici, donne intraprendenti, crisi personali, passati che ritornano, intrighi internazionali, passioni violente, omicidi misteriosi e molto altro in sole centoquaranta piccole (per formato) pagine… un po’ troppo? [elena torre]
Psichiatra sull’orlo di una crisi (e di un viadotto)
“Psicofarmaci agli Psichiatri” potrebbe sembrare uno slogan di ribellione contro gli eccessi della farmacologizzazione delle malattie mentali, di cui alcuni medici sono sostenitori. E’ invece il titolo di un romanzo di Enrico Baraldi (che psichiatra è: lavora a Mantova come responsabile del Centro Psicosociale) che ha come protagonista un altro psichiatra, il quale per una volta non deve ripercorrere la vita degli altri ma la propria, visto che sta precipitando con la sua auto da un viadotto dopo avere sfondato il guard-rail e che i fotogrammi che gli scorrono davanti raccontano la storia della sua personale crisi esistenziale e professionale.
Con lui, sono protagonisti del libro edito da Stampa Alternativa nella collana Eretica, non nuova a incursioni nel territorio di confine tra malattia e narrativa, due donne, un anziano e sovversivo dottore che predica la fratellanza terapeutica e l’abolizione dei farmaci, un perverso scienziato ostaggio dell’industria farmaceutica.
Il libro è un giallo in cui si parla di un misterioso omicidio. Ma anche un’evidente metafora di alcune irrisolte contraddizioni delle scienze della mente.
M.F.
Psicofarmaci agli psichiatri
Enrico Baraldi
Stampa Alternativa (www.stampalternativa.it)
Pagine 140
€ 10,00
Non amo Chesterton, eppure quel mezzo prete una cosa giusta… una soltanto, intendiamoci… l’ha detta: “Il pazzo è uno che ha perso tutto tranne la ragione”.
Non perdere la ragione, però, non significa – anzi, tutt’altro – evitare la sofferenza psichica che assume varie forme. E qui si apre uno scenario di molteplici ipotesi per curare quei tormenti; sostanzialmente si fronteggiano due posizioni, una organicista (detta anche psichiatria biologica) e l’altra chiamata cognitivista. All’interno di questi due schieramenti scientifici, vivono poi varie correnti pensiero che giungono a diversi approdi terapeutici.
Non m’azzardo ad entrare in quel dibattito, mi mancano gli strumenti per farlo. Gradirei, però, che anche altri, come me non attrezzati, evitassero d’avventurarsi in dichiarazioni su quel campo.
Perché se si parla di cardiologia si lascia la parola agli specialisti e se, invece, si discute di psichiatria tanti si sentono in diritto d’esprimersi? Perfino evocando ideologie politiche?
Non c’è dubbio che il male psichico risenta d’ambienti sociali (ma perché le cardiopatie no?) in modo più marcato rispetto ad altri malanni che ci acciaccano, ma da qui a farsi esperti, ce ne corre. Vorrei che a parlare fossero i medici e i loro pazienti, le sole due categorie le quali, con diverse matrici, hanno la competenza per pronunciarsi.
E se è vero che non è necessaria una laurea in medicina per dire che Basaglia aveva ragione, è altrettanto vero che occorrono studi scientifici o esperienze di sofferenza per dibattere seriamente sulla questione.
Lunga, ma credo necessaria, premessa per presentare un libro intitolato Psicofarmaci agli psichiatri.
L’autore è Enrico Baraldi che ebbi a compagno di viaggio tempo fa in un volo spaziale.
Medico psichiatra, lavora a Mantova come responsabile del Centro Psico-Sociale.
Ha pubblicato per Baldini&Castoldi “Verrà mai il giorno in cui non ci sarà la sera?”, e per Stampa Alternativa “Piccolo psichiatra” (2000), “Il piccolo perverso. Una favola d’amore” (2002), “Ti amo da matti” (1996), “L’aspirina è come Pippo Baudo” (1995).
E’ direttore artistico di Rete 180 la cui redazione è composta da persone con disturbi mentali che lavorano insieme per dare “voce a chi sente le voci”; all’emittente, ‘il Manifesto’ ha dedicato pochi giorni fa un ampio servizio di Giovanni Vigna nel supplemento Alias del 6 ottobre.
Il titolo del volume già annuncia quanto l’autore sosterrà nelle pagine, e che lo vede convinto di “scendere dalla cattedra, e dalla poltrona, e vivere una vita di autentica relazione coi suoi malati”.
Per svolgere la sua tesi, dà vita a un romanzo. La cosa può sorprendere alquanti (ed io sono fra questi), perciò ho chiesto a Enrico Baraldi: perché nel trattare il tema che proponi hai scelto la forma narrativa e non quella saggistica?
La domanda contiene in sé la risposta, nel senso che la scelta di scrivere un romanzo, anziché un saggio come il mio precedente “Piccolo psichiatra”, è assolutamente significativa.
Ho voluto sottolineare in maniera anche formale che la sofferenza psichica, quella di una crisi esistenziale, ma anche quella derivata dallo sconvolgimento mentale della schizofrenia, si iscrive sempre in una storia, in una biografia piuttosto che nella raccolta standardizzata dei dati di una cartella medica.
E che occuparsi in maniera globale di questa sofferenza vuol dire, prima di ogni altra cosa, ascoltare le vicende di quella esistenza come se fosse un romanzo e magari partecipare alla sua riscrittura più che classificare e prescrivere psicofarmaci.
Ed è per questo che, quando pretendono di fare troppo i medici, sono proprio gli psichiatri che necessitano di essere curati!.
Per una scheda sul libro: QUI.
Enrico Baraldi
“Psicofarmaci agli psichiatri”
Pagine 140; Euro 10:00
Stampa Alternativa