«Stia tranquillo che al Costanzo Show non mi vedrà mai.»

(intervista a “Sette”, Corriere della Sera, 19 maggio 1994)

 

«Se mi consente una citazione: virtus ipsa praemium est

(al “Maurizio Costanzo Show”, 19 ottobre 1994)

 

 


 

 

MILLELIRE STAMPA ALTERNATIVA

Direzione editoriale Marcello Baraghini

 

 

 

Dario Borso

IL GIOVANE CACCIARI

 

 

Copertina Laura Viale

Progetto esecutivo Guido Mittiga

Fotolito Edibit, Torino

 

 

1995

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Circa un anno fa mi trovai ad attraversare un periodaccio. Tornato raggiante da Copenaghen con la traduzione rifinita di In vino veritas, avevo scoperto in libreria una pila ancora calda di Stadi sul cammino della vita, ovvero della trilogia kierkegaardiana che contiene il “mio” Vino! Il “mio” editore (dimostrandosi in ciò assai poco struzzo) tardò solo una settimana a farsi vivo e scaricarmi. Nel frattempo, io m’ero rovinato il fegato controllando l’orrida traduzione rivale,[1] e in più (per una di quelle coincidenze che fanno la gioia e la fortuna degli psicanalisti) distorto una caviglia cadendo dalla scala mentre addobbavo l’albero natalizio.

Giacevo così da giorni, anche letteralmente prostrato, quando mi capitò di leggere sul giornale che la sera stessa, addì 14 dicembre, Massimo Cacciari avrebbe conferito in sala San Marco sul tema “S. Kierkegaard: un genio passato di moda?”. Non andavo a una conferenza da una vita, per motivi di principio qui purtroppo inconfessabili: ma quella cosa puzzava di lancio editoriale, e quindi lì dovevo andare, a difendere Kierkegaard i.e. il mio lavoro. Arrivai che la sala era strapiena, caviglia e stampelle liberarono un posto in prima fila – bene, non c’era proprio nulla da difendere: Cacciari parlava d’altro che di Stadi. Non avendo la vocazione del paladino, tirai un sospiro di sollievo – e fu in tale stato di rilassamento estremo che, prima di sintonizzare la mente sulla relazione, indugiai a osservare il relatore: era uguale d’aspetto a quindici anni prima. [2]

La relazione filò via compatta sopra un pubblico quasi in transe; Kierkegaard galleggiava tra Heidegger e Marx, così geniale da passare ogni moda. Alla fine, ci salutammo brevemente. Ero contento.

 

Proprio sotto Natale l’interpretazione cacciariana di Kierkegaard mi tornò in mente, e con essa un ricordo preciso epperò vago: “Quell’interpretazione l’ho già letta uguale tanto tempo fa, in qualche scritto di Cacciari stesso”. Ma quale? Nella condizione di disoccupato mentale in cui versavo e con la predisposizione ossessiva che mi ritrovo, cercai finché trovai: era un saggetto grintoso sul pensiero negativo, comparso in Contropiano agli sgoccioli del ’68. Certo che, per trovarlo, avevo impiegato giorni a scartabellare riviste, a compulsare libri, a visitare biblioteche... E allora accadde un piccolo miracolo: nel mio cervello diviso tra il piacere per la scoperta appena fatta e il rimpianto per tutto quel tempo perso (era passata pure la Befana) vennero a condensarsi ben tre consigli altrui, che fino a un minuto prima languivano nel dimenticatoio ignorandosi oltracciò a vicenda: due orali e generici di Dal Pra, uno scritto e preciso di Fortini.

1. «Specializzatevi in più di un secolo.»

2. «Intervallate allo studio dei filosofi maggiori quello dei minori.»

3. «Si preparino psicologi e storici delle idee: con teste come quella di Cacciari avranno molto lavoro e non facile.»[3]

La settimana dopo gli spedii una copia-omaggio de La ripetizione,[4] con accluso il mio piano di lavoro: era disposto a darmi casomai una mano? Non ottenni risposta, e non era un buon segno: che biografia intellettuale avrei redatto mai, senza l’ausilio di quella testimonianza decisiva che nel caso di un vivo equivale agli inediti di un defunto? Però, scartabellando m’ero accorto che il “mio” autore, nonché ritroso, sporgeva assai nei testi, e se correva un rischio, era di risultare addirittura sovraesposto. Così dunque scommisi che il corpus pubblico sarebbe bastato, e m’imbarcai in una nuova occupazione – senza appoggi né padrone.

 

Dario Borso

Milano, 14 dicembre 1994

 


IL GIOVANE CACCIARI

 

 

 

 

Amico: sempre ti ricorderò.

Vorrei potermi fermare a posare

un fiore dai mille petali dove

tu riposi col mio ricordo. Ma

ancora io vivo quaggiù. E le tue azzurre

giovanili speranze s’appassiscono

in me. Bisogna pur abbandonar

qualcosa in questo viaggio tenebroso

che tu sai. Ciò ch’avemmo di più caro

non son altro che foglie su una tomba.

Ma non v’è tempo per le nostre lacrime:

già odi quel lugubre batter ch’incalza.

Addio. Noi continuiamo questa strada.

Ma un giorno anche per noi sarà la pace.

In un odore di colchici e neve

si chiuderan piano le mie pupille

stanche di lotta. Allora vi sarà

anche per me una creatura amorevole

silente, con un fiore che non potrà

mai porre sospirando sui miei resti.

Ti chiedo scusa amico. Sono ancora

ritto vicino a te. Pensa: domani

forse ci rivedremo. Io ho fede in ciò.

Un appassito lilla scenderà

su di noi, come un misero sudario;

ci immergeremo in un mare in bonaccia.1

 

 

 

 

 

 


 


Arte degenerata

 

Alla XX mostra d’arte cinematografica di Venezia il premio speciale della giuria era andato a Il volto di Bergman. Due mesi dopo (nov. ’59), sempre a Venezia e con lo stesso titolo, cominciò a circolare un «periodico studentesco», il cui editoriale non lascia dubbi sul significato della coincidenza: «È il nostro “Volto” che desideriamo mostrare. Forse il programma è ambizioso, più probabilmente ingenuo, certo sincero. Questo giornale deve servire a chiarire, prima di tutto a noi stessi, chi siamo».

Chi fossero, almeno in senso anagrafico, emergeva comunque dalla copertina, dove accanto a un fotogramma esistenzialista campeggia il nome dei cinque redattori: tutti del Marco Polo, il liceo classico “buono”.2 E se dal n. 2 a redattore-capo assurgerà Cesare De Michelis, in questo un ruolo predominante ha Maurizio Meo, che tra l’altro vi cura una rubrica sull’espressionismo al fine di «meglio capire che cos’è l’arte contemporanea, da che precedenti nasce, se ha mantenuto fede o tradito quei presupposti di serietà, di impegno morale, di angosciata e pressante denunzia».

L’esordio letterario di un non ancora sedicenne Cacciari avviene proprio in tale rubrica, con un articolo su Die Brücke che impasta referenze da enciclopedia a svolazzi ginnasiali3 – un ingolfamento avvertito dal caporedattore stesso, che sul n. 4 tronca la rubrica accusandola d’essere approdata a una «saggistica estetizzante», e richiama tutti all’engagement.

La sterzata si riflette immantinente nel nuovo contributo di Cacciari, il cui incipit merita di venire riportato per intero: «Ionesco, Beckett e compagnia non formano ancora l’Olimpo attuale: il loro successo non data di molto, e la parola “esperimento” si ritrova spesso nelle critiche ai loro lavori, ma è altrettanto vero che per “esperimento” potremmo oramai intendere un nuovo genere letterario, e che la celebrità di questi autori sale di giorno in giorno grazie ad attributi per i quali – a lume di una minima esperienza letteraria – assolutamente non la meriterebbero. Io non intendo che porre in guardia ed introdurre alla lettura di questi testi subdoli, difficili, con occhio attento, spassionato, inquadrarli nel presente momento storico, e vederli appunto, al di fuori dell’esigenza artistica, nella loro attualità. Programma ambizioso, certo necessario, specie per dei giovani per cui una momentanea infatuazione può risultare tanto forte quanto dannosa. La recente critica d’avanguardia a proposito è cieca: completamente in balìa del fascino irruente ma effimero, del mistero inventato, dei giochi di parola che si sprigionano in sarabande mimiche e addirittura cromatiche da questi lavori, dimentica che il vero teatro in ogni tempo è sempre stato specchio cosciente d’una società, d’un modo di vivere, d’una certa corsia corrente [?] d’idee severamente impegnata. Credo utile – oltreché comodo ed interessante – per combattere frontalmente, senza false reticenze, questa critica che si sperde ad annaspare nel deserto, il riferimento ad un mio articolo – inedito fortunatamente! – su Aspettando Godot di Beckett. Esso è lo specchio fedele di tutte quelle false pose avanguardistiche che si possono trovare in milioni d’altri saggi ed articoli, il riassunto di tutti i grossolani sbagli di valutazione che si vanno facendo». L’articoletto, poveretto, s’azzardava a sostenere che l’uomo di Beckett «ci è più vicino, comprensibile di quello d’un Sartre o d’un Camus». Questa è «vigliaccheria», tuona rinsavito l’autore, che ormai sopra le righe scaglia a raffica milioni d’improperi: «Stile rigurgitante, incomprensibile, inumano, misto di concettini e volgarità … parabole sceme, grottesche mimiche, inumane situazioni … questa è degenerazione! … Niente di più dannoso dunque di questa satira feroce, sorridente, demolitrice invisibile, completamente impreparata per un’opera vera di riedificazione».4

Dopo questo n. 4 del maggio ’60, Il Volto entra in sonno per nove mesi, fino a ricomparire nel febbraio ’61 come «rivista giovanile bimestrale», con un direttore finalmente, De Michelis, e un comitato direttivo di cui fanno parte Cacciari, Peruzza e Meo. Nei fatti, Il Volto passa da giornalino d’istituto a rivista degli studenti medi veneziani, con velleità di diffusione nazionale. E la svolta si completa nel n. 6 di aprile, interamente dedicato alla scuola in previsione di un convegno dell’Unione Goliardica Italiana. Gli è che nel frattempo De Michelis è divenuto segretario nazionale provvisorio della presidenza dell’UGI per gli studenti medi, e giusto in tale veste firma l’articolo di chiusura del numero, dopo una sfilza d’interventi di universitari d’area socialista tra cui il fratello Gianni, che di lì a poco dell’UGI sarebbe stato eletto presidente nazionale.5

Cacciari intanto, passato al liceo, aveva inaugurato la rubrica “I contemporanei” del n. 5 con una stroncatura di Joyce. Mentre cioè «i Dubliners è un grande affresco realista, dove l’Arte, al di là d’ogni degenerazione, è intesa appunto come esasperazione della realtà data» e dunque «diviene impegno sociale e, a tratti, presa di posizione cosciente», nell’Ulysses «Joyce accetta questa condition humaine, e la sua è accettazione nihilista. ... Viene a mancare la chiarezza, il discorso logico e costruttivo che è alla base della visione del reale ... ; subentra la confusione, l’accavallarsi dei piani, il gusto della frase che crei una musica, il gusto delle allusioni, dei simbolismi, dell’allegoria: ed è la degenerazione della funzione sociale dell’Arte». Joyce insomma ha «cercato di fare del suo intimo stato patologico una regola generale, addirittura astorica ed anti-sociale. È il soggettivismo portato all’estremo ... in forma astratta e irrazionale, e solo un linguaggio ugualmente astratto e irrazionale lo può cogliere»; «L’Arte realista è rivalutazione essenziale dei valori umani, in contrasto con Joyce e tutte le nuove tendenze da lui derivanti – basti pensare a Beckett e al romanzo cosiddetto d’avanguardia – che questi valori umani negano o affogano nel mare straccamente lirico del loro soggettivismo». Ce ne fosse stato bisogno, l’autore stesso dichiara in chiusa la fonte ispiratrice e unica: il Lukács de Il significato attuale del realismo critico che Einaudi aveva tradotto nel ’57, quello cioè ortodosso di Mann contro Kafka e di Balzac contro l’avanguardia.6

Per tutta la prima liceo Cacciari vivacchia sotto l’ala lukácsiana, donde propone una lambiccata “assoluzione” di Pirandello.7 Finché, durante le vacanze estive, scopre un librino nuovissimo e folgorante: L’avanguardia e la poetica del realismo di P. Chiarini. Dalla recensione che ne fa sul n. doppio del luglio-ott. ’61, si capisce che di quest’opera «indispensabile» lo colpisce essenzialmente il cap. “Brecht e Lukács: a proposito del concetto di realismo”. «È proprio sulla scorta delle geniali intuizioni brechtiane che il Chiarini si accinge a criticare l’estetica del Lukács, contrapponendo alle remore idealiste e romantiche del filosofo ungherese (a cui pure riconosce i grandi meriti) l’ampia concezione dialettica di Brecht. ... Brecht si pone come il diretto predecessore degli sviluppi più recenti della critica marxista. Non casualmente, infatti, il Chiarini ne mostra più volte le strette affinità con uno dei più recenti e maturi raggiungimenti del pensiero estetico marxista: Critica del gusto di G. Della Volpe», ch’era uscito l’anno prima.8 Per Cacciari si tratta di una vera svolta, e non a caso ci torna su nel n. successivo in una rubrica, “Problemi”, destinata a vita ancor più breve. “L’anti-Lukács dei critici marxisti” è appunto quello di Brecht/Della Volpe/Chiarini, e l’articolo non è che una replica della recensione, dove un recensore più acceso rincara la dose: «Lukács si trascina dietro gravi relitti hegeliani e idealisti», «si riaggancia veramente ai motivi più frusti del crocianesimo e della critica idealista e romantica», esprime «una concezione manichea dell’arte alla maniera crociana (realismo da una parte, decadenza dall’altra, poesia da una parte, non-poesia dall’altra, senza rapporti dialettici)», sino a porre «l’insostenibile alternativa tra Kafka e Thomas Mann», quando invece urgente è il recupero «di certi autori borghesi come Ibsen e Eliot». Ci si aspetterebbe, sull’onda, una ritrattazione piena delle passate amenità joyciane, tipo: «In un mio articolo sfortunatamente edito quasi un anno fa... ». E invece il rimando c’è, ma apologetico: «Che poi il romanzo realista non abbia avuto sviluppi nella realtà odierna, nell’arte contemporanea, è una grossa fandonia, comunque la si giri ... Ed anche chi scrive, ha già detto altrove come un romanzo di Joyce quale Dubliners si ricolleghi alla tradizione realista, anche se forma e contenuto sono necessariamente mutati»!9

Questa seconda liceo dellavolpiana, così diversa dalla prima lukácsiana, vede anche l’esordio del Cacciari politico. Il n. doppio si apre infatti con un suo intervento a un dibattito di studenti del M. Polo, interessante poiché, entro un’analisi canonica della scuola classista, lascia intendere una pluralità insospettata di ascendenti. «È per questo che noi lottiamo: per un neo-umanesimo concreto, fattivo, scientifico e storico, umanesimo che, come diceva Banfi, fondato sul lavoro costruttivo, ne svolge il senso umano ed è coscienza della storia, perché è suo dominio», e ciò persino nello studio delle lingue classiche, «che dovrebbe essere studio dialettico e dare allo scolaro, come diceva Gramsci, una intuizione storicistica del mondo e della vita. ... Nei paesi socialisti ormai lo studente collabora alla produzione e ne segue il ciclo, le ore di lavoro manuale sono alternate alle ore di studio. Il nostro neo-umanesimo deve essere caratterizzato anche da questo senso del lavoro, della democraticità del lavoro e della scuola organicamente fusi. Solo così si potrà abbattere l’apparato burocratico borghese».

