HOME > COLLANE > FIABESCA > POESIE...
 
   
 
 

Tudor Arghezi, Salvatore Quasimodo
Poesie
a cura di Marco Dotti


COLLANA: Fiabesca
GENERE:
pp. 176, 12x17cm
Anno: 2004
PREZZO: 8,50 euro
(15% di sconto sul prezzo di copertina: 10,00 euro)
ISBN: 9788872267875




 
   
 

Eric Stenbock
LA GIRANDOLA e ALTRI RACCONTI
  Fabio Fiori
ERBA BUONA
  Elisa Giobbi
LA RETE

Tudor Arghezi (Bucarest, 1880  - ivi, 1967), poeta, romanziere, giornalista, ideatore di parole crociate e innovatore editoriale, è unanimemente considerato il maggior poeta rumeno del Novecento. Sperimentò la prigione nella prima guerra mondiale, il lager nazista nel corso della seconda e l’ostracismo culturale negli anni del cosiddetto “realismo socialista”. Autore raffinato, dalle tematiche fortemente sociali, coltivò una poesia complessa ma di immediata fruibilità, giocata su più registri, in grado di essere letta e apprezzata da tutti. L’antologia qui proposta si avvale della versione in lingua italiana di un altro grande poeta, Salvatore Quasimodo, che curò la prima edizione di questo volume – mai ristampata – per i tipi de “Lo Specchio” di Arnoldo Mondadori nel 1966.

IL CURATORE
Marco Dotti (1974) è traduttore e giornalista.
Si è specializzato sul tema della sovversione estetica nella letteratura francese del Novecento. Per Stampa Alternativa ha tradotto e curato scritti di Jean Genet (Palestinesi, collana “Eretica”, 2002, e Quattro ore a Chatila,  collana “Euro”, 2002), T. H. Lawrence (Guerriglia, collana “Euro”, 2002), Giorgio Baffo (con Ludovico Mian: Baffo osceno, collana “Peccati”, 2000), Antonin Artaud (Per farla finita col giudizio di dio, collana “Eretica speciale”, 1999, Lettere ai prepotenti, 1998 e Pour les analphabètes/Per gli analfabeti, collana “Euro”, 2001).

APPROFONDIMENTI

La recensione di Chiara Cretella su Stilos:

Salvatore Quasimodo tradusse le poesie di Arghezi nel lontano 1963, durante un viaggio in Norvegia. Le poesie vennero poi pubblicate nel 1966 in un volume Mondadori, e non mancarono di suscitare vivaci polemiche. Il problema era che Quasimodo non conosceva il rumeno, e gli specialisti insorsero. Tra loro, il rumenista Mircea Popescu e la filologa Rosetta Del Conte, anch’essa traduttrice di Arghezi, che firmò un articolo su «Belfagor» dal titolo Le brutte infedeli ovvero Quasimodo interprete di Arghezi. Ma Quasimodo non si fece attendere e spiegò i suoi motivi e il modo di operare nell’accostarsi all’opera del grande autore rumeno: «Nonostante le riserve della Del Conte penso di essere riuscito a dimostrare ai lettori italiani che Arghezi è un vero poeta. E anche se nella mia versione ci sono alcuni errori di semplice meccanismo linguistico, le liriche tradotte dalla Del Conte, magari di cronometrata precisione filologica, risultano grossolane. Attraverso simili traduzioni Tudor Arghezi si presenta come un mediocre, anzi addirittura egli è inesistente. Conseguenza inevitabile quando la filologia di certi professori vuotamente accademici si sostituisce alla poesia (...). Mi resta da dire che io non conosco la lingua romena e il mio lavoro era affidato a una traduzione-guida fatta dagli scrittori romeni. (...) mi sono servito come intermediario del latino che ha non pochi elementi in comune con il romeno». Dal canto suo Arghezi apprezzerà molto il lavoro di traduzione dell’amico, arrivando a definirlo una delle cose più belle che gli fossero capitate nella vita. Un sodalizio di poetiche dunque, prima che poetico. E per i lettori, queste traduzioni conservano dopo tanti anni la freschezza di un mondo in boccio, richiuso nella nostalgia di se stesso. Questi accordi di parole cantano ancora la delicatezza calligrafica di un animo a cui le sofferenze della guerra e del campo di concentramento sembrano aver lasciato solo lo stridore musicale del pianto sommesso per ciò che è andato perduto. Nessuna rabbia urlata, nessuna scompostezza formale in questi versi adamantini in cui la natura tesse trame di broccato piane e limpide come aria tersa, nell’illusione di un’arcadia ricreata dalla parola. Una tensione alla purezza, in un mondo depurato dalla penna, sottovuoto, come una palla di cristallo in cui il poeta legge la nostalgia delle onde che lo scompongono, in una sorta di malinconia duratura come condizione d’estasi creativa. Arghezi, che era stato diacono e aveva poi lasciato la vita monastica, incarna una poesia dell’uomo, che si ribella contro Dio e contro il potere nazista portatore di morte. Una poesia profondamente umana, legata alla terra, ma insieme visionaria, primordiale, adamitica: «La mano è solo qualcosa che prende e porta?/No, dà forza alla voce, aggiunge,/continua per te se rimani privo di parole./O se non ne hai, la mano è il linguaggio senza voce./Il gesto nel suo silenzio ha valore/uguale di significati per centinaia di popoli./Che cosa avresti fatto, Adamo, senza mani?/ Potevi percorrere una strada così lunga,/se fra tutti i sensi ti mancava il puro/indagatore agile e veloce, il tatto?». È la penna-protesi che diviene contatto, momento di congiunzione col mondo dentro e fuori di sé, rinnovando ad ogni verso il mistero del linguaggio. Se tanta purezza deriva dalla traduzione di Quasimodo o dalla mano di Arghezi, al lettore non specialista non è dato sapere, legate come sono tra di loro le due poetiche, come ammette lo stesso Quasimodo: «Il fatto che io abbia incluso nel mio ultimo libro Dare e avere alcune mie traduzioni di Arghezi dimostra come egli sia diventato, attraverso il processo della mia “lettura” in italiano, un momento che partecipa della mia recente sintesi creativa».

CHIARA CRETELLA






















 

LASCIA UN COMMENTO
Nickname: (obbligatorio)
Titolo: (obbligatorio)
Testo:
   
 

Banda Aperta Srl - via G. Gatteschi, 23, 00162 Roma - P.Iva 12965071009 | Privacy Policy