Copyleft vs. No Copyright

1 aprile 2006

Riceviamo e volentieri pubblichiamo quest’intervento di Simone Aliprandi. Chi volesse ribattere ulteriormente sul tema, può ovviamente usare lo spazio dei commenti e, per contributi più articolati, non esiti a contattarci.

Ho letto l’intervento di Marco Caponera che si fa sostenitore del No Copyright. L’ho trovato molto interessante dal punto di vista sociologico e filosofico e in gran parte ne condivido i principi di fondo: chi ha letto i miei lavori sa che è così. Mi sento in dovere però di fare una riflessione su alcuni aspetti che a mio avviso lasciano trasparire una visuale distorta dei concetti che stanno alla base del diritto d’autore, sia dal punto di vista squisitamente giuridico, sia da quello economico.
In fatto di analisi economica, è troppo semplicistico dire che tutto l’apparato di tutele classiche del diritto industriale siano un male per la conoscenza. E’ vero che l’attuale mondo delle comunicazioni ha posto alcuni interrogativi di fondo che mai nessuno aveva affrontato. Tuttavia, un conto è dire di rivisitare certi modelli, renderli più elastici e più aderenti alla realtà odierna. Un altro è dire che tutta la dottrina economica e giuridica ha preso un abbaglio fin dall’inizio. Sono anni che studiosi di altissimo livello stanno pensando ad un modello alternativo a quello dell’esclusiva e credo che a tutt’oggi non sia emersa una soluzione sostenibile e praticabile senza un impatto traumatico sul sistema economico.
Dal punto di vista puramente giuridico, per prima cosa devo rilevare che tutto l’articolo è condotto parlando indistintamente di copyright e diritto d’autore come se si trattasse dello stesso fenomeno. Più volte invece si è sottolineata la non coincidenza dei due concetti. Non sto qui ad approfondire: è sufficiente in merito leggere un buon manuale di diritto industriale.
Tuttavia, in breve, è importante tenere presente che nell’ottica europea-continentale, dove appunto si parla più propriamente di diritto d’autore, l’autore di un’opera ha un fascio di diritti più ampio rispetto ad un autore che agisce nei sistemi giuridici di copyright (ad esempio quello statunitense e britannico): si tratta dei cosiddetti diritti morali che per loro natura sono incedibili e irrinunciabili. Da ciò deriva che in un contesto europeo-continentale è impossibile che l’autore si “liberi completamente della sua opera”, anche volendo, dato che per legge lui e i suoi eredi avranno sempre la possibilità di azionare quei diritti. Si intuisce ora come sia poco calzante parlare di rinuncia totale ai diritti d’autore.

Ciò a cui si può rinunciare sono invece tutti gli altri diritti di tipo patrimoniale, che — se vogliamo compiere un’assimilazione concettuale pur approssimativa — possono coincidere a grandi linee con il concetto di copyright anglo-americano. Tale concetto solitamente racchiude tutto il fascio dei diritti patrimoniali, perciò un autore che dichiara la sua opera “no copyright” è come se rinunciasse IN TOTO a queste prerogative. Quello che mi chiedo allora è: come mai Caponera dice che il suo articolo è “no copyright” ma contemporaneamente impone la condizione dell’uso non commerciale? Come fa ad imporre tale condizione se ha rinunciato a tali diritti? Mi sembra che ci sia un ossimoro interno.

Cerco di spiegare cosa è successo. L’autore in questione, sicuramente in buona fede, probabilmente non conoscendo appieno alcuni meccanismi del funzionamento del diritto d’autore, ha inconsapevolmente usato un modello copyleft; nonostante all’inizio dell’articolo abbia detto che “Non è: copyleft, o almeno non necessariamente, perché non è necessario dotare il proprio lavoro di una speciale licenza per permettere gli usi non commerciali, basta semplicemente non chiedere il rispetto del copyright, per uno o più aspetti dello stesso.”

Continuando nella lettura, emerge che Caponera non ha molta simpatia per il termine “copyleft (una definizione post moderna che non amo”). Questo in effetti è accettabile. Non sono d’accordo personalmente, poiché penso che il termine sia uno dei più efficaci per descrivere il fenomeno in questione; ma accetto tale posizione.

Il fatto è che la scelta di dotare un’opera di una licenza non è un vezzo “postmoderno”, ma un’esigenza data dal sistema giuridico. Finché vige l’attuale sistema (che appunto prevede l’applicazione automatica e standardizzata della tutela di diritto d’autore alle opere), l’unico modo per rinunciare ad alcuni diritti e contemporaneamente disciplinare gli usi di un’opera è quello di scriverlo in un documento ad essa allegato, che funge da contratto d’uso fra il licenziante (autore o editore) e il licenziatario (l’utente finale dell’opera). E ricordiamoci sempre che il copyleft esiste e funziona grazie alla normativa di diritto d’autore (o di copyright, a seconda del contesto di riferimento).

Le argomentazioni sarebbero davvero innumerevoli, ma mi fermo qui per non tediare il lettore e — lo ammetto — anche per non avventurarmi in terreni per me impervi. Ringrazio sinceramente il dott. Caponera per avermi dato occasione di fare queste precisazioni: spero siano state utili e che qualcuno possa contribuire arricchendo la riflessione.
Per chi volesse approfondire i concetti che stanno alla base del modello copyleft, può leggere il mio saggio, uscito all’interno del libro Compendio di libertà informatica e cultura open, e disponibile on-line (con permesso di copia anche a scopi commerciali).
Simone Aliprandi

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