Ma l’episodio politico più significativo è sul n. 10 del nov.-dic. ’61, che esce col direttore solito e due condirettori nuovi, Peruzza e Cacciari: un ponderoso commento a sei mani sul XXII congresso del PCUS, inteso quale «tappa verso l’affermazione del socialismo» dopo «la prima grossa sconfitta dello stalinismo» avutasi col XX. Bisogna però evitare «l’errore di molti marxisti – Lukács, prima di tutti – che giudicano il burocratismo sovietico come una forma cosciente di reazione borghese, e cadono nell’assurdo manicheo di vedere ogni “errore” nella costruzione del socialismo come frutto di macchinazioni e infiltrazioni del nemico di classe». No, meglio riandare alla «concezione di dittatura del proletariato così come appare nei saggi teorici di Marx, Engels e Lenin, per comprendere in che senso Stalin si sia posto fuori del marxismo-leninismo» – Stato e rivoluzione soprattutto, ove Lenin riusciva a coniugare dittatura del proletariato e estinzione dello stato, ponendo il socialismo come sviluppo «armonico, senza contraddizioni di struttura e sovrastruttura», e il partito come latore del proletariato «alla coscienza della sua missione storica, in vista del comunismo». Ora, nella lotta di frazione scatenatasi alla morte di Lenin, «Stalin ebbe una parte altamente positiva e si fece veramente difensore della linea leninista»; soltanto che, una volta eliminato il «frazionismo inconcludente e a-costruttivo», lo stato sovietico finì senza dialettica interna: «Si venne così a creare – come acutamente hanno indicato Basso e Foa – una contraddizione tra sviluppo economico o strutturale e sviluppo sovrastrutturale».10 Ma ormai il XXII con la sua critica al burocratismo «fornisce di per sé una formidabile garanzia per lo sviluppo della società sovietica verso il comunismo».11

Il commento termina con un N.B. in cui viene annunciato un secondo articolo «sui problemi specificamente culturali posti dal XXII». Purtroppo o per fortuna, il n. doppio del genn.-aprile ’62 apre invece con un editoriale che denuncia una «crisi di quadri», e chiude con la “Lettera di dimissioni” dei condirettori: nella storia de Il Volto, a una prima «fase impegnata, ma che tuttavia non riuscì ancora a individuare i veri problemi, ne succedette un’altra in cui si volle, giustamente, affermare che una nostra battaglia culturale era nel contempo una battaglia politica. ... Oggi si è giunti ad un’altra svolta che richiederebbe un nuovo sforzo, più significativo ed incidente», onde «svolgere un ruolo non più di mediazione, ma di produzione culturale originale a livello nazionale» – «quello che si contesta è appunto che le strutture del giornale ammettano tale trasformazione ulteriore».12

 

Sauvage

 

«I primi compagni operai coi quali lavoriamo sono “capi-fabbrica”, operai “complessivi”. Guidano le rispettive Commissioni Interne secondo canoni marxisti-leninisti “purissimi”. È una generazione operaia “eroica” nel senso più esatto e meno retorico del termine. Ognuno ha storie incredibili da raccontare a tipi come me, infanti liceali, assolutamente privi di storia.  ...  È difficile immaginarsi simili esperienze; primo, perché non vi sono più quindicenni che facciano intervento politico a livello di classe; secondo, perché non esistono più, almeno nelle fabbriche, questi operai. Per dare un’idea di questi rapporti: nel ’61, per un intero anno, in una sez. del PSI di Venezia, Toni Negri, Ferrari Bravo e altri fanno un corso sul Capitale con questi compagni operai. La prima volta che ho letto il Capitale è stato allora».13

La testimonianza di Cacciari sull’operaismo delle origini e l’iniziazione sua propria a Porto Marghera trova pieno riscontro nelle memorie che Negri stila alla stessa data (ma da Rebibbia): «Nel Veneto, in particolare, tra Padova e Venezia, verso la fine degli anni ’50 ... venne intrecciandosi prima una serie di relazioni personali, fra operai ed intellettuali e militanti di partito, poi, man mano, attorno a circoli culturali e a giornaletti, oltre che attorno a qualche istanza sindacale di base, si costituiscono solidi punti di riferimento del dibattito. Portare la teoria nella pratica, far rinascere la teoria dalla pratica. Cominciai in quel periodo, attorno al ’59, una nuova lettura del Capitale. Leggevo e schedavo. Riportavo continuamente le acquisizioni scientifiche e la logica del Capitale all’esperienza quotidiana dei rapporti di classe. Qualche volta tenevo delle relazioni di commento ai capp. del I libro del Capitale davanti a un gruppo di operai di grandi fabbriche di P. Marghera. Era incredibile: la teoria del valore serviva a descrivere il quotidiano dello sfruttamento».14 Se valesse però il terminus a quo del ’59, Negri risulterebbe un padre fondatore di Quaderni Rossi, quando invece non figura nemmeno tra i collaboratori del n. 1, che uscirà il 30/9/’61 con “Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo”, ove Panzieri inaugura appunto la lettura operaistica del I libro.15 Più prosaicamente, Negri è lesto ad agganciarsi, tant’è che dalla primavera del ’62 travasa testi e tematiche dei Quaderni Rossi nel Progresso Veneto:16 ma bisognerà attendere l’estate perché si formi un primo nucleo di aggregazione politica sull’asse PD-VE, con obiettivo P. Marghera.17 Fortuna vuole che abbiamo una ricostruzione minuziosa dei passaggi, e proprio grazie allo sforzo congiunto di Cacciari e Negri (più Ferrari Bravo). «Circa due anni fa, nella zona tra Padova e Venezia, giunsero a realizzarsi in una prima forma organizzativa le critiche alla direzione riformista del movimento operaio»: questa prima forma è appunto Il Progresso Veneto, che inizialmente però funge da mera «coscienza democratica delle organizzazioni, da alternativa parlamentaristica». «Quando nell’estate ’62 i metalmeccanici della Fiat riprendono la lotta aperta, il lungo discorso sulla ricomposizione militante della classe operaia di P. Marghera fa un altro passo avanti. ... Progresso Veneto diventa anarco-sindacalista: partecipa alla ricerca operaia del nuovo tipo di organizzazione e ne comunica proposte ed esperienze. Nascono i comitati di classe e Progresso Veneto si sottopone ad essi. La parola d’ordine è: dall’autogestione rivoluzionaria nelle fabbriche ad una strategia rivoluzionaria per l’autogestione della società. A partire dall’estate ’62, per tutto il corso dell’anno, questo fermento di autorganizzazione non avrà sosta. ... E come necessario presupposto dell’autonomia dell’elaborazione politica, ecco nei comitati di classe il rilancio dell’interesse teorico. Durante le letture collettive operaie del Capitale, si consolida la dura consapevolezza della situazione operaia, e si spiega ed immediatamente si traduce in programma di lotta. Lo sciopero “spontaneo”, questo spettro dei padroni e delle organizzazioni, viene deciso mentre si parla della merce, dell’orario di lavoro, di plusvalore assoluto e relativo, mentre ciascuno di noi urla la sua indignazione e la misura nella sua coscienza sovversiva.»18

Dunque: operai, Negri e Capitale, Cacciari li incontra a metà ’62, oramai diciottenne.19 E comunque, il battesimo operaista avviene presto, sul Progresso Veneto di nov. ’62, in un articolone emblematicamente stretto tra un’intervista a Panzieri sul contratto dei metalmeccanici e il resoconto di una conferenza veneziana dello stesso su “Capitale sociale e lotta di classe”:20 «Ciò che colpisce immediatamente nell’analizzare il documento preparato dalla Fed. comunista di Venezia per il X Congresso del PCI è, connessa del resto ad una deficiente ricerca delle ragioni demistificate dei rapporti sociali tipici di oggi, l’impossibilità di enunciare una concreta strategia generale del movimento operaio, tesa verso obbiettivi che davvero attentino alla struttura stessa del sistema. ... È evidente che questa impossibilità di definire il carattere delle lotte operaie e il pericolo reale che esse oggi corrono di venir integrate s’accompagna ad una assoluta incomprensione di ciò che significhi oggi capitalismo», ovverosia del fatto ch’esso, «dilagando oltre la fabbrica empiricamente determinata, attraverso la “sua” pianificazione ad ogni livello, determina direttamente lo sviluppo sociale. ... A questo punto, l’integrazione non avviene più a livello parcellare, ma s’esplica a livello politico in senso lato, mistificandosi in un organo “superiore” alle classi, che è lo Stato borghese. Apparentemente sublimando le sue leggi di profitto come rispondenti al bene comune con il divenire “sociale”, il capitale in realtà si confonde e diviene tutt’uno con la sovrastruttura politica, mistifica in essa le sue scelte come necessariamente conformi alla volontà popolare di cui questa struttura è, per definizione, interprete. Lo Stato diviene così il momento massimo di mistificazione capitalistica, e l’integrazione avviene al suo livello. È certo però, d’altra parte, che il “capitale sociale”, determinando una crescente proletarizzazione di larghi strati della popolazione, favorisce un accrescimento reale del potenziale rivoluzionario della classe in funzione di alternativa globale socialista». Invece il PCI «di fatto esprime la rinunzia ad ogni scontro ed indica tutt’al più una “via infinita” di riforme e “tappe intermedie” nella quale l’obbiettivo finale socialista deve necessariamente esser posto tra parentesi, invece di essere esaltato di continuo come ciò che sensifica ad ogni livello l’azione di un partito marxista. Ma la mistificazione più grave sta nel “recupero socialista” degli organismi borghesi», nei quali vige una «dialettica mistificata borghese tendente alla sistemazione capitalistica e quindi alla “sistemazione” della mistificazione». No, all’ordine del giorno è la «organizzazione di una coscienza rivoluzionaria non integrabile», «la demistificazione della struttura sociale borghese in toto, non certo il tentativo di feticizzarla come apportatrice di democrazia “reale”». E invece il PCI vuole «obbligare il processo rivoluzionario, che si pone con sempre maggior evidenza, in schemi aprioristici», col risultato che, invece di «operare perché l’avvento del socialismo divenga problema primo, cosciente e possibilità operante, si trasformerà in organo della conservazione».

Nel secondo intervento sul Progresso Veneto del 28/2/’63, Cacciari si riaggancia invece direttamente all’intervista di Panzieri, e ne trae a suo modo le conseguenze: «Per esprimere tutto il suo potenziale, la classe abbisogna di un obbiettivo unico e rivoluzionario, un obbiettivo che si ponga istituzionalmente fuori delle possibilità di integrazione della dialettica del potere borghese. ... Una politica rivoluzionaria deve sempre fornire, sempre “inventare” rivendicazioni nelle quali la dialettica della classe operaia superi, sia oltre quelle volute dal capitale». Ora, stante «la paura delle organizzazioni operaie, il loro rifuggire dal porre concretamente i fini veri e ultimi della classe, ... la rivendicazione di base giace riposta in tutta la sua “potenziale” potenza. Azione rivoluzionaria è oggi riprenderla, renderla cosciente».

Quello che di Panzieri non si trova in ambedue gli articoli è la cautela raccomandata nell’intervista come nella conferenza, a evitare la via sterile di un nuovo partitino rivoluzionario. Gli è che la via era stata già imboccata dall’ott. ’62, quando all’interno di Quaderni Rossi si erano definite ben tre linee: quella del controllo operaio, sostenuta dai cosiddetti “sociologi” (Panzieri, Rieser), quella dell’entrismo di massa, sostenuta dai “politici” (Tronti, Asor Rosa), quella del sabotaggio, sostenuta dai “selvaggi” (Negri e co.).21 I tentativi di mediazione procederanno per mesi, fissandosi in due numeri di Cronache Operaie dei QR, fino alla scissione dell’agosto ’63, da cui politici e selvaggi partiranno per l’avventura di Classe Operaia. E proprio dalle colonne dell’esordiente mensile politico Negri e Cacciari ricostruiscono i passaggi veneti. «La fine dello sciopero dei metalmeccanici segna anche la fine di questa esperienza ... Il comitato di classe poteva valere in certe fasi come strumento di lotta operaia, ma non potrà mai essere un organo di lotta comunista», poiché con esso «la rivendicazione finiva con lo sfociare nel piano di pianificazione capitalistico». «Era chiaro che, al di fuori dell’organizzazione politica, ogni altra forma di organizzazione risultava a questo punto insostenibile. ... Ed ecco, prima lentamente, poi impetuosamente, la lotta operaia crescere nel ’63, fino alla culminante fase estiva! ... Nascono nuove forme di lotta, dalla non collaborazione al rifiuto dello sciopero sindacale, dalle fermate al gatto selvaggio, fino alla pianificazione operaia della lotta. ... A questo punto i gruppi politici interni alla fabbrica e quelli esterni trovano finalmente una loro piena e definitiva unificazione. Progresso Veneto non serve più. Lo si lascia nelle mani degli opportunisti, di quelli vecchi e di quelli nuovi che continuano a proporre alla classe le illusioni anarco-sindacaliste. Nasce Potere Operaio, il giornale della lotta e dell’organizzazione politica degli operai di P. Marghera».22

 

Volontà di potenza (potenziale)

 

Cacciari partecipa quindi alla scissione da Quaderni Rossi, e a metà ’63 inizia un suo primo «intervento politico a livello di classe».23 Che non va comunque enfatizzato, se stiamo a un’ulteriore testimonianza del vecchio collaboratore di Negri: «Capisco che il mio compito di amanuense di parte operaia volge al termine e mi ritiro in buon ordine negli otia di Chioggia. Ora è il tempo di Ferrari Bravo (fabbriche) e di Cacciari (massimi princìpi)».24 Codesti princìpi riguardano senz’altro il Capitale, e la lettura innovativa che ne andavano facendo Panzieri e Tronti. Ma, dal poco che abbiamo, possiamo individuare un’impronta più specificamente veneta. La lettera di Negri a Panzieri chiudeva con un P.S.: «Avrei intenzione di far tradurre, per una casa editrice che sta nascendo qui a Padova, Geschichte und Klassenbewusstsein di Lukács. Malgrado tutti i suoi limiti è un libro d’urto e sarebbe utile. Cosa ne pensi?».25 Avesse partecipato al seminario di Quaderni Rossi del ferragosto ’61, Negri non avrebbe aggiunto il P.S., dacché Panzieri lì raccomandava «una pagina molto bella di quel saggio sulla reificazione della coscienza del proletariato che è nel solo volume di Lukács tra i suoi importanti che non sia stato tradotto in italiano e che è l’unico libro veramente importante di Lukács».26 Stando ai due brani da me citati, il più entusiasta parrebbe Panzieri: in verità, nella relazione egli commenta una sola pagina sulla razionalizzazione esplicitandone i rimandi a Weber, mentre in un libro di Negri uscito all’epoca della lettera l’utilizzo di Storia e coscienza di classe si rivela massiccio, globale e privilegiato.27 Ma non diversamente, gli articoli di Cacciari sul Progresso Veneto, se tarati dei riferimenti “canonici” al nesso fabbrica-società e al concetto di capitale sociale, emanano un’aura lukácsiana inconfondibile: critica del feticismo, surdeterminazione del lato coscienziale, dialettica operaia, possibilità operante.28

 

La culturalità

 

«Un compagno cui devo moltissimo è, poi, Sergio Bologna. Aveva tradotto, splendidamente, L’anima e le forme, che rimane una delle mie stelle fisse»;29 Cacciari però vi giunse a ritroso, per l’anello mediano della Teoria del romanzo, e in un contesto assai curioso.

Matricola padovana di Filosofia, egli affronta di petto Hegel, per darci alla fine del ’64 certe voluminose Note di estetica hegeliana. Dalle quali si desume innanzi tutto che il suo studio, non che disperato e matto, fu di seconda mano,30 e a vol d’uccello.31 Malgrado o grazie a ciò, comunque, la linea interpretativa emerge nitida: «Se Hegel vede con assoluta chiarezza la necessità di porre l’arte in relazione con la culturalità tout court, di renderne effettiva la dialettica, non riuscirà però mai a studiarne le insite possibilità di auto-spiegarsi. Tutta la dialettica artistica è qui tesa ad un risultato che la precede, e cioè i gradi del suo sviluppo sono determinati dalla necessità finale dell’epifania dello spirito assoluto ed eterno» (I, 6). Stante «questa falsa e viziosa dialettica», stante «il carattere dogmatico di questo procedimento, ... ciò che Hegel non rivendica è la necessità dello studio dell’intenzionalità specificamente artistica, come direzione autonoma verso un dato modo di creare, direzione che ha modalità proprie attraverso cui svolgersi, che usa di strumenti significativi suoi propri che non possono venir soppressi in seno a quelli usati dal discorso genericamente filosofico. Dialettico è il metodo che non cerca di risolvere idealisticamente la verità dei distinti» (I, 8).

Così dunque, oltre Hegel e via Croce, Cacciari inaugura la sua nuova stagione fenomenologica, con annesso livre de chevet: A. Banfi, I problemi di un’estetica filosofica, Firenze 1961. «Ricercare il “principio trascendentale” del fatto artistico, per usare un’espressione banfiana che ci soddisfa pienamente, è esattamente il contrario del voler risolvere l’ambito estetico in tale principio, o dedurlo poi da esso. ... Il principio trascendentale dell’autonomia dell’arte non è idea metafisica che deve essere rintracciata a forza nell’espressione concreta, ma serve a tracciare un ambito problematico in fieri continuo. ... Per evidenziare quest’aspetto abbiamo particolarmente sottolineato il concetto d’intenzionalità: il nostro “principio” non può rimandare ad un’assolutizzazione delle strutture artistiche, ma alla descrizione completa della loro cosciente e dialettica intenzionalità».32 E questo nuovo compito, anche solo accennato, basta a scacciare il precedente chiodo: «Un’estetica attuale come quella del Della Volpe, allorché dichiara che “l’arte tutta non si differenzia negli elementi conoscitivi gnoseologici generali” (Critica del gusto) dalle altre forme spirituali, rimanendo così “fatto gnoseologico normale”, finisce anch’essa con il sopprimere al limite l’autonomia della sfera artistica, specie poi quando, ricadendo in posizioni assolutamente oggettivistiche, travisa gravemente la profonda dialetticità dell’aspetto formale della creazione poetica».33

Bisogna salvare insomma l’arte dalla «violenza premeditata» del sistema, ovvero rinvenire il filo di un’intenzionalità autonoma entro l’«insanabile contraddizione tra parola-immagine, ovvero parola poetica, e realtà verace dello spirito», cui Hegel condannò il romanticismo. Ora, tale contraddizione «è alla base di tutta l’indagine del giovane Lukács sulla struttura del romanzo. ... Ma mancando in Lukács la visione metafisica della necessaria pacificazione concettuale, nel radicale immanentismo che egli ci propone, riaffiora in tutta la sua complessità il problema basilare di come l’arte, rimanendo sé stessa, possa all’interno delle sue possibilità significative salvarsi dall’accidentale, innalzarsi a parola necessaria e vera. Come può l’arte, nella sua perenne ricerca, caduta dal cielo dell’essenza, non perdersi nell’occasionale, ma ritrovare in sé un principio eternamente valido, capace di sottrarre, senza ricorrere alle illusioni idealistiche, alle fughe metafisiche dal dolore di vivere, l’immagine di un autentico valore “umanamente” assoluto dal muto mero divenire delle cose? Questo è il nesso problematico più profondo affrontato dalla Teoria del romanzo».34 E Cacciari ripercorre il libro, enucleandone i temi fondamentali della memoria, della speranza, dell’ironia e dell’amore, che raccoglie infine tutti sotto la categoria di “pathos” come tratto caratteristico dell’arte rispetto p. es. alla concettualità filosofica. Ma questi stessi temi sono al contempo quelli che ridanno vita all’arte, sottraendola positivamente al suicidio hegeliano: il «totale immanentismo» dell’arte «diviene per noi principio regolativo di un’arte assolutamente umana, e cioè di un’arte che, pur rendendo particolare l’idea o universalità intenzionale apriori – com’è suo principio strutturale –, possa non per questo perdersi nell’accidentalità d’oggetti visti come inspiegabili alterità, ma veramente riconoscere come sua ogni natura, crearla o ricrearla di continuo di modo che essa mostri sempre il volto assolutamente significante che noi le abbiamo voluto [?]. Quando l’arte finirà ogni sua interna contraddizione, è solo per via dogmatica che si può pensare alla sua fine. È molto più logico pensare all’inizio della sua età felice».35

La fondazione autonoma dell’arte resterebbe però a mezz’aria se accanto al rilievo della sua intenzionalità specifica non si desse ragione della sua «forma semantica originale». E qui, per finire, Cacciari rinvia alle «fondamentali indicazioni pavesiane» sul nesso immagine-mito (II, 176-82).

 

Stelle fisse ed astri erranti

 

Le indicazioni pavesiane portano dritte al vecchio amico, che proprio su Pavese si sarebbe laureato di lì a poco. Dopo il fallimento de Il Volto, De Michelis riprende l’idea di una rivista culturale a diffusione nazionale, convince Cacciari (se ce n’era bisogno) della raggiunta di lui maturità e a fornire un contributo originale, recupera l’autorizzazione concessa dal tribunale veneziano per il giornalino, trova un editore nella Nuova Italia, che già distribuiva Marsilio. Nasce così, autunno ’64, «ANGELUS NOVUS: Trimestrale di estetica e critica a cura di M. Cacciari e C. De Michelis».36

Il titolo è un colpo di genio,37 i collaboratori pochi e oscuri: tra essi spicca Chiarini, conoscenza del liceo, mentre viene annunciato qualcosa di Asor Rosa. Ma la “presenza” decisiva nel primo numero, quella cui tutto si rifà proprio perché rimane assente, è Fortini. Sta dietro l’Enzensberger di Chiarini,38 fiancheggia il Lukács di Cacciari,39 ed è il destinatario di un elogio sperticato ne “Il coraggio di parlare delle rose, ovvero l’astuzia delle colombe”, in cui De Michelis amplifica giudizi espressi un anno prima da Asor Rosa.40 Solo, colui non sa che il “pensiero operaio” dell’ex-redattore di Quaderni Rossi è in piena evoluzione, è già passato da un’iniziale rivendicazione di nuova cultura socialista41 al rifiuto globale della cultura sans phrase,42 e sta per tuffarsi infine in un orgiastico elogio della negazione.43

Chi invece segue dappresso tali piroette è il condirettore,44 come si può osservare bene nei due saggetti sull’epos, dove riprende in pieno le tematiche già sfruttate di Teoria del romanzo.45 L’avvio invero è controllatissimo, una mera riformulazione diluita per pagine;46 ma a un certo punto, dopo aver sempre sulla scorta di Lukács ribadito che «la forma tragica non rientra negli intenti di questo saggio», egli insinua che la forma moderna del romanzo «potrebbe apparire più radicale ancora di quella tragica» (I, 37-38). E da qui muta il senso stesso dell’indagine: se quella lukácsiana era una «fenomenologia dei tentativi di salvezza» (I, 45), ora se ne comincia a elaborare una del «perpetuo andar cercando disperato» (I, 38); se la Teoria del romanzo nelle “Note” era accolta come antidoto al «suicidio» hegeliano e in accordo colla prospettiva sintetica di Banfi, ora ben perciò viene criticata;47 se quelle di Pavese erano «indicazioni metodologiche fondamentali», ora «l’esperienza letteraria pavesiana» è presa «soltanto come momento esemplificativo» della «pura negatività tragica» che segna «le forme mitiche della letteratura moderna».48

Il primo risultato fermo di tale fenomenologia negativa è il riassorbimento di tutte le tonalità patetiche entro l’unica della nostalgia, dell’«anelito nostalgico verso la patria perduta dell’epos» (I, 39). Da qui Cacciari procede a un’incalzante critica della speranza come rovescio vuoto della nostalgia stessa, capace solo d’introdurre «nel cosmo della disperazione gli elementi irreali, allusivi della consolazione» (II, 58), dell’«accomodamento» implicito in ogni «rappresentazione della salvezza mitica».49 Finché, tra le macerie delle illusioni, prospetta l’unica «via ancora aperta»: «Virilità sta nello svolgere fino alle estreme conseguenze il definito dolore, la nominata angoscia che deriva dal sapere come qui-ed-ora l’essenza sia soltanto esigenza formale e infinita e mai potrà essere effettiva realtà» (I, 44).

E così in negativo, scalandola cioè dalle intenzioni sintetiche della Teoria del romanzo e senza nominarla mai, Cacciari giunge alla sua stella fissa: ché quest’abisso tra essenza e realtà che bisogna fissare stoicamente senza infingimenti, questa distanza tra vita e forme che mai si colmerà, è giusto quella tratteggiata dal primissimo Lukács nella sezione “Metafisica della tragedia” de L’anima e le forme.50 Con un avvertimento però, che se lì la tragedia bruciava in sé stessa nel balenio solenne di un evento fatale, qui uno stillicidio piuttosto vile e tendenzialmente infinito potrà pur sempre passare in altro genere, nell’epos operaistico di una prassi cinico-virile: «Ciò che rimarrà potrà essere soltanto la descrizione della deiezione assoluta della soggettività nell’empirico immediato – o, coraggiosamente, “l’epoché” della nostalgia e quindi dei suoi nomi in direzioni diverse da quelle finora analizzate» (II, 79).

 

Un’operazione di polizia letteraria

 

Il n. 5-6 datato «dic. ’65» è un numero storico, poiché segna l’ingresso di Angelus Novus nell’area dell’operaismo militante, com’è desumibile dall’indice, già di per sé mirabile: apre una stroncatura di Fortini da parte di Asor Rosa, e prosegue fin quasi alla metà un panegirico di Asor Rosa da parte di Cacciari. Gli è che l’urgenza della politica brucia i tempi della critica letteraria, e ciò che due anni prima era timida perplessità, ora in “Un uomo, un poeta” si fa condanna brusca e inappellabile. “Astuti come colombe” termina con una «difesa della poesia» che apre a tutto quel «superfluo, di cui la vita dell’uomo s’è ammantata nella sua secolare storia di sentimenti, di idee, di parole», quando invece era prossimo a «una logica di classe» che sfociasse nell’«adesione a un movimento reale di lotta». Così il suo autore risulta «l’ultimo degli intellettuali borghesi più che il primo dei ricercatori marxisti», poiché non rinuncia a quella «ricerca assoluta delle forme» cui s’era votata «la parte più alta dell’arte borghese novecentesca».51 Loica dunque l’invettiva finale: «Di fronte al regno della necessità bisogna avere il coraggio di rinunciare a tutto ciò che non è necessario: la bellezza, la consolazione, la speranza, il dolore, il piacere, debbono essere cancellati dal nostro orizzonte. A chi ci obietta che ciò è assai più che rinunciare alla poesia: è rinunciare all’uomo, risponderemo che appunto di ciò intendiamo parlare. Solo un taglio di spada, drastico e provocatorio come questo, chiarisce fino in fondo che la lotta di classe non passa attraverso le idee, i valori, la cultura».

Asor Rosa ha scaricato l’arma della critica; Cacciari copre la sortita discettando en philosophe sulla critica dell’ideologia. È un punto tra i più bassi, in cui il dogmatismo del neofita s’associa per decine di pagine a un’argomentatio casuistica degna di miglior causa. Quanto al primo, traspare dall’ostentazione dei lombi;52 la seconda è in azione nello snocciolamento alternato del rosario trontiano (la cultura è ideologia, la scienza è operaia, il punto di vista è settario) e di quello asorrosiano (la critica dell’ideologia è distruttiva, la distruzione è politica, la politica è Classe Operaia). La conclusione fortunatamente è perentoria: «Il fallimento pratico e politico dell’autonomia della classe operaia, quindi, rappresenterebbe il fallimento dello stesso discorso critico» (71). Ma vale pure la reciproca? No, vien da dire, se la classe operaia consiste nella sua declamata materialità, nella sua necessità egoistica e settaria. Ma allora, cosa ci sta a fare l’intellettuale, i.e. quel tale che ha appena così concluso? Cacciari è troppo filosofo per non cogliere la contraddizione, e abbastanza sofista per aggirarla: «È altrettanto evidente però che è proprio un certo discorso teorico che può riuscire a rendere la classe operaia cosciente della sua autonomia, se è vero che essa è veramente tale quando sa il senso delle sue azioni e ne rifiuta ogni generalizzazione o finalizzazione estranee. Quindi se è certo vero che è proprio la situazione oggettiva della classe operaia a sostanziare il discorso teorico, è altrettanto vero che solo questo discorso teorico oggettivamente strutturato sulla realtà sostanziale della classe operaia può permetterle di riconoscersi autonoma all’interno del sistema» (ibid.). Così il ruolo è salvo, ed anzi enfiato, ma a costo d’introdurre un armamentario già espressamente rigettato dal compare: sostanza e apparenza, realtà e coscienza, la classe in sé che ab esse ad posse si fa per sé... «La teoria rivoluzionaria mostra al proletariato perché egli lotti nella realtà, spiega quali sono le sue proprie azioni. La coscienza di classe ... coincide sempre con la possibilità oggettiva dell’azione rivoluzionaria» (66). Possibilità oggettiva – ossia la hegelianissima categoria centrale di Storia e coscienza di classe, che il Nostro ora calorosamente, ma poco conseguentemente propone d’inserire nella biblioteca esclusivissima del gruppo.53

L’altra proposta è di un allargamento tematico della critica dell’ideologia, che Asor Rosa aveva orientato sul populismo, alla cultura alto-borghese della crisi.54 Qui le indicazioni sono ancora generiche, ma a loro modo chiare e quindi riassumibili: col passaggio da una società borghese a una capitalistica pianificata, l’ideologia reagisce disimpegnandosi e isolandosi sul «piano assoluto dei valori», ossia ponendo la «forma in quanto tale» come «assoluta». Inizia così un processo di «formalizzazione massima», una «dialettica della forma» che dal fallimento delle speranze progressiste passa per una precaria «resistenza al sistema», fino a sfociare nella «tragedia dell’effettualità», ovvero nell’«integrazione» (55-58). A questo punto, «l’unico discorso ancora “culturale” possibile “dopo” l’integrazione non sarebbe che l’autoconsumo perenne da parte della forma ideologica della propria disperazione: la scoperta della propria totale integrazione o integrabilità non libera qui che la forma dell’angoscia, eterna come eterna è l’integrazione appena non si abbia il coraggio di non essere tragici e non ci si prospetti l’unico modo di uscirvi» (75).

Sicché, in chiusura, siamo sempre lì, dove anche il saggio sull’epos si chiudeva: al passaggio dall’iperuranio delle forme (accogliente che sia come nel sanguigno Asor Rosa, o agghiacciante come in questo emaciato Cacciari) al mondo infero e rude della classe operaia, dov’è necessità e materia. Ora, tale passaggio non si darà mai per via oggettiva, poich’anzi è gesto intimo e supremo, coraggiosa «epoché», o «taglio» drastico, o più correttamente come infine qui: «Scelta radicale e senza scampo».55 Ma ecco di nuovo il punto: essendo ogni scelta per principio una valutazione i.e. un orientamento di valore, codesta di negare tutti quanti i valori e l’integrazione che comportano rimane una contraddizione in termini, che il soggetto si ostina però a rimuovere. E così, invece di elaborare in interiore ossia in valore la propria angoscia, preferisce annegarla in una praxis collettiva ove fondersi con operai presunti simili e con altri intellettuali sicuramente uguali.56

 

Tutti quanti voglion fare il jazz!

 

La svolta operaistica della rivista si consolida per tutto il ’66 coll’ingaggio di nuove leve (Abruzzese, Licciardello, Dal Co), sino a canonizzarsi sul n. 9-10 nell’emblematico “Per una ripresa del lavoro teorico e dell’iniziativa politica”, datato «marzo ’67». Qui Asor Rosa caldeggia addirittura «un rapporto più stretto tra critica dell’ideologia e strategia operaia», raggiungibile «portando a termine l’opera di togliere alla critica dell’ideologia ogni ambiguità ideologica o culturale o intellettuale. ... A me pare, insomma, che oggi la critica dell’ideologia può ancora giustificarsi dal punto di vista operaio, solo se essa funziona come uno dei momenti della critica di classe alla società capitalistica, oppure, meglio ancora, se essa si presenta, tout court, come “la” critica di classe alla società capitalistica». Ora, poiché «l’origine dell’ideologia non è, per così dire, sovrastrutturale, ma strutturale», e «non c’è dunque, al limite, nessuna critica dell’ideologia, che possa funzionare dal punto di vista operaio, senza colpire al cuore i meccanismi oggettivi del sistema» – ergo codesta «è essa stessa scienza operaia, in quanto contribuisce a conoscere-distruggere l’apparato di dominio della società capitalistica. Si congiunge insomma, strettamente alla strategia operaia», c.d.d.57

Più stupefacente ancora è il luogo della dimostrazione: non un saggetto qualsiasi, ma «il progetto di una nuova rivista» che dovrebbe sorgere dalle ceneri di Classe Operaia coll’obiettivo di «creare dei quadri politici dai caratteri nuovi e complessi».58 Incredibile – non s’era ancor vista una rivista (benjaminiana, per giunta) che lanciasse il progetto della concorrente! E difatti Angelus Novus chiude, per riaprire giusto un anno dopo con una nuova redazione e un editoriale in cui il buon De Michelis, ringraziato il dimissionario Cacciari, sommessamente ribatte: «All’obiezione (pregiudiziale ma, al limite, paralizzante) che la cultura non può non essere “borghese”, e dunque incapace di indicare alternative o di promuovere soddisfacenti ipotesi di vera libertà, Angelus Novus non potrà che tentare di rispondere con i risultati del suo lavoro. A volerne accennare in questa sede è certo soltanto che la rivista non intende ripristinare nuove maschere del modello umanistico-tolemaico (ancora resistente in certe accezioni dell’engagement e, paradossalmente, perfino nell’astrattezza intellettualistica di alcune minoranze protestatarie) per la “missione”, pedagogica o illuminatrice che sia, dell’intellettuale. Resta però il fatto che la conoscenza del reale è funzione necessaria della sua modificazione; e la speranza che comunque, nella situazione della cultura italiana e della sua provinciale neutralità, anche questa battaglia di “retroguardia” possa avere un senso e una sua storica necessità».

La terza e ultima notevolezza del progetto è che sposa l’estremismo teorico con un moderatismo politico perfino sconsolato: «In assenza d’una organizzazione di classe rivoluzionaria, gli episodi di lotta operaia difficilmente potranno nei prossimi anni essere generalizzati e diventare di per sé politicamente significativi», ma al contempo, in questa «fascia della tranquillità ... la difficoltà del movimento operaio di dover essere contemporaneamente riformista e classista va sfruttata fino in fondo». Dentro e contro: è la linea dell’entrismo di massa che nello stesso marzo ’67 Tronti sbandiera su Classe Operaia, sanzionando la morte di giornale ed esperienza.59 Come già accennato, questa linea era convissuta con l’altra dei selvaggi per tutta una prima fase, sino a imporsi gradatamente nel ’65 stante l’allentamento dell’iniziativa operaia. Dopo la diffusione di un opuscolo entrista nel gennaio ’66, i rapporti tra le due componenti si deteriorano: durante l’anno Classe Operaia esce con due soli numeri, mentre Potere Operaio di P. Marghera intensifica la battaglia politica per l’autorganizzazione. Alla fine, si ritireranno tutti fuorché i veneti, che continueranno in grande come Potere Operaio Veneto-Emiliano.60

Cacciari per parte sua, che non era più comparso tra i collaboratori di Classe Operaia dopo il n. 1, grazie a un «lavoro politico» continuo s’impone come leader accanto a Negri e Ferrari Bravo proprio allorquando il gruppo nazionale in un convegno di fine ’66 decide per lo scioglimento. Sicché a tale data egli si trova a mediare tra l’estremismo teorico di Asor Rosa e l’estremismo politico di Negri, ma assai poco hegelianamente direi, in quanto li assume entrambi in sé senza negarne alcuno.61

 

Quasi in forma di apologo

 

«Con chi si è laureato? – Con Sergio Bettini, con una tesi di 800 pagine su Kant che spero non abbia mai letto. Devo a Bettini moltissimo.»62 La speranza (la c’è, dunque!) si presta a più interpretazioni, collegate vuoi al debito, vuoi allo stato della didattica; ma di sicuro lascia intendere poca stima della tesi stessa. Cosa sarà da dire quindi dello schema che in piena stesura ancora (superando pure in ciò il condirettore) Cacciari non si peritò di pubblicare?63

Il cap. II dell’importante saggio lukácsiano sulla reificazione, “Le antinomie del pensiero borghese”, attaccava così: «La moderna filosofia critica è sorta dalla struttura reificata della coscienza». Kant cioè rimane succube del feticismo, di cui anzi dilata la facies calcolistico-formale o razionalizzante-contemplativa; ma «la grandiosità, la paradossalità e la tragicità» sua e della filosofia classica tedesca è che invece di «far sparire ogni datità come non essente ... comprende il carattere irrazionale della datità del contenuto del concetto, si attiene ad esso, sforzandosi tuttavia di andare al di là di questo accertamento e di superarlo verso la costruzione del sistema».64 Il capitolo sarà appunto racconto di questo sforzo, ossia un’analisi di come il «dilemma insolubile» si ripresenti solo ampliato dalla prima alla terza Critica, per trovare soluzione infine nel concetto hegelo-marxiano di praxis.

Quarant’anni dopo Negri ha ripercorso la stessa via crucis, con uguali cadenze e uguali intenti, in un lungo capitolo del suo studio accademico: “Il formalismo nel pensiero di Kant”. Il problema di Kant è «quello del superamento della scissione di ragione e storia, scissione aperta dalla crisi della filosofia illuministica», e teoreticamente fissatasi in «una dualità irriducibile»: «A lato della forma, compare la materia nella sua irriducibilità alla forma e al sistema, “l’irrazionale” che non può risolversi nel razionale». V’è quindi «un’interiore drammaticità della dottrina kantiana», che Negri registra nel suo svolgimento fin quasi alle soglie di «un universo dialettico» in cui prevarrà «l’elemento umanistico, il tentativo di svolgere la dialettica della ragione non su un piano trascendentale, bensì nella storia».65

Quattro anni dopo Cacciari ripercorre la stessa via crucis, con uguali cadenze. La «crisi dell’illuminismo» consegna una forma minata da «ineffettualità disperante» e un contenuto in preda a «irrazionalità».66 «Kant segue il pensiero nel suo tragico rapporto con il contenuto», e Cacciari segue Kant laddove lui, «per superare ogni determinatezza empirica, si ritrova costantemente alle prese con le aporie derivanti da una fondazione metodologico-astratta» (4). Inizia così una fenomenologia del topo (o del gatto, se garba un genitivo soggettivo) in cui a ogni mossa che il pensiero kantiano attua per rimediare al suo «infelice» destino, finisce nelle fauci sempre spalancate del «fallimento».67 Gli è che Cacciari, a differenza di Negri, prende sul serio assai gli spunti tragici di Storia e coscienza di classe, e anzi li sistema ricorrendo al Dieu caché, dove Goldmann appunto aveva esposto la «visione tragica del mondo»68 – ma questa era desunta tutta solamente dalla sez. finale de L’anima e le forme! E quindi siamo sempre lì, al saggio sull’epos e alla lettura à rebours di Lukács che lì Cacciari aveva inaugurato.

La prima conseguenza è che viene a saltare il nesso tra dualismo e reificazione: reificato è ora solo il dato, non più la forma che tragicamente lo contempla. Ma, emancipata dal feticismo, la filosofia kantiana precipita già colla Critica della ragion pura nell’ideologia, il cui primo «momento veramente qualificante consiste nel rovesciamento della realtà del limite che l’oggettività impone al pensiero in limite del pensiero, che va quindi fatto rientrare nella fondazione a priori dell’intero orizzonte delle possibilità del conoscere. È qui che il contrasto di intelletto e dato diviene aspetto di una “ontologia” generale e perde la sua concretezza, la radicalità con cui viene riconosciuto».69 Tale passaggio è visto sulla scorta de L’ideologia tedesca: si tratta di un «mascheramento», una «sublimazione», una «mistificazione», un «rovesciamento ideologico» per cui «il pensiero dichiara questa sua situazione necessaria ed eterna, innalzandola a Valore proprio della soggettività». Ma siccome «la trasfigurazione dell’ineffettualità in Valore formale non muta in Kant la natura concreta dell’alterità del dato», «l’ideologia kantiana permane nell’infelicità della mancanza di quella sintesi di esperienza che si era pure metodologicamente prefissa» (6-7).

L’infelicità è «nostalgia», la nostalgia è «speranza» di superare «la distanza “pietrificata” di forma e materia» (11): e così la prospettiva di valore, annunciatasi nella prima Critica coll’«interiorizzazione del limite», si dispiega nelle altre due come ricerca di «un’unità pacificata». «Ciò chiarifica un fatto di ordine generale molto importante: la necessità da parte dell’ideologia, pur anche quando i suoi risultati concreti tendono ad articolarsi in diverse contraddizioni ed oggettive antinomie, di porre la sintesi dei suoi momenti, la propria sostanziale unità. ... Fino a che permane il “distinto” dalla ragione, permane la minaccia della presenza del finito, della condizionatezza oggettiva. Mistificando la realtà di tale minaccia, il procedimento sintetico pone il finito nel pensare, ovvero deduce l’omogeneità del particolare con l’universale. La sintesi assume qui la sua funzione caratteristica: porre l’oggettiva insussistenza della contraddizione, rendere dominante il potere della forma trascendentale ... Come vedremo, la peculiarità della sintesi kantiana sta nell’affermare l’esigenza, più che la realtà, dell’unificazione», confermandosi in questo come snodo essenziale sebben caduco «dell’ideologia dell’idealismo classico tedesco» (26).

Sicché il Nostro può prospettare infine (e in abbozzo!) un suo proprio Von Kant bis Hegel come vicenda fatale di progressiva ideologizzazione, ossia ancora contromano e con intenti opposti a quelli che animavano Storia e coscienza di classe.70 Ma non è solo – a soccorrerlo è la versione operaistica del dellavolpismo, che gli fornisce bell’e rodate le catene analogiche: Hegel-contraddizione dialettica-sintesi-totalità-ideologia-capitale-sviluppo-riforma versus Kant-contraddizione reale-scissione-parzialità-scienza-classe operaia-crisi-rivoluzione.71

 

Quando il debito è troppo aperto

 

«Devo a Bettini moltissimo. Mi fece leggere Derrida, Foucault e Lacan, quando in Italia erano pressoché ignorati, e dal marxismo ufficiale più che da qualsiasi altra tendenza. Mi ha evitato Althusser e fatto leggere La scrittura e la differenza ancora su Critique, mi scusi se è poco... Bettini era un vero maestro».72 Per quanto riguarda Foucault e Lacan, le due loro opere epocali uscirono in Francia nel ’66, sicché il magistero bettiniano dev’essersi esercitato ormai fuori tempo massimo.73 Più interessante e specifico il riferimento a Derrida. In effetti la silloge del ’67 contiene, tra numerosi altri, tre saggi già apparsi in Critique di giugno-luglio ’63, gennaio ’64 e luglio ’66. Ora, Cacciari cita il terzo nelle Note sulla dialettica del negativo: «J. Derrida ha dedicato a questo rapporto [Nietzsche-Artaud] un saggio fondamentale, Le théâtre de la cruauté et la clôture de la représentation, ora in L’Écriture et la différence, Paris 1966 [sic] (trad. it., Torino 1971)».74 E codesta rimane la prima citazione cacciariana da Derrida.75

Ciò non significa affatto che quei francesi, e soprattutto l’ultimo, non fossero nelle corde di Bettini. In un’ampia conferenza tenuta alla Fondazione Cini nell’autunno ’64, il medioevalista offriva un aperçu mirabile dell’estetica contemporanea, rivelando le proprie simpatie e aprendo all’uditorio nuove ed affascinanti prospettive: «È necessario partire dalla “rivoluzione copernicana” attuata dal pensiero di Husserl,  dagli sviluppi che questo ha avuto specialmente ad opera del compianto Merleau-Ponty, dalle osservazioni parallele sulle strutture del “pensiero selvaggio” di Lévi-Strauss».76 Più specificamente, «occorre che noi riprendiamo il discorso al punto in cui l’ha lasciato Merleau-Ponty: sviluppando numerosi spunti contenuti negli editi e negli inediti di Husserl». Il rapporto dunque tra segni e precategoriale, come Merleau-Ponty l’aveva indagato in Signes e in L’œil et l’esprit («il saggio uscito postumo in questi giorni»), ma sulla base di un ritorno alle fonti husserliane. Scontato perciò il rinvio generico a Esperienza e giudizio, a Logica formale e trascendentale e alla Krisis; assai meno l’utilizzo specifico e insistito di Origine della geometria – se non altro perché un testo husserliano con quel titolo non c’è, o c’è solo in versione francese, preceduto da un saggio vastissimo in cui Derrida mette a frutto la lezione di Merleau-Ponty!77 E comunque sia, «noi possiamo designare il complesso straordinariamente grande delle ricerche intorno al mondo precategoriale ... come “estetica trascendentale”, intesa in un senso molto più ampio di quello kantiano, titolo però che noi assumiamo perché le ricerche sul tempo e sullo spazio della Critica della ragion pura mirano certamente, sebbene in modo limitato e poco chiaro, ad un apriori noematico dell’intuizione sensibile». L’intentio kantiana dello schematismo va colta insomma e sviluppata in senso fenomenologico, mediante un’indagine rigorosa del nesso corpo-immaginazione.

Se passiamo al Kant del laureando Cacciari, sembra di entrare in un altro mondo: «Lo schema stesso, posto in tutta la sua purezza trascendentale, nulla può dirci della costituzione intrinseca del fenomeno. Lo schema dialetticizza l’impianto della trascendentalità, ma non penetra di fatto l’empirico, non ne spiega il modo di sussunzione. Il movimento dialettico in Kant non fonda alcuna sintesi dell’opposto, alcun superamento dell’immediatamente distante o astratto, e quindi non diviene mai spiegazione immanente dell’essere concreto. Le stesse intuizioni pure della sensibilità, affermando il loro essere-forma indipendente ed autonoma rispetto all’empirico, non possono che finire con il vederlo dal punto di vista generale del formalismo trascendentale, e cioè come l’altro assoluto, obbligato alla stessa staticità categoriale che costringe la forma dell’[?]ineffettualità. Se quindi tra intuizioni e fenomeni si pensa possibile l’accordo sintetico, ciò è dovuto alla precedente mistificazione ideologica».78

Tornando al mondo di Bettini, rimane da vedere la simpatia per lo strutturalismo: «Il pensiero di Lévi-Strauss, infine, provoca una sorta di rivoluzione non più copernicana, ma einsteiniana – dalla quale non pare si siano tratte, almeno in Italia, tutte le possibili conseguenze». Bettini le sviluppa brevemente, tutte in polemica con lo storicismo, e chiude rapido caldeggiando un’alleanza fra strutturalismo e fenomenologia. Quanto problematica, avrà avvertito egli stesso, e meglio forse dei tant’altri che ne dichiaravano a gran voce l’incompatibilità; ma qualche punto a favore di questa sua “politica” poteva rinvenirlo sempre in Derrida, e proprio nel primo dei tre saggi su Critique – “Force et signification”, intenzionalità e struttura appunto, che il francese trovava collimare nel loro scarto, ossia nel vuoto di un corpo non ancora interrogato.79

Un paio d’anni dopo, l’allievo va alla resa dei conti con Lévi-Strauss,80 armato di un grimaldello storiografico potentissimo: storicismo, fenomenologia, strutturalismo sono in fondo varianti della «problematica filosofica dello schematismo trascendentale», i.e. rappresentano «ricorrenti tentativi schematici, impostati in vista del superamento della distanza di sensibile e intellegibile».81 Superfluo ribadire che tutt’e tre i tentativi sono destinati a fallire, siccome essenzialmente ideologici; più interessante rilevare che pur nella loro omogeneità vengono a differenziarsi per il ruolo assuntovi dalla «intenzionalità soggettiva», Valore ideologico per eccellenza che va in calando dal primo al terzo.82 Si passa così geschicht-philosophisch da un’ideologia del Soggetto a un’ideologia del Sistema, per una spinta che tende a schiacciare sulla terza figura la seconda83 – finché lo strutturalismo ormai padrone attua «un’ennesima mistificazione del pensiero di Marx», proponendosi come «scienza delle sovrastrutture» che, colla scusa d’integrare il marxismo, mira a «riassorbire la lotta di classe all’interno della logica del sistema».84 Ma «marxista» è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato»,85 colui che individua «le reali contraddizioni del sistema capitalistico per farne immediatamente un uso politico», e sa «la settarietà della scienza come attività rivoluzionaria “alogica” dal punto di vista del sistema, come strumento politico utilizzabile solo settariamente» (88).

 

Sub utrumque colonus

 

Da queste premesse non proprio bettiniane un neolaureato Cacciari s’affaccia a metà ’67 sul teatro del mondo o, più modestamente e operaisticamente, sul mercato del lavoro. Verrebbe da sorridere dinanzi a tanto esagitato accanimento, se non sapessimo di che lagrime grondi, ovvero di com’esso sia il rovescio sbarluscente di una cupa impasse tragica. Dacché ogni via dialettica è sbarrata, e tutto par disporsi fatalmente sotto il segno criticissimo del due: due stelle fisse (L’ideologia tedesca e L’anima e le forme), due maestri veri (Asor Rosa e Negri), due scissioni (Quaderni Rossi e Classe Operaia), due dimissioni (Il Volto e Angelus Novus)...

 

 

(continua)

 


 

BIBLIOGRAFIA*

 

1960

“L’urlo del ‘die Brücke’ attraverso Kirchner e Pechstein”, Il Volto, 2, p. 5-9.

“Requiem”, Il Volto, 3, p. 27.

“L’inumano”, Il Volto, 4, p. 15-18.

 

1961

“Decadenza e realismo attraverso James Joyce”, Il Volto, 5, p. 21-24.

“Gli anni delle ‘maschere nude’”, Il Volto, 7, p. 12-16.

“Intervento degli studenti medi ad un dibattito sui problemi della scuola”, Il Volto, 8-9, p. 1-4.

Recensione a P. Chiarini, “L’avanguardia e la poetica del realismo”, Bari 1961, ivi, p. 29.

(con altri), “Reazione staliniana e democrazia socialista”, Il Volto, 10, p. 11-19.

“L’anti-Lukács dei critici marxisti (Franz Kafka ‘e’ Thomas Mann)”, ivi, p. 29-34.

Recensione a D. Bertoni Iovine-F. Malatesta, “Breve storia della scuola italiana”, Roma 1961, ivi, p. 35-36.

 

1962

Recensione a V. Spinazzola, “Federico De Roberto e il verismo”, Milano 1961, Il Volto, 11-12, p. 47.

(con P. Peruzza), “Lettera di dimissioni”, ivi, p. 50-51.

“Spunti critici da una recensione su E. Pagliarani”, Il Volto, 13-14, p. 26-28.

“Il PCI verso il congresso”, Il Progresso Veneto, 49, p. 3.

“Nuovi studi brechtiani”, Il Volto, 15-16, p. 19-23.

“Resistenza spagnola”, ivi, p. 26-28.

“Consigli di gestione”, ivi, p. 28-29.

 

1963

“Sullo sciopero generale”, Il Progresso Veneto, 52, p. 2.

(con altri) “Riprendiamo la lotta!”, Potere Operaio: Cronache operaie di Porto Marghera, p. 1-2 e 4.

 

1964

(con altri) “I comitati di classe di Porto Marghera”, Classe Operaia, 1, p. 15-17.

“Note di estetica hegeliana: 1- Storia del sistema”, Angelus Novus, 1, p. 1-33.

“Due poesie di Ezra Pound”, ivi, p. 92-96.

“Note di estetica hegeliana: 2- Per una descrizione dell’ambito estetico”, Angelus Novus, 2, p. 166-88.

 

1965

“L’Epos della nostalgia”, Angelus Novus, 3, p. 28-52.

(con altri), “De Stijl”, Angelus Novus, 4, p. 1-56.

“Epos e nostalgia mitica”, ivi, p. 57-79.

“Saggio su ‘Scrittori e popolo’: Problemi generali dell’indagine sul populismo”, Angelus Novus, 5-6, p. 31-79.

 

1966

“Introduzione a un discorso sullo strutturalismo e Lévi-Strauss”, Angelus Novus,7, p. 81-84 e 96-97.

“Per una ripresa della critica dell’ideologia”, Nuovo Impegno, 4-5, p. 22-29.

“Kant: Il problema della fondazione ideologica dell’estetica”, Angelus Novus, 8, p. 1-57.

(con F. Dal Co) “Lévi-Strauss: Strutturalismo e ideologia”, Angelus Novus, 9-10, p. 53-101.

 

1967

Funzione sistematica, significato e problemi della Critica kantiana del giudizio estetico, tesi di laurea, datt.


SOMMARIO

 

 

 

Premessa                                                               4

 

Arte degenerata                                                       9

Sauvage                                                               15

Volontà di potenza (potenziale)                              21

La culturalità                                                         23

Stelle fisse ed astri erranti                                      26

Un’operazione di polizia letteraria                          30

Tutti quanti voglion fare il jazz!                              33

Quasi in forma di apologo                                     36

Quando il debito è troppo aperto                           40

Sub utrumque colonus                                          44

 

Bibliografia                                                       45

 



[1] Qualche tossina ho espulso poi in “Due note kierkegaardiane”, Rivista di Storia della Filosofia, n. 3, 1994, p. 547-58.

[2] Ricordo bene il primo incontro, alla Fondazione Feltrinelli nel febbraio ’74; meno bene l’ultimo, comunque non oltre il ’78 (in mezzo l’avrò rivisto una decina di volte, tra Milano e Venezia).

[3] F. Fortini, Insistenze, Milano 1985, p. 24. In vari punti del volume l’autore ha facilitato assai il lavoro alla prima categoria, meno alla seconda.

[4] Scelta obbligata, tra le varie mie versioni kierkegaardiane, dopo l’esperienza di quella sera.

1. È il più antico scritto di Cacciari che sia stato pubblicato. Reca a data «dic. ’59», a titolo “Requiem”, e a paradossale epigrafe: «Amico: tu non sei morto che in me / Lasciami piangere il tuo funerale». Il tutto è così enigmatico che, lungi dal volerlo interpretare, lo giro piuttosto in epigrafe, a interpretare lui tutto quanto il prosieguo.

2. Cfr. M. Isnenghi, “I luoghi della cultura”, in AA. VV., Il Veneto, Torino 1984, p. 233-63. Il formato de Il Volto è quello di un quaderno scolastico, stampa a caratteri larghi, p. fra 30 e 40 a numero. La serie completa è alla Fondazione Querini Stampalia.

3. Multiple amenità («Munch, pittore norvegese dalle torbide passioni»; «quest’oceano espressionista che ci può sembrare a volte, malgrado i suoi ruggiti e le sue fiammate, affatto povero e incolore») – e un finale a sorpresa: dopo aver esaltato la «struggente, nervosa, isterica volontà di risorgere per vivere» degli espressionisti contro il «preziosismo formale» dei fauves, l’autore esalta i «voli magnifici, liberi» di costoro contro la «radice già di per sé malata» dei primi.

NB Tutti gli scritti cacciariani qui presi in esame sono martoriati di refusi ed errori ortografici, che ho provveduto a emendare per non dovere segnalarli ogni volta. Chi trovasse ellittici i rif. agli scritti, potrà giovarsi della bibliografia finale.

4. Invece di commentare, richiamerei l’attenzione sulle tre lettere pubblicate nei quattro numeri: una confessa «un senso di ammirazione e d’invidia» e prorompe in «Siete al livello di cultura»; la seconda lamenta «un livello un po’ troppo intellettuale», «un’immagine un po’ troppo desolata e fredda della gioventù di oggi», e invita sì «a guardare in faccia alla realtà, ma con più slancio, con più vita, con più amore»; la terza chiede «perché voler fare i bambini seri dinanzi agli anziani, e i bambini prodigi dinanzi ai giovani?».

5. Cesare è del ’43, ma «avanti di un anno» stava finendo il liceo; Gianni, del ’40, studiava chimica a Padova ed era ancora su posizioni di sinistra socialista. L’UGI raccoglieva universitari dell’area laica, socialista e comunista.

6. Stante il tenore dell’articolo, è una fortuna che Cacciari (la cui vena d’anglista fu favorita in ginnasio dall’avere inglese come lingua straniera) ignorasse Finnegans Wake (U. Eco l’aveva analizzato quattro anni prima sulla Rivista di Estetica, su Tempo Presente del marzo ’59 era uscito l’“Anti-Lukács” di Adorno, Il Verri, Nuova Corrente, Aut Aut dedicavano da sempre saggi e numeri monografici a Beckett, Eliot, Pound... ).

7. Sul n. 7, nell’effimera rubrica “I classici” (perché poi, se Pirandello e Joyce erano della stessa generazione?). L’intento è dimostrare come Pirandello non potesse elaborare che una «filosofia negativa» inconciliabile con «una posizione anti-fascista (posizione quantomai positiva, perché pregna di significato fattivo, costruttivo)».

8. La recensione conclude con un elogio dell’«estetica marxista, che faticosamente ma con sconcertante vitalità (e specie qui, in Italia) sta raggiungendo una sua organica sistemazione, in polemica con quella idealistica e romantica che sembrava destinata a rimanere, dopo la estrema codificazione crociana, l’indiscussa padrona». E una stagione intera di estetica fenomenologica (Banfi, Formaggio, Anceschi, Morpurgo-Tagliabue)? – L’omaggio a Chiarini si completa con una lunga intervista allo stesso, anonima ma verosimilmente a cura di Cacciari.

9. L’indice fa ironica giustizia riportando “S’auti-Lukacs dei criteri marxisti”, dove il primo refuso è traslitterazione dal greco: “a te stesso” – de te fabula narratur? – Il rif. a Chiarini rimarrà costante, e la rassegna “Nuovi studi brechtiani” nell’ultimo n. de Il Volto sarà dedicata in buona parte ai suoi “Nuovi studi su Brecht” (ciò non toglie che intanto si recensisca benignamente Spinazzola stigmatizzando «il soggettivismo malato, l’irrazionalismo fantastico della decadenza»).

10. «Furono proprio gli straordinari successi conseguiti nel settore economico su una linea sostanzialmente giusta a salvare lo stato socialista dalla crisi completa», per cui «sarebbe fuori dal marxismo scorgere soltanto il lato negativo, come purtroppo sembrano fino ad oggi propensi a fare i sovietici».

11. Gli autori sono su posizioni della corrente “Alternativa” di Basso (qui citato reiteratamente), che al congresso del PSI di quell’anno aveva raccolto il 7% (il lettore attempato avrà colto pure la frecciatina carrista al Lukács del ’56).

12. Il Volto sostituisce i due con S. Lanaro e M. Bollato, ossia entrando ancor più nell’orbita dell’UGI. Sul n. doppio del sett.-dic. ’62, De Michelis proporrà di trasformare la rivista in un «mensile veneto» impegnato nel «settore della organizzazione della cultura e della politica culturale»: ma cesseranno le pubblicazioni.

13. R. Calimani, La polenta e la mercanzia, Rimini 1984, p. 62. È una lunga intervista concessa da Cacciari a fine ’81, dai banchi del parlamento. (La virgolettazione così tipica testimonia che l’intervistato ha riveduto il testo.)

14. T. Negri, Pipe-line, Torino 1983, p. 69 (lettera del 26/11/’81).

15. La lettura verrà proseguita da M. Tronti sul n. 2 del giugno ’62 con “La fabbrica e la società”, mentre Negri, collaboratore dallo stesso n., su Quaderni Rossi non scriverà una riga. (Una sua inclinazione rodomontica ha diagnosticato S. Bologna in Memorie di un operaista, ed. Il Manifesto, suppl. mese, nov. ’88.)

16. È il “giornaletto” socialista di cui sopra, organo del Circolo Labriola di Padova, che Negri, membro del direttivo padovano del PSI e consigliere comunale, prende in mano dal 15/12/’61 (quindicinale poi mensile a diffusione regionale, formato tabloid, 1.000 copie di tiratura – la serie completa è alla Biblioteca Universitaria di Padova).

17. Cfr. la lettera da Padova del 18/6/’62 di Negri a Panzieri (prima e unica) in R. Panzieri, Lettere, a cura di S. Merli e L. Dotti, Venezia 1987, p. 364-65: «Caro Raniero, ti scrivo per metterti al corrente di quanto stiamo facendo qui. Con una quindicina di compagni – in gran parte quadri di Federazione – abbiamo cominciato un lavoro continuato di discussione e di lavoro organizzativo nelle fabbriche. ... Abbiamo elaborato gli schemi d’indagine, determinando i punti di riferimento e iniziando il lavoro. Entro l’estate avremo i primi gruppi operanti. ... Chinello, segretario della Fed. comunista veneziana, ci ha offerto di lavorare ad una inchiesta sulla condizione operaia nella zona [Marghera]. Dovremmo cominciare la settimana prossima. È stato un colpo di fortuna davvero insperato, dovuto forse ai complessi di Chinello – uomo di sinistra davvero ma ingolfato nel lavoro di Fed. e in preda ad atroci dilemmi».

18. Classe Operaia, 1, genn. ’64. Un testimone attivo aggiunge qualche tocco: «A Venezia, nella sezione socialista di S. Barnaba ( ... base logistica degli uomini del giornale quando l’epicentro di questo si sposta da Padova a Venezia) si svolgono incontri tra i vari “comitati di base” che nel corso del ’62 vanno nascendo sui posti di lavoro: Negri, Ferrari Bravo ed altri illustrano sezioni e problemi del Capitale, e ad ascoltare le loro lezioni di marxismo ... c’è buona parte dell’attuale classe politica di sinistra a Venezia», M. Isnenghi, “Tra partito e prepartito. Il “Progresso veneto”, Classe, 17, 1980, p. 231-32.

19. È nato infatti il 5/6/’44. A onor del vero, può avere incrociato Negri anche prima, nel salotto di casa Meo, dove si riunivano i redattori de Il Volto (provenienti tutti dalla borghesia delle professioni: architetti, medici, avvocati), e dove Negri corteggiava Paola Meo, che sposerà giusto nel ’62. In autunno, mentre Cacciari inizia la III liceo, Negri (di 11 anni più anziano) sale alla cattedra di dottrina dello stato nella facoltà padovana di Scienze Politiche.

20. I due testi sono compresi in R. Panzieri, La ripresa del marxismo-leninismo in Italia, a cura di D. Lanzardo, Milano 1972, p. 274-83. Da un confronto si noterebbe che Cacciari ripete pari pari la lezione, ma senza la sobrietà di quel «Socrate socialista».

21. Selvaggi perché dopo i fatti di Piazza Statuto a Torino era uscito Il Gatto Selvaggio, cui la frazione si appellava. La tripartizione è canonizzata da Merli in R. Panzieri, Lettere, cit., p. XLIII, ma cfr. già T. Negri, Intervista sull’operaismo, a cura di P. Pozzi e R. Tomassini, Milano 1979, p. 70-71.

22. Infatti, Il Progresso Veneto del 31/3/’63 vede la defezione dei negriani con in testa il condirettore Isnenghi, e a maggio compare un n. unico de IL POTERE OPERAIO dei lavoratori di P. Marghera. Su ciò cfr. S. Bologna, “Così visse e morì Potere Operaio”, Il Manifesto del 25/3/’79. – Il materiale politico citato d’ora innanzi è alla F. Feltrinelli.

23. «Cacciari si attrezzerà presto, intellettualmente e politicamente, in tal senso, ma questo avverrà quando dal bozzolo di Progresso Veneto sarà ormai fuoruscita la farfalla di Potere Operaio», M. Isnenghi, art. cit., p. 236. Non quindicenne dunque, bensì diciannovenne.

24. M. Isnenghi, “Minima personalia”, Belfagor, 3, 1988, p. 340-41. In effetti IL POTERE OPERAIO è scritto per metà da Ferrari Bravo, mentre Cacciari non compare (tra l’altro, sta preparando l’esame di maturità, che supera con la media dell’otto – discreto in matematica e fisica, eccellente in italiano e arte). Collaborerà invece a Potere Operaio del 25 ott., dove con Negri e Ferrari Bravo stila il lungo editoriale: «Diciamolo chiaro: i partiti muoiono, i partiti nascono ... E allora se il papa è morto bisogna farne un altro». Contro «la cricca di ideologi» del movimento operaio, bisogna «formare un’organizzazione politica nuova» basata sull’«autonomia contro il capitale», tesa «non all’ammodernamento ma alla fine del capitalismo», capace di usare «la rivendicazione come pretesto» e l’arma del «sabotaggio».

25. La casa ed. è la Marsilio, di cui Negri è cofondatore (e ideatore del nome). Neonata, pubblicherà Classe Operaia, ospitandone in sede la redazione veneta. Nel ’65 diviene SPA: C. e G. De Michelis entrano come soci assumendo i ruoli rispettivamente di direttore della saggistica e di amministratore delegato. Alla fine degli anni ’60 Negri lascia la casa, giusto mentre Cacciari comincerà a pubblicarvi. Su ciò cfr. C. Ferraro, “Marsilio Editori”, Librinovità, dic. ’89.

26. R. Panzieri, La ripresa del marxismo-leninismo in Italia, cit., p. 186-87. La relazione rimase inedita fino al ’72 (e Panzieri non ebbe più modo di tornare nei suoi scritti su Storia e coscienza di classe).

27. Cfr. A. Negri, Alle origini del formalismo giuridico, Padova 1962, dove l’autore cita dalla trad. fr. del ’60 («pessima», secondo il Panzieri della relazione) poiché non dispone dell’ed. orig. del ’23. A introdurre Storia e coscienza di classe nel dibattito politico italiano, dandone anche la trad. di un cap., era stata nel ’57 la rivista Ragionamenti (verrà tradotto infine da G. Piana nel ’67, per la Sugar). Negri ci arriva dopo una lunga stagione da storicista, contrassegnata dall’idea di una dialettica umanistico-progressiva assai in linea col Lukács ortodosso (cfr. Saggi sullo storicismo tedesco, Milano 1959, prima metà della sua tesi di laurea, e Stato e diritto nel giovane Hegel, Padova 1958, una cui prosecuzione sarà la trad. di G.W.F. Hegel, Scritti di filosofia del diritto, Bari 1962) – una sorta di «carrismo filosofico», a detta dell’autore che prorompe in un grottesco: «Perché caddi nel peccato?», Pipe-line, cit., p. 38-39.

28. Ancora in un inedito del ’64 Negri scriverà lukácsianamente di una «contraddizione di totalità contro totalità», di un «Aufheben capitalista» contrapposto all’«Aufheben della classe operaia» (La forma stato, Milano 1977, p. 34 e 100) – nei termini cioè del secondo articolo di Cacciari. Va appena ricordato che i teorici di Quaderni Rossi (Panzieri, Tronti e Asor Rosa), tutti dellavolpiani d’impostazione, erano sordi patocchi al richiamo della dialettica hegelo-marxiana.

29. Cfr. R. Calimani, op. cit., p. 63. «Splendidamente» dev’essere formula di cortesia, dacché Bologna in una nota alla ristampa della sua trad. del ’63 (dall’ed. orig. del 1911) avvertirà: «Il manoscritto di quella traduzione mi fu letteralmente trafugato dall’editore, esasperato dai miei ritardi. Non potei rivederla, prima della pubblicazione. Spero di aver eliminato errori, che purtroppo conteneva», in G. Lukács, L’anima e le forme, Milano 1991, p. 263.

30. Cacciari utilizza la trad. it. freschissima di N. Merker, G.W.F. Hegel, Estetica, Milano 1963, e quella, pure riedita nel ’63, di E. De Negri della Fenomenologia dello spirito. Il modo di citare è tra selvaggio e infantile: a volte la citazione è seguita dal solo autore, altre da autore ed opera, e una volta sola da «Hegel, Fenomenologia, VII, 87» (ossia t. e p. della I ed. tedesca, riportati a lato della trad. del De Negri). Che citi dalle trad. it., lo evinco sia da un raffronto (ma spesso le cit. sono accorciate senza segnalarlo), sia dall’intervista, ove afferma di avere frequentato nel ’67 «una gentile “vecchia signora” svizzera che mi dava lezioni di tedesco», R. Calimani, op. cit., p. 63. Ma all’epoca non sbirciò nemmeno l’orig. ted., ché all’unico azzardo falla: «Nella Fenomenologia dunque si parlerà solo di Kunstreligion» (I, 10), quando si parla solo di künstliche Religion.

31. Saltabecca tra le p. hegeliane sovvertendo l’architettonica di un’opera come la Fenomenologia, dove passaggi e strutture hanno importanza pregiudiziale. Così collega religione artistica a coscienza infelice (I, 11-15), quando tale figura è ripresa da Hegel dopo, nella religione disvelata (non «rivelata»!); oppure fa rientrare nella religione artistica la figura dell’artefice (I, 13), pertinente invece alla religione naturale... (Dove paradossale è poi che si pretenda di cogliere contraddizioni interne all’opera.)

32. (II, 186). Il rif. criptico è a Il principio trascendentale nell’autonomia dell’arte, saggio banfiano del ’24 ripubblicato nella silloge citata, p. 183-203. Cacciari sembra ignorare però gli sviluppi della scuola banfiana, che aveva dato buona prova proprio là dove lui era carente (nel ’62 ad es. D. Formaggio ne L’idea di artisticità e G. Morpurgo-Tagliabue su Il Pensiero avevano trattato estesamente dell’estetica hegeliana).

33. (II, 172). In appendice Cacciari afferma: «Se il discorso critico anti-lukácsiano si presenta già in forma più o meno “sistemata”, una critica dell’opera estetica dellavolpiana è oggi assai più prematura, e qui può essere solo accennata. Più avanti torneremo senz’altro più ampiamente su questo argomento» (II, 184). Non ci tornerà più, come non svilupperà più l’orientamento fenomenologico, malgrado le assicurazioni della chiusa (II, 182). Qui invece insiste su un particolare: «Quando il Della Volpe, a proposito del problema del tradurre, dichiara che sola cosa essenziale è la resa del significato razionale-basilare, cade ancora una volta nel grave rischio di intendere la razionalità poetica rinvenibile soltanto a livello di contenuti» (II, 173). In effetti, dellavolpiana la concomitante prova sua di traduzione da Pound non può dirsi no (a differenza di quella condotta sullo stesso campione e con l’ausilio del padre da M. de Rachewiltz, Catai, Milano 1959, p. 40-42), ma daltonica sì, se rende brown robe con «grigio corredo».

34. (I, 28). Cacciari utilizza l’opera (originariamente uscita nel 1916) nella trad. del ’62 di F. Saba Sardi, della quale basterà dire che l’editore stesso, una volta incontrato Lukács, si disfece per affidare il compito a V. Messana. Incredibile che nella sua postfazione a G. Lukács, Diario, Milano 1983, Cacciari perseveri a utilizzare quello scempio (come che apporti «lievi modifiche» a una trad. it. di poesie ungheresi).

35. (I, 21). Evidente l’afflato banfiano, che torna spesso qui, per la fiducia in una «soggettività creatrice» che «unifica sinteticamente in modo originale» dati sparsi e differenti livelli. Ma analoga intentio sintetica era anche in quel Lukács, come rileverà un acerrimo nemico (cfr. l’intr. di A. Asor Rosa a G. Lukács, Teoria del romanzo, trad. it. di A. Liberi, Roma 1972, dove viene censurato lo «sforzo, qui visibilissimo, di dare una soluzione positiva, ricostruttiva, ai problemi posti dallo stesso pensiero negativo»).

36. Saranno i condirettori effettivi, mentre il condirettore antico de Il Volto, Peruzza, figurerà come collaboratore. Benché allora nella “Lettera di dimissioni” i due avessero proclamato di «cessare ogni loro forma di contributo», Cacciari aveva contribuito in tutti i restanti n. del ’62 (notevoli una rec. già en opéraiste sui consigli di gestione, e una caotica rec. a una rec. a Pagliarani, che lo rivela lettore di Asor Rosa su Mondo Nuovo).

37. Il vero colpo era stato di R. Solmi, che così titolava la silloge di saggi benjaminiani da lui curata (Torino 1962), con richiamo esplicito al progetto formulato da Benjamin nel ’22 di una rivista omonima. – «Benjamin fu una scoperta sconvolgente, e il titolo della rivista lo dimostra», R. Calimani, op. cit., p. 64. A dimostrarlo però dovrebbe essere il contenuto, mentre il titolo al massimo dimostra quel che una riga sotto viene detto «molto “fiuto” per il pulsare del nuovo». A meno di non intendere «sconvolgente» in senso letterale, ovvero al punto da rendere Benjamin un tabù, stante che per tutta la rivista è nominato da Cacciari una volta sola e di passaggio (“Note”, II, 175), giusto per suffragare il pathos pavesiano! – Unico a soffermarsi su Angelus Novus (altrimenti ignorata dalla letteratura critica) è M. Valente, Ideologia e potere: Da “Il politecnico” a “Contropiano”, Torino 1978, p. 370-74. Lo fa ad usum delphini, ma pur avendo collaborato alla rivista, scambia un condirettore col cugino slavista e attribuisce all’altro, «dotato di vasti interessi teorici e teoretici», l’idea di rilevare la testata progettata da Benjamin «alla fine degli anni ’30»!

38. Già traduttore di Brecht, traduce colla moglie le Poesie per chi non legge poesia (Milano 1964), che Chiarini recensisce qui appunto in “La satira e l’idillio” dialogando col Fortini critico.

39. Sua infatti è l’intr. a L’anima e le forme del ’63, dopo che nell’inverno aveva tenuto un seminario “mitico” su Teoria del romanzo con Bologna, Giudici e Scabia (per non parlare dei legami fin da Ragionamenti con lo scopritore del primo Lukács, L. Goldmann, di cui traduce nel ’61 Le Dieu caché).

40. Cfr. “Amico delle contraddizioni”, Mondo Nuovo del 7/7/’63, dove Asor Rosa magnifica “Astuti come colombe”, apparso sul Menabò del ’62, e avanza solo un piccolo «sospetto di un animus religioso» tentato dalla «ricerca della speranza», per arguire: «Da qui nasce che accanto a Brecht, Fortini faccia convivere Lukács (e sia pure il Lukács non-volgare della Teoria del romanzo ...)».

41. Cfr. “Il punto di vista operaio e la cultura socialista”, Quaderni Rossi, 2, p. 117-30, e “Ancora su industria e letteratura”, Mondo Nuovo dell’11/11/’92, dove eccepisce timido a Fortini di non cogliere l’attualità di «un’arte socialista».

42. Cfr. “Fine della battaglia culturale”, Classe Operaia, 2, febbr. ’64: «La cultura d’opposizione è, tout court, la Cultura, ossia la cultura borghese», sicché «il concetto di particolarità operaia e la negazione della cultura fanno tutt’uno», vanificando l’idea stessa di una «cultura rivoluzionaria».

43. Cfr. “Quattro note di ‘politica culturale’”, ivi, 3, maggio ’65: «L’unico positivo, al quale noi possiamo guardare, è un fatto materiale, da costruire, non da inventare: è l’organizzazione politica della classe, è la fondazione nelle cose di un processo rivoluzionario. Tutto il resto non può essere che discorso negativo o negatore». A farne le spese è la categoria di «valore», nell’accezione in primis weberiana che le dà il rinnegato Rieser: «Né conta granché ch’egli parli di “valori” e di “modelli normativi”, laddove altri hanno parlato di “ideali” e di doveri: se non giochiamo sulle parole», il tutto è una brodaglia ideologica «condita dall’immancabile elisir d’Utopia». Però poi il gioco è di Asor Rosa stesso: «Il punto di vista operaio è esente da valori» – una contraddizione in termini che avrebbe spazientito il compassato Weber! (Certo, rivendica i «caratteri materiali, oggettivi, della classe stessa», ma nessun oggetto, né la materia überhaupt ha un punto di vista.)

44. I due, commilitoni in Classe Operaia, vantano rapporti antichissimi. Nel contesto di un affare così losco da non meritar cenno, Cacciari parlò di Asor Rosa (classe del ’33) come di «un uomo che ritenevo fosse il mio miglior amico» – al che l’uomo ribatté: «Ho conosciuto Cacciari che era un liceale quindicenne, brillante e intelligentissimo. Me lo presentò un certo T. Negri. Do you know?», La Repubblica del 10/2/’90. Il mito del quindicenne, again!

45. I due saggetti si presentano autonomi, ma un accenno all’inizio del secondo tradisce: «Abbiamo cercato di analizzare nella prima parte di questo saggio» (II, 58). Intanto, Angelus Novus accumula un ritardo che sfiorerà l’anno col n. 9-10 del ’66, sicché la composizione del saggio uno e bino (che sta nei n. 3, «primavera ’65», e 4, «agosto ’65») andrà fatta cadere nell’estate ’65.

46. Cacciari si dà a dialettizzare astrattamente i medesimi passaggi lukácsiani, secondo un ritmo mutuato dalla Fenomenologia – sicché dice meno di Lukács (i cui riferimenti erano vastissimi, e finalmente espliciti nella nuova, a Cacciari vietata, ed. di Theorie des Romans, Berlin-Spandau 1963) e meno di Hegel stesso, che nel cap. sulla religione disvelata (già rimosso?) aveva svolto concretamente proprio il passaggio dall’epos alla tragedia.

47. «Lukács non ha saputo in Teoria del romanzo abbandonare compiutamente la nostalgia romantica. Nel momento stesso in cui pone la maturità del romanzo nella coscienza estrema del suo fallimento, egli pare accendere luci di speranza parlando dei modi in cui la soggettività può costituirsi ad umana totalità» (I, 47).

48. (II, 72). Il passo prosegue: «Ci esoneriamo da qualsiasi pretesa di analisi circostanziata e storicamente corretta, la quale è tentata altrove in questa stessa rivista» [i.e. nella tesi di laurea che De Michelis sta pubblicando a puntate sui n. 3, 5-6 e 9-10], e ci limitiamo a un’«esemplificazione critica che ci proponiamo di ampliare ad altri autori, più avanti [i.e. mai]». In realtà qui Pavese non è un esempio, ma l’idealtipo stesso del romanzo moderno (e non a caso, ad es., l’«impulso alla totalità» d’esso romanzo è detto un «vizio disperato», I, 43) – sicché la ventilata esemplificazione prende un’aria stagnantemente necrofila.

49. (II, 70). Non diversamente da Asor Rosa, egli ora sotto la categoria di mito getta alla selvaggia «valori», «sintesi», «totalità», «Senso», «prospettiva umanistica», «fede nella speranza [?] e nella forza purificante dell’amore» (ibid.).

50. Tali categorie antitetiche vengono fatte intervenire subito (e con un certo luciferino piacere per il sintetico naufragio altrui) in un’analisi di De Stijl e Bauhaus, che mi risparmio di trattare in quanto è la tesina compilativa di sette oscuri studenti per un esame di istituzioni di storia dell’arte.

51. Prova provata ne è che «molte delle posizioni attuali di Fortini derivano direttamente dalla lettura dell’Anima e le forme». Curioso assai, Fortini nell’intr. a quel testo aveva preso distanza netta dal tragicismo borghese della forma, mentre nel saggio sull’epos Cacciari addirittura lo abbracciava – e dunque le ingiurie di cui è disseminato “Un uomo, un poeta” dovrebbero colpire semmai il compare! (I due dissentiranno invece solo dopo, e con ottime maniere: a un Asor Rosa che ci riprova con “Il giovane Lukács teorico dell’arte borghese”, Contropiano, 1, 1968, Cacciari ribatte in nota che «sulla localizzazione e funzione del giovane Lukács non possiamo essere d’accordo», “Note sulla dialettica del negativo nell’epoca della metropoli”, Angelus Novus, 21, 1971, p. 40.)

52. Marx, di cui si privilegia L’ideologia tedesca (citata more solito i.e. mutilo); Tronti, di cui si richiama la produzione teorica «fin dal primo numero di Quaderni Rossi» (70) quando di Tronti lì non c’è una riga; Asor Rosa, di cui si cita iteratamente tutto con iterati elogi.

53. (66-70). Invano, per quanto concerne Asor Rosa almeno, il quale in “Lavoro intellettuale, coscienza di classe, partito”, Contropiano, 3, 1971, demolirà autore, libro e categoria (mentre qui di Lukács si accoglie pure l’esaltazione leninista del partito, versus democrazia: «Il concetto di democrazia e i valori in esso articolati non permetteranno che determinati esiti alla lotta di classe mistificati a priori», 45).

54. Questa volta Asor Rosa è d’accordissimo, come traspare dall’intr. alla II ed. di Scrittori e popolo, datata «apr. ’66».

55. Cacciari la spiega bene: «Si può esser fuori dall’integrazione soltanto se si è in quel movimento teorico generale che è momento della lotta di classe, e se si ha perfetta coscienza che quel movimento non si verifica in interiore homine ma nella praxis rivoluzionaria» (76).

56. In una battuta: l’operaista sta alla classe operaia come un nudista a una tribù di aborigeni, con tutti gli equivoci del caso. La contraddizione poteva esser tolta solo previa una teoria della proletarizzazione che Cacciari rifiuta in un articolo dell’ott. ’66 su Nuovo Impegno, dov’è replicata sin nel titolo la terza e ultima parte del Saggio: “Per una ripresa della critica marxiana dell’ideologia”. Interessante, l’autore varia «scelta» in «salto» (28), esplicitando così la risonanza kierkegaardiana di quell’angoscia (ma il danese avrebbe detto «tonfo» questo balzo a piè pari nella massa); e cita per la seconda volta in assoluto Benjamin (27), a liquidare L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, uscito in it. nel genn. ’66.

57. Oltre la negazione, «l’unica attività “positiva”, che noi riusciamo oggi a concepire, è quella che consiste nell’elaborazione di una strategia operaia e nella costruzione di uno strumento organizzativo –il partito – volto al rovesciamento del sistema». Un atteggiamento analogo di Cacciari è registrato nella cronaca “Un convegno fallito” su Nuovo Impegno, 3, 1966: al convegno, tenutosi il 28/12/’65 sul tema di un possibile collegamento tra i gruppi, Cacciari s’era schierato «per un discorso solamente politico, data la totale ineffettualità dell’impegno culturale».

58. La rivista sarà un anno dopo Contropiano: Materiali Marxisti, rivista diretta da A. Asor Rosa, M. Cacciari e T. Negri, con la collaborazione sul n. 1 delle tre nuove leve di cui sopra.

59. In sintonia perfetta, dunque (come poi qui, alle porte del ’68, due profondi conoscitori della classe operaia e dei suoi umori sbaglino le previsioni a breve, per me resta un mistero). Cacciari invece sbaglia ancora le date: «Classe Operaia aveva chiuso le pubblicazioni nel ’66 ... Asor annuncia nel ’66 l’idea di questa rivista [Contropiano]», R. Calimani, op. cit., p. 62. Ah, mania della retrodatazione!

60. Nel periodo ’64-66 sotto la sigla Potere Operaio veniva diffuso il materiale veneto di Classe Operaia, mentre dal 20/3/’67 comincia a uscire autonomamente Potere Operaio: Giornale Politico degli Operai di P. Marghera. Per la storia di Classe Operaia cfr. T. Negri, Intervista sull’operaismo, cit., p. 79-87, e R. Sbardella, “La NEP di Classe Operaia”, Classe, 17, 1980, p. 239-63.

61. Tale posizione mediana traspare dall’articolo su Nuovo Impegno cit., che è la risposta a un questionario sui gruppi minoritari della sinistra marxista cui risponde pure Asor Rosa, sviluppando le tesi entriste: Cacciari ripropone la critica dell’ideologia asorrosiana, ma poi al momento delle indicazioni politiche insiste sulla necessità dell’autorganizzazione. Quanto all’estremismo di Negri, si fissa in tre contributi su Classe Operaia: “Operai senza alleati”, 3, marzo ’64; “Lenin e i soviet nella rivoluzione”, 1, genn.-febbr. ’65; “Cronache del ceto politico”, 3, marzo ’67.

62. R. Calimani, op. cit., p. 69. Cacciari si laureò il 28/6/’67 con 110 e lode. Relatore fu Bettini, ordinario di storia dell’arte medioevale, che allora teneva una supplenza di estetica a Filosofia; controrelatore Formaggio, ordinario di estetica alla facoltà di Magistero. La tesi consta di complessive 718 p.

63. Cfr. Angelus Novus, 8, «estate ’66», ma dell’inverno ’66/67. Riguardo al contenuto, la tesi non farà che svolgere lo schema dando più spazio all’estetica kantiana (la cui analisi passerà da uno a due terzi del testo). Dal punto di vista formale invece cercherà di rimediare alle sciagure dello schema, sciagurato sin nell’incipit: «Introducendo alla Fenomenologia della Ragione … » – per dire la sez. “Ragione” della Fenomenologia dello spirito!

64. Cfr. “La reificazione e la coscienza del proletariato”, in G. Lukács, Storia e coscienza di classe, cit., p. 144-96.

65. Cfr. A. Negri, Alle origini del formalismo giuridico, cit., p. 19-87. La diversità da Lukács è che Negri non fa più menzione del feticismo e salta l’analisi della terza Critica, sostituita per ovvio motivo dagli scritti giuridici. Quanto allo storicismo umanistico della chiusa, cfr. l’epilogo dell’inedito del ’64: «Al termine di uno studio sul formalismo, alcuni anni fa, auspicavamo l’urgenza di un’opera dialettica sul diritto ... Ma oggi tale speranza si è verificata illusoria» poiché «la dialettica è finita. Hegel è morto. Ciò che di Hegel resta è l’autoconsapevolezza del mondo borghese. Il mondo borghese è dialettico, non può essere che dialettico. Ma noi no», La forma stato, cit., p. 110. Negri dunque «peccò» fino alle soglie del ’62, a conferma di una tarda conversio operaistica (ma peccati d’altra specie ne commetterà ancora, come qui, dove scrivendo «alcuni anni fa» invece di «due anni fa» tradisce che l’epilogo non è del ’64, ma posteriore).

66. Per illustrare la crisi, Cacciari si rifà a Hegel puntualizzando: «Hegel tratta nel secondo momento dello Spirito nella Fenomenologia dell’originalità del dovere e dell’etica kantiana in generale» (17). Doveva invece dire: nel cap. III della sez. “Spirito”, dedicato appunto alla «moralità». Il guaio è che nel prosieguo rincula proprio al cap. II, par. 1b, ch’egli mischia al cap. III dimenticando un intervallo di 50 p.! Cacciari la chiama «utilizzazione strumentale dell’analisi hegeliana» (ibid.), forse in omaggio a un passaggio indiano delle Quattro note asorrosiane: «Ma se io strappo alle discipline culturali la loro testa di valori, e le riduco a semplici tecniche, da usare con il massimo disprezzo ... ».

67. È la parola-chiave: ho contato 23 occorrenze, e se aggiungo tutte le declinazioni del verbo fallire, risulta che nello schema c’è un fallimento a capoverso. La tesi replica in grande tale lugubre fenomenologia, dove l’estetica kantiana è solo ultima stazione (ma è patetico che si saltino passaggi fondamentali, come ad es. quello tra 1a e 2a ed. della Critica della ragion pura, vera crux storiografica del ’900).

68. Cfr. L. Goldmann, Pascal e Racine, cit., parte I, “La visione tragica”, p. 28-126. Cacciari lo cita per la prima volta nella tesi (595), subito accomunando l’autore a Lukács come interpreti tragici di Kant (598). Storia e coscienza di classe è citato spesso e sempre favorevolmente, dall’ed. fr.

69. (5). Dove si vede che l’ontologia è ideologia, mentre la radicalità è della visione tragica. Cosa intenda Cacciari per «ontologia della finitezza originaria del pensiero umano» è detto in una nota della tesi, che liquida in due battute «M. Heidegger, Kant e il problema della metafisica, trad. it., Milano 1962» (594).

70. Dove Lukács appunto, con Hegel e Marx, vedeva nella dialettica il coronamento scientifico dei tentativi kantiani. Intenti opposti nutre Cacciari anche rispetto al Negri lukácsiano del ’62 e del ’64. Non conosciamo però il Negri del ’66, a meno di collocare lì l’epilogo dell’inedito (e l’ultimo contributo di Cacciari su Angelus Novus suona uguale quando accenna alla «dialettica come funzione capitalistica», 91). Certo comunque è il terminus ad quem: «Il rifiuto del lavoro si approfondisce fino a presentarsi come rifiuto della dialettica ... Forse solo l’odio, come espressione della particolarità insubordinata nella quale cresce il nostro pensiero, può ancora definire la qualità di un rapporto con Hegel», A. Negri, “Rileggendo Hegel, filosofo del diritto”, in AA. VV., Incidenza di Hegel, Napoli 1970, p. 269-70. – Per coincidenza o troppa vicinanza, la prima cit. di Negri nel corpus cacciariano è tardissima, e in forma di stroncatura (cfr. rec. a A. Negri, Descartes politico, Milano 1970, in Contropiano, 2, 1970, p. 375-99).

71. «L’alterità irriducibile» del dato è qui metafora di quella che nel Saggio veniva detta «particolarità autonoma, irriducibile degli interessi operai», «egoistica opposizione» della classe operaia, «contraddizione irrisolvibile capitale-lavoro». Semplicemente, Cacciari tragicizza Asor Rosa (e Tronti di conserva, di cui era appena uscita la silloge Operai e capitale), ma così irrigidendo sé stesso, oltre che Kant e Lukács, sull’orlo dell’abisso tra forma e vita, si complica tremendamente il passaggio all’atto i.e. alla «praxis effettuale rivoluzionaria».

72. R. Calimani, op. cit, p. 69. Subito prima Cacciari aveva dichiarato estraneità totale alla cultura universitaria padovana: Bettini è appunto l’alta eccezione.

73. Ovviamente la tesi non reca traccia né di Les Mots et les choses (tradotto già nel ’67 da Rizzoli), né degli Écrits, mentre Cacciari cita in francese entrambi per la prima volta su Contropiano, 2, 1970, cit., p. 377 e 397-99 (di Lacan due brevi passi di un breve scritto del ’66 stesso – solo, ne riferisce uno a Cartesio dove Lacan si riferiva a Freud).

74. Angelus novus, 21, 1971 (ma del ’72), p. 39 n.

75. E unica per un bel po’ (l’intervista pare più indizio del presente, ché i primi anni ’80 vedono proprio il boom del decostruzionismo). Della trilogia derridiana del ’67 erano stati tradotti subito La voce e il fenomeno, Milano 1968, e Della grammatologia, Milano 1969, mentre il saggio “fondamentale” Cacciari avrebbe già potuto leggerlo come pref. a A. Artaud, Il teatro e il suo doppio, Torino 1968, o udirlo come conferenza a Parma il 28/3/’66...

76. S. Bettini, “Possibilità di un giudizio di valore sulle opere d’arte contemporanea”, in AA. VV., Arte e cultura nella civiltà contemporanea, Firenze 1966, p. 517-56. Il sapore fortemente kantiano del titolo si spiegherà da sé.

77. Cfr. E. Husserl, L’Origine de la géométrie, Parigi 1962. Si tratta dell’Appendice III alla Krisis, pubblicata senza titolo in Husserliana, VI, L’Aja 1954.

78. (8). È addirittura un mondo alla rovescia, che demoralizza l’intentio kantiana e bolla come ideologico il progetto stesso di un’estetica trascendentale.

79. Cfr. La scrittura e la differenza, cit., p. 3-38, iniziante non a caso con una ripresa dello schematismo kantiano. Dopo la conferenza del ’64 Bettini (che morrà ottuagenario nel 1986, dopo lunga malattia) non ha lasciato scritti di riflessione filosofica. Ma che le stelle sue siano rimaste fisse, lo testimonia il breve “credo estetico” da lui redatto nel ’77: «Riconosco il mio debito verso la fenomenologia (Husserl e Merleau-Ponty), l’antropologia ed etnologia (da Lévi-Strauss a Leroi-Gourhan) e infine verso tutti coloro che dibattono i problemi della società e della condizione, umane», cfr. R. Pallucchini, “Commemorazione di Sergio Bettini”, in Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia 1988, p. 86.

80. Cfr. n. 9-10 di Angelus Novus, dell’estate ’67. La resa era stata annunciata sul n. 7 (estate ’66), dove Cacciari prospettava il “taglio” del saggio. Tra il ’64 e il ’66 vennero tradotte in it. le opere più importanti di Lévi-Strauss, mentre Althusser (che il saggio nemmeno menziona) dovrà attendere il ’67/68.

81. (76-78). Cacciari scrive sempre «intelleggibile» (due dozzine di volte qui, ma cfr. l’intr. alla tesi), rischiando di rendere il saggio, se non inintelligibile, illeggibile (senza colpa però del coestensore, il cui ruolo dev’essere stato minimo).

82. Ci sono anche gli ibridi: ad es. da un incrocio tra storicismo e fenomenologia nascono Sartre e Paci, ossia la “farsa” d’«impegnare l’intenzionalità husserliana» nella storia (59-61, 75, 79).

83. «Proprio come nella dottrina dello schematismo ... si tratta, in generale, del tentativo di salvare un livello puro dell’oggettività reale. Per la fenomenologia ciò è possibile soltanto passando per il soggetto in quanto fonte e fondamento di ogni valore umano – per lo strutturalismo» no, ma «al di là di tali differenze, apparentemente insuperabili, noi pensiamo che un comune programma ideologico si evidenzi ... : il superamento della contraddittorietà del molteplice» (72-73).

84. (85-87). Questo spunto critico Cacciari deve a Fortini, del quale cita e ricita la stessa paginetta di Verifica dei poteri (silloge demolita l’anno prima da Asor Rosa): «bellissima», «ci sembra notare molto bene Fortini», «ancora giustamente Fortini» – toni esuberanti, ma non bastanti a rabbonire il destinatario, che più tardi gli farà un ritrattino poco rassicurante in “Gli ultimi Cainìti ossia Melmoth riconciliato”, Aut Aut, 148, 1975, p. 91-104.

85. Codesta invero è una cit. da Stato e rivoluzione, riportata da Cacciari in nota.

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